(Id.)
Visto su Amzon prime.
In un futuro distopico il riscaldamento globale è stato battuto con una sostanza che ab batte le temperature... ovviamente la sostanza sfugge di mano e abbatte troppo rendendo impossibile la vita sulla terra. La popolazione si rifugia su un treno che gira in maniera perpetua sul pianeta. Non tutti sfruttano i vantaggi del treno essendo rigidamente diviso per classi, i ricchi in testa, i poveri ammassati in coda.
Film di fantascienza e metaforone dichiarato (letteralmente) è il primo film americano di Bong Joon Ho.
Partendo da una trama eccessiva viene costruito un film che (se proprio non inneggia quantomeno) disquisisce sulla divisione di classe come avverrà anche nel successivo "Parasite" (ma senza quella grazia) portando il tono fantascientifico alle estreme conseguenze.
Lì'impianto e chiaramente americano, ma con un tocco originale; la scena di battaglia al buio è una buona intuizione (anche se non gestita benissimo), il personaggio dell'immancabile Song Kang Ho, fuori dagli archetipi classici. Un mix interessante che svecchia la fantascienza d'azione a cui siamo abituati senza però perdere in spettacolarità. Anzi, il colpo d'occhio, la ricerca di immagini iconiche è continua e spesso fruttuosa.
Tutto molto bello, tutto molto buono, devo ammettere che non mi ha convinto del tutto; personaggi troppo caricaturali (ma senza un filo di commedia come succede di solito nei film di Joon Ho), situazioni paradossali al limite della sospensione dell'incredulità e un finale che si basa moltissimo su un twist plot molto americano (anche se poi quello definitivo sarà un altro), me l'hanno reso meno godibile di quanto avrebbe potuto. Rimane comunque un ottimo prodotto.
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lunedì 11 maggio 2020
venerdì 29 novembre 2019
Parasite - Bong Joon Ho (2019)
(Gisaengchung)
Visto al cinema in lingua originale sottotitolato.
Una famiglia povera costretta a vivere nei bassifondi (letteralmente) riesce a sfruttare con l'inganno una famiglia ricca e a farsi assumere, uno per volta per ricoprire mansioni d'insegnate, autista e tuttofare. Dire di più sarebbe uno spoiler imperdonabile.
Bong Joon Ho deve essere al settimo cielo, fino a 10-15 anni fa se lo filavano in due, ora tutto si sperticano in complimenti. Obiettivamente però siamo di fronte al suo miglior film dai tempi di "Memories of murder" (ok, non ho visto "Snowpiercer") e le lodi sono meritate.
Supportato dall'eternamente in parte Song Kang Ho (mamma com'è invecchiato) che lavora di profilo basso per 2/3 del film per poi dare il meglio nel finale e da un cast affiatatissimo e con poche sbavature, Joon Ho firma il suo film di critica sociale (la lotta di classe nominata da molti è, però, un'altra cosa) più metaforico e diretto nello stesso tempo.
Ecco l'eccesso di metafora avrebbe potuto essere un difetto, ma Joon Ho la prende e la rende, non solo un'allegoria che sta sullo sfondo, ma un personaggio: le eterne scale (come le salite e le discese) che esemplificano il livello sociale, sono parte integrante della trama, sono il luogo dove ci si nasconde, la via di fuga o la via da cui arrivano i nemici, sono i determinanti di insuccesso di un piano di risoluzione dei problemi, il luogo dove si mostra l'animalità di un personaggio e soprattutto sono l'ambiente della scena thriller migliore del film. Assieme alle scale anche le finestre (quella sul vicolo dove pisciano gli ubriachi o quella sul calmissimo giardino interno) come schermo della realtà di cui si fa parte e l'architettura in toto delle case (minuscola e senza senso quella della casa povera, razionale, estetizzante quella della casa ricca) che diventa parte del gioco del gatto col topo della metà film in poi.
Ma al di là di utilizzare il limite del film per renderlo migliore, Joon Ho azzarda anche un continuo cambio di genere riuscendo a gestirlo in maniera quasi impeccabile.
Il film parte un po heist movie, un poco commedia all'italiana, comunque molto divertente e leggero, per poi virare nell'inquietudine con venature thriller e una lunga sequenza da home invasion al contrario. l'ultima parte però cambia ancora e diventa dramma, quasi tragedia greca con un'illusione di risoluzione positiva.
L'effetto è straniante, ma ben condotto e ogni momento è perfettamente calibrato.
Da vedere.
Visto al cinema in lingua originale sottotitolato.
Una famiglia povera costretta a vivere nei bassifondi (letteralmente) riesce a sfruttare con l'inganno una famiglia ricca e a farsi assumere, uno per volta per ricoprire mansioni d'insegnate, autista e tuttofare. Dire di più sarebbe uno spoiler imperdonabile.
Bong Joon Ho deve essere al settimo cielo, fino a 10-15 anni fa se lo filavano in due, ora tutto si sperticano in complimenti. Obiettivamente però siamo di fronte al suo miglior film dai tempi di "Memories of murder" (ok, non ho visto "Snowpiercer") e le lodi sono meritate.
Supportato dall'eternamente in parte Song Kang Ho (mamma com'è invecchiato) che lavora di profilo basso per 2/3 del film per poi dare il meglio nel finale e da un cast affiatatissimo e con poche sbavature, Joon Ho firma il suo film di critica sociale (la lotta di classe nominata da molti è, però, un'altra cosa) più metaforico e diretto nello stesso tempo.
Ecco l'eccesso di metafora avrebbe potuto essere un difetto, ma Joon Ho la prende e la rende, non solo un'allegoria che sta sullo sfondo, ma un personaggio: le eterne scale (come le salite e le discese) che esemplificano il livello sociale, sono parte integrante della trama, sono il luogo dove ci si nasconde, la via di fuga o la via da cui arrivano i nemici, sono i determinanti di insuccesso di un piano di risoluzione dei problemi, il luogo dove si mostra l'animalità di un personaggio e soprattutto sono l'ambiente della scena thriller migliore del film. Assieme alle scale anche le finestre (quella sul vicolo dove pisciano gli ubriachi o quella sul calmissimo giardino interno) come schermo della realtà di cui si fa parte e l'architettura in toto delle case (minuscola e senza senso quella della casa povera, razionale, estetizzante quella della casa ricca) che diventa parte del gioco del gatto col topo della metà film in poi.
Ma al di là di utilizzare il limite del film per renderlo migliore, Joon Ho azzarda anche un continuo cambio di genere riuscendo a gestirlo in maniera quasi impeccabile.
Il film parte un po heist movie, un poco commedia all'italiana, comunque molto divertente e leggero, per poi virare nell'inquietudine con venature thriller e una lunga sequenza da home invasion al contrario. l'ultima parte però cambia ancora e diventa dramma, quasi tragedia greca con un'illusione di risoluzione positiva.
L'effetto è straniante, ma ben condotto e ogni momento è perfettamente calibrato.
Da vedere.
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mercoledì 23 gennaio 2019
Choyonghan kajok - Kim Ji Woon (1998)
(Id. AKA The quiet family)
Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.
Una famiglia coreana rileva un lodge in montagna. Gli affari latitano e loro sembrano essere perseguitati dalla sfortuna, in un modo o in un altro i primi avventori muoiono dentro le camere dell'hotel. La famiglia si vede costretta ad occultare i cadaveri, ma troppi corpi in giardino e un pò di confusione con troppi clienti una notte e la situazione degenera.
Commedia nera molto grottesca e divertente di un Kim Ji Woon agli inizi. Pur essendo la sua opera prima, il regista si muove con grazia e competenza fra virtuosismi tecnici, gestisce benissmo gli spazi interni e, nonostante la ripetitività della vicenda, tiene sempre alto il tono generale; facendo da spalla a una scrittura dei personaggi molto divertente tiene l'attenzione dello spettatore senza problemi.
L'unico vero neo è il lungo finale; dopo una serie di scene di un cinismo incredibile (ma perfettamente in linea con il resto della vicenda), con la figlia che guarda la tv mentre un doppio incendio (per giocare con le aspettative dello spettatore), il film si smorza, non finisce, si sceglie un ending da serie televisiva o da commedia d'altri tempi e bassi intenti, si sceglie di non scegliere davvero e il film sembra allora aver girato un pò a vuoto. Niente di fondamentale, ma è un peccato una conclusione del genere.
Cast eccezionale, completamente in parte, dove spiccano un Song Kang Ho e un Choi Min Sik in versione cogliona, veri motori comici del film.
PS: remake giapponese di pochi anni dopo realizzato da Miike.
Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.
Una famiglia coreana rileva un lodge in montagna. Gli affari latitano e loro sembrano essere perseguitati dalla sfortuna, in un modo o in un altro i primi avventori muoiono dentro le camere dell'hotel. La famiglia si vede costretta ad occultare i cadaveri, ma troppi corpi in giardino e un pò di confusione con troppi clienti una notte e la situazione degenera.
Commedia nera molto grottesca e divertente di un Kim Ji Woon agli inizi. Pur essendo la sua opera prima, il regista si muove con grazia e competenza fra virtuosismi tecnici, gestisce benissmo gli spazi interni e, nonostante la ripetitività della vicenda, tiene sempre alto il tono generale; facendo da spalla a una scrittura dei personaggi molto divertente tiene l'attenzione dello spettatore senza problemi.
L'unico vero neo è il lungo finale; dopo una serie di scene di un cinismo incredibile (ma perfettamente in linea con il resto della vicenda), con la figlia che guarda la tv mentre un doppio incendio (per giocare con le aspettative dello spettatore), il film si smorza, non finisce, si sceglie un ending da serie televisiva o da commedia d'altri tempi e bassi intenti, si sceglie di non scegliere davvero e il film sembra allora aver girato un pò a vuoto. Niente di fondamentale, ma è un peccato una conclusione del genere.
Cast eccezionale, completamente in parte, dove spiccano un Song Kang Ho e un Choi Min Sik in versione cogliona, veri motori comici del film.
PS: remake giapponese di pochi anni dopo realizzato da Miike.
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venerdì 15 gennaio 2016
The host - Bong Joon Ho (2006)
(Gwoemul)
Visto in Dvx.
Dal fiume Han esce una creatura marina ibrida, gigantesca e con il buffo istinto d'attaccare random gli esseri umani, un po' uccidendone, un po' rapendoli senza ucciderli. tra i rapiti vi sarà una ragazzina, figlia di un bietolone; l'uomo, assieme al padre, il fratello e la sorella saranno messi in quarantena, poiché gli americani (sono sempre gli americani a fare casino) dicono che la creatura sia il vettore di un nuovo virus. I 4 fuggiranno per cercare la ragazza, per farlo dovranno, ognuno per conto proprio, affrontare la bestia.
Film atipico nella rinomata hall dei film di mostri, un po' perché un film familiare dove un clan si riunisce per salvare un componente (non c'è supereroismo machista anni '80), un po' perché ha dei ripetuti aspetti da commedia (tipicamente dell'Asia dell'est, con il protagonista buffo che inciampa spesso), ma soprattutto perché non segue per un cazzo le regole imposte da Spielberg del "passa 80 minuti a parlare di lui e mostrarlo negli ultimi 10". No, in questo film ci sono 5-10 minuti di presentazione dei personaggi, poi il mostre esce dall'acqua a fare macelli, in pieno sole su una spiaggia piena di persone con cui interagisce (questo per dire che inizia con la situazione peggiore per il CGI, non nasconde i propri difetti con la penombra o con gli esseri umani inquadrati separatamente). Credo di poterlo dire senza troppa paura d'esagerare, l'incipit è uno dei migliori tra i film di mostri.
Anche la parte della commedia andrebbe sottolineata di più, perché tutti i personaggi sono abbastanza degli idioti, ma le idee migliori sono quelle piccole soluzione messe sullo sfondo, le autorità coreane incompetenti e desiderose di fare bella figura (magnifico l'arrivo del medico americano nella zona della quarantena); e ancora una volta va premiato il coraggio del film di permettersi di fare l'idiota anche in situazioni drammatiche (l'ultimo proiettile nel fucile dato al padre) e fino allo showdown finale (l'esito dell'ultima molotov).
Unico vero neo una certa lungaggine, la ripetitività della fuga dalle autorità e dell'inseguimento del mostro danno segni di stanchezza nella seconda parte.
Visto in Dvx.
Dal fiume Han esce una creatura marina ibrida, gigantesca e con il buffo istinto d'attaccare random gli esseri umani, un po' uccidendone, un po' rapendoli senza ucciderli. tra i rapiti vi sarà una ragazzina, figlia di un bietolone; l'uomo, assieme al padre, il fratello e la sorella saranno messi in quarantena, poiché gli americani (sono sempre gli americani a fare casino) dicono che la creatura sia il vettore di un nuovo virus. I 4 fuggiranno per cercare la ragazza, per farlo dovranno, ognuno per conto proprio, affrontare la bestia.
Film atipico nella rinomata hall dei film di mostri, un po' perché un film familiare dove un clan si riunisce per salvare un componente (non c'è supereroismo machista anni '80), un po' perché ha dei ripetuti aspetti da commedia (tipicamente dell'Asia dell'est, con il protagonista buffo che inciampa spesso), ma soprattutto perché non segue per un cazzo le regole imposte da Spielberg del "passa 80 minuti a parlare di lui e mostrarlo negli ultimi 10". No, in questo film ci sono 5-10 minuti di presentazione dei personaggi, poi il mostre esce dall'acqua a fare macelli, in pieno sole su una spiaggia piena di persone con cui interagisce (questo per dire che inizia con la situazione peggiore per il CGI, non nasconde i propri difetti con la penombra o con gli esseri umani inquadrati separatamente). Credo di poterlo dire senza troppa paura d'esagerare, l'incipit è uno dei migliori tra i film di mostri.
Anche la parte della commedia andrebbe sottolineata di più, perché tutti i personaggi sono abbastanza degli idioti, ma le idee migliori sono quelle piccole soluzione messe sullo sfondo, le autorità coreane incompetenti e desiderose di fare bella figura (magnifico l'arrivo del medico americano nella zona della quarantena); e ancora una volta va premiato il coraggio del film di permettersi di fare l'idiota anche in situazioni drammatiche (l'ultimo proiettile nel fucile dato al padre) e fino allo showdown finale (l'esito dell'ultima molotov).
Unico vero neo una certa lungaggine, la ripetitività della fuga dalle autorità e dell'inseguimento del mostro danno segni di stanchezza nella seconda parte.
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venerdì 30 agosto 2013
Bakjwi - Chan Wook Park (2009)
(Id. AKA Thirst)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un prete coreano amato da tutti decide
di offrirsi come cavia per un vaccino contro una malattia mortalissima tra i
missionari. Delle cavie sarà l’unico a sopravvivere, ma una volta rientrato in
Corea si renderà conto di essere diventato…un vampiro…
Trama che sta tra l’idiozia ed il genio
e personalmente quando nel 2009 sentii parlare di questo “nuovo” film di
Park ne fui entusiasta… e volendo a livello di virtuosismo della regia,
beh li ci siamo. Abbandonato per sempre lo stile secco di "Mr Vendetta" e senza
avere i guizzi di puro genio di "Old boy" e "Lady Vendetta" riesce comunque a
mantenere un ottimo ritmo con inquadrature non convenzionali, movimenti di
macchina continui che vanno da ampie carrellate a piccoli movimenti che girano
completamente l’inquadratura… però il film fa schifo lo stesso.
Si perché il film parte come un film di
contagio, poi melodramma con amore proibito (tipo uccelli di rovo immagino…
anche se non l’ho mai visto) e agnizione, poi noir peso, poi pseudo horror
senza convinzione, poi di nuovo drammone in stile fantasy. Il film non si
decide mai a quale genere appartenere, li tocca tutti senza sfruttarli fino in
fondo (la convivenza autodistruttiva a tre con madre inferma era un soggetto
bellissimo che poteva sostenere un film da solo per esempio) e scartando di
lato quando ormai ci si è abituati; il ritmo è buono, ma l’incertezza sfocia
spesso nella noia.
Vabbè, si sa che Chan Wook ogni tanto
deve fare una cazzata perché ci tiene, se lo si perdona per “I’m a cyborg, but that’s ok” lo si può perdonare anche per questo… ora devo solo recuperare “Stocker”.
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martedì 29 novembre 2011
Memories of murder - Bong Joon Ho (2003)
(Salinui chueok)
Visto in DVD.
Metà anni ottanta, Corea del Sud, un serial killer uccide alcune donne, di notte, mentre piove e mentre in radio suona una canzone… Ai poliziotti di provincia, brutali e grossolani, viene affiancato un ispettore di Seul, più raffinato come ragionamenti e come modi. La storia è quella delle indagini del primo serial killer della Corea ed il film vorrebbe essere una cronaca quasi esatta (nelle intenzioni del regista) anche se a conti fatti piuttosto ironica e divertente.
Il film è veramente bello, ben realizzato e ben costruito con alcune sequenze su più piani notevoli (come la famosa scena della festa con il il capo della polizia e un poliziotto in secondo e terzo piano mentre nel primo ci sono i due protagonisti che discutono).
Ma la vera forza del film è nella sceneggiatura, in parte perché accosta un argomento tragico con modi farseschi e divertenti che alleggeriscono il tono, ma soprattutto perché non è un giallo classico, il punto centrale di questo film non è la scoperta del colpevole, ma il dipanarsi delle indagini in se. Il finale poi, pur non essendo un colpo di genio ha dell’originale dato che l’unico altro racconto/film che ricordo finire allo stesso modo è “La promessa” e forse “Zodiac”.
Visto in DVD.
Metà anni ottanta, Corea del Sud, un serial killer uccide alcune donne, di notte, mentre piove e mentre in radio suona una canzone… Ai poliziotti di provincia, brutali e grossolani, viene affiancato un ispettore di Seul, più raffinato come ragionamenti e come modi. La storia è quella delle indagini del primo serial killer della Corea ed il film vorrebbe essere una cronaca quasi esatta (nelle intenzioni del regista) anche se a conti fatti piuttosto ironica e divertente.Il film è veramente bello, ben realizzato e ben costruito con alcune sequenze su più piani notevoli (come la famosa scena della festa con il il capo della polizia e un poliziotto in secondo e terzo piano mentre nel primo ci sono i due protagonisti che discutono).
Ma la vera forza del film è nella sceneggiatura, in parte perché accosta un argomento tragico con modi farseschi e divertenti che alleggeriscono il tono, ma soprattutto perché non è un giallo classico, il punto centrale di questo film non è la scoperta del colpevole, ma il dipanarsi delle indagini in se. Il finale poi, pur non essendo un colpo di genio ha dell’originale dato che l’unico altro racconto/film che ricordo finire allo stesso modo è “La promessa” e forse “Zodiac”.
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