(Id.)
Visto su Netflix.
Una ragazzina vive nel profondo nord con il padre. La vita è duramente scandita fra caccia grossa al cervo, esercizi di lotta libera, a lettura dell'enciclopedia. Tutto questo è necessario per una questione di spionaggio con americani cattivi che, prima o poi, verranno a riprendere tutti e due.
Il primo film action di Joe Wright è una creatura strana. Dopo l'incipit dove deve necessariamente spiegare molto in poche scene (e tutto sommato ce la fa né più né meno di qualunque altro regista... il che è un problema perché Wright vale di più), viaggia rapido senza stancare, si diletta di incastonare i suoi personaggi in scenari sempre diversi e si ferma a creare un film circolare ricco di riferimenti alle favole dei Grimm.
Un'operazione strana, perché le scene action sono molte, spesso anche buone che vanno da estremi estetizzanti videoclippari (se questo termine avesse ancora un senso) al limite dell'arte visuale (la prima fuga dalla base dei cattivi) alla citazione in piano sequenza di Pinkaew (quella con Bana in metropolitana). La necessità dell'immagina particolare si mischia alla voglia sempre più preponderante di infilare un simbolismo fiabesco che risulta digeribile solo quando è leggero, ma nel finale diventa insopportabile.
In tutto ciò però l'azione non riesce mai ad essere così spettacolare da sostenere il film da sola, mentre i personaggi sono gestiti molto peggio e non riescono neppure loro a sostenere una trama di fatto inesistente (sintomatico che le battute migliori le abbia un personaggio che scompare nella prima metà) che si ripiega sui cliché peggiori e sulle scorciatoie più becere (lo spiegone finale lasciato all'internet).
L'unica nota completamente positiva è (come sempre nei film di Wright) l'utilizzo del suono e delle musiche. In questo caso con la collaborazione perfetta dei The chemical brothers, le musiche vengono usate, in dissonanza o in risonanza, per fare da controcampo alle scene d'azione, mentre rumori disturbanti sottolineano uno o due passaggi d'ambientazione fondamentali e le poche musiche diegetiche sono lasciate a definire i momenti di calma iniziali.
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lunedì 10 agosto 2020
Hanna - Joe Wright (2011)
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mercoledì 14 febbraio 2018
L'ora più buia - Joe Wright (2017)
(Darkest hour)
Visto al cinema.
Quasi contemporaneo a Nolan (l'uscita nei cinema è successiva, ma il progetto precedente) anche Wright parla della disfatta inglese di Dunkerque e del suo essere utilizzata come volàno per la (futura) ripresa d'orgoglio del Regno Unito.
Wright, però, per parlare della maggiore disfatta bellica inglese decide di spostare l'attenzione dal campo di battaglia alle aule del parlamento. Da film di guerra diventa un film di intrighi di palazzo, un political drama dove la lingua inglese viene mobilitata e spedita in battaglia.
L'effetto complessivo segue il ritorno di fiamma verso i film o serie tv che mostrano i retroscena del potere (politica, ma anche giornali o agenzie pubblicitarie) con tutta l'enfasi che la guerra europea riesce a concedere. Per farlo, però, la sceneggiatura fa l'importante scelta di creare un protagonista (positivissimo) caratterizzato ai limiti del caricaturale con tutta la forza di una mitopoiesi supereroistica (basti l'incipit dove Churchill viene introdotto da persone che parlano di lui, poi i suoi elementi caratteristici, bombetta e sigaro). La creazione di un eroe positivo obbliga alla scelta di distaccarsi dalla totale realtà storica (che nessuno ha richiesto in realtà) in favore di una versione personale (operazione simile, ma forse meno "aggressiva", a quella di "Il mio Godard").
Dietro la macchina da presa Wright continua un discorso in linea con i film precedenti, estetica pulitissima, fotografia carica, grandissimo utilizzo del sonoro (qui, forse, meno sfacciato che nei precedenti, ma non per questo meno importante) e svolazzi impossibili della macchina da presa. Come sempre il controllo dell'autore è totale e si può permettere l'utilizzo di tutta l'enfasi possibile (in fondo si parla della guerra contro Hitler) senza colpo ferire... o quasi. Perché, in effetti, il film sopporta molto le caratterizzazioni, i buoni che si coagulano attorno a un uomo forte, ma insicuro, i passi falsi, la rabbia per l'impotenza e i discorsi che dovrebbero smuovere lo spirito... però crolla orribilmente quando decide di gettare la maschera della verosimiglianza e decide di darci dentro con la demagogia facendo scendere Chruchill in metropolitana; lì avverrà la sequenza più reazionaria e banale del film e il salto dello squalo definitivo, per fortuna è a un passo dalla fine.
Ottima l'interpretazione di Oldman, per l'ennesima volta camaleontico, ma stavolta non solo grazie alla sua capacità di mimetismo con la sola recitazione, ma anche con un trucco pesantissimo (ma impeccabile).
Visto al cinema.
Quasi contemporaneo a Nolan (l'uscita nei cinema è successiva, ma il progetto precedente) anche Wright parla della disfatta inglese di Dunkerque e del suo essere utilizzata come volàno per la (futura) ripresa d'orgoglio del Regno Unito.
Wright, però, per parlare della maggiore disfatta bellica inglese decide di spostare l'attenzione dal campo di battaglia alle aule del parlamento. Da film di guerra diventa un film di intrighi di palazzo, un political drama dove la lingua inglese viene mobilitata e spedita in battaglia.
L'effetto complessivo segue il ritorno di fiamma verso i film o serie tv che mostrano i retroscena del potere (politica, ma anche giornali o agenzie pubblicitarie) con tutta l'enfasi che la guerra europea riesce a concedere. Per farlo, però, la sceneggiatura fa l'importante scelta di creare un protagonista (positivissimo) caratterizzato ai limiti del caricaturale con tutta la forza di una mitopoiesi supereroistica (basti l'incipit dove Churchill viene introdotto da persone che parlano di lui, poi i suoi elementi caratteristici, bombetta e sigaro). La creazione di un eroe positivo obbliga alla scelta di distaccarsi dalla totale realtà storica (che nessuno ha richiesto in realtà) in favore di una versione personale (operazione simile, ma forse meno "aggressiva", a quella di "Il mio Godard").
Dietro la macchina da presa Wright continua un discorso in linea con i film precedenti, estetica pulitissima, fotografia carica, grandissimo utilizzo del sonoro (qui, forse, meno sfacciato che nei precedenti, ma non per questo meno importante) e svolazzi impossibili della macchina da presa. Come sempre il controllo dell'autore è totale e si può permettere l'utilizzo di tutta l'enfasi possibile (in fondo si parla della guerra contro Hitler) senza colpo ferire... o quasi. Perché, in effetti, il film sopporta molto le caratterizzazioni, i buoni che si coagulano attorno a un uomo forte, ma insicuro, i passi falsi, la rabbia per l'impotenza e i discorsi che dovrebbero smuovere lo spirito... però crolla orribilmente quando decide di gettare la maschera della verosimiglianza e decide di darci dentro con la demagogia facendo scendere Chruchill in metropolitana; lì avverrà la sequenza più reazionaria e banale del film e il salto dello squalo definitivo, per fortuna è a un passo dalla fine.
Ottima l'interpretazione di Oldman, per l'ennesima volta camaleontico, ma stavolta non solo grazie alla sua capacità di mimetismo con la sola recitazione, ma anche con un trucco pesantissimo (ma impeccabile).
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venerdì 27 novembre 2015
Anna Karenina - Joe Wright (2012)
(Id.)
Visto in Dvx.
la storia di Anna Karenina è più o meno nota... comunque; una brava madre di famiglia russa si innamora di un giovine militare, si fanno duro, poi il marito di lei lo scopre, solo che (per amor di figlia e perché è un santo e per evitare uno scandalo) lui ci passa sopra, lei è scossa per il senso di colpa e perché il nuovo amore finisce rapidamente... e pure lei finisce rapidamente.
Anche qui un film muscolare dal punto di vista della regia. Wright sa che tutti quello che guardano il film sanno come finisce, quindi anziché girarci intorno e fare finta che sia un colpo di scena, trasforma lo spoiler in un punto di forza; prende il treno e lo usa come un'immagine che perseguita la protagonista fin dall'inizio (visivamente e a livello uditivo).
L'altra idea (più folle e immotivata) è di ambientare quasi tutto dentro un teatro (tra cui il ballo! la pista di pattinaggio!! e la corsa dei cavalli con relativo incidente!!!) con fondali dipinti, scenografie mobili, comparse che interpretano più parti cambiandosi di vestito in scena, trucchi teatrali mostrati e sfruttati (come i camminamenti al piano superiore usati come fossero le stanze di una casa) e l'occhio di bue a sottolineare i personaggi. Il senso non è diretto, ma rende più rapide le scene, può dare libero sfogo ai suoi amati piani sequenza e per dare un risalto pazzesco alle scene in esterni (oltre al fatto che realizzato così è figo).
Il ritmo, come dicevo, è sostenutissimo e da il meglio di sé nelle danze (quelle vere, come il valzer rielaborato come un ballo di mani, o quelle improprie, come la vestizione dell’incipit o i burocrati che timbrano fogli), eppoi c’è il solito uso grandioso dei suoni come mezzo principe per veicolare concetti (il suono del treno) o per creare l’atmosfera (le musiche fatte con i suoni del lavoro).
Oltre a tutto ciò c'è una sequela di scelte estetiche enorme, dai colori all'immobilità delle comparse in certe scene, il gioco con i cubi con le lettere.
Probabilmente l'adattamento migliore di sempre del romanzo di Tolstoj.
PS: c'è un personaggio che è uguale a Nero.
PPS: l'ho già detto che ha immagini bellissime?
Visto in Dvx.
la storia di Anna Karenina è più o meno nota... comunque; una brava madre di famiglia russa si innamora di un giovine militare, si fanno duro, poi il marito di lei lo scopre, solo che (per amor di figlia e perché è un santo e per evitare uno scandalo) lui ci passa sopra, lei è scossa per il senso di colpa e perché il nuovo amore finisce rapidamente... e pure lei finisce rapidamente.
Anche qui un film muscolare dal punto di vista della regia. Wright sa che tutti quello che guardano il film sanno come finisce, quindi anziché girarci intorno e fare finta che sia un colpo di scena, trasforma lo spoiler in un punto di forza; prende il treno e lo usa come un'immagine che perseguita la protagonista fin dall'inizio (visivamente e a livello uditivo).
L'altra idea (più folle e immotivata) è di ambientare quasi tutto dentro un teatro (tra cui il ballo! la pista di pattinaggio!! e la corsa dei cavalli con relativo incidente!!!) con fondali dipinti, scenografie mobili, comparse che interpretano più parti cambiandosi di vestito in scena, trucchi teatrali mostrati e sfruttati (come i camminamenti al piano superiore usati come fossero le stanze di una casa) e l'occhio di bue a sottolineare i personaggi. Il senso non è diretto, ma rende più rapide le scene, può dare libero sfogo ai suoi amati piani sequenza e per dare un risalto pazzesco alle scene in esterni (oltre al fatto che realizzato così è figo).
Il ritmo, come dicevo, è sostenutissimo e da il meglio di sé nelle danze (quelle vere, come il valzer rielaborato come un ballo di mani, o quelle improprie, come la vestizione dell’incipit o i burocrati che timbrano fogli), eppoi c’è il solito uso grandioso dei suoni come mezzo principe per veicolare concetti (il suono del treno) o per creare l’atmosfera (le musiche fatte con i suoni del lavoro).
Oltre a tutto ciò c'è una sequela di scelte estetiche enorme, dai colori all'immobilità delle comparse in certe scene, il gioco con i cubi con le lettere.
Probabilmente l'adattamento migliore di sempre del romanzo di Tolstoj.
PS: c'è un personaggio che è uguale a Nero.
PPS: l'ho già detto che ha immagini bellissime?
lunedì 4 novembre 2013
Espiazione - Joe Wright (2007)
(Atonment)
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Storia di espiazione (CON SPOILER!).
Un film sul
senso di colpa che impiega metà del tempo a mostrare da cosa nasce il fatale
errore (se così si può chiamare); e nasce da un misto di amore e stupidità di
una ragazzina preadolescente, in definitiva, nasce dal caso; poi si prende il
resto del tempo per mostrare a che cosa portò il senso di colpa, al tentativo
di espiazione e al tentativo di essere perdonata. Infine il tutto si chiude
sull'ammissione di aver ingannato lo spettatore; il tentativo di espiazione ci
fu, ma fu fatto a vuoto. Il finale lasciato alla Redgrave ammanta il tutto di
un dolore senza speranza che non sarebbe stato possibile esprimere meglio; e la
Redgrave si conferma una grande.
Il film però si
fa notare soprattutto per la regia di Wright. Tutti citano (non a torto) il
piano sequenza centrale sulla spiaggia; una carrellata geograficamente enorme
(gli attori, ma anche la macchina da presa camminano per centinaia di metri),
curato nei dettagli (visivi, sonori, di disposizione di attori ed oggetti) in
maniera maniacale. Tuttavia, pur essendo un estimatore dei piani sequenza come
vera caratteristica distintiva del cinema come arte a se; in questo caso non ci
sta. L’ho molto apprezzato, ma è proprio privo di significato, non dice nulla,
non mostra nulla di importante, non aggiunge significato a niente. Si tratta
solo di una, bellissima, prova di forza di Wright.
La regia che
più conta, a mio avviso, si concentra soprattutto nella prima metà. Li c’è
tutto quello che si può volere da un regista. Fotografia impeccabile; punti di
vista multipli (le scene vista vissute dai diversi personaggi si affiancano
l’una all'altra senza che ne venga evidenziato il passaggio); carrelli come se
piovessero; disposizione dei personaggi
sempre ragionata; ma su tutto regna l’utilizzo del sonoro. I suoni qui
fanno la differenza; su tutti il rumore della macchina da scrivere è pervasivo
(perché il film si apre con la protagonista che scrive, da grande diventerà
scrittrice e racconterà proprio questa storia; perché la lettera galeotta sarà
scritta a macchina) e da elemento del sonoro (espresso a volume aumentato
rispetto al resto) diviene continuamente elemento musicale; è quel suono, il
battere sui tasti, che fa da legante dell’intera vicenda, delle sequenze più
distanti e di tutti i personaggi. Anche il rumore di colpi sull'auto della
polizia avranno il loro momento di gloria, ma solo perché quell'episodio
determina il passaggio dalla prima alla seconda metà.
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