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mercoledì 9 dicembre 2020

The arrival- Desin Villeneuve (2016)

 (Id.)

Visto su Amazon prime.


Gli alieni arrivano sulla terra. Più che pacifici sono silenziosi, se ne stanno sulle loro (inquietanti) astronavi e aspettano. Gli esseri umani tentano di comunicare, ma manca un linguaggio comune che andrà trovato.

Un film di fantascienza con gli alieni che diventa una sorta di thriller linguistico per concludersi con un colpo di scena sul significato della vita che rimette in gioco tutte le immagini viste finora.

Preso da un racconto (fantastico) di Ted Chiang il film ne rielabora la parte concettualmente più impegnativa e meno quella filologica in senso stretto ed è un peccato, ma veniale (odio chi giudica un film per le differenze dal libro, ma con Chiang non sono riuscito a non pensarci tutto il tempo).

Trampolino di lancio per il Villeneuve fantascientifico a cui (sinceramente) non avrei dato due lire, invece il canadese ci sguazza da dio, costruisce tutto il mood sulle immagini ieratiche dai colori cerulei curiosamente degne delle copertine Urania (quelle più serie non quelle cazzare) con venature alla Magritte che dettano il tono di tutto il film e se lo portano sulle spalle anche più della brava e pacata Amy Adams.

Se l'intero film si poggia sul comparto visivo che sostiene il gelido thriller compreso fra linguistica e geopolitca il family drama così come il twist finale riescono a dare ulteriore profondità alla sceneggiatura dando qualcosa che ci si può portare dietro oltre la fine del film. Non ci sarà azione o alieni completamente visibili, ma più di così cosa si può volere?

lunedì 5 marzo 2018

La forma dell'acqua. The shape of water - Guillermo Del Toro (2017)

(The shape of water)

Visto al cinema.

Una donna delle pulizie muta che lavora per un'agenzia governativa americana scopre che l'ultima ricerca riguarda una creatura acquatica con cui entra in contatto. Il feeling è reciproco e dal rapporto nascerà l'amore e... la disobbedienza civile con il tentativo di fuga e la liberazione del mostro.

Una favola dark come ci ha abituati Del Toro con una preponderante iniezione timburtiana con il concetto che i mostri non sono i freak, ma le persone normali (qui il vero mostro è "l'uomo del futuro" che guida cadillac e mangia gelatina verde) e in cui la galleria di outsider non è legata all'adolescenza o alla mostruosità, ma alla condizione sociale (sono gli anni '60), quindi il gruppo di fenomeni da baraccone non comprende veri e propri freak, ma i dimenticati dal racconto dell'america wasp, come gli omosessuali, i neri o i russi (quelli che non si allineano, pure loro, alle logiche della politica).
La fotografia affidata all'uomo che curò quella di "Amelié" (e qui ci si avvicina molto per intensità dei colri, ma si discosta per l'uso estremo del verde in ogni sua variazione) traccia un ulteriore parallelismo fra il mondo favoloso alla francese e quello americano, in quest'ultimo la fuga dalla realtà è data dal cinema, che permette agli amanti di ballare, ai muti di cantare e a chiunque di distrarsi dalle brutture del mondo o, almeno, comunicare.

La trama è semplice, ma non semplicistica. Il vero difetto di questo film è lo scarso coinvolgimento. Tutto è perfetto (il finale consolatorio, ma in maniera originale finalmente non delude) e ben curato, con una regia che fa i salti mortali pur senza dare troppo nell'occhio; tuttavia le emozioni autentiche e non pretese sono poche.
Il film si riassume nel personaggio della Spencer, coprotagonista effettivo assieme a quello di Jenkins, caratterizzata il più possibile, presente nei twist più importanti, ma totalmente insignificante (nella fuga si mette in mezzo per fermarla e poi non aggiunge nulla, viene interrogata su quanto successo, ma saranno altri a fare i delatori, porta la polizia, ma è chiaramente un deus ex machina che avrebbe potuto essere fatto in qualunque altro modo), un magnifico McGuffin, ma niente di piuù, uno splendido guscio vuoto.

lunedì 12 febbraio 2018

Chiamami col tuo nome - Luca Guadagnino (2017)

(Call me by your name)

Visto al cinema.

L'educazione sentimentale di un adolescente è un argomento utilizzato in maniera esagerata al cinema, 9 volte su 10 con risultati scadenti, per lo più per l'ottica semplicistica di un film per teenager senza qualità (il film, non il teenager), talvolta per la piega personale di un autore serio che pensa che ogni storia piccola diventerà universale se messa sullo schermo senza aver paura di annoiare con delle banalità piuttosto trite.

Il vero valore di Guadagnino è di aver realizzato un film di educazione sentimentale di un adolescente senza essere (quasi mai) noioso.
Il notevole risultato riesce a ottenerlo soprattutto grazie a due accorgimenti.
Il primo è di punto di vista: il film non parla di una storia d'amore, ma di una storia di desiderio, lo fa con delicatezza e con poco parlato e molto sottinteso, con turbe emotive che si cerca di nascondere e senza proclami, riuscendo in maniera inquietantemente efficace (quando la storia d'amore arriverà, tuttavia, l'effetto non sarà lo stesso, più banale, più scontata, non riuscirà ad avere la stessa forza nonostante la delicatezza).
Il secondo è la cura delle immagini. Guadagnino crea un ambiente estetico perfetto, geometrico, colorato e caldo. Soprattutto caldo. Guadagnino cerca di dare sinestesia al film dando la sensazione delle temperature, della calura estiva, del fresco del vento e il freddo dell'acqua, del piacere dell'ombra o della mollezza del sole, così come il freddo invernale e il calore violento, ma rinfrancante del caminetto. E in questo monto geometrico e caldo fa muovere corpi e non personaggi; per tutto il film c'è una costante attenzione per i corpi, esposti a riempire ogni inquadratura, con muscoli tendini e pelle e, talvolta, bronzo (le ricorrenti statue greche e latine).

Al di là della sbavatura nel finale quando la storia d'amore diventa vera e la concretezza si sfalda, l'unico vero difetto del film è l'ambientazione. Francamente fastidiosa la famiglia da mulino bianco open minded con genitori occupati a intrattenersi leggendo libri in tedesco o copiando spartiti musicali, tranquilli nel parlare dei rapporti sessuali del figlio e per nulla a disagio nel considerare il viaggio in solitaria con il partner. Questo e mille altri dettagli che vanno dal radical chic all'implausibilità totale sono l'unica gaffe... che però ha, in parte, la ragione di voler annullare le ragioni di un melodramma (l'amore contrastato) per concentrarsi sui personaggi (di fatto non c'è nessun antagonista)... scelta ottimale, ma si sarebbe potuta fare con qualche attenzione in più per il contorno.

PS: non l'ho detto, ma il cast è davvero superbo.

venerdì 18 dicembre 2009

A serious man - Joel Coen, Ethan Coen (2009)

(Id.)

Visto al cinema.

Normalmente l'inconludenza ed il gioco del caos dei Coen mi irrita, perchè lascia l'amaro in bocca senza dire nulla, appare estroso ed estremamente intelligente quando invece è solo una mancanza di significato; le loro opere migliori finora sono state Fratello dove sei, film carino tratto dall'Odissea, e Non è un paese per vecchi, film magnifico tratto dall'omonimo romanzo di McCarthy; come a dire che finchè si tratta di dirigere ce la fanno anche, ma quando si tratta di scrivere sono troppo intenti a mettere gichetti e trucchi per apparire fighi e si dimenticano dell'essenza.
In questo caso no. In questo caso è proprio l'impossibilità di vedere il significato di ciò che accade il motore del film, è il caos che gli da un significato.
Il film ambientato in una comunità ebraica (popolo molto legato all'idea che tutto ciò che accade abbia un significato e alla necessità, o l'interesse, di venire a conoscienza dei motivi) in cui il protagonista si muove in sordina finchè non diviene un moderno Giobbe, e le sfighe si susseguono una dietro l'altra, senza che lui abbia la forza di reagire, ne nel bene ne nel male. Proprio la sua mancanza di reazione, unita con la sua fede, mai esagerata, ma mai perduta, riporteranno a posto le cose, ma al contrario di Giobbe, quando tutto si sistema, proprio quando tutto è finito, cede, mostra debolezza e le conseguenza, non mostrate direttamente ma suggerite, saranno enormi. Tutto quello che sta nel mezzo è la ricerca di un significato da parte del protagonista, un motivo per quello che gli accade; ma ovviamente il motivo non verrà trovato, forse c'è, ma come esseri umani non si è in grado di comprenderlo e tutto quello che ci rimana da pensare è che se esiste un ordine superiore quello è il caso (un po un leit motiv dei Coen che sulla mancanza di un ordine superiore hanno vissuto per anni).
Tutto il film è permeato da un senso di oscura inevitabilità che rende ricca di significato ogni scena, ogni personaggio, ogni espressione, anche la più stupida od inutile (ai fini dello svolgimento della trama sono pochissimi gli avvenimenti effettivamente utili, ma tutto è necessario per fare atmosfera).
Il film è il classico miscuglio di dramma e commedia a cui i Coen hanno abituato. La regia sempre pulitissima sceglie colori sbiaditi che danno un magnifico senso di inutilità e impossibilità nel fare alcunchè, rendono bene gli anni sessanta, e aiutano pure ad ambientare il film nella stagione estiva (giugno). I Coen poi si rendono evidenti con inquadrature sghembe, l'uso insistito dei dettagli, e il continuo gioco con il fuoco (come quello nel bellissimo finale, oppure per sottolineare lo stato di alterazione mentale dei personaggi).
Un film fieramente ebraico, dove tutto passa attraverso parole e usi ebraici non sempre spiegati, bello il corto/incipit tratto da una storiella Yiddish.

Un film bellissimo dove tutto può succedere senza potervi fare nulla se non sopportare, o cedere, e dove tutto è inintelleggibile.
Come al solito nei film dei Coen, ottimo il cast.