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giovedì 26 novembre 2020

Godzilla II. King of the monsters - Michael Dougherty (2019)

 (Godzilla: king of the monsters)

Visto su Amazon prime.


Dopo il giusto successo del precedente Godzilla (il primo grosso successo per un Godzilla americano) si decide di fare il bis e, positivamente, non lo si fa uscire dopo dieci minuti, ma passano ben 5 anni. Ovviamente per realizzare un seguito a Hollywood si decide di aumentare la quantità del fattore vincente del film precedente, quindi Godzilla e e MUTO vengono moltiplicati da una fiorire di Kaiju su cui primeggiano quelli classici della Toho, Rodan, Mothra e su tutti Gidorah. Purtroppo poi, a Hollywood, bisogna sempre mettere la componente umana...

Parte con la dovuta lentezza (non si può partire con mostrino che si spazzano malissimo tutto il tempo), ma quando parte davvero (con lo scongelamento di Gidorah) si da il via a una sequenza titanica, ben condotta, con una qualità della CGI (chiaramente Gidorah è vero) e un gusto per lo scontro che fa piacere tornare nei Blockbuster e questo sfruttando un personaggio che ho sempre disprezzato (Gidorah, insignificante anche nella serie originale giapponese, malfatto e odioso) riuscendo a farmelo apparire un antagonista credibile e godibile. Encomio totale al Monster design generale, che riesce a dare dignità a tutti (si pensi a Rodan, pterodattilo goffo in Giappone, qui uccello di fuoco dall'indubbia potenza).

Il problema non è il voler fare un film di mostri con molti mostri (pure troppi) con Mothra come deus ex machina tanto credibile (come lottatore) quanto efficace (poco), il problema è mischiare la volontà di titanismo con i problemvucoli umani. Ormai non è più un mostro che attacca New York (o Tokyo), ma un dramma planetario che comprende gli esseri umani solo in parte e confondere il tutto con i piccoli drammi personali che dovrebbero essere più empatizzanti dei drammi su ampia scala, ma che nei fatti allunga il brodo in maniera inutile e imbarazzante (la ricerca di Godzilla negli abissi....) quando sarebbe bastata la componente di dramma complessivo. Se a questo si aggiunge un cast estremamente nutrito a cui dare spazio e una scrittura dei personaggi obiettivamente malfatta (che tristezza vedere Watanabe ridotto così male) l'effetto finale è un'agonia per lo spettatore (quanto meno per me).

Tanto è stato folgorante il primo film, tanto è ignominioso questo secondo capitolo. Devo ancora vedere il film su King Kong su cui le aspettative sono ancora alte e rimango in tiepida attesa del seguito dei due.

PS: non sto qui a dare tutta la responsabilità al cambio di regia, nel primo film Edwards, qui Dougherty; perché il primo aveva dimostrato una padronanza dell'azione del contesto invidiabili, quest'altro invece... non lo conosco. I problemi comunque sono evidentemente (anche) nella scrittura che azzoppa la storia...

PPS: ma che cast enorme di ripescaggi dal cestone delle serie tv?! però, fra scelte ovvie perché bankable, altre giuste per carattere, altre no e basta, almeno c'è Vera Farmiga che rende migliori le mie giornate.

lunedì 5 marzo 2018

La forma dell'acqua. The shape of water - Guillermo Del Toro (2017)

(The shape of water)

Visto al cinema.

Una donna delle pulizie muta che lavora per un'agenzia governativa americana scopre che l'ultima ricerca riguarda una creatura acquatica con cui entra in contatto. Il feeling è reciproco e dal rapporto nascerà l'amore e... la disobbedienza civile con il tentativo di fuga e la liberazione del mostro.

Una favola dark come ci ha abituati Del Toro con una preponderante iniezione timburtiana con il concetto che i mostri non sono i freak, ma le persone normali (qui il vero mostro è "l'uomo del futuro" che guida cadillac e mangia gelatina verde) e in cui la galleria di outsider non è legata all'adolescenza o alla mostruosità, ma alla condizione sociale (sono gli anni '60), quindi il gruppo di fenomeni da baraccone non comprende veri e propri freak, ma i dimenticati dal racconto dell'america wasp, come gli omosessuali, i neri o i russi (quelli che non si allineano, pure loro, alle logiche della politica).
La fotografia affidata all'uomo che curò quella di "Amelié" (e qui ci si avvicina molto per intensità dei colri, ma si discosta per l'uso estremo del verde in ogni sua variazione) traccia un ulteriore parallelismo fra il mondo favoloso alla francese e quello americano, in quest'ultimo la fuga dalla realtà è data dal cinema, che permette agli amanti di ballare, ai muti di cantare e a chiunque di distrarsi dalle brutture del mondo o, almeno, comunicare.

La trama è semplice, ma non semplicistica. Il vero difetto di questo film è lo scarso coinvolgimento. Tutto è perfetto (il finale consolatorio, ma in maniera originale finalmente non delude) e ben curato, con una regia che fa i salti mortali pur senza dare troppo nell'occhio; tuttavia le emozioni autentiche e non pretese sono poche.
Il film si riassume nel personaggio della Spencer, coprotagonista effettivo assieme a quello di Jenkins, caratterizzata il più possibile, presente nei twist più importanti, ma totalmente insignificante (nella fuga si mette in mezzo per fermarla e poi non aggiunge nulla, viene interrogata su quanto successo, ma saranno altri a fare i delatori, porta la polizia, ma è chiaramente un deus ex machina che avrebbe potuto essere fatto in qualunque altro modo), un magnifico McGuffin, ma niente di piuù, uno splendido guscio vuoto.

lunedì 22 gennaio 2018

Godzilla - Gareth Edwards (2014)

(Id.)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.

In Giappone si risveglia un mostrone gigante ghiotto di energia nucleare; si sposterà verso le Hawai e poi San Francisco per incontrare, a metà strada un altro mostrone, fra i due si insinua Godzilla che vorrebbe risolverla in maniera violenta.
Senza perdere troppo tempo a spiegare la trama diciamo semplicemente che è un film di mostroni e militari.

Il primo film americano su Godzilla, quello del 1998, lo vidi al cinema, ma non me ne rimane una gran memoria. Ricordo solo l'impressione che gli amerigana fecero il loro solito film dove si ditrugge New York, con l'unica, assurda, aggiunta di un mostrone che venica dal Pacifico. Mi piacque abbastanza, ma senza enfasi.
Questo secondo film invece fa un'operazione completamente diversa. Distanziandosi da tutti i film di mostroni americani prende ciò che di meglio e di maggior successo aveva la primissima serie di film di Godzilla: la centralità del mostro, lo scontro fra kaiju, l'interesse focalizzato sugli effetti delle creature sulle città, ma soprattutto un tema di fondo ecologista (qui il nucleare non viene mai colpevolizzato, ma ne esce come problema e non come soluzione pretesa) e un Godzilla come pura forza della natura, senza accezione positiva o negativa se non quella che, di volta in volta gli viene attribuita.
La trama, infatti, si concentra sui kaiju; sulla distruzione che compiono, sulle loro fughe e i loro scontri, l'attesa per vedere ciò che fanno; gli esseri umani rimangono in secondo piano, giochicchiano a fare la guerra senza mai venire a capo del problema, anzi, proponendo soluzioni peggiori del pericolo da cui cercano rifugio. Gli esseri umani, qui, servono solo a rimpinguare la trama, creare empatia (c'è il family drama di default) e permettere a Edwards di far piovere aerei.

Sì, perché Edwards si trova per le mani uno script zeppo di scene piene di azione dal taglio epico e, ovviamente, porta a casa un facile risultato, raddoppiando la sfida (e il godimento per lo spettatore) riempiendo di dinamismo tutte le altre. I momenti di discussione e calcolo dei militari e gli scienziati vengono gestiti con la regia mobile e la frenesia dell'action, specie nella prima mezzora tutta concentrata sulla mitopoiesi.
Ciò che più impressione è l'incredibile capacità di questo regista di creare immagini: giocando con simboli riconoscibili (di San Francisco, Las Vegas e Honolulu), una tavolozza di colori essenziale (tesa fra lo spettrale grigio azzurro e tutte le variazione dei colori del fuoco), un'ottima gestione del vedo non vedo (buio, nebbia, nuvole, polvere e fumo la fanno da padroni) e una presenza pesante dei suoi 3 mostri, il regista è sempre a cavallo di un enfasi che è a un passo dall'eccesso senza superarlo mai.
Stavo per dimenticare di sottolineare l'amore per la distruzione di questo film che non si riflette mai per un mero spaccare tutto a caso, ma si cerca l'uso più emotivo possibile della pioggia d'aerei, delle navi sollevate o degli tsunami.

In aggiunta, va riconosciuta un disegno ottimale di Godzilla, modernizzato e credibile (ben fatti, ma meno interessanti gli altri mostri, piuttosto banali) e una computer grafica che si merita tutti i fantastilioni di paperdollari che dev'essere costata.

Un film molto bello, il cui unico difetto e di averlo visto in DVD e non al cinema.

mercoledì 25 dicembre 2013

Blue Jasmine - Woody Allen (2013)

(Id.)

Visto al cinema.

Una ricca borghese di New York, moglie di un intrallazzatore d'affare di dubbia legalità che spesso usava il suo nome, crolla, dopo l'arresto del marito. Il figliastro fugge e lei deve recuperare un lavoro e delle relazioni facendosi, intanto, ospitare dalla sorella a San Francisco. La sorellastra ad essere più esatti, una sorellastra di ceto medio/basso e di cui condividono ben poco.

Un film carino... Una storia dal passo classico; il sapore è quello di una tragedia greca, la si vede nel caso come elemento conducente la storia, lo si vede nella follia risolutiva della storia, lo si vede nel dover scontare le pene spesso dovute ad altro. Affascinante inoltre la costante impossibilità di mutare; nessun personaggio evolve e nessun evento (alla fine) subisce una modificazione strutturale. Le vere differenze si vedono solo nel rapporto continuo fra il presente e i flashback. Interessante inoltre il fatto che (nelle scene finali) si capisce chiaramente che le vittime sono le inconsapevoli carnefici e viceversa.
Altro motivo per cui vedere il film (anzi, Il vero motivo per vederlo almeno una volta nella vita) è la perfetta interpretazione della Blanchett; la sua miglior prova e una delle migliori in generale. La Blanchett è un'affascinante borghese piena di stile quando deve esserle; ma è anche una psicotica sfatta e con le occhiaie quando le viene richiesto... Non recita mai, lei è il personaggio che interpreta; credo che sia rimasta sveglia di notte e si sia ubriacata realmente per le scene di follia. Impeccabile.

Purtroppo il film di per se è solo carino... Non c'è ritmo che sostenga il tutto oltre la metà; le scene si dipanano ripetitive, alcune volte completamente inutili, in altri casi semplicemente troppo lunghe. la storia, molto alla Allen, affoga i vari punti di itneresse.