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mercoledì 9 dicembre 2020

The arrival- Desin Villeneuve (2016)

 (Id.)

Visto su Amazon prime.


Gli alieni arrivano sulla terra. Più che pacifici sono silenziosi, se ne stanno sulle loro (inquietanti) astronavi e aspettano. Gli esseri umani tentano di comunicare, ma manca un linguaggio comune che andrà trovato.

Un film di fantascienza con gli alieni che diventa una sorta di thriller linguistico per concludersi con un colpo di scena sul significato della vita che rimette in gioco tutte le immagini viste finora.

Preso da un racconto (fantastico) di Ted Chiang il film ne rielabora la parte concettualmente più impegnativa e meno quella filologica in senso stretto ed è un peccato, ma veniale (odio chi giudica un film per le differenze dal libro, ma con Chiang non sono riuscito a non pensarci tutto il tempo).

Trampolino di lancio per il Villeneuve fantascientifico a cui (sinceramente) non avrei dato due lire, invece il canadese ci sguazza da dio, costruisce tutto il mood sulle immagini ieratiche dai colori cerulei curiosamente degne delle copertine Urania (quelle più serie non quelle cazzare) con venature alla Magritte che dettano il tono di tutto il film e se lo portano sulle spalle anche più della brava e pacata Amy Adams.

Se l'intero film si poggia sul comparto visivo che sostiene il gelido thriller compreso fra linguistica e geopolitca il family drama così come il twist finale riescono a dare ulteriore profondità alla sceneggiatura dando qualcosa che ci si può portare dietro oltre la fine del film. Non ci sarà azione o alieni completamente visibili, ma più di così cosa si può volere?

venerdì 3 novembre 2017

Casa Casinò - Andrew Jay Cohen (2017)

(The house)

Visto in aereo, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una coppia non ha più i soldi per mandare l'amata figlia all'università, decide quindi di aprire un Casinò illegale nella casa di un amico spiantato. Comincerà a essere vissuto da tutta la cittadina, ma sarà anche preso di mira dalla mala e dalla politica.

Alla sua prima prova da regista (in un lungometraggio per il cinema), lo scrittore Andrew Jay Cohen (autore di "Cattivi vicini"), prodotto da Adam McKay (il regista di "Fratellastri a 40 anni", "Ricky Bobby" e "Anchorman") costruisce l'ennesimo film perfetto per Will Ferrell. L'ennesimo film dove l'attore è un adulto piuttosto scemo che reagisce alle sfide della vita in maniera iperbolica ed esagerata e che, con gli adolescenti, condivide il senso di ribellione alla conformità di cui fa parte.
Se un film del genere, nonostante non cambi mai nonostante gli anni passati, sia comunque una rinfrescante boccata di comicità demenziale come fanno ormai in pochi (e questo soprattutto grazie alla capacità e la fisicità di Will Ferrell, che però non è di per sé sufficiente); in questo caso siamo davanti alla migliore delle opere possibili.
A fianco a un tono mutuato dalla tv (per una volta con un'accezione positiva) c'è l'intento di tutte le personalità in gioco di mettere a nudo l'ipocrisia dell'America media, dei vicini di casa, dei parenti, dei politici locali, delle forze dell'ordine e delle famiglie; una sorta di film alla Tim Burton, ma senza mostri e melodrammi. Un'impegno congiunto da parte di tutti che riesce a rendere contemporaneamente critico e divertente un intreccio, paradossale e verosimile un rapporto di forza.
Il tutto unito a un ritmo perfetto che concede diversi momenti di sincero divertimento (non mi capita spesso di ridere sguaiatamente, qui ci sono almeno due sequenze da antologia).

lunedì 1 settembre 2014

The town - Ben Affleck (2010)

(Id.)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un operaio di un quartiere popolare di Boston fa rapine, con grande successo, assieme a quattro sodali; deve però dividere il tutto con uno spacciatore locale per ripulire il denaro sporco. Tutto procede degnamente finché non si innamora di una ragazza rapita come scudo (e poi liberata) dal suo migliore amico (che fa le rapine con lui).

Alla sua seconda regia Ben Affleck sembra delineare uno stile; storie di persone comuni, piccole persone, che si dibattono per una loro piccola grandezza (sulla linea di un Clint Eastwood) con uno stile realista che sembra affiancarsi a quello molto materico di un Nolan (alè, nomoni buttati lì come se niente fosse). Tutto questo mentre fa film cazzuti.

Questo è un film che complessivamente mi è piaciuto meno di Gone baby gone (non c'è il peso specifico del primo film, la concreta veridicità del precedente), ma riesce comunque a realizzare un film asciutto e solido che bilancia bene una parte action, con il dramma gangsteristico con la storia romantica; non fa miracoli, ma lavora benissimo. La presenza di Affleck come protagonista non disturba troppo perché il suo personaggio non è fatto per brillare, è piuttosto banale ed innocuo, ma si circonda di personaggioni da 90 interpretati da attori che ci mettono faccia e corpo. Su tutti regna Renner, per la prima volta perfetto nella parte del tamarro ormai frontalizzato; ma il solito lavoro di casting ci porta ad avere comprimari di livello (su tutti Postlethwaite).
Infine l'estremo realismo della regia e la voglia di mostrare e non solo di raccontare ci regala alcune delle migliori sequenze action degli ultimi anni (sono poche è vero, ma quanto sono belle?). Se la sparatoria finale è emblematica io mi sono innamorato dell'inseguimento tra le stradine di Boston, impeccabile nella tensione, il ritmo, la fantasia, chiarezza.
Bravo Ben Affleck, non impeccabile, ma bravo, continua così che ci regalerai soddisfazioni sempre maggiori.

venerdì 31 gennaio 2014

American hustle, L'apparenza inganna - David O. Russell (2013)

(American hustle)

Visto al cinema.

Due truffatori, amanti; vengono beccati da un poliziotto che offre loro una via di fuga; saranno prosciolti se aiuteranno ad incastrare qualche pezzo grosso. Il piano sembra funzionare, pure troppo, nella rete cadono prima un sindaco, poi diversi senatori, infine pure qualche mafioso di livello... Tuttavia i rapporti fra le varie parti saranno molto complicati.

In primo luogo il trailer è ingannatore; questo non è un film di truffe, leggero e veloce come sembra; al netto del finale (completamente da commedia e che è affetto pure da un'eccessiva fretta) questo è a tutti gli effetti un dramma sceicspiriano sull'inganno e sul dubbio. Una serie di personaggi abbastanza ben delineati (quasi tutti hanno uno spessore qui dentro) si trovano a doversi relazionare fra di loro rimanendo sempre in bilico fra sentimenti spontanei ed il dubbio che chi si ha davanti stia ingannando.
Si insomma, mi aspettavo tutt'altra cosa, ma anche con questo cambio di registro (rispetto a quello che mi aspettavo) il film funziona bene.

In aggiunta c'è pure un insistito inserirsi di scene, idee o semplici dettagli scenici, che buttino improvvisamente il tono verso la farsa (su tutto i capelli dei protagonisti ed i vestiti sono un mezzo diretto per ironizzare mentre si parla seriamente).
In una parola Russell guarda contemporaneamente verso lo Scorsese della mafia d'inizio anni novanta e verso il Soderbergh dei vari Ocean; il problema è che Russell non ha l'energia e la forza di regia di uno Scorsese e neppure uno script abbastanza sbarazzino e piacione di un Soderbergh. Il film funziona, funziona nonostante i tentativi di imitazione del regista e, in certe occasioni, proprio grazie questo guardare altrove.
Un encomio a tutto il cast, un pool di attori che danno il meglio in ogni scena (soprattutto le protagoniste femminili).

domenica 17 ottobre 2010

The hurt locker - Kathryn Bigelow (2008)

(Id.)

Visto in DVD.

I film di guerra mi rompono non poco. Spiace dirlo ma è così. Sono tutti film con le stesse tematiche di fondo, di come la guerra è brutta, di come siamo tutti fratelli e tutti vittime, di come la guerra non risolve ma abbruttisce… vabbè, grazie al c…

La Bigelow però mi porge un’idea nuova. Si ok, la guerra è sempre brutta e abbruttente (Bello il sottotitolo: "maledetto il paese che ha bisogno di eroi"), però c’è anche qualcosa in più… i militari non sono solo vittime come i civili che combattono, sono qualcosa in più… la guerra è una droga, l’adrenalina che circola nei momenti di maggiore pericolo da più dipendenza dell’alcool e della tv… L’idea non solo è buona, ma è pure parte di una storia più ampia, interessante e ben costruita che si fa seguire senza annoiare mai.

Spielberg ci ha insegnato che la camera a mano e tremolante sono il non plus ultra nei film di guerra, che donano quel senso di instabile transitorietà ed insicurezza a tutta la scena, e la Bigelow ringrazia, trasformando i primi minuti di “Salvate il soldato Ryan” in un intero film di due ore, senza mai stancare o essere mai eccessiva. I primi minuti poi sono un capolavoro di tensione. La Bigelow si conferma un genio…

Per carità, il film è duro, ben realizzato e originale il giusto, diciamo che l’oscar ci potrebbe stare, la Bigelow poi come regista se lo merita quantomeno per tutto quello che ha fatto prima quindi ok… ma che sto film mi batta “Bastardi senza gloria” anche nella sezione sceneggiatura mi pare proprio una presa in giro.