(The witches)
Visto su Netflix.
Un ragazzo rimasto orfano viene allevato dalla nonna che gli racconta storie e aneddoti sulle streghe come si trattasse di un corso di sopravvivenza. In ferie sulla costa inglese finiranno nello stesso albergo di un gruppo di donne che si scopriranno essere (rullo di tamburi) delle streghe, con un piano, tanto diabolico quanto inutilmente complicato per sbarazzarsi dei bambini. Trasformato in topo inizierà l'avventura vera.
C'è stato un tempo in cui i film per regazzini non erano accomodanti sugli scopi dei villain e neppure sulla loro estetica, anzi erano apertamente repulsivi; e personalmente ancora rimpiango quel periodo.
Ovviamente il character design non è tutto e una trama tra il dozzinale e il ridicolo affoga fin dall'inizio un film che è si per bambini, ma non per questo dev'essere idiota. C'è poi una vera e proprio mancanza di competenza nella scrittura che si dilunga per oltre la metà con la preparazione degli eventi per lasciare alla parte dell'avventura un minutaggio limitato (serviva un convengo così lungo?).
L'ultima aprte, quella più dinamica rimane godibile e si concede un finalone che riecheggia (per uso degli effetti protesici, delle inquadrature sghembe e delle metamorfosi) "Splatters".
Quello che però più colpisce di un filmetto del genere è la qualità del cast artistico messo in mezzo.
la Zetterling era (ed è) ormai una semisconosciuta, ma la Huston era all'apice, ma soprattutto c'è alla regia un insospettabile Roeg. Irriconoscibile, pagato per mettere il pilota automatico e rimanere il pi possibile lontano dalla sua comfort zone.
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lunedì 8 giugno 2020
lunedì 24 aprile 2017
La signora in bianco - Nicolas Roeg (1985)
(Insignificance)
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.
In un albergo di NEw York si incrociano quattro personaggi (mai chiamati per nome, ma chiaramente sono) Einstein, il senatore McCarthy, Joe DiMaggio e la Monroe. Tutti alla ricerca di qualcosa, tutti attratti da uno degli altri quattro senza che ci sia la corrispondenza desiderata. In una notte si consumeranno, lezioni di fisica, fiolosofeggiamenti, ricordi del passato e violenza.
Al suo settimo film Roeg appare più dimesso. Si confronta con un dramma da camera vero e proprio (è tutto ambientato in camere d'albergo) gestendo una regia sicuramente buona, superiore alla media dei film contemporanei, curata quanto basta, ma inferiore rispetto alle capacità che Roeg ha dimostrato in precedenza.
L'impianto del film è teatrale, cosa che non rappresenta un problema di per sé, ma il risultato rimane troppo teatrale, con personaggi macchiettistici che vorrebbero essere universali pur essendo molto specifici (è per questo che non dichiarano mai il loro nome? no, perché se mette la Monroe con il vestito iconico e Einstein come da foto classiche, perché non chiamarli con il loro nome? pensavano di ingannare? no, perché l'universalità del personaggio è già tradita dal travestimento); il risultato è che i personaggi a fatica riescono a rappresentare sé stessi, figurarsi tutta l'umanità. Quando poi il film punta sull'allegoria spinta sfocia nel fastidioso (su tutto l'insistito uso dei flashback che dovrebbe dare più significato ai comportamenti dei personaggi).
Il massimo dei complimenti lo può ricevere il tentativo di crare qualche bella immagine, ma l'unica che mi sia rimasta in emnte è quella (brevissima) di Marilyn Monroe con la gonna in fiamme.
In definitiva un film verboso piuttosto godibile, ma che non va da nessuna parte.
PS: Theresa Russell è bellissima, ma non ha niente della Monroe e per assomigliarle deve usare tutti i tic eccessivamente didascalici che la contraddistinguono.
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.
In un albergo di NEw York si incrociano quattro personaggi (mai chiamati per nome, ma chiaramente sono) Einstein, il senatore McCarthy, Joe DiMaggio e la Monroe. Tutti alla ricerca di qualcosa, tutti attratti da uno degli altri quattro senza che ci sia la corrispondenza desiderata. In una notte si consumeranno, lezioni di fisica, fiolosofeggiamenti, ricordi del passato e violenza.
Al suo settimo film Roeg appare più dimesso. Si confronta con un dramma da camera vero e proprio (è tutto ambientato in camere d'albergo) gestendo una regia sicuramente buona, superiore alla media dei film contemporanei, curata quanto basta, ma inferiore rispetto alle capacità che Roeg ha dimostrato in precedenza.
L'impianto del film è teatrale, cosa che non rappresenta un problema di per sé, ma il risultato rimane troppo teatrale, con personaggi macchiettistici che vorrebbero essere universali pur essendo molto specifici (è per questo che non dichiarano mai il loro nome? no, perché se mette la Monroe con il vestito iconico e Einstein come da foto classiche, perché non chiamarli con il loro nome? pensavano di ingannare? no, perché l'universalità del personaggio è già tradita dal travestimento); il risultato è che i personaggi a fatica riescono a rappresentare sé stessi, figurarsi tutta l'umanità. Quando poi il film punta sull'allegoria spinta sfocia nel fastidioso (su tutto l'insistito uso dei flashback che dovrebbe dare più significato ai comportamenti dei personaggi).
Il massimo dei complimenti lo può ricevere il tentativo di crare qualche bella immagine, ma l'unica che mi sia rimasta in emnte è quella (brevissima) di Marilyn Monroe con la gonna in fiamme.
In definitiva un film verboso piuttosto godibile, ma che non va da nessuna parte.
PS: Theresa Russell è bellissima, ma non ha niente della Monroe e per assomigliarle deve usare tutti i tic eccessivamente didascalici che la contraddistinguono.
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mercoledì 25 maggio 2016
Il lenzuolo viola - Nicolas Roeg (1980)
(Bad timing)
Visto in DVD.
Un professore di psicanalisi di Vienna intrecci una relazione con una donna fuggita dall'Europa orientale. Il rapporto idilliaco devia continuamene verso l'idiosincrasia (i due amanti sono diversi in maniera abissale) e la paranoia continuamente; si arriverà (ma è la sequenza iniziale) a un tentativo di suicidio della ragazza... un tentativo piuttosto dubbio. A tirare le fila di un rapporto ingarbugliato sarà un ispettore di polizia.
Film atipico (ovviamente di un genere sempre diverso dai precedenti di Roeg), l'anatomia di un rapporto di coppia disfunzionale con la lente d'ingrandimento dell'indagine appena velata di thriller. Un film molto austero e completamente calato nell'ambiente in cui è ambientato; è estremamente elegante come lo è Vienna ed è estremamente geometrico (per costruzione della storia e delle psicologie, ma anche per regia e montaggio) come lo sono i secessionisti austriaci (citati in apertura di film).
La regia di Roeg è, come sempre, interessante; molti zoom; inquadrature da diversi punti anche nei più normali campi e contro campi; utilizzo utilitaristico della messa a fuoco con pan focus, o personaggi isolati in contesti sociali con sfocature enormi del secondo piano. Ma soprattutto, come sempre, Roeg gioca di montaggio e ci gioca da dio; cambiando punto di vista repentinamente, ma soprattutto con un montaggio alternato continuo fra l’indagine e le cure alla protagonista facendo interagire le scene (nonostante la distanza temporale) o affiancandole per similitudine.
Ottime anche le musiche, calzanti e ben modulate.
Garfunkel (che non amo molto) è piuttosto anonimo, ma risulta sempre in parte e porta a casa un buon lavoro; Theresa Russell (mai così bella) è bravissima e rende perfettamente il personaggio più importante.
Purtroppo non è un film che suggerirei a chiunque; troppo austero e distante, una durata che affossa l'interesse iniziale e una seconda parte che sfilaccia la storia imbastita in precedenza dura troppo e nella seconda parte si sfilaccia
Visto in DVD.
Un professore di psicanalisi di Vienna intrecci una relazione con una donna fuggita dall'Europa orientale. Il rapporto idilliaco devia continuamene verso l'idiosincrasia (i due amanti sono diversi in maniera abissale) e la paranoia continuamente; si arriverà (ma è la sequenza iniziale) a un tentativo di suicidio della ragazza... un tentativo piuttosto dubbio. A tirare le fila di un rapporto ingarbugliato sarà un ispettore di polizia.
Film atipico (ovviamente di un genere sempre diverso dai precedenti di Roeg), l'anatomia di un rapporto di coppia disfunzionale con la lente d'ingrandimento dell'indagine appena velata di thriller. Un film molto austero e completamente calato nell'ambiente in cui è ambientato; è estremamente elegante come lo è Vienna ed è estremamente geometrico (per costruzione della storia e delle psicologie, ma anche per regia e montaggio) come lo sono i secessionisti austriaci (citati in apertura di film).
La regia di Roeg è, come sempre, interessante; molti zoom; inquadrature da diversi punti anche nei più normali campi e contro campi; utilizzo utilitaristico della messa a fuoco con pan focus, o personaggi isolati in contesti sociali con sfocature enormi del secondo piano. Ma soprattutto, come sempre, Roeg gioca di montaggio e ci gioca da dio; cambiando punto di vista repentinamente, ma soprattutto con un montaggio alternato continuo fra l’indagine e le cure alla protagonista facendo interagire le scene (nonostante la distanza temporale) o affiancandole per similitudine.
Ottime anche le musiche, calzanti e ben modulate.
Garfunkel (che non amo molto) è piuttosto anonimo, ma risulta sempre in parte e porta a casa un buon lavoro; Theresa Russell (mai così bella) è bravissima e rende perfettamente il personaggio più importante.
Purtroppo non è un film che suggerirei a chiunque; troppo austero e distante, una durata che affossa l'interesse iniziale e una seconda parte che sfilaccia la storia imbastita in precedenza dura troppo e nella seconda parte si sfilaccia
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mercoledì 13 gennaio 2016
L'uomo che cadde sulla Terra - Nicolas Roeg (1976)
(The man who fell to Earth)
Visto in Dvx.
Un alieno viene sulla terra alla ricerca di energia, ovviamente va direttamente negli USA dove sa di trovare soldi e mezzi; però per non farsi riconoscere come extraterrestre si fa passare per inglese. Negli USA tirerà fuori 9 brevetti rivoluzionari che gli garantiranno i mezzi economici necessari. Mentre si troverà sulla Terra intreccerà rapporti di lavoro, avventure sentimentali finché non sarà scoperto; a quel punti diverrà il centro dell'interesse della scienza che gli causerà danni irreversibili (incollandogli addosso le lenti a contatto che nascondono i suoi occhi felini). Rimarrà bloccato sulla Terra per sempre impossibilitato nell'avere informazioni circa la sua famiglia e il suo pianeta.
Quarto film di Roeg dopo "Sadismo", "Walkabout" e "Don't look now"; quello che trovo più affascinante di questo regista è il cambio così radicale di genere fra i suoi film pur mantenendo un'impronta personale riconoscibilissima. Al solito infatti c'è una regia dinamica e fantasiosa, macchina da presa mobile con alcune brevi soggettive e, ancora una volta, un montaggio alternato usato in maniera significativa (ancora un rapporto sessuale come nel film precedente, ma qui sembra più una lotta e viene affiancato a uno spettacolo di spada giapponese; buono, ma non affascinante come l'altro) e un ottimo uso della musica (c'è anche David Bowie che ascolta una sua canzone).
la struttura del film inizia bene, saltando tutti i preamboli e arrivando direttamente nel centro della vicenda; purtroppo però sembra che il film apprezzi troppo l'idea di base del film e se la gode senza portarla mai avanti, senza dargli mordente o l'empatia necessaria, anzi si dilunga annacquandola e diventando decisamente noioso nella seconda parte. Curiosamente riesce molto efficacemente a costruire un ambiente americano affascinante, dai colori caldi e dalla tendenza straniante, fallendo invece in maniera completa nei flashback che mostrano un mondo alieno molto anni '70 e molto ridicolo.
Il film di per se diventa rapidamente fastidioso, ma ha due assi nella manica.
Il primo è la presenza di Farnsworth, il personaggio a cui i creatori di Futurama si sono palesemente ispirato per l'omonimo professore.
Ma il vero colpo di genio è aver scritturato David Bowie, ovvero aver scelto un alieno per interpretare la parte dell'alieno (ce ne sono stati pochi adatti a interpretare una parte del genere, giusto lui, Michael Jackson e Christopher Walken; gli unici alieni riconoscibili da chiunque), perfetto, inquietante e distante il giusto, dolente e spaesato in maniera impeccabile.
Visto in Dvx.
Un alieno viene sulla terra alla ricerca di energia, ovviamente va direttamente negli USA dove sa di trovare soldi e mezzi; però per non farsi riconoscere come extraterrestre si fa passare per inglese. Negli USA tirerà fuori 9 brevetti rivoluzionari che gli garantiranno i mezzi economici necessari. Mentre si troverà sulla Terra intreccerà rapporti di lavoro, avventure sentimentali finché non sarà scoperto; a quel punti diverrà il centro dell'interesse della scienza che gli causerà danni irreversibili (incollandogli addosso le lenti a contatto che nascondono i suoi occhi felini). Rimarrà bloccato sulla Terra per sempre impossibilitato nell'avere informazioni circa la sua famiglia e il suo pianeta.
Quarto film di Roeg dopo "Sadismo", "Walkabout" e "Don't look now"; quello che trovo più affascinante di questo regista è il cambio così radicale di genere fra i suoi film pur mantenendo un'impronta personale riconoscibilissima. Al solito infatti c'è una regia dinamica e fantasiosa, macchina da presa mobile con alcune brevi soggettive e, ancora una volta, un montaggio alternato usato in maniera significativa (ancora un rapporto sessuale come nel film precedente, ma qui sembra più una lotta e viene affiancato a uno spettacolo di spada giapponese; buono, ma non affascinante come l'altro) e un ottimo uso della musica (c'è anche David Bowie che ascolta una sua canzone).
la struttura del film inizia bene, saltando tutti i preamboli e arrivando direttamente nel centro della vicenda; purtroppo però sembra che il film apprezzi troppo l'idea di base del film e se la gode senza portarla mai avanti, senza dargli mordente o l'empatia necessaria, anzi si dilunga annacquandola e diventando decisamente noioso nella seconda parte. Curiosamente riesce molto efficacemente a costruire un ambiente americano affascinante, dai colori caldi e dalla tendenza straniante, fallendo invece in maniera completa nei flashback che mostrano un mondo alieno molto anni '70 e molto ridicolo.
Il film di per se diventa rapidamente fastidioso, ma ha due assi nella manica.
Il primo è la presenza di Farnsworth, il personaggio a cui i creatori di Futurama si sono palesemente ispirato per l'omonimo professore.
Ma il vero colpo di genio è aver scritturato David Bowie, ovvero aver scelto un alieno per interpretare la parte dell'alieno (ce ne sono stati pochi adatti a interpretare una parte del genere, giusto lui, Michael Jackson e Christopher Walken; gli unici alieni riconoscibili da chiunque), perfetto, inquietante e distante il giusto, dolente e spaesato in maniera impeccabile.
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venerdì 19 giugno 2015
Sadismo - Donald Cammell, Nicolas Roeg (1970)
(Performance)
Visto in Dvx.
Il tirapiedi di un gangster si trova nell'imbarazzante situazione di doversi nascondere sia dai suoi ex colleghi sia dalla polizia; in attesa di lasciare l'Inghilterra si nasconde nello scantinato di una casa dove si fa passare per un prestigiatore, peccato che in quella casa ci sia un threesome hippie e che a capo del gruppo ci sia Mick Jagger.
Opera prima dell'allora direttore della fotografia Roeg che si dimostra subito essere portato per la regia. Dato il periodo buono per le sperimentazioni eccessive e data la storia ci da dentro con primi piani, dettagli (anche inutili), inquadrature ricercate, uso di lenti deformanti e qualche viraggio di colore. Ma gioca in maniera efficace con il montaggio; un montaggio che si muove al ritmo dei dialoghi o che lavora di alternato (in maniera meno raffinata delle bellissime scene di "A Venezia...), ma in maniera altrettanto efficace) affiancando scene cronologicamente una di seguito all'altra o mostrando sequenze in parallelo o facendo vedere in contemporanea quello che succede dentro e fuori una stanza (unendo scene che non aumentano per forza il significato l'una dell'altra, ma ampliando sempre il mood); in alcuni momenti inoltre il montaggio parallelo o alternato spiega i dettagli inquadrati più dei dialoghi (si pensi alla scena della colluttazione dove il rosso sul muro è vernice). Tutta la prima parte è un florilegio di sequenze da applausi condotte in maniera sperimentale, ma con mano sicura, con una galleria di personaggi (forse banale, ma) ben realizzati; tutta questa parte, per argomento trattato e e per libertà espressiva mi ha ricordato alcuni film di Fukasaku.
La seconda parte, quella dell'incontro fra Fox e Jagger, quella dove esplode il tema del doppio e della trasformazione, quella dove si trova il cuore vero del film... beh quella è per me la aprte meno interessante. L'inventiva c'è comunque (si pensi alla fusione dei volti dei due protagonisti che sostituisce il più consono campo-contro campo), ma il ritmo rallenta bruscamente, la trama si fa più intellettuale e la regia deve adeguarsi, diminuendo d'interesse. C'è meno montaggio, più movimenti di macchina e sovrapposizioni.
Incredibile l'androginia di un Jagger che non avrei mai pensato di vedere così (il Jagger che conosco, quello post anni '90 è molto diverso).
PS: si non ho mai citato Cammell, l'altro regista; sinceramente non lo conosco, dopo questo film ha lavorato poco e senza altri picchi, inoltre molte delle idee messe in campo si trovano nelle opere successive di Roeg, quindi mi sento quasi autorizzato a marginalizzarlo.
Visto in Dvx.
Il tirapiedi di un gangster si trova nell'imbarazzante situazione di doversi nascondere sia dai suoi ex colleghi sia dalla polizia; in attesa di lasciare l'Inghilterra si nasconde nello scantinato di una casa dove si fa passare per un prestigiatore, peccato che in quella casa ci sia un threesome hippie e che a capo del gruppo ci sia Mick Jagger.
Opera prima dell'allora direttore della fotografia Roeg che si dimostra subito essere portato per la regia. Dato il periodo buono per le sperimentazioni eccessive e data la storia ci da dentro con primi piani, dettagli (anche inutili), inquadrature ricercate, uso di lenti deformanti e qualche viraggio di colore. Ma gioca in maniera efficace con il montaggio; un montaggio che si muove al ritmo dei dialoghi o che lavora di alternato (in maniera meno raffinata delle bellissime scene di "A Venezia...), ma in maniera altrettanto efficace) affiancando scene cronologicamente una di seguito all'altra o mostrando sequenze in parallelo o facendo vedere in contemporanea quello che succede dentro e fuori una stanza (unendo scene che non aumentano per forza il significato l'una dell'altra, ma ampliando sempre il mood); in alcuni momenti inoltre il montaggio parallelo o alternato spiega i dettagli inquadrati più dei dialoghi (si pensi alla scena della colluttazione dove il rosso sul muro è vernice). Tutta la prima parte è un florilegio di sequenze da applausi condotte in maniera sperimentale, ma con mano sicura, con una galleria di personaggi (forse banale, ma) ben realizzati; tutta questa parte, per argomento trattato e e per libertà espressiva mi ha ricordato alcuni film di Fukasaku.
La seconda parte, quella dell'incontro fra Fox e Jagger, quella dove esplode il tema del doppio e della trasformazione, quella dove si trova il cuore vero del film... beh quella è per me la aprte meno interessante. L'inventiva c'è comunque (si pensi alla fusione dei volti dei due protagonisti che sostituisce il più consono campo-contro campo), ma il ritmo rallenta bruscamente, la trama si fa più intellettuale e la regia deve adeguarsi, diminuendo d'interesse. C'è meno montaggio, più movimenti di macchina e sovrapposizioni.
Incredibile l'androginia di un Jagger che non avrei mai pensato di vedere così (il Jagger che conosco, quello post anni '90 è molto diverso).
PS: si non ho mai citato Cammell, l'altro regista; sinceramente non lo conosco, dopo questo film ha lavorato poco e senza altri picchi, inoltre molte delle idee messe in campo si trovano nelle opere successive di Roeg, quindi mi sento quasi autorizzato a marginalizzarlo.
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venerdì 10 aprile 2015
A Venezia... un dicembre rosso shocking - Nicolas Roeg (1973)
(Don't look now)
Visto in Dvx.
Una coppia inglese perde la figlia in uno sfortunato incidente per dimenticare mollano l'altro figlio in un collegio e se ne vanno a Venezia dove lui lavorerà alla ristrutturazione di una chiesa. Durante la permanenza incontrano una coppia di vecchiette abbastanza creepy che li avvertono (avendo loro poteri parapsicologici) che se rimarranno in laguna rischieranno la loro vita.
Roeg torna alla regia dopo il precedente "Walkabout", se il film precedente era un intenso lavoro di regia che però esprimeva il meglio di sé nell'accumulo di immagini; qui il film da il meglio di sé nel montaggio. Certo ci sono delle belle scene (purtroppo la fotografia è ancora quella esteticamente brutta tipica degli anni '70), ma il lavoro di montaggio è impressionante, ci sono molti montaggi paralleli che danno significato alle scene affiancate (quello iniziale tra indoor e outdoor durante l'incidente della bambina; o quello del rapporto sessuale tra i coniugi affiancato ai due che si vestono per uscire); nelle scene di maggior tensione invece il montaggio si fa rapido e/o sovrappone immagini inutili che però rendono il mood della scena (si pensi alle prime scene in cui compare il vescovo in cui il suo vestito nero la fa da padrone o in cui la croce appesa al collo viene nascosta dal soprabito).
ottimi gli attori che rendono bene i sentimenti in gioco e magnifica la location veneziana sfruttata più per le sue nebbie, la sua umidità, le sue ombre e la sua marcescenza; nel finale poi viene sfrutta bene il dedalo delle calli, la nebbia e i suoni (gli echi e il rimbombare dei passi).
Se però ci si aspetta un thriller mozzafiato o un horror gotico si ha sbagliato tutto. Pur avendo caratteristiche di entrambi, questo è e rimane un dramma famigliare, con una spruzzata di soprannaturale e dei personaggi che starebbero bene anche in un film di possessione diabolica. Di fatto però le parti meno riuscite (secondo me) sono quelle più schiettamente di genere, mentre invece quando il film rimane sul dramma della coppia riesce a rendere un senso di morte aleggiante e di perturbante che è la vera bellezza del film.
PS: titolo originale bello, ma non ben calzato; titolo italiano cazzaro.
Visto in Dvx.
Una coppia inglese perde la figlia in uno sfortunato incidente per dimenticare mollano l'altro figlio in un collegio e se ne vanno a Venezia dove lui lavorerà alla ristrutturazione di una chiesa. Durante la permanenza incontrano una coppia di vecchiette abbastanza creepy che li avvertono (avendo loro poteri parapsicologici) che se rimarranno in laguna rischieranno la loro vita.
Roeg torna alla regia dopo il precedente "Walkabout", se il film precedente era un intenso lavoro di regia che però esprimeva il meglio di sé nell'accumulo di immagini; qui il film da il meglio di sé nel montaggio. Certo ci sono delle belle scene (purtroppo la fotografia è ancora quella esteticamente brutta tipica degli anni '70), ma il lavoro di montaggio è impressionante, ci sono molti montaggi paralleli che danno significato alle scene affiancate (quello iniziale tra indoor e outdoor durante l'incidente della bambina; o quello del rapporto sessuale tra i coniugi affiancato ai due che si vestono per uscire); nelle scene di maggior tensione invece il montaggio si fa rapido e/o sovrappone immagini inutili che però rendono il mood della scena (si pensi alle prime scene in cui compare il vescovo in cui il suo vestito nero la fa da padrone o in cui la croce appesa al collo viene nascosta dal soprabito).
ottimi gli attori che rendono bene i sentimenti in gioco e magnifica la location veneziana sfruttata più per le sue nebbie, la sua umidità, le sue ombre e la sua marcescenza; nel finale poi viene sfrutta bene il dedalo delle calli, la nebbia e i suoni (gli echi e il rimbombare dei passi).
Se però ci si aspetta un thriller mozzafiato o un horror gotico si ha sbagliato tutto. Pur avendo caratteristiche di entrambi, questo è e rimane un dramma famigliare, con una spruzzata di soprannaturale e dei personaggi che starebbero bene anche in un film di possessione diabolica. Di fatto però le parti meno riuscite (secondo me) sono quelle più schiettamente di genere, mentre invece quando il film rimane sul dramma della coppia riesce a rendere un senso di morte aleggiante e di perturbante che è la vera bellezza del film.
PS: titolo originale bello, ma non ben calzato; titolo italiano cazzaro.
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Thriller
mercoledì 2 novembre 2011
L'inizio del cammino - Nicolas Roeg (1971)
(Walkabout)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
Una ragazza ed il suo fratellino si ritrovano perduti n mezzo al deserto australiano a causa della follia del padre. Dopo una stentata sopravvivenza di qualche giorno incontreranno un giovane aborigeno, senza avere modo di comunicare verbalmente i 3 si metteranno in cammino insieme condividendo tutto.
Un film più sulla comunicazione ed i rapporti tra persone al netto delle sovrastrutture sociali (rappresentate dall’onnipresente rumore di fondo delle trasmissioni radiofoniche) realizzato con un gusto dell’immagine molto anni ’70 ma ancora efficace, con montaggio serrato, dettagli, fermo immagini (inutili), grandangoli e montaggio intellettuale, oltre ad un vero impegno nel descrivere lo scenario australiano ed un maniacale intento programmatico nel mostrare la fauna locale.
Il film non è esattamente un capolavoro, voglio dire, non intrattiene con spensieratezza, ma neppure risulta eccessivamente noioso. Senza che succeda molto si fa seguire senza troppi intoppi… direi che ridefinisce il concetto di noia…
Roeg dal canto suo si impegna a rendere immagini gratificanti in ogni scena, ma non è che in questo riesca molto; il suo vero successo non è quello di riuscire a comunicare con le inquadrature (il film ha pochissimi dialoghi, per lo più inutili), con le single immagini, ma parla attraverso l’accumulo di immagini. Il susseguirsi di paesaggi e animali, di dettagli dei corpi e inquadrature del sole acquisiscono un significato per il reiterarsi in rapporto con il trio di protagonisti.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
Una ragazza ed il suo fratellino si ritrovano perduti n mezzo al deserto australiano a causa della follia del padre. Dopo una stentata sopravvivenza di qualche giorno incontreranno un giovane aborigeno, senza avere modo di comunicare verbalmente i 3 si metteranno in cammino insieme condividendo tutto.
Un film più sulla comunicazione ed i rapporti tra persone al netto delle sovrastrutture sociali (rappresentate dall’onnipresente rumore di fondo delle trasmissioni radiofoniche) realizzato con un gusto dell’immagine molto anni ’70 ma ancora efficace, con montaggio serrato, dettagli, fermo immagini (inutili), grandangoli e montaggio intellettuale, oltre ad un vero impegno nel descrivere lo scenario australiano ed un maniacale intento programmatico nel mostrare la fauna locale.
Il film non è esattamente un capolavoro, voglio dire, non intrattiene con spensieratezza, ma neppure risulta eccessivamente noioso. Senza che succeda molto si fa seguire senza troppi intoppi… direi che ridefinisce il concetto di noia…
Roeg dal canto suo si impegna a rendere immagini gratificanti in ogni scena, ma non è che in questo riesca molto; il suo vero successo non è quello di riuscire a comunicare con le inquadrature (il film ha pochissimi dialoghi, per lo più inutili), con le single immagini, ma parla attraverso l’accumulo di immagini. Il susseguirsi di paesaggi e animali, di dettagli dei corpi e inquadrature del sole acquisiscono un significato per il reiterarsi in rapporto con il trio di protagonisti.
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