(She hates me)
Visto in Dvx.
Un impiegato di un'industria farmaceutica viene licenziato per uno scandalo; per sopravvivere si vedrà costretto a vendere il proprio seme... facendo sesso con donne lesbiche con intenti materni... tutto questo è un progetto della sua ex quasi moglie che l'ha lasciato dopo aver scoperto la propria omosessualità. Naturalmente troverà anche il tempo per portare in tribunale la sua ex ditta perché tutti sapevano che erano cattivi, ma nessuno li ha fermati.
Terribile film di Spike Lee (ma dopo i primi anni '90 ne ha imbroccati davvero pochi) che, come spesso, latita completamente nella sceneggiatura non sapendo che cosa vuol essere.
Potrebbe essere una commedia romantica, ma non ne ha il tono complessivo, è troppo ingarbugliata, e la parte più onestamente da commedia si perde nel sociale; potrebbe essere un drammetto sulla crisi, ma non ne ha il piglio troppo sopra le righe e i continui cambi di tono; potrebbe essere un film di denuncia (sic), ma relega questa parte a un finalino striminzito attaccato al resto del film con la colla.
Sembra che Lee avesse in mente una commedia, ma che dovesse a tutti i costi metterci un contesto sociale altrimenti non avrebbe tollerato di riderne e che all'ultimo abbia pensato di essere come Oliver Stone e doverci mettere un poco di Watergate. Il risultato finale è imbarazzante.
Su tutto questo non intendo commentare il punto più alto (la regia e la fotografia sempre ottime con picchi davvero eccellenti) o quello più basso (il siparietto indecente di una delle Bellucci peggiori che riesce a trascinare nel ridicolo anche Turturro) perché l'esito del film si gioca su tutto il resto.
PS: e neanche sono stato lì a parlare dell'uso imbarazzante dell'imbarazzante CGI.
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mercoledì 30 maggio 2018
lunedì 22 maggio 2017
Jungle fever - Spike Lee (1991)
(Id.)
Visto in Dvx.
Un architetto (mi pare...) si innamora della sua segretaria e inizia una relazione che lo porterà ad allontanarsi dalla moglie (con la quale era felicemente sposato)... storia banale se non fosse che lui è nero e lei italoamericana. Un problema per la New York dell'epoca. I rispettivi ambienti sociali reagiranno alla cosa, per lo più in maniera violenta o scomposta fino a influire sulla relazione; fra i due si insinuerà il dubbio di un problema razziale anche all'interno della coppia.
Tagliamo la testa al toro; nell'Italia d'inizio anni '90 il milkshake era un concetto inesistente ed è stato, assurdamente, modificato in zabaione... come se si potesse realmente bere 4-5 bicchieri da litro di zabaione.
Detto ciò il film è abbastanza nettamente diviso in tre parti. Quella ambientata ad Harlem è una commedia upper class molto chiacchierata, una sorta di Woody Allen con meno ironia; quella nel quartiere italoamericano è un dramma familiare di tutti i personaggi; a questi due emisferi si insinua fino a diventare preponderante nel finale il dramma sociale sulla tossicodipendenza.
L'idea meglio gestita è quella di mostrare il razzismo delle due comunità, vive di pregiudizi ognuno nei confronti degli altri, ma anche il pregiudizio interno rivolto a chi tradisce, alle varie gradazioni di carnagione o quello fra i generi. i caratteri descritti sono piuttosto luogocomunisti ed esagerate, ma l'effetto finale è buono.
Quello che sfugge è la necessità d inserire, non una, ma due storie; quella dell'amico della protagonista (il cui padre è interpretato da un Anthony Quinn vestito esattamente come mio nonno) e quella del fratello del protagonista che introduce la questione della droga. Quest'ultimo è chiaramente una sorta di necessità morale di Spike Lee, vista l'emergenza sociale dell'epoca; ma entrambe queste storie non fanno altro che rendere dispersivo il film e allungare in maniera artificiale una trama indipendente, dando il là a un finale obiettivamente brutto.
La regia è ottima e più rilassata del solito anche se piena di carrelli circolari, macchina da presa che pedina i personaggi e, per la prima volta, il personaggio che si muove di concerto con la macchina da presa entrambi posti sullo stesso carrello (cifra stilistica di Lee, qui utilizzata in mnaiera lenta e delicata con un effetto straniante particolare).
Il cast all'altezza da il destro a un grandissimo Snipes (attore che di solito fatico a sopportare), ma soprattutto permette a Jackson di dare vita a quella che, credo, possa essere considerata la sua migliore interpretazione.
Visto in Dvx.
Un architetto (mi pare...) si innamora della sua segretaria e inizia una relazione che lo porterà ad allontanarsi dalla moglie (con la quale era felicemente sposato)... storia banale se non fosse che lui è nero e lei italoamericana. Un problema per la New York dell'epoca. I rispettivi ambienti sociali reagiranno alla cosa, per lo più in maniera violenta o scomposta fino a influire sulla relazione; fra i due si insinuerà il dubbio di un problema razziale anche all'interno della coppia.
Tagliamo la testa al toro; nell'Italia d'inizio anni '90 il milkshake era un concetto inesistente ed è stato, assurdamente, modificato in zabaione... come se si potesse realmente bere 4-5 bicchieri da litro di zabaione.
Detto ciò il film è abbastanza nettamente diviso in tre parti. Quella ambientata ad Harlem è una commedia upper class molto chiacchierata, una sorta di Woody Allen con meno ironia; quella nel quartiere italoamericano è un dramma familiare di tutti i personaggi; a questi due emisferi si insinua fino a diventare preponderante nel finale il dramma sociale sulla tossicodipendenza.
L'idea meglio gestita è quella di mostrare il razzismo delle due comunità, vive di pregiudizi ognuno nei confronti degli altri, ma anche il pregiudizio interno rivolto a chi tradisce, alle varie gradazioni di carnagione o quello fra i generi. i caratteri descritti sono piuttosto luogocomunisti ed esagerate, ma l'effetto finale è buono.
Quello che sfugge è la necessità d inserire, non una, ma due storie; quella dell'amico della protagonista (il cui padre è interpretato da un Anthony Quinn vestito esattamente come mio nonno) e quella del fratello del protagonista che introduce la questione della droga. Quest'ultimo è chiaramente una sorta di necessità morale di Spike Lee, vista l'emergenza sociale dell'epoca; ma entrambe queste storie non fanno altro che rendere dispersivo il film e allungare in maniera artificiale una trama indipendente, dando il là a un finale obiettivamente brutto.
La regia è ottima e più rilassata del solito anche se piena di carrelli circolari, macchina da presa che pedina i personaggi e, per la prima volta, il personaggio che si muove di concerto con la macchina da presa entrambi posti sullo stesso carrello (cifra stilistica di Lee, qui utilizzata in mnaiera lenta e delicata con un effetto straniante particolare).
Il cast all'altezza da il destro a un grandissimo Snipes (attore che di solito fatico a sopportare), ma soprattutto permette a Jackson di dare vita a quella che, credo, possa essere considerata la sua migliore interpretazione.
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mercoledì 15 maggio 2013
Bubba Ho-tep, Il re è qui - Don Coscarelli (2002)
(Bubba Ho-tep)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Elvis non è morto, si sa. Quello che
non si sa è che si trova rinchiuso in una casa di riposo in texas dopo uno scambio
d’identità che gli è costata la fama. Li dentro, lontano da droghe, donne e
famiglia si ritrova a dover fare i conti con se stesso e con ciò che ha fatto
della sua vita, mentre si intrattiene con alcuni (pochi) amici non dementi.
Tutto sembra ormai destinato ad un lento declino, fino a quando una serie di
strane morti si diffondono nell'ospizio; che centri forse la mummia di un
faraone?.... ovvio!
Filmo culto dl regista di culto Don Coscarelli, basato su un racconto dello scrittore di culto Joe Lansdale e con
protagonista Bruce Campbell (che non dico essere un attore di culto, perché,
almeno lui, dovrebbe essere comunemente adorato da tutti).
Un film cazzaro che non vuole
raccontare niente di più di una mummia che succhia l’anima dal culo sconfitta da
Elvis e Kennedy; tuttavia il film riesce ad essere molto di più.
Tutta la prima parte del film, senza
mai eccedere in divagazioni o momenti di noia, riesce ad intessere un racconto
sulla resa dei conti con la propria vita, su quanto anche ai grandi prima o poi
tocchi fare i conti con quanto fatto e che non importa quanti dischi hai
venduto e per quante persone sei stato importante, c’è sempre qualcosa che
manca. Tutto questo riesce a farlo con un’ironia impagabile, senza dover mai
immergere il film nel genere comico vero e proprio.
Certo Coscarelli e Lansdale
si dividono il merito di una rappresentazione del genere, ma la credibilità ed
il successo del film deve parecchio anche all'incredibile interpretazione di
Campbell che personalmente considero coma la migliore della sua carriera.
La seconda parte, con la comparsa della
mummia, non solo non elimina la prima,ma la arricchisce di ironia, “azione” da
geriatria e un gusto dadaista fantastico. Il finale è una delle vittorie meno
scontate che fosse possibile dare al protagonista.
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venerdì 5 aprile 2013
Fa' la cosa giusta - Spike Lee (1989)
(Do the right thing)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
In una caldissima giornata nel
Brooklyn si muovono personaggi di quartiere tra i più vari, tutti intenti
alle loro pratiche quotidiane senza apparenti cambiamenti dal solito. Sarà il
caldo, o saranno i continui rapporti conflittuali arrivati ad un’inevitabile
fine oppure solo il destino, ma le tensioni razziali che si respirano
quotidianamente esplodono in una rivolta vera e propria.
Spike Lee costruisce un film corale che
più che a Woody Allen (ad inizio carriera era stato affiancato al regista
newyorkese) fanno pensare ad Altman, con una serie di coprotagonisti non
sconfitti, ma abituati allo status quo che non mettono più in discussione,
senza sogni particolari se non l’arrivare a fine giornata; il regista per se si
ritaglia uno dei personaggi più miseri (emotivamente e culturalmente) dando pure
una buona prova d’attore.
Come stile di regia ancora invece
guarda apertamente agli anni ’40, con un uso della prospettiva,
dell’inquadratura sghemba, del movimento di camera, della costruzione delle
scene che sembra riecheggiare un “Terzo uomo” o un “Citizen Kane” calati nella cultura pop e nei colori chiassosi degli
anni ’80.
Questo non è un film perfetto (i
personaggi fanno colore, ma non si legano mai del tutto, la sceneggiatura ha
qualche piccola zoppia nei dialoghi e tutto sommato non c’è molta empatia), ma
un’opera da vedere assolutamente.
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