(Id.)
Visto in Dvx.
Sono favorevole ai remake. Ci sono quelli falsi che prendono lo spunto di vecchio film per raccontare tutt'altro (come "21 Jump Street"), ci sono quelli che cercano attualizzare cronologicamente un film precedente ("Cat people") e ci sono quelli che cercano di adattare culturalmente un film di un'altra nazione (moda tipicamente statunitense e italiana). Questo ovviamente ricade nell'ultima categoria. Personalmente non ho nulla contro nessuna di queste attività; si tratta sempre di una riproposizione in chiave personale di un progetto ritenuto interessante...
Però ci sono dei però. Obiettivamente è difficile riproporre un film considerato intoccabile se non è stato superato tecnicamente o doppiato da molti decenni (un pò come è successo per "Ben-Hur" in tutte le sue versioni); talvolta invece è impossibile affrontare il remake di un film profondamente polarizzato da una regia muscolare e personalissima... e qui finalmente arriviamo a "Oldboy".
Rifare l'"Oldboy" di Park Chan Wook significa per forza di cose cercare di copiarlo il più possibile o decidere di prendere una strada completamente diversa. La scelta di Spike Lee evidentimente indica la volontà di bissare un'opera.
Inutile dire che il paragone diventa impossibile.
Credo che per chi vede questo film prima dell'originale sia complessivamente un buon film; esagerato, troppo enfatico qui e là, ma tuttavia buono. Per chi ha visto il film coreano appare incredibilmente artificioso, posticcio, pretenzioso e incredibilmente più agitato nel voler arrivare ai punti focali della storia (un pò come se Lee fosse rimasto impressionato da quelle due o tre scene che hanno impressionato tutti noi e accelerasse in tutte le altre per arrivare presto ai climax già conosciuti).
Pertanto l'ottima fotografia dai colori carichi, l'uso pragmatico, ma estetizzante, della violenza, il dinamismo della macchina da presa; tutte le caratteristiche del Lee standard aiutano a rendere gradevole un film che parte dai presupposti sbagliati e in cui Brolin non riesce mai a convincere del tutto.
PS: un encomio comunque per la famosa scena della lotta nel palazzo; copiata a mani basse da quella originale e proprio per questo con poche sbavature.
PPS: Jackson in questo film era quasi un atto dovuto, ma vestirlo da imbecille non era un obbligo.
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venerdì 5 luglio 2019
Oldboy - Spike Lee (2013)
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lunedì 22 maggio 2017
Jungle fever - Spike Lee (1991)
(Id.)
Visto in Dvx.
Un architetto (mi pare...) si innamora della sua segretaria e inizia una relazione che lo porterà ad allontanarsi dalla moglie (con la quale era felicemente sposato)... storia banale se non fosse che lui è nero e lei italoamericana. Un problema per la New York dell'epoca. I rispettivi ambienti sociali reagiranno alla cosa, per lo più in maniera violenta o scomposta fino a influire sulla relazione; fra i due si insinuerà il dubbio di un problema razziale anche all'interno della coppia.
Tagliamo la testa al toro; nell'Italia d'inizio anni '90 il milkshake era un concetto inesistente ed è stato, assurdamente, modificato in zabaione... come se si potesse realmente bere 4-5 bicchieri da litro di zabaione.
Detto ciò il film è abbastanza nettamente diviso in tre parti. Quella ambientata ad Harlem è una commedia upper class molto chiacchierata, una sorta di Woody Allen con meno ironia; quella nel quartiere italoamericano è un dramma familiare di tutti i personaggi; a questi due emisferi si insinua fino a diventare preponderante nel finale il dramma sociale sulla tossicodipendenza.
L'idea meglio gestita è quella di mostrare il razzismo delle due comunità, vive di pregiudizi ognuno nei confronti degli altri, ma anche il pregiudizio interno rivolto a chi tradisce, alle varie gradazioni di carnagione o quello fra i generi. i caratteri descritti sono piuttosto luogocomunisti ed esagerate, ma l'effetto finale è buono.
Quello che sfugge è la necessità d inserire, non una, ma due storie; quella dell'amico della protagonista (il cui padre è interpretato da un Anthony Quinn vestito esattamente come mio nonno) e quella del fratello del protagonista che introduce la questione della droga. Quest'ultimo è chiaramente una sorta di necessità morale di Spike Lee, vista l'emergenza sociale dell'epoca; ma entrambe queste storie non fanno altro che rendere dispersivo il film e allungare in maniera artificiale una trama indipendente, dando il là a un finale obiettivamente brutto.
La regia è ottima e più rilassata del solito anche se piena di carrelli circolari, macchina da presa che pedina i personaggi e, per la prima volta, il personaggio che si muove di concerto con la macchina da presa entrambi posti sullo stesso carrello (cifra stilistica di Lee, qui utilizzata in mnaiera lenta e delicata con un effetto straniante particolare).
Il cast all'altezza da il destro a un grandissimo Snipes (attore che di solito fatico a sopportare), ma soprattutto permette a Jackson di dare vita a quella che, credo, possa essere considerata la sua migliore interpretazione.
Visto in Dvx.
Un architetto (mi pare...) si innamora della sua segretaria e inizia una relazione che lo porterà ad allontanarsi dalla moglie (con la quale era felicemente sposato)... storia banale se non fosse che lui è nero e lei italoamericana. Un problema per la New York dell'epoca. I rispettivi ambienti sociali reagiranno alla cosa, per lo più in maniera violenta o scomposta fino a influire sulla relazione; fra i due si insinuerà il dubbio di un problema razziale anche all'interno della coppia.
Tagliamo la testa al toro; nell'Italia d'inizio anni '90 il milkshake era un concetto inesistente ed è stato, assurdamente, modificato in zabaione... come se si potesse realmente bere 4-5 bicchieri da litro di zabaione.
Detto ciò il film è abbastanza nettamente diviso in tre parti. Quella ambientata ad Harlem è una commedia upper class molto chiacchierata, una sorta di Woody Allen con meno ironia; quella nel quartiere italoamericano è un dramma familiare di tutti i personaggi; a questi due emisferi si insinua fino a diventare preponderante nel finale il dramma sociale sulla tossicodipendenza.
L'idea meglio gestita è quella di mostrare il razzismo delle due comunità, vive di pregiudizi ognuno nei confronti degli altri, ma anche il pregiudizio interno rivolto a chi tradisce, alle varie gradazioni di carnagione o quello fra i generi. i caratteri descritti sono piuttosto luogocomunisti ed esagerate, ma l'effetto finale è buono.
Quello che sfugge è la necessità d inserire, non una, ma due storie; quella dell'amico della protagonista (il cui padre è interpretato da un Anthony Quinn vestito esattamente come mio nonno) e quella del fratello del protagonista che introduce la questione della droga. Quest'ultimo è chiaramente una sorta di necessità morale di Spike Lee, vista l'emergenza sociale dell'epoca; ma entrambe queste storie non fanno altro che rendere dispersivo il film e allungare in maniera artificiale una trama indipendente, dando il là a un finale obiettivamente brutto.
La regia è ottima e più rilassata del solito anche se piena di carrelli circolari, macchina da presa che pedina i personaggi e, per la prima volta, il personaggio che si muove di concerto con la macchina da presa entrambi posti sullo stesso carrello (cifra stilistica di Lee, qui utilizzata in mnaiera lenta e delicata con un effetto straniante particolare).
Il cast all'altezza da il destro a un grandissimo Snipes (attore che di solito fatico a sopportare), ma soprattutto permette a Jackson di dare vita a quella che, credo, possa essere considerata la sua migliore interpretazione.
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venerdì 22 aprile 2016
Il momento di uccidere - Joel Schumacher (1996)
(A time to kill)
Visto in tv.
Un uomo di colore nel sud degli USA si vendica della morte della figlia uccidendone l'assassino, un ragazzo bianco e razzista. La comunità si mobilita, chi a favore e chi contro, verrà riesumato il KKK e le tensioni razziali esploderanno. Il caso della difesa dell'uomo di colore sarà preso, pro bono, a un giovane avvocato locale di belle speranze e buon cuore.
Questo è un film visto da regazzino di cui ho sempre conservato un buon ricordo; leggendo in giro noto di essere l'unico a considerarlo bene; inevitabile sfruttare un passaggio televisivo per rivederlo.
Beh diciamolo subito, l'ambientazione mi è sempre piaciuta e la fotografia sudata e virata sul giallo mi è sempre sembrata calzante; allora come oggi.
Anche il cast, di attori che neanche ricordavo ci fossero (ma come ho fatto a dimenticarmi della presenza di Jackson?!), mi è parso buono; certamente i fondamentali (Jackson ovviamente, ma anche McConaughey che è assolutamente in parte e Sutherland Jr che nella parte dello stronzo ha sempre fatto la sua bella figura; per non parlare della presenza di Sutherland Sr e Spacey che sono sempre encomiabili) sono all'altezza, la tanto vituperata Bullock fa la sua parte senza infamia e senza lode.
Non vorrei però dare un'idea sbagliata. Questo film è carino, ma non riesce a entusiasmare.
Fallisce nella storia, non tanto per la banalità, ma perché mette di tutto sul fuoco; dilata i personaggi importanti (c'era così tanto bisogno di dare spazio al personaggio di Sutherland Jr? e Sutherland Sr nella parte scontata del mentore redivivo c'era davvero bisogno?) rendendo inutilmente più laboriosa la vicenda (dovrebbe essere un legal movie o un dramma razziale? conta di più la vita degli avvocati o quella delle vittime?). Troppi elementi che non servono e dilatano il minutaggio senza costrutto.
Inoltre c'è una regia nella migliore delle ipotesi inutile, spesso fuori luogo, che appesantisce un film già non fluido di suo.
Ammetto che la memoria migliora di molto il passato.
Visto in tv.
Un uomo di colore nel sud degli USA si vendica della morte della figlia uccidendone l'assassino, un ragazzo bianco e razzista. La comunità si mobilita, chi a favore e chi contro, verrà riesumato il KKK e le tensioni razziali esploderanno. Il caso della difesa dell'uomo di colore sarà preso, pro bono, a un giovane avvocato locale di belle speranze e buon cuore.
Questo è un film visto da regazzino di cui ho sempre conservato un buon ricordo; leggendo in giro noto di essere l'unico a considerarlo bene; inevitabile sfruttare un passaggio televisivo per rivederlo.
Beh diciamolo subito, l'ambientazione mi è sempre piaciuta e la fotografia sudata e virata sul giallo mi è sempre sembrata calzante; allora come oggi.
Anche il cast, di attori che neanche ricordavo ci fossero (ma come ho fatto a dimenticarmi della presenza di Jackson?!), mi è parso buono; certamente i fondamentali (Jackson ovviamente, ma anche McConaughey che è assolutamente in parte e Sutherland Jr che nella parte dello stronzo ha sempre fatto la sua bella figura; per non parlare della presenza di Sutherland Sr e Spacey che sono sempre encomiabili) sono all'altezza, la tanto vituperata Bullock fa la sua parte senza infamia e senza lode.
Non vorrei però dare un'idea sbagliata. Questo film è carino, ma non riesce a entusiasmare.
Fallisce nella storia, non tanto per la banalità, ma perché mette di tutto sul fuoco; dilata i personaggi importanti (c'era così tanto bisogno di dare spazio al personaggio di Sutherland Jr? e Sutherland Sr nella parte scontata del mentore redivivo c'era davvero bisogno?) rendendo inutilmente più laboriosa la vicenda (dovrebbe essere un legal movie o un dramma razziale? conta di più la vita degli avvocati o quella delle vittime?). Troppi elementi che non servono e dilatano il minutaggio senza costrutto.
Inoltre c'è una regia nella migliore delle ipotesi inutile, spesso fuori luogo, che appesantisce un film già non fluido di suo.
Ammetto che la memoria migliora di molto il passato.
mercoledì 17 febbraio 2016
The hateful eight - Quentin Tarantino (2015)
(Id.)
Visto al cinema.
Vabbè, parliamone.
Io sono uno dei pochi che ha disprezzato altezzosamente "Django"; sono ancora convinto che quel film sia il peggiore della carriera di Tarantino e, dunque, le aspettative per quest'ultimo non erano altissime. All'uscita dal cinema però ero soddisfatto.
Per essere chiari; probabilmente è il suo film meno efficace (dopo il suddetto "Django" e, forse, dopo "Death proof"), ma, finalmente, si toglie dal binario dei film alla Tarantino che lo stesso Tarantino continua a fare da "Kill Bill" in poi e ritorna più vicino ai ritmi e ai toni anni '90.
Fotografia curata nel dettaglio, ma non più patinata; fighetteria sempre presente, ma meno vistosa; uso della luce etereo con un uso del riverbero impressionante, ma, soprattutto ritmo rilassato. Era dai tempi di "Jackie Brown" che Tarantino non teneva il ritmo di un suo film su questi livelli, un ritmo basso per cercare di creare suspense in maniera classica, giocare con il pubblico allungando l'intro sapendo che chi va al cinema per un suo film si aspetta una fontana di sangue (che ovviamente arriverà, ma ci vuole arrivare con calma); ma intanto il lavoro che fa è tutto di trama, una delle più intellettuali della sua carriera.
Il film che viene messo in scena è un grand guignol dai più nichilisti di sempre, dove la violenza non è discutibile in sé stessa, ma è discutibile i quanto unica forma di comunicazione compresa da tutti; un film dove tutti sono destinati a morire e tutti sono degli stronzi; un film (giustamente già definito) postapocalittico, dove l'apocalisse è stata la guerra civile americana; non c'è possibilità di salvezza per nessuno (anche perché nessuno la merita).
Altro spunto estremamente interessante è la messa in scena di una messa in scena. In questo film tutti stanno mentendo, tutti millantano identità, ruoli o conoscenza che non hanno; nell'ottica di quel nichilismo già citato (e con un avvicinamento inquietante al cinema di Farhadi) qui niente di quello che viene detto può essere provato e, fino a un'eventuale ammissione diretta, nessuno (spettatore compreso) saprà se ciò che viene riferito è una menzogna. La verità semplicemente non può essere raggiunta.
Poi c'è la questione del mystery alla Christie, svolta francamente interessante che all'inizio è davvero ben condotta, ma che a conti fatti (buttati li in mezzo a un film che prima e dopo ha un altro ritmo, per l'inutilità nel concedere uno showdown di quel tipo e per la sua pochezza in sé) ha il sapore di un'occasione perduta più che di un'idea avvincente.
Altra nota terribilmente negativa è che questo film conferma la fase negativa nella scrittura di Tarantino; il film regge, ma come in "Django", non ci sono dialoghi memorabile; tutti i lenti scambi di battute funzionano, ma non sono pezzi d'arte come era solito fare. Che sia il declino?
PS: e finalmente un film di Tarantino con Jackson protagonista.
Visto al cinema.
Vabbè, parliamone.
Io sono uno dei pochi che ha disprezzato altezzosamente "Django"; sono ancora convinto che quel film sia il peggiore della carriera di Tarantino e, dunque, le aspettative per quest'ultimo non erano altissime. All'uscita dal cinema però ero soddisfatto.
Per essere chiari; probabilmente è il suo film meno efficace (dopo il suddetto "Django" e, forse, dopo "Death proof"), ma, finalmente, si toglie dal binario dei film alla Tarantino che lo stesso Tarantino continua a fare da "Kill Bill" in poi e ritorna più vicino ai ritmi e ai toni anni '90.
Fotografia curata nel dettaglio, ma non più patinata; fighetteria sempre presente, ma meno vistosa; uso della luce etereo con un uso del riverbero impressionante, ma, soprattutto ritmo rilassato. Era dai tempi di "Jackie Brown" che Tarantino non teneva il ritmo di un suo film su questi livelli, un ritmo basso per cercare di creare suspense in maniera classica, giocare con il pubblico allungando l'intro sapendo che chi va al cinema per un suo film si aspetta una fontana di sangue (che ovviamente arriverà, ma ci vuole arrivare con calma); ma intanto il lavoro che fa è tutto di trama, una delle più intellettuali della sua carriera.
Il film che viene messo in scena è un grand guignol dai più nichilisti di sempre, dove la violenza non è discutibile in sé stessa, ma è discutibile i quanto unica forma di comunicazione compresa da tutti; un film dove tutti sono destinati a morire e tutti sono degli stronzi; un film (giustamente già definito) postapocalittico, dove l'apocalisse è stata la guerra civile americana; non c'è possibilità di salvezza per nessuno (anche perché nessuno la merita).
Altro spunto estremamente interessante è la messa in scena di una messa in scena. In questo film tutti stanno mentendo, tutti millantano identità, ruoli o conoscenza che non hanno; nell'ottica di quel nichilismo già citato (e con un avvicinamento inquietante al cinema di Farhadi) qui niente di quello che viene detto può essere provato e, fino a un'eventuale ammissione diretta, nessuno (spettatore compreso) saprà se ciò che viene riferito è una menzogna. La verità semplicemente non può essere raggiunta.
Poi c'è la questione del mystery alla Christie, svolta francamente interessante che all'inizio è davvero ben condotta, ma che a conti fatti (buttati li in mezzo a un film che prima e dopo ha un altro ritmo, per l'inutilità nel concedere uno showdown di quel tipo e per la sua pochezza in sé) ha il sapore di un'occasione perduta più che di un'idea avvincente.
Altra nota terribilmente negativa è che questo film conferma la fase negativa nella scrittura di Tarantino; il film regge, ma come in "Django", non ci sono dialoghi memorabile; tutti i lenti scambi di battute funzionano, ma non sono pezzi d'arte come era solito fare. Che sia il declino?
PS: e finalmente un film di Tarantino con Jackson protagonista.
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sabato 4 gennaio 2014
I poliziotti di riserva - Adam McKay (2010)
(The other guys)
Visto in tv.
Due poliziotti da scrivania vengono messi ad indagare su un caso nell'alta finanza che li porterà a scontrarsi con i poteri forti, ovviamente saranno troppo stupidi e idealisti per fermarsi.
La trama sembra profonda, in realtà è un film comico con Will Ferrell...
La comicità di Ferrell è quanto di più stupido, surreale, di grana grossa ed irritante si possa immaginare al cinema; un SNL che dura anche per due ore continuate con lo stesso personaggio, un Jim Carrey prima maniera, ma in un film per adulti. Insomma, la comicità di Ferrell è facile da disprezzare; personalmente la apprezzo.
Di solito i film con Ferrell sono estremi, lui fa la parte di un ritardato adulto che vive in un mondo di ritardati adulti, solo mediamente più cattivi. Tutto è sempre sopra le righe ed caciarone; in più di un'occasione vien da chiedersi che cosa potrebbe essere un suo film se solo si avesse il buon gusto di contenersi...
Il risultato è questo; un film fiacco.
Questo è un film dove Ferrell fa un personaggio alla Ferrell con una demenzialità appena sotto la media; ma incastrato in un mondo complessivamente normale (se si vedono le prime scene non sembra), se di solito i suoi film sembrano fumetti kitsch, questo ha un passo più da buddy movie canonico. Eppure non diverte; la trama (più complessa del solito) non avvince, le scene d'azione sono patetiche (la migliore è il folle inseguimento iniziale con i camei di Jackson e Johnson). Non riesce ad essere un buon film serio e neppure un buon film comico.
Si potrà anche dare la colpa ad una scrittura tirata per le lunghe (inizialmente doveva essere tutt'altro il film, ispirato direttamente all'A-team); però sembra che Ferrell funzioni bene solo in un mondo che ubbidisce completamente alle suo caratteristiche da cartone animato.
Visto in tv.
Due poliziotti da scrivania vengono messi ad indagare su un caso nell'alta finanza che li porterà a scontrarsi con i poteri forti, ovviamente saranno troppo stupidi e idealisti per fermarsi.
La trama sembra profonda, in realtà è un film comico con Will Ferrell...
La comicità di Ferrell è quanto di più stupido, surreale, di grana grossa ed irritante si possa immaginare al cinema; un SNL che dura anche per due ore continuate con lo stesso personaggio, un Jim Carrey prima maniera, ma in un film per adulti. Insomma, la comicità di Ferrell è facile da disprezzare; personalmente la apprezzo.
Di solito i film con Ferrell sono estremi, lui fa la parte di un ritardato adulto che vive in un mondo di ritardati adulti, solo mediamente più cattivi. Tutto è sempre sopra le righe ed caciarone; in più di un'occasione vien da chiedersi che cosa potrebbe essere un suo film se solo si avesse il buon gusto di contenersi...
Il risultato è questo; un film fiacco.
Questo è un film dove Ferrell fa un personaggio alla Ferrell con una demenzialità appena sotto la media; ma incastrato in un mondo complessivamente normale (se si vedono le prime scene non sembra), se di solito i suoi film sembrano fumetti kitsch, questo ha un passo più da buddy movie canonico. Eppure non diverte; la trama (più complessa del solito) non avvince, le scene d'azione sono patetiche (la migliore è il folle inseguimento iniziale con i camei di Jackson e Johnson). Non riesce ad essere un buon film serio e neppure un buon film comico.
Si potrà anche dare la colpa ad una scrittura tirata per le lunghe (inizialmente doveva essere tutt'altro il film, ispirato direttamente all'A-team); però sembra che Ferrell funzioni bene solo in un mondo che ubbidisce completamente alle suo caratteristiche da cartone animato.
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mercoledì 30 gennaio 2013
Django unchained - Quentin Tarantino (2012)
(Id.)
Visto al cinema.
La storia la conosciamo ormai tutti a memoria.
Diciamolo subito a scanso d'equivoci, è un bel film. Ha un ritmo e un'arte (oltre che una percentuale di godimento complessivo) decisamente più altro della media.
...ciononostante mi ha deluso.
Obbiettivamente me ne importa relativamente che questo sia il primo vero film politico di Tarantino; non mi interessano affatto le polemiche; non vivo per vedere un citazionismo spinto ed ammiccante (che in questo film è ai minimi storici) e, direi, sono di secondaria importanza gli spruzzi di sangue pantagruelici. Il problema è che Tarantino è decisamente sottotono.
Se è vero che dopo Kill Bill Tarantino ha smesso di sperimentare, quantomeno ci aveva abituato ad un minimo fatto di grandi dialoghi, scene registicamente gustose, esplosioni di violenza estetizzante.
Qui il vero problema è la sceneggiatura. Il film è diviso in tre pezzi, l'incontro, Candieland e la vendetta. La prima parte latita di interesse, si costruiscono i personaggi, ma in realtà dopo aver introdotto il dentista il resto è particolarmente inutile (molte sono scene divertenti o semplicemente belle, ma le parti in cui si dovrebbe creare il rapporto fra i due il ritmo latita, si pensi alla scena in cui viene descritta la storia di Sigfrido). La parte di Candieland è quella che presenta molti punti di interesse perchè mostra due personaggi fantastici (Candie e Stephen), ma anche qui i dialoghi arguti latitano molto. Il finale di vendetta è molto tarantiniano, ma discontinuo e sembra mettere Django in situazioni di pericolo che si risolvono all'ultimo con stupidi colpi di fortuna come il batman degli anni 60.
Detto ciò, la sceneggiatura diluita in maniera inutile ha molti picchi di fascino o di grande comicità (la scena del kkk), ma quello che più mi ha colpito è stata la mancanza di grandi dialoghi! Ricordo perfettamente almeno 2 o 3 dialoghi per ogni suo film, ma per Django, una volta uscito dal cinema già non me ne veniva in mente nessuno. Questo soprattutto ha un impatto notevole sui personaggi, che, di fatto, vengono sprecati.
Le scene registicamente gustose non mancano, ma sono poche; l'incipit, la scena dell'omicido dei 3 fratelli, il primo incontro con Candie e la sparatoria in villa sono da antologia; ma non ne riesco a ricordare altre che ne siano all'altezza...
Infine i grandi spruzzi di violenza estetica c'è, è vero, ma da sola non regge un intero film.
Bello; ma, per me, il peggiore della sua carriera.
Visto al cinema.
La storia la conosciamo ormai tutti a memoria.
Diciamolo subito a scanso d'equivoci, è un bel film. Ha un ritmo e un'arte (oltre che una percentuale di godimento complessivo) decisamente più altro della media.
...ciononostante mi ha deluso.
Obbiettivamente me ne importa relativamente che questo sia il primo vero film politico di Tarantino; non mi interessano affatto le polemiche; non vivo per vedere un citazionismo spinto ed ammiccante (che in questo film è ai minimi storici) e, direi, sono di secondaria importanza gli spruzzi di sangue pantagruelici. Il problema è che Tarantino è decisamente sottotono.
Se è vero che dopo Kill Bill Tarantino ha smesso di sperimentare, quantomeno ci aveva abituato ad un minimo fatto di grandi dialoghi, scene registicamente gustose, esplosioni di violenza estetizzante.
Qui il vero problema è la sceneggiatura. Il film è diviso in tre pezzi, l'incontro, Candieland e la vendetta. La prima parte latita di interesse, si costruiscono i personaggi, ma in realtà dopo aver introdotto il dentista il resto è particolarmente inutile (molte sono scene divertenti o semplicemente belle, ma le parti in cui si dovrebbe creare il rapporto fra i due il ritmo latita, si pensi alla scena in cui viene descritta la storia di Sigfrido). La parte di Candieland è quella che presenta molti punti di interesse perchè mostra due personaggi fantastici (Candie e Stephen), ma anche qui i dialoghi arguti latitano molto. Il finale di vendetta è molto tarantiniano, ma discontinuo e sembra mettere Django in situazioni di pericolo che si risolvono all'ultimo con stupidi colpi di fortuna come il batman degli anni 60.
Detto ciò, la sceneggiatura diluita in maniera inutile ha molti picchi di fascino o di grande comicità (la scena del kkk), ma quello che più mi ha colpito è stata la mancanza di grandi dialoghi! Ricordo perfettamente almeno 2 o 3 dialoghi per ogni suo film, ma per Django, una volta uscito dal cinema già non me ne veniva in mente nessuno. Questo soprattutto ha un impatto notevole sui personaggi, che, di fatto, vengono sprecati.
Le scene registicamente gustose non mancano, ma sono poche; l'incipit, la scena dell'omicido dei 3 fratelli, il primo incontro con Candie e la sparatoria in villa sono da antologia; ma non ne riesco a ricordare altre che ne siano all'altezza...
Infine i grandi spruzzi di violenza estetica c'è, è vero, ma da sola non regge un intero film.
Bello; ma, per me, il peggiore della sua carriera.
giovedì 26 gennaio 2012
Extras - Andy Millman (2005, 2006)
(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Gervais è un over quarantenne che decide di riciclarsi come comparsa (extra in inglese), in realtà questo dev’essere solo il trampolino di lancio per poter, un giorno creare il suo telefilm. Tra la sua amica scema e un agente praticamente ritardato durante la seconda serie riuscirà nel suo intento, ma il suo lavoro sarò radicalmente cambiato per trasformarlo in una sitcom idiota.
Telefilm inglese di stampo comico costruito da (e su) Gervais stesso, in cui, in ogni puntata viene invitata una guest star di notevole rilievo nel mondo dello spettacolo (di solito cinema) con una parte più o meno importante.
Quello che più va sottolineato è che qui c’è la comicità di Gervais (ideatore ed autore della serie). Io in realtà conosco questo autore adesso ("The office" mi ha sempre schifato a pelle e non intendo cambiare idea adesso), ma il suo stile è chiaro; con un ritmo sottotono presenta una galleria di perdente che o sono stupidi o sono arroganti opportunisti che si trovano immersi in un mondo uguale a loro (ora che ci penso sembra di raccontare lo stile di De la Iglesia). La comicità scaturisce dall’imbarazzo in cui si trovano i suoi protagonisti e dai colpi di sfiga che gli capitano (si insomma siamo dalle parti di Fantozzi), con una sottigliezza ed una freddezza tutta british e una accanimento tutto particolare su tutto quello che politicamente scorretto.
L’altra caratteristica è l’utilizzo delle guest star per lo più presentate all’opposto di come appaiono normalmente e, in definitiva, speculari ai protagonisti, solo più fortunati.
Per avere un’idea di cosa intendo basti vedere la puntata numero 3 della prima serie, dove Gervais attacca religione e disabilità contemporaneamente e ci mette pure un poco di sfottò al business legato alla shoa; in più c’è la partecipazione straordinaria di Kate Winslet (fantastico che l’attrice ammetta di partecipare ad un film sull’olocausto perché è l’unico modo sicuro di vincere un oscar… e curiosamente vincerà un oscar 3 anni dopo proprio per “The reader”), assolutamente strepitosa, divertente e fuori dai soliti schemi. Decisamente una delle puntate migliori. Visto che ci siamo nella seconda serie su tutte vince la puntata numero 3 dove le partecipazioni straordinarie sono ben 3, Warwick Davis (che ovviamente sarà la vittima del razzismo strisciante del protagonista), Daniel Radcliffe (nella parte di un ingrifato adolescentello che cerca di mostrarsi adulto) e Diana Rigg (che recita poche battute come controcanto a Radcliffe).
Gli inglesi sono fantastici perché odiano (come me) i telefilm lunghi, Extras ha due serie da 6 episodi l’una (più uno speciale di Natale che non ho visto).
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Gervais è un over quarantenne che decide di riciclarsi come comparsa (extra in inglese), in realtà questo dev’essere solo il trampolino di lancio per poter, un giorno creare il suo telefilm. Tra la sua amica scema e un agente praticamente ritardato durante la seconda serie riuscirà nel suo intento, ma il suo lavoro sarò radicalmente cambiato per trasformarlo in una sitcom idiota.Telefilm inglese di stampo comico costruito da (e su) Gervais stesso, in cui, in ogni puntata viene invitata una guest star di notevole rilievo nel mondo dello spettacolo (di solito cinema) con una parte più o meno importante.
Quello che più va sottolineato è che qui c’è la comicità di Gervais (ideatore ed autore della serie). Io in realtà conosco questo autore adesso ("The office" mi ha sempre schifato a pelle e non intendo cambiare idea adesso), ma il suo stile è chiaro; con un ritmo sottotono presenta una galleria di perdente che o sono stupidi o sono arroganti opportunisti che si trovano immersi in un mondo uguale a loro (ora che ci penso sembra di raccontare lo stile di De la Iglesia). La comicità scaturisce dall’imbarazzo in cui si trovano i suoi protagonisti e dai colpi di sfiga che gli capitano (si insomma siamo dalle parti di Fantozzi), con una sottigliezza ed una freddezza tutta british e una accanimento tutto particolare su tutto quello che politicamente scorretto.
L’altra caratteristica è l’utilizzo delle guest star per lo più presentate all’opposto di come appaiono normalmente e, in definitiva, speculari ai protagonisti, solo più fortunati.
Per avere un’idea di cosa intendo basti vedere la puntata numero 3 della prima serie, dove Gervais attacca religione e disabilità contemporaneamente e ci mette pure un poco di sfottò al business legato alla shoa; in più c’è la partecipazione straordinaria di Kate Winslet (fantastico che l’attrice ammetta di partecipare ad un film sull’olocausto perché è l’unico modo sicuro di vincere un oscar… e curiosamente vincerà un oscar 3 anni dopo proprio per “The reader”), assolutamente strepitosa, divertente e fuori dai soliti schemi. Decisamente una delle puntate migliori. Visto che ci siamo nella seconda serie su tutte vince la puntata numero 3 dove le partecipazioni straordinarie sono ben 3, Warwick Davis (che ovviamente sarà la vittima del razzismo strisciante del protagonista), Daniel Radcliffe (nella parte di un ingrifato adolescentello che cerca di mostrarsi adulto) e Diana Rigg (che recita poche battute come controcanto a Radcliffe).
Gli inglesi sono fantastici perché odiano (come me) i telefilm lunghi, Extras ha due serie da 6 episodi l’una (più uno speciale di Natale che non ho visto).
giovedì 7 gennaio 2010
The spirit - Franck Miller (2008)
(Id.)
Visto in Dvx.
Il film è l'opera prima di Miller, almeno in solitaria visto che aveva solo collaborato alla realizzazione di Sin city.
Quello a cui ci si trova di fronte è un fumettone (ma va?!) nel bene e nel male.
La sceneggiatura è presa pari pari da un comic book, con personaggi estremizzati fino a sfociare nella macchietta, buoni iperbuoni che quando sono da soli devono parlare ad alta voce per spiegarsi cosa stanno per fare, e cattivi piuttosto caricaturali che ovviamente raccontano i loro piani segreti anche al postino; l'eroe è sempre distrutto emotivamente e affascinante e ovviamente vince senza troppe preoccupazioni mentre porta avanti una storia d'amore vero ed un raporto complesso con una sua vecchia fiamma; se poi ci si aggiunge che vengono fatte cose da fumetto o cartone della Warner (come la prima lotta fra spirit e octpus) abbiamo la descrizioni di questo film. Si insomma, una vaccata senza originalità.
La regia però è fantastica, difficile dire se Miller abbia copiato Rodriguez, oppure se dietro l'originalità patinata di Sin city non si nascondesse già il suo tocco.
Si insomma, questo spirit è un Sin city 2.0, con solori desaturati al posto del bianco e nero ed un uso espressionista del rosso dove nel rimo film si usavano un po casualmente tutti i colori. Anzi la dominante rossa diventa quindi il terzo colore di riferimento dopo il bianco accecante delle luci ed il nero delle ombre. Inquadrature fatte di sagome ricostruite al computer, scene costruite ad arte e quant'altro possa offrire la CG ci sono in questo film... un vero peccato per l'idiozia della storia (il fondo si tocca con Jackson vestito da nazista).
Una vaccata che è una festa per gli occhi...
Visto in Dvx.
Il film è l'opera prima di Miller, almeno in solitaria visto che aveva solo collaborato alla realizzazione di Sin city.
Quello a cui ci si trova di fronte è un fumettone (ma va?!) nel bene e nel male.
La sceneggiatura è presa pari pari da un comic book, con personaggi estremizzati fino a sfociare nella macchietta, buoni iperbuoni che quando sono da soli devono parlare ad alta voce per spiegarsi cosa stanno per fare, e cattivi piuttosto caricaturali che ovviamente raccontano i loro piani segreti anche al postino; l'eroe è sempre distrutto emotivamente e affascinante e ovviamente vince senza troppe preoccupazioni mentre porta avanti una storia d'amore vero ed un raporto complesso con una sua vecchia fiamma; se poi ci si aggiunge che vengono fatte cose da fumetto o cartone della Warner (come la prima lotta fra spirit e octpus) abbiamo la descrizioni di questo film. Si insomma, una vaccata senza originalità.
La regia però è fantastica, difficile dire se Miller abbia copiato Rodriguez, oppure se dietro l'originalità patinata di Sin city non si nascondesse già il suo tocco.
Si insomma, questo spirit è un Sin city 2.0, con solori desaturati al posto del bianco e nero ed un uso espressionista del rosso dove nel rimo film si usavano un po casualmente tutti i colori. Anzi la dominante rossa diventa quindi il terzo colore di riferimento dopo il bianco accecante delle luci ed il nero delle ombre. Inquadrature fatte di sagome ricostruite al computer, scene costruite ad arte e quant'altro possa offrire la CG ci sono in questo film... un vero peccato per l'idiozia della storia (il fondo si tocca con Jackson vestito da nazista).
Una vaccata che è una festa per gli occhi...
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