(Vampire's kiss)
Visto in Dvx.
Uno yuppie di New York dal ciuffo biondo e con la psicoterapeuta con lo studio in centro città comincia a credere di esser un vampiro. Si ha avuto un incontro ravvicinato con un pipistrello ed un paio di allucinazioni, ma senza alcuna prova è convinto del suo graduale trasformarsi in mostro. Non riesce più ad avere rapporti con l'unica donna che gli interessa, mangia scarafaggi e piccioni crudi, si compra un paio di canini finti, abusa (in ogni senso possibile) di una sua segretaria e cerca di morire.
Il film potrebbe essere qualcosa di bello; una discesa dentro la follia che si esprime soprattutto come violenza psicologica (e non solo) verso le persone sottoposte; invece in questo film si preferisce mettere insieme 3 o 4 idee tutte contemporaneamente, mischiarle, seguirne malamente una più delle altre e vedere cosa viene fuori.
Non è una commedia nera in senso stretto; si ride per gli eccessi del film, ma dubito fossero voluti; non è un horror o un thriller e non funziona bene neppure come dramma.
Però questo film si ricorda e deve essere visto per Nicolas Cage. Dire che qui reciti sopra le righe è un eufemismo; qui vince il campionato mondiale di faccette esagerate in quasi ogni inquadratura (è da questo film che viene fuori il "You don't say" dei rage comics) e si permette discorsi idioti come "scusa se ieri sembravo volerti violentare in ufficio, ma avevo preso della mescalina e sai come va con queste cose" (e viene compreso e perdonato). Per me però la scena cult è quella nel finale dove lui pensa di stare dalla psicoanalista e di incontrare la donna della sua vita.
Applausi.
mercoledì 7 gennaio 2015
lunedì 5 gennaio 2015
La chiave di vetro - Stuart Heisler (1942)
(The glass key)
Visto in Dvx.
Un uomo (ricco) si innamora della figlia di un politico in corsa come candidato senatore (...mi pare) e per amor di lei ne sostiene ne sostiene la campagna e lascia a piedi la malavita con cui, fino aquel momento, collaborava. Quando il fratello (scapestrato) della ragazza viene trovato morto il ricco viene immediatamente considerato colpevole; entrerà in scena l'amico e braccio destro dell'uomo che indagherà fra la vita privata del morto e la malavita, si farà pestare in diverse occasioni e, alla fine, risolverà il dilemma; e tutto per amor di lei...
Noir dalla trama impeccabile di un Hammett in forma, talmente in forma, che il film punta tutto sull'intreccio e dimentica l'atmosfera. Questo è infatti uno dei noir meno duri che abbia visto di recente, dove è possibile morire e facile cadere innamorati.
Apprezzabile il contorno dei comprimari che hanno tutti le facce giuste (soprattutto quel pugile mancato di Benedix); meno in forma Alan "Shane" Ladd piuttosto inespressivo e pessimo il doppiaggio atroce. Ah si, Veronica Lake è sempre bellissima (pare che Ladd sia stato scelto come protagonista perché era l'attore più basso sotto contratto della produzione e ci voleva qualcuno che non facesse sfigurare i 150 cm della Lake...).
C'è poco da dire, un film che si guarda volentieri perché ti fa passar bene un'ora e mezza e che poi lo si ricorda per i dettagli inutili e non perché ti ha lasciato qualcosa.
Visto in Dvx.
Un uomo (ricco) si innamora della figlia di un politico in corsa come candidato senatore (...mi pare) e per amor di lei ne sostiene ne sostiene la campagna e lascia a piedi la malavita con cui, fino aquel momento, collaborava. Quando il fratello (scapestrato) della ragazza viene trovato morto il ricco viene immediatamente considerato colpevole; entrerà in scena l'amico e braccio destro dell'uomo che indagherà fra la vita privata del morto e la malavita, si farà pestare in diverse occasioni e, alla fine, risolverà il dilemma; e tutto per amor di lei...
Noir dalla trama impeccabile di un Hammett in forma, talmente in forma, che il film punta tutto sull'intreccio e dimentica l'atmosfera. Questo è infatti uno dei noir meno duri che abbia visto di recente, dove è possibile morire e facile cadere innamorati.
Apprezzabile il contorno dei comprimari che hanno tutti le facce giuste (soprattutto quel pugile mancato di Benedix); meno in forma Alan "Shane" Ladd piuttosto inespressivo e pessimo il doppiaggio atroce. Ah si, Veronica Lake è sempre bellissima (pare che Ladd sia stato scelto come protagonista perché era l'attore più basso sotto contratto della produzione e ci voleva qualcuno che non facesse sfigurare i 150 cm della Lake...).
C'è poco da dire, un film che si guarda volentieri perché ti fa passar bene un'ora e mezza e che poi lo si ricorda per i dettagli inutili e non perché ti ha lasciato qualcosa.
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venerdì 2 gennaio 2015
Soldi sporchi - Sam Raimi (1998)
(A simple plan)
Visto in Dvx.
In una cittadina sperduta in mezzo alla neve un padre di famiglia (beh, tra poco, visto che la moglie è incinta) con il fratello un pò minus e l'amico alcolizzato del fratello, trovano un aereo precipitato in mezzo al niente nella neve; dentro un cadavere ed un mucchio di soldi. Che fare?
Alla fine si opta per il tenersi tutto il malloppo, aspettare un annetto e poi dividersi il bottino. Il piano appare semplice, ma presto l'amico disadattato creerà problemi e ci saranno un paio di tracce da cancellare, la moglie del protagonista suggerirà qualche altro semplice piano per sistemare la faccenda, ma il dramma sprofonderà sempre di più verso la tragedia.
Noir buissimo condotto da un Raimi estremamente parco di guizzi registici, tutto concentrato a condurre una sceneggiatura tesa, solo qualche idea sparsa qui e la (i corvi come simbolo), ma senza mai eccedere e mangiarsi la scena.
Il film è magnifico. la trama è certamente macchinosa, molto schematica, ogni azione condotta dai personaggi (anzi dal protagonista) per cercare di appianare i problemi conduce tutti sempre di più verso la disperazione; tuttavia la realizzazione di qualche personaggio davvero buono (per me vince la moglie, candida donna incinta all'inizio, perversa Lady Macbeth poi), un cast che ha tutto al posto giusto (Thornton all'inizio l'avevo confuso con David Cross) e alcune scene strepitose e disperate (più che lo showdown all'aereo io sono rimasto esterrefatto della serata alcolica a casa dell'amico, con tutta la serie di momenti di tensione). E poi c'è un finale amarissimo e senza speranza.
Già i Cohen avevano realizzato un noir immerso nel bianco (probabilmente migliore per qualità complessiva), ma era molto più interessato ai piccoli momenti di ogni giorno e condito con la solita dose di ironia grottesca; qui siamo quasi su un altro pianeta, qui il tono è duro e secco e non ci sono vincitori.
Visto in Dvx.
In una cittadina sperduta in mezzo alla neve un padre di famiglia (beh, tra poco, visto che la moglie è incinta) con il fratello un pò minus e l'amico alcolizzato del fratello, trovano un aereo precipitato in mezzo al niente nella neve; dentro un cadavere ed un mucchio di soldi. Che fare?
Alla fine si opta per il tenersi tutto il malloppo, aspettare un annetto e poi dividersi il bottino. Il piano appare semplice, ma presto l'amico disadattato creerà problemi e ci saranno un paio di tracce da cancellare, la moglie del protagonista suggerirà qualche altro semplice piano per sistemare la faccenda, ma il dramma sprofonderà sempre di più verso la tragedia.
Noir buissimo condotto da un Raimi estremamente parco di guizzi registici, tutto concentrato a condurre una sceneggiatura tesa, solo qualche idea sparsa qui e la (i corvi come simbolo), ma senza mai eccedere e mangiarsi la scena.
Il film è magnifico. la trama è certamente macchinosa, molto schematica, ogni azione condotta dai personaggi (anzi dal protagonista) per cercare di appianare i problemi conduce tutti sempre di più verso la disperazione; tuttavia la realizzazione di qualche personaggio davvero buono (per me vince la moglie, candida donna incinta all'inizio, perversa Lady Macbeth poi), un cast che ha tutto al posto giusto (Thornton all'inizio l'avevo confuso con David Cross) e alcune scene strepitose e disperate (più che lo showdown all'aereo io sono rimasto esterrefatto della serata alcolica a casa dell'amico, con tutta la serie di momenti di tensione). E poi c'è un finale amarissimo e senza speranza.
Già i Cohen avevano realizzato un noir immerso nel bianco (probabilmente migliore per qualità complessiva), ma era molto più interessato ai piccoli momenti di ogni giorno e condito con la solita dose di ironia grottesca; qui siamo quasi su un altro pianeta, qui il tono è duro e secco e non ci sono vincitori.
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mercoledì 31 dicembre 2014
Lo hobbit: La battaglia delle cinque armate - Peter Jackson (2014)
(The Hobbit: The battle of the five armies)
Visto al cinema.
Bilbo e i nani hanno scatenato il drago Smaug nel precedente episodio, e ora distrugge tutto quello che può nella città degli uomini. L'eroe locale riuscirà a sconfiggerlo piuttosto rapidamente, ma solo per ritrovarsi accanto degli elfi, tutti uniti nel muovere guerra ai nani... anche se ci si mettono gli orchetti a unire tutti in un fronte comune.
Avevo letto peste e corna di questo capitolo conclusivo; invece è un film dignitoso in linea con i precedenti capitoli. Certamente gli mancano i veri e propri colpi di genio che c'erano nel primo, così come c'è troppo poco drago per soddisfare il mio senso di abbandono da "Jurassic Park". Però il film regge.
Nonostante ci si dedichi quasi esclusivamente alle battaglie non si scade nelle scene da videogioco del secondo film della trilogia del Signore degli anelli. Le scene d'azione di massa della prima metà sono enormi come al solito, ma nella seconda parte ci si dedica di più agli scontri personali, con una sequenza fra Legolas e il capo degli orchetti su una torre abbattuta sospesa nel vuoto che è davvero ben giostrata. C'è coraggio, sacrificio ed eroismo a piene mani con una punta di disillusione e accettazione della morte che da un tocco meno banale alle agnizioni personali che altrimenti sarebbero da melodramma classico.
Non ci sono idee nuove o risoluzioni vincenti delle vicende personali; l'impegno di Jackson sembra quello di chiudere con dignità, spargere tutti i cliffhanger che riesce fra le due trilogie e chiudere del tutto la porta. Io direi che la missione è compiuta.
Visto al cinema.
Bilbo e i nani hanno scatenato il drago Smaug nel precedente episodio, e ora distrugge tutto quello che può nella città degli uomini. L'eroe locale riuscirà a sconfiggerlo piuttosto rapidamente, ma solo per ritrovarsi accanto degli elfi, tutti uniti nel muovere guerra ai nani... anche se ci si mettono gli orchetti a unire tutti in un fronte comune.
Avevo letto peste e corna di questo capitolo conclusivo; invece è un film dignitoso in linea con i precedenti capitoli. Certamente gli mancano i veri e propri colpi di genio che c'erano nel primo, così come c'è troppo poco drago per soddisfare il mio senso di abbandono da "Jurassic Park". Però il film regge.
Nonostante ci si dedichi quasi esclusivamente alle battaglie non si scade nelle scene da videogioco del secondo film della trilogia del Signore degli anelli. Le scene d'azione di massa della prima metà sono enormi come al solito, ma nella seconda parte ci si dedica di più agli scontri personali, con una sequenza fra Legolas e il capo degli orchetti su una torre abbattuta sospesa nel vuoto che è davvero ben giostrata. C'è coraggio, sacrificio ed eroismo a piene mani con una punta di disillusione e accettazione della morte che da un tocco meno banale alle agnizioni personali che altrimenti sarebbero da melodramma classico.
Non ci sono idee nuove o risoluzioni vincenti delle vicende personali; l'impegno di Jackson sembra quello di chiudere con dignità, spargere tutti i cliffhanger che riesce fra le due trilogie e chiudere del tutto la porta. Io direi che la missione è compiuta.
lunedì 29 dicembre 2014
Maradona di Kusturica - Emir Kusturica (2008)
(Maradona by Kusturica)
Visto in tv.
Maradona intervistato da un Kusturica fan estremista. Quello che ne viene fuori è un mix tra il genio e l'idiota, tra il trascinatore del popolo (anche politicamente) e il tizio che si è perso l'infanzia delle figlie per la droga; il tutto con una serie di sequenze dei suoi gol migliori, interviste dirette, sequenze dei precedenti film di kusturica, animazioni, scene documentaristiche della grottesca chiesa di Maradona.
La question è che questo "documentario" ha tutto già nel titolo; non è un film su Maradona, ma è prima di tutto un film di Kusturica. Il regista ama il calciatore ed il personaggio e cerca di paragonarlo ai suoi personaggi, ma questo solo per paragonare sé stesso all'Argentino (la sequenza iniziale è addirittura sfacciata, con Kusturica sul palco che suona e viene introdotto come "il Maradona del cinema").
In una parola, il regista crea l'ennesimo film sull'ennesimo suo personaggio; un personaggio che è un furbo profittatore e un arrogante, ma è anche un vincente, un duro con grandi sentimentalismi, un buono con molta pervicacia e che, nonostante pregi e difetti, ama ed è amato.
La regia caotica che confonde i generi (ho trovato orribili gli inserti animati), eccede in populismo, mete dentro canzoni, crea situazioni paradossali (costruite ad arte), dà ritmo vertiginoso e regala sentimenti prima ancora di capire cosa sta succedendo e perché, ecco questa regia è quella solita di Kusturica, la sua solita regia quando gli riesce bene.
Kusturica loda sé stesso (perché ritiene di essere lui il protagonista di ogni suo film) e qui dirige un falso documentario sul suo ennesimo personaggio balcanico.
Visto in tv.
Maradona intervistato da un Kusturica fan estremista. Quello che ne viene fuori è un mix tra il genio e l'idiota, tra il trascinatore del popolo (anche politicamente) e il tizio che si è perso l'infanzia delle figlie per la droga; il tutto con una serie di sequenze dei suoi gol migliori, interviste dirette, sequenze dei precedenti film di kusturica, animazioni, scene documentaristiche della grottesca chiesa di Maradona.
La question è che questo "documentario" ha tutto già nel titolo; non è un film su Maradona, ma è prima di tutto un film di Kusturica. Il regista ama il calciatore ed il personaggio e cerca di paragonarlo ai suoi personaggi, ma questo solo per paragonare sé stesso all'Argentino (la sequenza iniziale è addirittura sfacciata, con Kusturica sul palco che suona e viene introdotto come "il Maradona del cinema").
In una parola, il regista crea l'ennesimo film sull'ennesimo suo personaggio; un personaggio che è un furbo profittatore e un arrogante, ma è anche un vincente, un duro con grandi sentimentalismi, un buono con molta pervicacia e che, nonostante pregi e difetti, ama ed è amato.
La regia caotica che confonde i generi (ho trovato orribili gli inserti animati), eccede in populismo, mete dentro canzoni, crea situazioni paradossali (costruite ad arte), dà ritmo vertiginoso e regala sentimenti prima ancora di capire cosa sta succedendo e perché, ecco questa regia è quella solita di Kusturica, la sua solita regia quando gli riesce bene.
Kusturica loda sé stesso (perché ritiene di essere lui il protagonista di ogni suo film) e qui dirige un falso documentario sul suo ennesimo personaggio balcanico.
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venerdì 26 dicembre 2014
Fantasmi a Roma - Antonio Pietrangeli (1961)
(Id.)
Visto in Dvx.
In una palazzina in centro a Roma vivono un gruppetto di fantasmi, alloggiati presso un anziano nobile decaduto, alla morte di questo si troveranno per casa il nipote. Voglioso di soldi il giovano vorrebbe vendere il palazzo, ma i fantasmi lavoreranno di concerto per non perdere la casa, arriveranno anche a chiedere la consulenza di un pittore del 500.
Questo è un film delizioso. Il termine delizioso di solito non lo uso, neppure per il cibo, neppure per i coniglietti o i cuccioli di foca. Ma questo è proprio un film delizioso. Una commedia delicata, divertente, dal ritmo calmo, ma sempre ben tenuto, una galleria di personaggi che non inventano nulla, ma sfruttano gli stilemi sui fantasmi e i luoghi comuni sugli attori per creare i personaggi e le situazioni; tutto però diluito nella delicatezza. Cast enorme che si muove con grazia incredibile e, come già detto, fa il luogo comune di sé stesso, Mastroianni fa il solito donnaiolo (ma senza gli estremismi di Fellini) e altri due personaggi, Milo fa la ragazza svampita (personaggio piuttosto secondario), Gassman è un sanguigno artista anticlericale, Buazzelli un frate corpulento e bonaccione ed infine De Filippo nelle vesti del nobile (di pedigree e di intenti) decaduto, intellettuale e reazionario (pur avendo l'apertura in solitaria è il personaggio meno sfruttato, si poteva fare di più).
I rapporti tra i morti e i vivi si esauriscono in gag e giochi prevedibili, ma organizzati perfettamente (dato che i vivi non possono vedere i fantasmi); unica scena che si discosta dallo stato di quieta commedia è quella di Mastroianni con la ballerina nel locale, nel mood generale stride, ma alla fine risulta innocua.
Tra gli sceneggiatori Flaiano e Scola.
Non è un capolavoro, ma un film da recuperare di sicuro.
Visto in Dvx.
In una palazzina in centro a Roma vivono un gruppetto di fantasmi, alloggiati presso un anziano nobile decaduto, alla morte di questo si troveranno per casa il nipote. Voglioso di soldi il giovano vorrebbe vendere il palazzo, ma i fantasmi lavoreranno di concerto per non perdere la casa, arriveranno anche a chiedere la consulenza di un pittore del 500.
Questo è un film delizioso. Il termine delizioso di solito non lo uso, neppure per il cibo, neppure per i coniglietti o i cuccioli di foca. Ma questo è proprio un film delizioso. Una commedia delicata, divertente, dal ritmo calmo, ma sempre ben tenuto, una galleria di personaggi che non inventano nulla, ma sfruttano gli stilemi sui fantasmi e i luoghi comuni sugli attori per creare i personaggi e le situazioni; tutto però diluito nella delicatezza. Cast enorme che si muove con grazia incredibile e, come già detto, fa il luogo comune di sé stesso, Mastroianni fa il solito donnaiolo (ma senza gli estremismi di Fellini) e altri due personaggi, Milo fa la ragazza svampita (personaggio piuttosto secondario), Gassman è un sanguigno artista anticlericale, Buazzelli un frate corpulento e bonaccione ed infine De Filippo nelle vesti del nobile (di pedigree e di intenti) decaduto, intellettuale e reazionario (pur avendo l'apertura in solitaria è il personaggio meno sfruttato, si poteva fare di più).
I rapporti tra i morti e i vivi si esauriscono in gag e giochi prevedibili, ma organizzati perfettamente (dato che i vivi non possono vedere i fantasmi); unica scena che si discosta dallo stato di quieta commedia è quella di Mastroianni con la ballerina nel locale, nel mood generale stride, ma alla fine risulta innocua.
Tra gli sceneggiatori Flaiano e Scola.
Non è un capolavoro, ma un film da recuperare di sicuro.
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1961,
Antonio Pietrangeli,
Commedia,
Eduardo De Filippo,
Fantasy,
Film,
Marcello Mastroianni,
Sandra Milo,
Vittorio Gassman
mercoledì 24 dicembre 2014
Dopo la morte - Evgenij Bauer (1915)
(Posle smerti)
Visto qui, grazie a questa recensione.
Un giovane studente universitario vive nella venerazione della madre e nelle cure (esagerate) della zia (strepitosa la vecchietta che di notte va a controllare che dorma o a colazione gli zucchera il te e gli avvicina di 10 cm le brioche così che non debba allungare una mano). Conosce una ragazza, un'attrice, che si innamora di lui, lui la rifiuta e lei si suicida poco prima di uno spettacolo. Venuto a sapere della morte impazzisce e comincia a sognare la donna e a vederne il fantasma che lo perseguita.
Scoperto di recente (da me) questo Bauer fu uno dei più importanti (rimango sul vago perché non so se fosse o meno il principale) regista della Russia zarista, nato nella seconda metà dell'800 e morto proprio nel 1917 per una polmonite non dovette mai affrontare un cambio di registro nei suoi film (chissà che cosa avrebbero pensato l'uno dell'altro Bauer e Eisenstein). Decadente, simbolista, drammatico e fantasy fu un innovatore delle immagini (luci e scenografie per lo più).
Il film ha due enormi talloni d'Achille. Il cast francamente inadatto a recitare (la protagonista ha sempre la stessa espressione enfatica e dolente, il protagonista non riesce ad essere credibile) e la sceneggiatura, scritta in fretta su un canovaccio e tutta tesa a mostrare il fantasma fregandosene del climax; la storia è lenta prima della morte della ragazza e dopo si rende ripetitiva in un insistere di apparizioni tutte uguali che non aumentano il dramma, ma la noia.
Bauer dal canto suo lavora di regia in senso teatrale, gli interni sono curatissimi e muove gli attori con il maggior senso estetico possibile, creando alcune immagine pittoricamente interessanti (la scena del sogno nei campi e qualche primo piano ricco di emozione).
Il film non mi ha entusiasmato molto, ma considerando l'epoca di produzione è già visivamente ben realizzato; non si può pretendere che siano tutte opere totali come "Cabiria".
Visto qui, grazie a questa recensione.
Un giovane studente universitario vive nella venerazione della madre e nelle cure (esagerate) della zia (strepitosa la vecchietta che di notte va a controllare che dorma o a colazione gli zucchera il te e gli avvicina di 10 cm le brioche così che non debba allungare una mano). Conosce una ragazza, un'attrice, che si innamora di lui, lui la rifiuta e lei si suicida poco prima di uno spettacolo. Venuto a sapere della morte impazzisce e comincia a sognare la donna e a vederne il fantasma che lo perseguita.
Scoperto di recente (da me) questo Bauer fu uno dei più importanti (rimango sul vago perché non so se fosse o meno il principale) regista della Russia zarista, nato nella seconda metà dell'800 e morto proprio nel 1917 per una polmonite non dovette mai affrontare un cambio di registro nei suoi film (chissà che cosa avrebbero pensato l'uno dell'altro Bauer e Eisenstein). Decadente, simbolista, drammatico e fantasy fu un innovatore delle immagini (luci e scenografie per lo più).
Il film ha due enormi talloni d'Achille. Il cast francamente inadatto a recitare (la protagonista ha sempre la stessa espressione enfatica e dolente, il protagonista non riesce ad essere credibile) e la sceneggiatura, scritta in fretta su un canovaccio e tutta tesa a mostrare il fantasma fregandosene del climax; la storia è lenta prima della morte della ragazza e dopo si rende ripetitiva in un insistere di apparizioni tutte uguali che non aumentano il dramma, ma la noia.
Bauer dal canto suo lavora di regia in senso teatrale, gli interni sono curatissimi e muove gli attori con il maggior senso estetico possibile, creando alcune immagine pittoricamente interessanti (la scena del sogno nei campi e qualche primo piano ricco di emozione).
Il film non mi ha entusiasmato molto, ma considerando l'epoca di produzione è già visivamente ben realizzato; non si può pretendere che siano tutte opere totali come "Cabiria".
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Evgenij Bauer,
Fantasy,
Film,
Muto,
Vera Karalli,
Vitold Polonsky
lunedì 22 dicembre 2014
Mafioso - Alberto Lattuada (1962)
(Id.)
Visto in Dvx.
Un siciliano lavora come supervisore in una fabbrica del nord, si è sposato con una milanese da cui ha due figlie; finalmente dopo quasi 10 anni riesce a tornare nella nativa Alcamo (portando per la prima volta la famiglia in Sicilia). Il film si dipana nel mostrare lo sconcerto della nordica nei confronti dell'ambiente, le abitudini, i preconcetti e i servilismi del sud. Verso la fine della vacanza però il capo mafia locale chiede un favore che non si può rifiutare al protagonista.
Un film stranissimo che parte come una commedia sulle differenze nord-sud piuttosto carina seppure con alcuni (molti) luoghi comunissimi sfruttati per divertire a colpo sicuro. La mafia viene trattata con sussiegosa ironia, seppure rimane come convitato di pietra in ogni inquadratura.
Nella seconda parte il film vira verso il dramma, con un regolamento di conti e la tragedia di un uomo normale invischiato in questioni immorali più grandi di lui a cui è costretto ad assoggettarsi; il finale normalizzante non è certo consolatorio.
Lo stacco fra le due parti non è improvviso. Lentamente il capo mafia dimostra di avere un piano e pur rimanendo ironico, se non proprio macchiettistico, il concetto aleggiante di mafia si fa sempre più presente, pervasivo ed inquietante. Lo stacco più netto si ha nel bellismo incontro notturno, da li inizia il dramma. Ma anche nel pieno svolgersi della tragedia, l'atteggiamento e la fisicità di Sordi (magnifico protagonista) continuano a puntare sull'ironia.
Mix incredibile di generi che si fondono in maniera impeccabile. Effetto straniante che colpisce davvero molto. Il mash up nasce dalla fusione di due sceneggiature una di Marco Ferreri e una di Age e Scarpelli (guess who è per il dramma grottesco e chi per la commedia regionale?), nate indipendentemente ed immotivatamente unite. Beh l'unione delle due crea un film particolarissimo.
Il comparto artistico è però meritevole degli encomi e credo sia proporzionalmente investito dalla responsabilità della riuscita perfetta.
Sordi macchina comica molto fisica (che solitamente non amo troppo per la tendenza alla caricatura e per essere un caratterista esagerato) qui è bravissimo nella prima parte (il suo entusiasmo all'arrivo in nave in Sicilia è così veritiero da essere contagioso) e nella seconda riesce ad essere credibile nel dramma divenendo necessario per garantire quel trait d'union con la commedia precedente.
Lattuada invece è solido e concreto, inquadra con gusto per la composizione, utilizza alcuni panfocus molto belli, costruisce tutte le scene (almeno nella prima parte) su più piani, gioca molto con il bianco accecante della Sicilia per controbilanciarlo con le ombre del dramma; inoltre il ritmo dell'incipit è enorme tutto tenuto in piedi da una macchina da pesa che si ferma solo per inquadrare i personaggi in movimento. La scena dell'incontro in notturna con Don Vincenzo è un capolavoro di primissimi piani, silhouette, luci crude ed ombre vicino all'espressionismo o al noir classico. Il viaggio stilizzato con una schermata nera, due spiragli di luce in movimento e la voce fuori campo di Alberto Sordi che prega e pensa alla famiglia è un altro colpo di genio.
Un film da recuperare assolutamente. Locandine tutte fuorvianti.
Visto in Dvx.
Un siciliano lavora come supervisore in una fabbrica del nord, si è sposato con una milanese da cui ha due figlie; finalmente dopo quasi 10 anni riesce a tornare nella nativa Alcamo (portando per la prima volta la famiglia in Sicilia). Il film si dipana nel mostrare lo sconcerto della nordica nei confronti dell'ambiente, le abitudini, i preconcetti e i servilismi del sud. Verso la fine della vacanza però il capo mafia locale chiede un favore che non si può rifiutare al protagonista.
Un film stranissimo che parte come una commedia sulle differenze nord-sud piuttosto carina seppure con alcuni (molti) luoghi comunissimi sfruttati per divertire a colpo sicuro. La mafia viene trattata con sussiegosa ironia, seppure rimane come convitato di pietra in ogni inquadratura.
Nella seconda parte il film vira verso il dramma, con un regolamento di conti e la tragedia di un uomo normale invischiato in questioni immorali più grandi di lui a cui è costretto ad assoggettarsi; il finale normalizzante non è certo consolatorio.
Lo stacco fra le due parti non è improvviso. Lentamente il capo mafia dimostra di avere un piano e pur rimanendo ironico, se non proprio macchiettistico, il concetto aleggiante di mafia si fa sempre più presente, pervasivo ed inquietante. Lo stacco più netto si ha nel bellismo incontro notturno, da li inizia il dramma. Ma anche nel pieno svolgersi della tragedia, l'atteggiamento e la fisicità di Sordi (magnifico protagonista) continuano a puntare sull'ironia.
Mix incredibile di generi che si fondono in maniera impeccabile. Effetto straniante che colpisce davvero molto. Il mash up nasce dalla fusione di due sceneggiature una di Marco Ferreri e una di Age e Scarpelli (guess who è per il dramma grottesco e chi per la commedia regionale?), nate indipendentemente ed immotivatamente unite. Beh l'unione delle due crea un film particolarissimo.
Il comparto artistico è però meritevole degli encomi e credo sia proporzionalmente investito dalla responsabilità della riuscita perfetta.
Sordi macchina comica molto fisica (che solitamente non amo troppo per la tendenza alla caricatura e per essere un caratterista esagerato) qui è bravissimo nella prima parte (il suo entusiasmo all'arrivo in nave in Sicilia è così veritiero da essere contagioso) e nella seconda riesce ad essere credibile nel dramma divenendo necessario per garantire quel trait d'union con la commedia precedente.
Lattuada invece è solido e concreto, inquadra con gusto per la composizione, utilizza alcuni panfocus molto belli, costruisce tutte le scene (almeno nella prima parte) su più piani, gioca molto con il bianco accecante della Sicilia per controbilanciarlo con le ombre del dramma; inoltre il ritmo dell'incipit è enorme tutto tenuto in piedi da una macchina da pesa che si ferma solo per inquadrare i personaggi in movimento. La scena dell'incontro in notturna con Don Vincenzo è un capolavoro di primissimi piani, silhouette, luci crude ed ombre vicino all'espressionismo o al noir classico. Il viaggio stilizzato con una schermata nera, due spiragli di luce in movimento e la voce fuori campo di Alberto Sordi che prega e pensa alla famiglia è un altro colpo di genio.
Un film da recuperare assolutamente. Locandine tutte fuorvianti.
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1962,
Alberto Lattuada,
Alberto Sordi,
Commedia,
Dramma,
Film,
Norma Bengell
venerdì 19 dicembre 2014
Hellraiser 5: Inferno - Scott Derrickson (2000)
(Hellraiser: Inferno)
Un poliziotto sul modello del cattivo tenente herzogiano viene in contatto con la scatola di Lemearchand sulla scena di un crimine, da quel momento sembra che una serie di omicidi prendano di mira le persone a lui vicine; mentre una serie di visioni, di sogni dentro sogni, di messaggi diretti e di mostri grotteschi lo perseguitano.
Buffo che il miglior film della saga finora sia il 5° capitolo, ancora più buffo se si pensa che questo è il primo film fato per andare direttamente al videonoleggio e con trama riciclata da un progetto precedente; buffissimo se si pensa che comunque è un filmetto mediocre.
La parte di trama che compete ai cenobiti è ridotta all'osso, attaccata malamente ad un film che vive per conto proprio e sono proprio buttati a caso. Il concetto di scelta (il volere scoprire cosa c'è nella scatola) e il sadomasochismo dei film precedenti (l'idea che siano demoni per qualcuno, angeli per altri) viene completamente violentato in favore della più banale idea demonologica di traghettatori verso l'inferno, di angeli del male che colpiscono il poliziotto per le sue colpe (cosa di per se carina, ma che svilisce il concetto precedente decisamente migliore e che si affianca a decine di altri film dello stesso stampo). Unica nota positiva il ritorno (in versione 2.0) di Chatterer.
Il film che sarebbe venuto fuori senza cenobiti è comunque l'idea vincente. Un thriller soprannaturale senza satana, zombi o fantasmi, ma con una vena di surrealtà presa direttamente da Lynch (il locale pieno di cowboy, la soggettiva sulla strada, il filmato dato al detective, la madre del protagonista che io pensavo essere la signora del ceppo...) ed un gioco di sogni a scatole cinesi che sembra Nightmare. Non inventa nulla, ma nella prima metà funziona. Nel finale invece non si riesce a tirare le somme, le idee vengono affastellate senza una struttura chiara e tutto quello che si riesce a capire è che c'è un gran casino ed una supponenza pure superiore.
Cast irritante.
Un poliziotto sul modello del cattivo tenente herzogiano viene in contatto con la scatola di Lemearchand sulla scena di un crimine, da quel momento sembra che una serie di omicidi prendano di mira le persone a lui vicine; mentre una serie di visioni, di sogni dentro sogni, di messaggi diretti e di mostri grotteschi lo perseguitano.
Buffo che il miglior film della saga finora sia il 5° capitolo, ancora più buffo se si pensa che questo è il primo film fato per andare direttamente al videonoleggio e con trama riciclata da un progetto precedente; buffissimo se si pensa che comunque è un filmetto mediocre.
La parte di trama che compete ai cenobiti è ridotta all'osso, attaccata malamente ad un film che vive per conto proprio e sono proprio buttati a caso. Il concetto di scelta (il volere scoprire cosa c'è nella scatola) e il sadomasochismo dei film precedenti (l'idea che siano demoni per qualcuno, angeli per altri) viene completamente violentato in favore della più banale idea demonologica di traghettatori verso l'inferno, di angeli del male che colpiscono il poliziotto per le sue colpe (cosa di per se carina, ma che svilisce il concetto precedente decisamente migliore e che si affianca a decine di altri film dello stesso stampo). Unica nota positiva il ritorno (in versione 2.0) di Chatterer.
Il film che sarebbe venuto fuori senza cenobiti è comunque l'idea vincente. Un thriller soprannaturale senza satana, zombi o fantasmi, ma con una vena di surrealtà presa direttamente da Lynch (il locale pieno di cowboy, la soggettiva sulla strada, il filmato dato al detective, la madre del protagonista che io pensavo essere la signora del ceppo...) ed un gioco di sogni a scatole cinesi che sembra Nightmare. Non inventa nulla, ma nella prima metà funziona. Nel finale invece non si riesce a tirare le somme, le idee vengono affastellate senza una struttura chiara e tutto quello che si riesce a capire è che c'è un gran casino ed una supponenza pure superiore.
Cast irritante.
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mercoledì 17 dicembre 2014
Il sale della terra - Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado (2014)
(The salt of the Earth)
Visto al cinema.
Wenders percorre la vita di Salgado, dalla giovinezza in Brasile alla fuga a Parigi, la scoperta della fotografia fino all'ultima mostra, passando per l'impegno ecologista nel rimboschimento della sua terra natale.
Tutto questo viene fatto con pochissime immagini di repertorio, diversi filmati girati dallo stesso Wenders (o per lui dal figlio del fotografo) e con tantissime foto.
Diciamolo subito, il film è un film parlato; un pò perché è un documentario su una persona (per altro ancora viva) e quindi è ovvio che il protagonista sia invitato a spiegare il suo lavoro, localizzare nel tempo e nello spazio le sue foto; ma in parte perché le immagini sono la poesia e le parole la prosa. Secondo me Wenders vince proprio perché riesce a unire le immagini statiche (che follia voler girare un documentario su un fotografo per proiettarlo in un cinema; contemporaneamente figlio e nemesi della fotografia stessa) al volto invecchiato dell'autore e alle sue parole. Le immagini mostrano un concetto, un sentimento, un moto dell'animo, mentre le parole descrivono il contesto e spiegano ciò che forse non si coglierebbe del tutto.
Wenders sceglie, saggiamente, di farsi rapidamente da parte (credo che avrebbe addirittura fatto meglio a non inserirsi direttamente nel film, come invece fa all'inizio) per lasciare spazio alle immagini; quando però decide di riprendere il suo protagonista lo fa con una cura maniacale; dovendo rapportarsi con delle foto magnifiche decide fin da subito di porsi al loro livello; spesso usa il bianco e nero, lavora enormemente sulle luci e (quando può) sulla composizione dell'inquadratura, eseguendo alcuni degli shot esteticamente più appaganti della sua carriera, pur essendo solo immagini di raccordo.
Poi ovviamente ci sono l'impegno civile e umanitario di Salgado, un autore che si è ritrovato in mezzo ai peggiori massacri degli anni '90 e li ha mostrati senza censure, ma si è anche rapportato con civiltà distanti e antiche entrandone in contatto diretto e, infine, si è scontrato con la potenza della natura documentandola in maniera maniacale. Tutto questo suo percorso umano è raccontato magnificamente in turbine di emozioni esposte, ma esposte in maniera talmente empatica che non si può non provare tutto ciò che Salgado racconta.
Infine ci sono le foto. Per chi già apprezza Salgado niente di nuovo; ma per chi, come me, lo conosce poco o nulla sono una vera epifania; alcune delle immagini più belle mai impresse su pellicola, dalla brutalità della morte nel Sahel alla zampa di un'iguana, dal fuoco che si sprigiona da un pozzo di petrolio incendiato ai ritratti di etnie andine fino alla banalità di due pappagalli in volo, tutto è magnificato da una capacità incredibile di giocare con la luce e la messa a fuoco, con un bianco e nero che da spessore e densità a ogni scena.
Visto al cinema.
Wenders percorre la vita di Salgado, dalla giovinezza in Brasile alla fuga a Parigi, la scoperta della fotografia fino all'ultima mostra, passando per l'impegno ecologista nel rimboschimento della sua terra natale.
Tutto questo viene fatto con pochissime immagini di repertorio, diversi filmati girati dallo stesso Wenders (o per lui dal figlio del fotografo) e con tantissime foto.
Diciamolo subito, il film è un film parlato; un pò perché è un documentario su una persona (per altro ancora viva) e quindi è ovvio che il protagonista sia invitato a spiegare il suo lavoro, localizzare nel tempo e nello spazio le sue foto; ma in parte perché le immagini sono la poesia e le parole la prosa. Secondo me Wenders vince proprio perché riesce a unire le immagini statiche (che follia voler girare un documentario su un fotografo per proiettarlo in un cinema; contemporaneamente figlio e nemesi della fotografia stessa) al volto invecchiato dell'autore e alle sue parole. Le immagini mostrano un concetto, un sentimento, un moto dell'animo, mentre le parole descrivono il contesto e spiegano ciò che forse non si coglierebbe del tutto.
Wenders sceglie, saggiamente, di farsi rapidamente da parte (credo che avrebbe addirittura fatto meglio a non inserirsi direttamente nel film, come invece fa all'inizio) per lasciare spazio alle immagini; quando però decide di riprendere il suo protagonista lo fa con una cura maniacale; dovendo rapportarsi con delle foto magnifiche decide fin da subito di porsi al loro livello; spesso usa il bianco e nero, lavora enormemente sulle luci e (quando può) sulla composizione dell'inquadratura, eseguendo alcuni degli shot esteticamente più appaganti della sua carriera, pur essendo solo immagini di raccordo.
Poi ovviamente ci sono l'impegno civile e umanitario di Salgado, un autore che si è ritrovato in mezzo ai peggiori massacri degli anni '90 e li ha mostrati senza censure, ma si è anche rapportato con civiltà distanti e antiche entrandone in contatto diretto e, infine, si è scontrato con la potenza della natura documentandola in maniera maniacale. Tutto questo suo percorso umano è raccontato magnificamente in turbine di emozioni esposte, ma esposte in maniera talmente empatica che non si può non provare tutto ciò che Salgado racconta.
Infine ci sono le foto. Per chi già apprezza Salgado niente di nuovo; ma per chi, come me, lo conosce poco o nulla sono una vera epifania; alcune delle immagini più belle mai impresse su pellicola, dalla brutalità della morte nel Sahel alla zampa di un'iguana, dal fuoco che si sprigiona da un pozzo di petrolio incendiato ai ritratti di etnie andine fino alla banalità di due pappagalli in volo, tutto è magnificato da una capacità incredibile di giocare con la luce e la messa a fuoco, con un bianco e nero che da spessore e densità a ogni scena.
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