(Midsommar)
Visto su NowTv.
Un gruppo di amici decide di passare il solstizio d'estate nel villaggio svedese d'origine di uno di loro dove ci sono celebrazioni folkloristiche caratteristiche.
Assieme a loro si associa la ragazza di uno del gruppo; lei ha appena subito un lutto pesantissimo ed è presa malissimo, lui la vorrebbe lasciare già da tempo, ma non ne ha il coraggio e la relazione si trascina avanti in maniera frustrante per entrambi (e per il gruppo di amici che chiaramente la sopporta poco).
Ovviamente le celebrazioni del solstizio non saranno quelle che ci si potrebbe aspettare.
Al secondo film Aster si tuffa nel folk horror, pur mantenendo tutte le caratteristiche del precedente "Hereditary" (dettaglio che nei prossimi anni dimostrerà se si tratta di firma d'autore o limite tematico).
Come colpo d'occhio in realtà Aster tenta il percorso opposto al suo film precedente. L'altro era un film sovrannaturale che viveva di buio, di penombra e di dettagli nascosti, ma mostrati. Qui invece è un horror in pieno sole (giusto un paio di scene importanti sono al chiuso o di notte) con il bianco come colore dominante ed esplosioni floreali (il finale in mezzo ai fiori con il volto in lacrime e gli altri in bianco è da incorniciare), la ricchezza di dettagli c'è anche qui, ma in molti casi sono apertamente esposti (il tessuto che mostra le tecniche magiche per far innamorare), ma, ovviamente, quelli evidenti sono solo la punta dell'iceberg (ed è un gioco ricchissimo il cercare di scovarli ad una seconda visione).
Però molto è condiviso. La "famiglia naturale" come problema, la famiglia allargata come rifugio (disfunzionale) in cui poter vivere pienamente; il gioco con lo spettatore a cui vengono dati quasi tutti gli elementi per capire, ma non il modo in cui incastrarli; ecc...
Ovviamente a tutto questo si abbina la solita cura nella messa in scena, con un'ambientazione ragionatissima e la fotografia splendidamente curata a cui ci ha già abituati.
L'effetto finale è straniante e interessante. Lontano dalla perfezione prettamente horror di "Hereditary" qui siamo di fronte ad altro. Il genere horror si presta da sempre ad essere declinato verso altre tematiche (come quello sociale alla Romero); qui Aster utilizza il genere per mostrare un'elaborazione del lutto e la presa di coscienza di una donna nei confronti delle zavorre della sua vita. Di fatto un dramma psicologico giocato sul terreno dell'horror che ha il suo picco nel finale, congruo con l'andamento di tutto il film, ma nello stesso momento estremamente metaforico.
Indubbiamente più complesso, ma, di conseguenza, meno efficace del precedente.
Va però encomiata l'enorme capacità di creare immagini potenti, anche con elementi complessi arrivando a sfiorare il ridicolo senza mai cadervi apertmente.
Visualizzazione post con etichetta Ari Aster. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ari Aster. Mostra tutti i post
lunedì 20 aprile 2020
venerdì 24 agosto 2018
Hereditary: le radici del male - Ari Aster (2018)
(Id.)
Viato al cinema.
Alla sua prima prova sul lungometraggio Ari Aster non delude, anzi, continua il discorso iniziato nei suoi cortometraggi, lo amplifica e lo arricchisce.
Parte dalla solita idea della famiglia disfunzionale, la ammanta di un clima da tragedia greca incombente e (dalla metà in poi) scatena un horror devastante.
Si può paragonare a "Kill list" per l'incedere lento che accelera con il passare dei minuti (e per il finale "di accettazione"), si può paragonare a "The Babadook" per l'orrore che si infiltra in una famiglia spezzata che cerca di scendere a patti con il lutto, si può paragonare a "Rosmery's baby" per l'intero clima cospirativo e satanista (e per un certo interesse più sul dramma che sull'horror).
Ci sta tutto, di fatto però il film si muove più dalle parte di un Haneke (se vogliamo modernizzarci, dalle parti di un Lathimos), dove i propri personaggi vengono bistrattati senza un minimo di compassione e con un'insistenza quasi psicotica. L'intera prima parte è, di fatto, un piccolo dramma famigliare dove tutti sembrano voler sbranare tutti, dove tutti soffrono senza particolare possibilità di uscire dal loop e, soprattutto, dove il destino imperversa senza pietà. Ma, sempre in questa prima, magnifica, parte Aster si avvicina ai livelli di Cronenberg, crea un clima gloomy dove l'ansia è costante per un dramma che si respira chiaramente anche quando non succede nulla, dove un nonnulla (un'allergia, un hobby, un'espressione) hanno impatti devastante sui personaggi e sul pubblico.
Nella seconda parte invece, il film parte per la fase schiettamente horror. Il sovrannaturale entra all'improvviso e si espande gradualmente, ma quello che più conta saranno le reazioni dei personaggi. Il primo incontro con lo spirito del bambino la co-protagonista avrà una delle reazioni più credibili di sempre, il sovrannaturale non è un'evento scontato, quando arriva erode tutto. L'orrore non mancherà (decapitazioni, persone in fiamme, cadaveri decomposti), ma sarà sempre filtrato attraverso le reazioni dei personaggi che rimarranno il centro della vicenda (il lungo primissimo piano del figlio dopo la prima decapitazione è splendido).
Affascinante anche l'uso perfetto degli interni (già accennato nel primo cortometraggio di Aster), luoghi normali e austeri, ma immacolati come un diorama e, altrettanto, misteriosamente inquietanti (tutto le scene vengono incastrate in uno sfondo chiuso che è gabbia e cornice). Da ammirare anche l'intricato utilizzo dei personaggi, in un film in cui il protagonista sembra cambiare 2 o 3 volte.
Finale tecnicamente stupendo.
Ovviamente il film ha anche dei difetti e, su tutti, a mio avviso c'è l'incapacità di utilizzare tutte le suggestioni suggerite (i diorami della madre veicolano pochissime informazioni, la figura della nonna è utilizzata meno di quanto avrebbe potuto offrire) e la disonestà di aver realizzato un dramma famigliare sovrannaturale che di horror ha solo un lungo lunghissimo) finale.
Ottimo tutto il cast con la solita Collette che si porta a casa il risultato con facilità, un grandioso Wolff che è la vera scoperta, l'inquietante Shapiro e il Gabriel Byrne più vecchio di sempre (ok, mi ha stupito scoprire che l'anziano marito fosse lui!).
Viato al cinema.
Alla sua prima prova sul lungometraggio Ari Aster non delude, anzi, continua il discorso iniziato nei suoi cortometraggi, lo amplifica e lo arricchisce.
Parte dalla solita idea della famiglia disfunzionale, la ammanta di un clima da tragedia greca incombente e (dalla metà in poi) scatena un horror devastante.
Si può paragonare a "Kill list" per l'incedere lento che accelera con il passare dei minuti (e per il finale "di accettazione"), si può paragonare a "The Babadook" per l'orrore che si infiltra in una famiglia spezzata che cerca di scendere a patti con il lutto, si può paragonare a "Rosmery's baby" per l'intero clima cospirativo e satanista (e per un certo interesse più sul dramma che sull'horror).
Ci sta tutto, di fatto però il film si muove più dalle parte di un Haneke (se vogliamo modernizzarci, dalle parti di un Lathimos), dove i propri personaggi vengono bistrattati senza un minimo di compassione e con un'insistenza quasi psicotica. L'intera prima parte è, di fatto, un piccolo dramma famigliare dove tutti sembrano voler sbranare tutti, dove tutti soffrono senza particolare possibilità di uscire dal loop e, soprattutto, dove il destino imperversa senza pietà. Ma, sempre in questa prima, magnifica, parte Aster si avvicina ai livelli di Cronenberg, crea un clima gloomy dove l'ansia è costante per un dramma che si respira chiaramente anche quando non succede nulla, dove un nonnulla (un'allergia, un hobby, un'espressione) hanno impatti devastante sui personaggi e sul pubblico.
Nella seconda parte invece, il film parte per la fase schiettamente horror. Il sovrannaturale entra all'improvviso e si espande gradualmente, ma quello che più conta saranno le reazioni dei personaggi. Il primo incontro con lo spirito del bambino la co-protagonista avrà una delle reazioni più credibili di sempre, il sovrannaturale non è un'evento scontato, quando arriva erode tutto. L'orrore non mancherà (decapitazioni, persone in fiamme, cadaveri decomposti), ma sarà sempre filtrato attraverso le reazioni dei personaggi che rimarranno il centro della vicenda (il lungo primissimo piano del figlio dopo la prima decapitazione è splendido).
Affascinante anche l'uso perfetto degli interni (già accennato nel primo cortometraggio di Aster), luoghi normali e austeri, ma immacolati come un diorama e, altrettanto, misteriosamente inquietanti (tutto le scene vengono incastrate in uno sfondo chiuso che è gabbia e cornice). Da ammirare anche l'intricato utilizzo dei personaggi, in un film in cui il protagonista sembra cambiare 2 o 3 volte.
Finale tecnicamente stupendo.
Ovviamente il film ha anche dei difetti e, su tutti, a mio avviso c'è l'incapacità di utilizzare tutte le suggestioni suggerite (i diorami della madre veicolano pochissime informazioni, la figura della nonna è utilizzata meno di quanto avrebbe potuto offrire) e la disonestà di aver realizzato un dramma famigliare sovrannaturale che di horror ha solo un lungo lunghissimo) finale.
Ottimo tutto il cast con la solita Collette che si porta a casa il risultato con facilità, un grandioso Wolff che è la vera scoperta, l'inquietante Shapiro e il Gabriel Byrne più vecchio di sempre (ok, mi ha stupito scoprire che l'anziano marito fosse lui!).
Etichette:
2018,
Ari Aster,
Dramma,
Film,
Gabriel Byrne,
Horror,
Opera prima,
Toni Collette
mercoledì 22 agosto 2018
Munchausen - Ari Aster (2013)
(Id.)
Visto qui.
Il secondo cortometraggio di Aster che vedo è, nel tema, meno estremo (ma sempre sulla scia) del primo, ma a livello di regia decisamente più impegnativo.
L'intero film non è parlato, giusto un paio di scritte (un articolo di giornale e delle etichette di alcuni farmaci) aiutano la trama che, comunque, riesce a sostenersi perfettamente da sola.
La regia si muove con una libertà impensabile prima e si prodiga in costruzione ardite che danno il loro meglio negli stacchi tra una scena e l'altra (i migliori sono quelli interconnessi e rapidi della sequenza dell'arrivo al college).
A livello tematico siamo dalla parti dei "Johnsons", l'inferno è la famiglia e qui una madre che teme di soffrire troppo per la perdita del figlio (che parte per il collage e quindi formerà una sua famiglia) decide di trattenerlo con ogni mezzo. Curioso come, in entrambi i cortometraggi, i problemi familiari siano dovuti all'amore...
Aster si dimostra continuamente interessante per le tematiche e sempre più in grado di gestire una regia complessa.
Visto qui.
Il secondo cortometraggio di Aster che vedo è, nel tema, meno estremo (ma sempre sulla scia) del primo, ma a livello di regia decisamente più impegnativo.
L'intero film non è parlato, giusto un paio di scritte (un articolo di giornale e delle etichette di alcuni farmaci) aiutano la trama che, comunque, riesce a sostenersi perfettamente da sola.
La regia si muove con una libertà impensabile prima e si prodiga in costruzione ardite che danno il loro meglio negli stacchi tra una scena e l'altra (i migliori sono quelli interconnessi e rapidi della sequenza dell'arrivo al college).
A livello tematico siamo dalla parti dei "Johnsons", l'inferno è la famiglia e qui una madre che teme di soffrire troppo per la perdita del figlio (che parte per il collage e quindi formerà una sua famiglia) decide di trattenerlo con ogni mezzo. Curioso come, in entrambi i cortometraggi, i problemi familiari siano dovuti all'amore...
Aster si dimostra continuamente interessante per le tematiche e sempre più in grado di gestire una regia complessa.
Etichette:
2013,
Ari Aster,
Bonnie Bedelia,
Corto,
Dramma,
Liam Aiken
The strange thing about the Johnsons - Ari Aster (2011)
(Id.)
Visto qui.
Il furbo cortometraggio (il primo) di Aster è un thriller che parte da presupposti shockanti (SPOILER: l'amore incestuoso del figlio per il padre che diventa ossessione) per colpire il pubblico e far parlare di sé, ma anche per un'idea di famiglia come centro delle problematiche e della agnizioni sociali (l'inferno, non sono gli altri, è la famiglia). Il video, ovviamente, divenne virale.
Aster però utilizza il corto per una prova muscolare di regia. Gestisce le scene con libertà di movimento (piani sequenza interni), costruendo scene classicheggianti (luci e ombre lunghe come nei film anni '40), interni e abbigliamenti perfetti che stridono enormemente con quanto succede dentro di loro (ma seriosi e verosimili, lontani dai pastelli di Tim Burton) che diventano parte della vicenda.
Il vero problema del film non è la pretestuosità dell'assunto iniziale o di alcune scene specifiche (quello che viene visto dalla madre durante il matrimonio), ma nella scrittura, claudicante, improvvisa nei picchi, scarsa nel creare tensione dove pretende che debba essercene, ma sopratutto inverosimile nei sentimenti estremi che muovono i personaggi. Tutto è possibile al cinema, anche un omicidio interno a una famiglia da parte di una persona equilibrata a causa del dolore e dello "stress", ma bisogna arrivarci bene e non farlo cadere addosso.
In ogni caso un'opera prima buona che mostra quello che avverrà in futuro.
Visto qui.
Il furbo cortometraggio (il primo) di Aster è un thriller che parte da presupposti shockanti (SPOILER: l'amore incestuoso del figlio per il padre che diventa ossessione) per colpire il pubblico e far parlare di sé, ma anche per un'idea di famiglia come centro delle problematiche e della agnizioni sociali (l'inferno, non sono gli altri, è la famiglia). Il video, ovviamente, divenne virale.
Aster però utilizza il corto per una prova muscolare di regia. Gestisce le scene con libertà di movimento (piani sequenza interni), costruendo scene classicheggianti (luci e ombre lunghe come nei film anni '40), interni e abbigliamenti perfetti che stridono enormemente con quanto succede dentro di loro (ma seriosi e verosimili, lontani dai pastelli di Tim Burton) che diventano parte della vicenda.
Il vero problema del film non è la pretestuosità dell'assunto iniziale o di alcune scene specifiche (quello che viene visto dalla madre durante il matrimonio), ma nella scrittura, claudicante, improvvisa nei picchi, scarsa nel creare tensione dove pretende che debba essercene, ma sopratutto inverosimile nei sentimenti estremi che muovono i personaggi. Tutto è possibile al cinema, anche un omicidio interno a una famiglia da parte di una persona equilibrata a causa del dolore e dello "stress", ma bisogna arrivarci bene e non farlo cadere addosso.
In ogni caso un'opera prima buona che mostra quello che avverrà in futuro.
Iscriviti a:
Post (Atom)



