mercoledì 7 maggio 2014
The last performance - Pál Fejös (1927)
Visto qui.
Un mago si innamora della sua giovane aiutante (e le chiederà di sposarlo) e mantiene vicino a se un altro irritante aiutante. Una notte trova in casa sua un disperato che gli sta svaligiando la tavola imbandita; decide di dargli una possibilità e lo assume come aiutante dell'aiutante. Gli diverrà molto caro finché non scoprirà (grazie all'aiutante odiato) che se la fa con la sua innamorata (proprio la sera in cui voleva pubblico il loro futuro matrimonio). Poker face come pochi finge che nulla sia successo, ma durante una performance con le spade fa uccidere l'aiutante odioso dal suo concorrente in amore. In tribunale confesserà per amore...
Al di là del finale incomprensibile (come al solito), che però smaschera un meccanismo intelligente, questo è un ottimo film.
Veidt veterano dei palcoscenici e dell'agnizione da il viso gelido ad un uomo innamorato che medita una delle vendette più intelligenti in maniera impeccabile come di consueto.
Intanto dietro la macchina da presa lo sconosciuto (per me) Pál Fejös fa miracoli. Se la trama nella fase centrale rallenta molto, la regia è una delle più movimentate che ricordi nel cinema muto. Una serie di carrelli continui in avvicinamento e in allontanamento (si pensi alla cena dell'annuncio del matrimonio con la mdp che corre continuamente sul tavolo); costruisce veri e proprio piani sequenza (l'inizio del primo spettacolo o il fuggi fuggi in teatro dopo la morte dell'assistente) che vedo qui per la prima volta nel cinema degli anni '20 (ma ora mi devo documentare); ma se anche tutte queste creazioni non ci fossero state, sarebbe sufficiente la lunga sequenza dello spettacolo iniziale a far applaudire (inquadrature da ogni angolazione, scena mostrata di spalle per inquadrare la sala e dare profondità all'immagine, inquadrature oblique per mostrare il dietro le quinte).
domenica 26 dicembre 2010
Orlacs hände - Robert Wiene (1924)
Visto in Dvx.
Un noto pianista perde l’uso delle mani a causa di un incidente, su insistenza della di lui compagna il medico decide di osare l’inosabile… attua un trapianto di mano… al di la dei problemi connessi con la microchirurgia dei capillari e dei nervi, oltre che della questione igienica negli anni ’20, il principale postumo sembra essere un insano istinto omicida insito nelle mani stesse… l’operato ci rimane abbastanza male e strugge per riuscire a capire… vuoi vedere che il dottore, pur essendo un fottuto luminare, mi ha messo le mani di un assassino?
Sorprendente film del 1924 diretto con precisione chirurgica (ah ah ah) da Wiene. Non a caso ho usato il termine sorprendente, infatti qui tutto sorprende. Sorprende l’idea di fondo, per l’epoca eccessiva, ma in un certo senso reale (i trapiantati soffrono della sensazione di non appartenenza dell’arto nuovo), stupendo poi come venga suggerito il contesto paranormale della storia e come poi venga riportato ad una più ovvia normalità il tutto (magnifico che tutto si spieghi così esattamente, sconvolgendo le aspettative che vengono create nello spettatore) ed eccezionale l’uso delle scenografia, scarne come in tutto il cinema del muto, ma efficaci e l’utilizzo delle ombre. Infine quella breve applicazione degli effetti speciali è davvero inquietante, l’immagine del braccio enorme che schiaccia il protagonista convalescente vale tutto il film.
Nella parte del protagonista c'è quella stupenda faccia da film espressionista tedesco di Veidt (li ha fatti tutti lui).
Stupendo.
PS: di questo film ne sono stati tratti, immotivatamente, due remake, uno degli anni ’30 ed uno dei ’60. Mi applicherò per vederli entrambi.
martedì 20 luglio 2010
Il gabinetto delle figure di cera - Paul Leni, Leo Birinsky (1924)
Visto in DVD.
Un giovane scrittore viene assunto dal proprietario di un museo delle cere perchè scriva delle storie sui suoi personaggi più crudeli. Lo scrittore si innamorerà a tempo di record della figlia del suo datore di lavoro e inserirà la loro storia d'amore in tutti i racconti.
Vengono quindi raccontate le avventure di un tal califfo (Jannings, bravo ma non eccelso) che insidia la moglie di un panettiere; la storia di Ivan il terribile (Veidt, lui si decisamente valevole) che ama mostrare ai condannati a morte il tempo che resta loro con una clessidra, ma quando vorrà mostrare ad una ragazza la clessira dell'amato si accorgerà che sopra vi è scritto il suo nome, pensando d'essere stato avvelenato darà di matto e passerà gli anni rimasti a girare quella clessidra affinchè non finisca mai; ultimo un sogno dello scrittore su Jack lo squartatore (un Krauss sprecato) che ha più la valenza di un epilogo.
Avrebbe dovuto essrci un episodio in più su un mago italiano, ma per questione di costi Leni dovette acontentarsi.
Film discontinuo che si avvale degli attori migliori in circolazione per scopi differenti, creando una storia decisamente buona per Veidt, una più noiosa per Jannings, e dando soldi a gratis per Krauss che deve fare la statua di cera.
Leni fa tutto ciò che può, ma il risultato è per forza altalenante. Interessante l'uso del colore (anche se non originale visto che Griffith aveva già pensato anche a questo), con gli interni virati in ocra, e gli esterni in blu, più una dominante diversa per le storie, verde per quella del califfo, rossa per quella di Ivan il terribile, più di nuovo il blu per il sogno finale. Inoltre Leni rispolvera le sue capacità di scenografo espressionista creando ambienti surrelai e suadenti come nella migliore tradizione del periodo (questo film è stato definito l'ultimo del genere espressionista).
Un'opera decisamente buona, che con meno pedanteria sarebbe stata un capolavoro assoluto.
Una curiosità, il giovane scrittore è interpretato dal futuro regista William Dieterle!
PS: il film non ha alcuna connessione con il successivo "La maschera di cera".
mercoledì 14 luglio 2010
L'uomo che ride - Paul Leni (1928)
Un bambino viene rapito dal padre, un nobili inviso al re d'Inghilterra, e sfregiato in maniera tale che il suo volto mostri sempre un ghigno sorridente. Il bambino verrà poi abbandonato, raccolto da un girovago assime ad una neonata. cresciuti i due si innamoreranno, ma ovviamente lui avrà dei problemi ad accettarsi (e dire che lei sarebbe pure cieca), accetta però gli interessi di una nobildonna locale, tanto bella quanto stronza che viene da lui sedotta per il suo gusto dell'abiezione. Vabbè poi il film prosegue con disvelamenti vari.
Va subito dette che Leni fa un lavoro egregio, presentando tutti i personaggi nella maniera più oppurtuna, la ragazza cieca sempre in ambientazioni paradisiache o estatiche, la nobildonna con sensualità ecc...
Il regista neppure si sottrae a realizzare scene dense di dramma, come la rappresentazione senza pubblico in cui i girovaghi fingono gli applausi e gli schiamazzi affinchè la ragazza non si renda conto della mancanza dell'amato.
Interessante poi come i 3 protagonisti di questo film siano tra i principali attori del periodo: Conrad Veidt è uno dei più importante interprete di freaks (mi scuso in anticipo per la ripetizione) dell'espressionismo tedesco, Mary Philbin era l'interprete di alcuni film di Ford nonchè la protagoniste de "Il fantasma dell'opera", Olga Baclanova sarà l'indimenticabile Cleopatra di "Freaks" (bastarda e perversa in quel film quanto in questo).
Bisogna poi ammettere che pure il ritmo regge abbastanza bene... l'unico difetto importante è che il protagonista a lungo andare irrita abbastanza, per via del ghigno quanto del suo buonismo.
venerdì 2 aprile 2010
Il ladro di Bagdad - Ludwig Berger, Michael Powell, Tim Whelan (1940)
Visto in VHS.
Una fiaba ispirata a "Le mille e una notte" realizzata in un periodo in cui il mondo arabo faceva esotismo e non paura. La struttura è proprio quella di una favola confusa, con principesse da salvare, prove da superare, amici e oggetti magici, maghi cattivi e tutto il necessario per soddisfare Propp.
Il film ha il suo punto di forza nell'ambientazione; i fondali dai colori carichi sono da urlo (su tutti la prima città tutta realizzata in azzurro) e sugli effetti speciali molto avanti per l'epoca. Non per niente vincerà l'Oscar proprio per la scenografia e gli effetti speciali, oltre a quello per la fotografia, anch'esso meritevole.
Per il resto il film non offre molto, anzi tende a dilungarsi troppo scadendo spesso nell'insistenza di idee superflue.
Un appunto; il mago cattivo si chiama Jafar, e anche il personaggio di Apu, il ladro del titolo, assomiglia al protagonista di "Aladdin", soprattutto nella scena di fuga che lo presenta.
