(These three AKA Infamia)
Visto in Dvx, in lingua originale.
Una coppia di amiche, finito il college, decidono di aprire insieme una scuola per ragazze. Con loro si aggiunge l'appiccicosa zia di una delle due e un giovane medico che si innamora ricambiato dell'altra (ma che è in realtà amato da entrambe). Una ragazzina particolarmente stronza, una anziana facoltosa e molto influente e una notte in cui appare (per un misunderstandig) lo spettro dell'adulterio (o peggio, del triangolo consenziente).
Dramma da camera realizzato sulla base di un'opera teatrale che 30anni dopo lo stesso Wyler (in uno splendido auto-remake) realizzerà di nuovo in chiave più libero con "Quelle due". Perché nell'opera originale non è un triangolo eterosessuale a minare il lavoro delle due donne, ma la loro supposta relazione omosessuale.
Quello che comunque riesce a fare Wyler con il materiale messogli a disposizione è notevole. Un film drammatico modernissimo; una regia asciutta che tuttavia si mette a totale disposizione degli attori cercando di esaltarne le performance (con avvicinamenti, primi piani e piani medi utilizzati sempre in maniera funzionale) riuscendo ad aumentare l'effetto melodrammatico della vicenda senza andare ad aumentare l'enfasi in maniera fastidiosa.
Dal canto loro gli attori danno il meglio (sorprendenti in questo senso le bambine, su tutte la piccola antagonista che è da manuale); inutile dire che la parte del leone è delle due protagoniste (McCrea è indubbiamente bravo e in parte, ma qui non è lui a spiccare) con una Miriam Hopkins bravissima e struggente e una Merle Oberon bellissima e delicata. Una coppia di attrici notevole che riesce a non fare una prova viscerale come la notevole accoppiata di "Quelle due", ma che d'altra parte neppure sfocia mai in una recitazione sopra le righe.
Un film da riscoprire di un Wyler nel suo periodo migliore.
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venerdì 23 marzo 2018
lunedì 5 ottobre 2015
Strada sbarrata - William Wyler (1937)
(Dead end)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
La storia di un gruppo di abitanti di un quartiere di New York in cui i ricchi si sono avvicinati ai bassifondi per la bellezza del fiume che passa li vicino. In questo gruppo c'è una gang di ragazzini; una ragazza sorella di uno della gang e innamorata di un uomo del quartiere; c'è un gangster affermato che, dopo aver cambiato i connotati, torna per rivedere la madre e la vecchia fiamma; e poi ci sono un gruppo di ricchi che odiano, amano, vorrebbero mischiarsi con i poveri.
C'è una storia d'amore, c'è il ritorno a casa di un gangster interpretato da un ingombrante Bogart; ma questo film rimane originalissimo per essere soprattutto un film corale dove i veri protagonisti sono dei ragazzi (che sono quasi tutti credibilissimi); inoltre il film è anche (e vuole fortemente essere) un film sociale.
Dietro la macchina da presa il solito Wyler si impegna molto con piccoli (la scena dell’incontro fra Bogart e la sua vecchia fiamma con Bogart che fa un passo indietro uscendo dal fuoco e la macchina da presa gli si stringe in un primissimo piano di nuovo a fuoco... applausi) e sfruttando l'eterno Toland (l'accoppiata fra i due si vede soprattutto negli interni tetri, nei vicoli di mattoni, nei cupi giroscale e nelle inquadrature verticali o molto oblique). Vi sono anche momenti costruiti da dio anche solo a livello estetico (l'inseguimento sui tetti).
Quello che però più colpisce è che l'intero quartiere, come sempre in quegli anni, è stato completamente ricostruito in uno studio creando un ambiente impeccabile, ma dal vago retrogusto di finzione che ne potenzia l'effetto emblematico e ne migliora l'estetica senza perdere in verosimiglianza.
PS: versione italiana iniziata e poi interrotta brutalmente; non è per le scene tagliate, né per le piccole modifiche ai dialoghi (che cambiano qualche senso, addolciscono i toni e tolgono ogni ammiccamento a questioni troppo delicate come la prostituzione), ma soprattutto c'è un doppiaggio talmente sciatto da togliere ogni enfasi possibile. Da evitare assolutamente.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
La storia di un gruppo di abitanti di un quartiere di New York in cui i ricchi si sono avvicinati ai bassifondi per la bellezza del fiume che passa li vicino. In questo gruppo c'è una gang di ragazzini; una ragazza sorella di uno della gang e innamorata di un uomo del quartiere; c'è un gangster affermato che, dopo aver cambiato i connotati, torna per rivedere la madre e la vecchia fiamma; e poi ci sono un gruppo di ricchi che odiano, amano, vorrebbero mischiarsi con i poveri.
C'è una storia d'amore, c'è il ritorno a casa di un gangster interpretato da un ingombrante Bogart; ma questo film rimane originalissimo per essere soprattutto un film corale dove i veri protagonisti sono dei ragazzi (che sono quasi tutti credibilissimi); inoltre il film è anche (e vuole fortemente essere) un film sociale.
Dietro la macchina da presa il solito Wyler si impegna molto con piccoli (la scena dell’incontro fra Bogart e la sua vecchia fiamma con Bogart che fa un passo indietro uscendo dal fuoco e la macchina da presa gli si stringe in un primissimo piano di nuovo a fuoco... applausi) e sfruttando l'eterno Toland (l'accoppiata fra i due si vede soprattutto negli interni tetri, nei vicoli di mattoni, nei cupi giroscale e nelle inquadrature verticali o molto oblique). Vi sono anche momenti costruiti da dio anche solo a livello estetico (l'inseguimento sui tetti).
Quello che però più colpisce è che l'intero quartiere, come sempre in quegli anni, è stato completamente ricostruito in uno studio creando un ambiente impeccabile, ma dal vago retrogusto di finzione che ne potenzia l'effetto emblematico e ne migliora l'estetica senza perdere in verosimiglianza.
PS: versione italiana iniziata e poi interrotta brutalmente; non è per le scene tagliate, né per le piccole modifiche ai dialoghi (che cambiano qualche senso, addolciscono i toni e tolgono ogni ammiccamento a questioni troppo delicate come la prostituzione), ma soprattutto c'è un doppiaggio talmente sciatto da togliere ogni enfasi possibile. Da evitare assolutamente.
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venerdì 3 ottobre 2014
I dimenticati - Preston Sturges (1941)
(Sullivan's travel)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un regista hollywoodiano di commedie sciocche vuole fare una virata verso il cinema impegnato e a parlare di scottanti temi sociali. I produttori non sono affatto d'accordo e sottolineano come la cosa risulti stucchevole dato che lui della povertà, della disoccupazione e dei viaggi nei treni merce non ne sappia nulla. Il regista decide quindi di fingersi un senzatetto per alcuni giorni per toccare con mano la povertà di cui vorrebbe parlare. Nel suo vagabondare incontra una ragazza, ovviamente si innamorano, lui viene derubato, il ladro muore schiacciato da un treno con addosso i documenti e il cadavere viene scambiato per quello del regista. Verrà messo ai lavori forzati dove vedrà a cosa servono le commedie sciocche da cui tanto voleva allontanarsi.
Misconosciuta commedia drammatica di Sturges, dal titolo italiano che sembra neorealista e invece nasconde un film esplosivo. Questa è prima di tutto una commedia, la prima parte in particolare è una sequenza rapidissima di battute fantastiche (per lo più contro Hollywood) come nel miglior Howard Hawks. Poi si trasforma, proprio come vorrebbe fare il protagonista il film diventa dapprima una commedia agrodolce con risvolti sociali, per poi sfociare nella commedia amara sulle condizioni di vita dei diseredati, senza mai dimenticare le proprie intenzioni iniziali. Il finale poi è un inno a alla prima missione del cinema (poi persa gradualmente negli anni '30 a causa della depressione), l'intrattenimento, prima dell'impegno e prima del documentario, il cinema è sempre stato intrattenimento.
Se la sceneggiatura è eccezionale (è vero, nella seconda parte si fa troppo enfatica in diversi punti, ma riesce comunque a scorrere bene), la coppia di attori protagonisti è affiatatissima, sui due però spicca Veronica Lake (che io vedo qui per la prima volta), non sembra recitare, risulta naturale qualunque cosa faccia, dall'innamorata, alla ragazza travestita da uomo, alla donna apatica ed indifferente.
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lunedì 18 gennaio 2010
La pericolosa partita - Ernest B. Schoedsack, Irving Pichel (1932)
(The most dangerous game; in Italia è anche conosciuto come Caccia fatale)
Visto in DVD.
Un film che ha avuto un tale seguito di citazioni pop che molti conoscono la storia senza neppure sapere che esiste. La trama tratta di un miliardario russo "cavallerescamente sanguinario" che costringe uomini naufragati sulla sua isoletta solitaria a fargli da preda in una battuta di caccia.
Un'idea fenomenale, modernissima e cinica; la sceneggiatura non è malvagia ma spesso eccede in retorica ed ha un paio d incongruenze di troppo, ma questo forse solo per un occhio moderno abituato a ben altro...
La regia (per metà) di Schoedsack (che l'anno successivo realizzarà "King Kong") si caratterizza per un uso felicissimo del dolly, mai così bello negli anni 30, per una scenografia della natura davvero invidiabile e un buon utilizzo degli effetti speciali; dal punto di vista registico, è un film perfetto (magnifica l'inquadratura finale).
Francamente gli interpreti mi hanno parecchio deluso, adattissimo Banks nella parte del folle grazie ai suoi occhi diseguali, ma per il resto la recitazione m'è parsa troppo affettata, troppo artificiosa, il tutto a scapito del coinvolgimento (soprattutto con i buoni).
Il film, che ha avuto un paio di remake ufficiali tra cui uno di Wise, è tutto sommato da riscoprire, per la storia eccessiva che non sfigurerebbe in un film odierno e per l'ottima regia.
Visto in DVD.
Un film che ha avuto un tale seguito di citazioni pop che molti conoscono la storia senza neppure sapere che esiste. La trama tratta di un miliardario russo "cavallerescamente sanguinario" che costringe uomini naufragati sulla sua isoletta solitaria a fargli da preda in una battuta di caccia.
Un'idea fenomenale, modernissima e cinica; la sceneggiatura non è malvagia ma spesso eccede in retorica ed ha un paio d incongruenze di troppo, ma questo forse solo per un occhio moderno abituato a ben altro...
La regia (per metà) di Schoedsack (che l'anno successivo realizzarà "King Kong") si caratterizza per un uso felicissimo del dolly, mai così bello negli anni 30, per una scenografia della natura davvero invidiabile e un buon utilizzo degli effetti speciali; dal punto di vista registico, è un film perfetto (magnifica l'inquadratura finale).
Francamente gli interpreti mi hanno parecchio deluso, adattissimo Banks nella parte del folle grazie ai suoi occhi diseguali, ma per il resto la recitazione m'è parsa troppo affettata, troppo artificiosa, il tutto a scapito del coinvolgimento (soprattutto con i buoni).
Il film, che ha avuto un paio di remake ufficiali tra cui uno di Wise, è tutto sommato da riscoprire, per la storia eccessiva che non sfigurerebbe in un film odierno e per l'ottima regia.
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