(Revenant)
Visto su Netflix.
Selvaggio west (solo più a nord della media dei film di genere), lo scout di una spedizione rimane ferito da un orso, il gruppo lo lascia indietro accudito dal figlio (mezzo indiano) da un ragazzo e dall'uomo che lo odia di più (bella idea). L'antagonista ucciderà il figlio e abbandonerà l'uomo lasciando che freddo e animali facciano il lavoro sporco... spoiler, non lo faranno, e lui tornerà redivivo solo per ucciderlo.
Gigantesco e lussureggiante film di vendetta che impiega quasi un'ora per perpetrare l'abbrivio e il resto si dilunga i una lotta contro la natura per rimanere vivi.
Inutile nascondere che il pensiero viaggia subito a "Corvo rosso non avrai il mio scalpo", ma li differenzia la trofia, ipertrofico il film di Iñárritu, asciutto e diretto quello di Pollack.
Se il difetto è proprio nell'eccesso e nell'accumulo costante senza troppi motivi che gonfia il minutaggio in maniera artificiale; il film vince per il tono cupissimo che riesce a creare (dando vita ad un ambiente permeato dalla morte che viene dagli uomini, dagli animali, dal clima e dagli elementi naturali inerti) aumentando il titanismo dello scontro fra l'uomo e il resto del creato.
La messa in scena poi è perfetta (e con un'interesse maniacale alla verosimiglianza tramite CGI) per dare la giusta voce a questo scontro; una serie di inquadrature incredibili degli sfondi naturali (con l'occhio clinico di chi sa inserire ogni elemento su più piano) fotografato con Malick in mente (e infatti in entrambi c'è Lubezki).
Sineddoche del film la scena dello scontro iniziale con gli indiani, morte ovunque, che si muove senza un ordine preciso, fango, acqua alberi e frecce che trasudano violenza e che si muovono con il disinteresse e la rapidità di una valanga.
Fosse stato più stringato e con mezz'oretta in meno, sarebbe un film di vendetta perfetto.
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giovedì 15 ottobre 2020
venerdì 22 settembre 2017
Dunkirk - Christopher Nolan (2017)
(Id.)
Visto al cinema.
La ritirata senza gloria da Dunkerque viene mostrata con la triplice ottica dei soldati sulla spiaggia in attesa di salvezza, una nave civile che tenta di salvarli (i privati inglesi che attraversarono la manica per salvare il proprio esercito sono la pagina più commovente tra gli eventi della seconda guerra mondiale in UK) e un aereo che deve tenere il cielo pulito per evitare che le navi d'appoggio vengano affondate.
Come sempre Nolan ama giocare con il tempo del film e quello percepito dallo spettatore, ma, rispetto ai film precedenti, qui è una tecnica inutile per lo svolgimento della trama (così non era per "Memento" o per "Inception"), da un certo dinamismo (le battaglie aeree compensano la sostanziale stazionarietà della sequenza in mare), ma rimane comunque una scelta più per accattivarsi il pubblico che di sostanza.
Si aggiunga anche un'enfasi patriottica (per l'Inghilterra, Nolan in fondo fa parte del Commonwealth), non diffusa, anzi concentrata in due personaggi e in un finale che si rivela positivo (ma solo fino a un certo punto).
Ecco qui si concludono i due difetti del film, che difetti veri e propri non sono, sono solo cadute di stile.
Per il resto "Dunkirk" si rivela il solito film geometrico e perfetto (con i soliti virtuosismi invisibili alla regia), realizzato per sottolineare la presenza costante della morte sul campo di battaglia e la lotta per la sopravvivenza (in questo senza tutte le sequenze iniziale fino ai primi bombardamenti sono una serie di scene impeccabili e quasi didattiche). Senza usare parole (e con la trama con tendenze eroistiche) il film imbastisce un'opera totalmente permeata da un'epica del nulla, una guerra fatta di attese, file e viaggi, una guerra dove le battaglie sono proiettili improvvisi che non si capisce mai da dove arrivino, dove è facile morire per scelta dei propri commilitoni o per la disorganizzazione del proprio lato del fronte e dove le speranze vengono riposte nella società civile (non a casa il nemico vero, i nazisti, non sono mai nominati né visti). Nolan ha creato una trilogia di Batman sulla morte dell'eroe e dell'eroismo e in questo film continua il suo discorso anti retorico sull'assenza di grandiosità nelle vicende umane.
Da quasi 20 anni i film di guerra si stanno trasformando (di nuovo) in film che esaltano gli esseri umani degradando l'eroismo (specie del singolo); mai come in quest'opera, però, si era arrivati alla sostanziale assenza d'eroismo dovuta alla sostanziale casualità dell'esaltazione (una disfatta che viene festeggiata e spiegata come una vittoria, un uomo che ne ha salvati a decine che viene lasciato nelle mani del nemico senza fiatare e un ragazzino senza utilità alcuna viene esaltato dai giornali.
Visto al cinema.
La ritirata senza gloria da Dunkerque viene mostrata con la triplice ottica dei soldati sulla spiaggia in attesa di salvezza, una nave civile che tenta di salvarli (i privati inglesi che attraversarono la manica per salvare il proprio esercito sono la pagina più commovente tra gli eventi della seconda guerra mondiale in UK) e un aereo che deve tenere il cielo pulito per evitare che le navi d'appoggio vengano affondate.
Come sempre Nolan ama giocare con il tempo del film e quello percepito dallo spettatore, ma, rispetto ai film precedenti, qui è una tecnica inutile per lo svolgimento della trama (così non era per "Memento" o per "Inception"), da un certo dinamismo (le battaglie aeree compensano la sostanziale stazionarietà della sequenza in mare), ma rimane comunque una scelta più per accattivarsi il pubblico che di sostanza.
Si aggiunga anche un'enfasi patriottica (per l'Inghilterra, Nolan in fondo fa parte del Commonwealth), non diffusa, anzi concentrata in due personaggi e in un finale che si rivela positivo (ma solo fino a un certo punto).
Ecco qui si concludono i due difetti del film, che difetti veri e propri non sono, sono solo cadute di stile.
Per il resto "Dunkirk" si rivela il solito film geometrico e perfetto (con i soliti virtuosismi invisibili alla regia), realizzato per sottolineare la presenza costante della morte sul campo di battaglia e la lotta per la sopravvivenza (in questo senza tutte le sequenze iniziale fino ai primi bombardamenti sono una serie di scene impeccabili e quasi didattiche). Senza usare parole (e con la trama con tendenze eroistiche) il film imbastisce un'opera totalmente permeata da un'epica del nulla, una guerra fatta di attese, file e viaggi, una guerra dove le battaglie sono proiettili improvvisi che non si capisce mai da dove arrivino, dove è facile morire per scelta dei propri commilitoni o per la disorganizzazione del proprio lato del fronte e dove le speranze vengono riposte nella società civile (non a casa il nemico vero, i nazisti, non sono mai nominati né visti). Nolan ha creato una trilogia di Batman sulla morte dell'eroe e dell'eroismo e in questo film continua il suo discorso anti retorico sull'assenza di grandiosità nelle vicende umane.
Da quasi 20 anni i film di guerra si stanno trasformando (di nuovo) in film che esaltano gli esseri umani degradando l'eroismo (specie del singolo); mai come in quest'opera, però, si era arrivati alla sostanziale assenza d'eroismo dovuta alla sostanziale casualità dell'esaltazione (una disfatta che viene festeggiata e spiegata come una vittoria, un uomo che ne ha salvati a decine che viene lasciato nelle mani del nemico senza fiatare e un ragazzino senza utilità alcuna viene esaltato dai giornali.
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lunedì 1 giugno 2015
Mad Max: Fury road - George Miller (2015)
(Id.)
Visto al cinema.
A quasi 40 anni di distanza dal capostipite George Miller riprende in mano la sua creatura e ne fa un film. Onestamente non ci avrei scommesso troppo sul suo successo; invece devo ricredermi completamente.
Non provo neppure a scrivere mezza sinossi, è inutile, è un film action tout court, ci sono pugni, fughe, inseguimenti, un breve momento di calma e poi inseguimenti, fughe e pugni, più qualche esplosione.
Il film vince però per tutto quello che fa da contorno. L'estetica è il caposaldo del film, viene preso il post apocalisse dei seguiti, l'istinto steampunk che tanto ispirò "Ken Shiro" e viene esploso, con interventi in ogni ambito, dagli abiti agli accessori, dai veicoli alla mitopoiesi complessa che fa da sfondo alla vicenda (viene tratteggiata in maniera coerente un'intera società figlia di quella attuale, ma medievalizzata). Il tutto infilato in un ambiente desertico che ha rapporto ingoiandoli continuamente e che rappresenta la tela per il dipinto del film (oltre a una serie di manipolazioni estetiche sempre perfette come il fantastico effetto notte nel deserto con sprazzi di luce).
Il film vince perché riesce a lavorare il protagonista pur avendolo totalmente spersonalizzato, anzi messo d aaprte. C'è un incipit rapidissimo che cala nell'azione più pura lo spettatore, qui ci sono alcune (fastidiose) sequenze di ricordo (ritorno del) passato del protagonista con una bambina che non è riuscito a proteggere (pallido legame con l'originale, non particolarmente utile), poi il film vira e il protagonista lascia il posto alla protagonista; trasformando questo in un film action al femminile dove un gruppo di donne fugge dagli uomini (tutti, a parte un paio) e cerca di farli fuori perché vengono utilizzate come oggetti.
Il film vince perché, esattamente come il capostipite era l'essenza del decennio trascorso, questo ha assimilato tutto quello che c'è stato in mezzo; utilizza i corpi come i body horror gli hanno insegnato (malattie, malformazioni, obesità, tatuaggi, scarificazioni, trucchi che deformano i lineamenti, sporco che nasconde i volti, corpi di donne sexy, corpi di donne incinte, corpi di donne mutilate) con un protagonista azzeccato (qui non deve neppure sforzarsi, ma Hardy è uno degli attori più fisici degli ultimi anni, basti ricordare "Bronson") e una protagonista, tecnicamente figa, che però viene utilizzata in toto, ammazzandone la sensualità; Miller ci mette pure il classico film di inseguimenti che tanto conosce; sfrutta appieno il genere postapocalittico di cui ha dettato le regole decenni fa; e frulla tutto in un film d'azione adrenalinico modernissmo che non ha nulla in comune con tutte le sue opere precedenti. E ovviamente per fare questo se ne fotte dei vincoli di produzione, delle (auto)censure e dei vari PG.
Il film vince ppiù che altro per quest'ultimo punto. Vince perchè dopo qualche minuti dall'inizio comincia una fuga a rotta di collo che lascia senza fiato. Quando finisce è solo l'inizio di una fuga a ritroso ancora più folle, disperata e dispnoica (letteralmente lascia senza fiato) dove non si può non essere partecipi ed emotivamente coinvolti; dove la macchina da presa che vola continuamente sopra, sotto e ai lati dei veicoli qaunto i personaggi che cadono, inciampano, rimangono legati, beh quella macchina da presa lì, mossa da un settantenne, non ti fa mai staccare gli occhi dallo schermo e dopo solo due ore di film ne chiedi ancora, solo una mezzora...
PS: e comunque pure questo film ha creato immagini, personaggi e situazioni con cui il cinema action dovrà confrontarsi negli anni a venire.
Visto al cinema.
A quasi 40 anni di distanza dal capostipite George Miller riprende in mano la sua creatura e ne fa un film. Onestamente non ci avrei scommesso troppo sul suo successo; invece devo ricredermi completamente.
Non provo neppure a scrivere mezza sinossi, è inutile, è un film action tout court, ci sono pugni, fughe, inseguimenti, un breve momento di calma e poi inseguimenti, fughe e pugni, più qualche esplosione.
Il film vince però per tutto quello che fa da contorno. L'estetica è il caposaldo del film, viene preso il post apocalisse dei seguiti, l'istinto steampunk che tanto ispirò "Ken Shiro" e viene esploso, con interventi in ogni ambito, dagli abiti agli accessori, dai veicoli alla mitopoiesi complessa che fa da sfondo alla vicenda (viene tratteggiata in maniera coerente un'intera società figlia di quella attuale, ma medievalizzata). Il tutto infilato in un ambiente desertico che ha rapporto ingoiandoli continuamente e che rappresenta la tela per il dipinto del film (oltre a una serie di manipolazioni estetiche sempre perfette come il fantastico effetto notte nel deserto con sprazzi di luce).
Il film vince perché riesce a lavorare il protagonista pur avendolo totalmente spersonalizzato, anzi messo d aaprte. C'è un incipit rapidissimo che cala nell'azione più pura lo spettatore, qui ci sono alcune (fastidiose) sequenze di ricordo (ritorno del) passato del protagonista con una bambina che non è riuscito a proteggere (pallido legame con l'originale, non particolarmente utile), poi il film vira e il protagonista lascia il posto alla protagonista; trasformando questo in un film action al femminile dove un gruppo di donne fugge dagli uomini (tutti, a parte un paio) e cerca di farli fuori perché vengono utilizzate come oggetti.
Il film vince perché, esattamente come il capostipite era l'essenza del decennio trascorso, questo ha assimilato tutto quello che c'è stato in mezzo; utilizza i corpi come i body horror gli hanno insegnato (malattie, malformazioni, obesità, tatuaggi, scarificazioni, trucchi che deformano i lineamenti, sporco che nasconde i volti, corpi di donne sexy, corpi di donne incinte, corpi di donne mutilate) con un protagonista azzeccato (qui non deve neppure sforzarsi, ma Hardy è uno degli attori più fisici degli ultimi anni, basti ricordare "Bronson") e una protagonista, tecnicamente figa, che però viene utilizzata in toto, ammazzandone la sensualità; Miller ci mette pure il classico film di inseguimenti che tanto conosce; sfrutta appieno il genere postapocalittico di cui ha dettato le regole decenni fa; e frulla tutto in un film d'azione adrenalinico modernissmo che non ha nulla in comune con tutte le sue opere precedenti. E ovviamente per fare questo se ne fotte dei vincoli di produzione, delle (auto)censure e dei vari PG.
Il film vince ppiù che altro per quest'ultimo punto. Vince perchè dopo qualche minuti dall'inizio comincia una fuga a rotta di collo che lascia senza fiato. Quando finisce è solo l'inizio di una fuga a ritroso ancora più folle, disperata e dispnoica (letteralmente lascia senza fiato) dove non si può non essere partecipi ed emotivamente coinvolti; dove la macchina da presa che vola continuamente sopra, sotto e ai lati dei veicoli qaunto i personaggi che cadono, inciampano, rimangono legati, beh quella macchina da presa lì, mossa da un settantenne, non ti fa mai staccare gli occhi dallo schermo e dopo solo due ore di film ne chiedi ancora, solo una mezzora...
PS: e comunque pure questo film ha creato immagini, personaggi e situazioni con cui il cinema action dovrà confrontarsi negli anni a venire.
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lunedì 8 ottobre 2012
Il cavaliere oscuro, Il ritorno - Christopher Nolan (2012)
(Dark knight rises)
Visto al cinema in lingua originale sottotitolato in turco e doppiato in italiano.
Il gran finale della trilogia è un ritorno prepotente al primo capitolo, non solo nella trama, ma anche nelle dinamiche; di fatto Bruce Wayne fugge da Gotham per ritrovare se stesso da qualche parte in oriente e tornerà con la chiara idea di fare di Batman un mito sostituendolo a quello ormai vacillante di Dent.
Non dico di più per non spoilerare.
Ovviamente il film deve tirare la fila di tutti i discorso fatti finora e determina la definitiva mitopoiesi di Batman che diviene effettivamente il simbolo di ciò che è giusto, fa avverare l'affermazione del capitolo precedente per cui l'eroe deve morire o vive abbastanza a lungo da diventare lui il cattivo.
Poi Gotham diviene il personaggio principale, il vero alleato di Bane (il villain del film) che lavora per lui dapprima nel sottosuolo, poi alla luce del sole; ma è anche l'unico alleato partigiano rimasto a Batman; qui la città è in senso prettamente sociale, ma in senso fisico diventa parte integrante del discorso, dando rifugio alla bomba atomica, intrappolando i poliziotti, creando un labirinto per gli scontri a fuoco con il batwing.
Inoltre, dati i punti di contatto con Batman begins ritorna il rapporto con il proprio passato che qui si fa più vicino e meno remoto che nel capitolo iniziale della saga.
Inoltre c'è anche tutto un discorso evidente sulle rivoluzioni dal basso che tendono a calcare troppo la mano... credo che sia un punto di vista molto anglossassone.
In ultima ci terrei ad aggiungere che per quanto non abbiano voluto collegare il film all'attualità, i riferimenti alla rivolta hanno comunque un enorme retrogusto di crisi economica con quella tempesta che sta arrivando...
Il film mantiene la solidità della regia che è il vero marchio di fabbrica di Nolan e nella creazione dei personaggi tiene banco la verosimiglianza con un Bane quantomai umanizzato e una Catwoman che non viene mai chiamata in questo modo, che a livello di personalità è identica all'originale, ma nel fenotipo gioca con i dettagli (gli occhialini) per suggerire senza dire.
Poi è evidente che la sceneggiatura ha dei buchi enormi, ma forse avrebbe avuto bisogno di un'ora in più per svilupparli adeguatamente, ci sono pure molte ingenuità e qualche sbaglio evidente al montaggio. In una parola è un film che doveva concludere col botto una delle trilogie più quotate degli ultimi decenni e per cercare di fare le cose per bene in ogni ambito (storia, personaggi, azione), sbava su più punti.
Ma tanto a Nolan gli si vuole bene lo stesso.
PS: in Italia uno dei più sorprendenti product placement di sempre con il Fernet Branca.
PPS: no, io guardando il film non avevo capito in anticipo il colpo di scena finale.
Visto al cinema in lingua originale sottotitolato in turco e doppiato in italiano.
Il gran finale della trilogia è un ritorno prepotente al primo capitolo, non solo nella trama, ma anche nelle dinamiche; di fatto Bruce Wayne fugge da Gotham per ritrovare se stesso da qualche parte in oriente e tornerà con la chiara idea di fare di Batman un mito sostituendolo a quello ormai vacillante di Dent.
Non dico di più per non spoilerare.
Ovviamente il film deve tirare la fila di tutti i discorso fatti finora e determina la definitiva mitopoiesi di Batman che diviene effettivamente il simbolo di ciò che è giusto, fa avverare l'affermazione del capitolo precedente per cui l'eroe deve morire o vive abbastanza a lungo da diventare lui il cattivo.
Poi Gotham diviene il personaggio principale, il vero alleato di Bane (il villain del film) che lavora per lui dapprima nel sottosuolo, poi alla luce del sole; ma è anche l'unico alleato partigiano rimasto a Batman; qui la città è in senso prettamente sociale, ma in senso fisico diventa parte integrante del discorso, dando rifugio alla bomba atomica, intrappolando i poliziotti, creando un labirinto per gli scontri a fuoco con il batwing.
Inoltre, dati i punti di contatto con Batman begins ritorna il rapporto con il proprio passato che qui si fa più vicino e meno remoto che nel capitolo iniziale della saga.
Inoltre c'è anche tutto un discorso evidente sulle rivoluzioni dal basso che tendono a calcare troppo la mano... credo che sia un punto di vista molto anglossassone.
In ultima ci terrei ad aggiungere che per quanto non abbiano voluto collegare il film all'attualità, i riferimenti alla rivolta hanno comunque un enorme retrogusto di crisi economica con quella tempesta che sta arrivando...
Il film mantiene la solidità della regia che è il vero marchio di fabbrica di Nolan e nella creazione dei personaggi tiene banco la verosimiglianza con un Bane quantomai umanizzato e una Catwoman che non viene mai chiamata in questo modo, che a livello di personalità è identica all'originale, ma nel fenotipo gioca con i dettagli (gli occhialini) per suggerire senza dire.
Poi è evidente che la sceneggiatura ha dei buchi enormi, ma forse avrebbe avuto bisogno di un'ora in più per svilupparli adeguatamente, ci sono pure molte ingenuità e qualche sbaglio evidente al montaggio. In una parola è un film che doveva concludere col botto una delle trilogie più quotate degli ultimi decenni e per cercare di fare le cose per bene in ogni ambito (storia, personaggi, azione), sbava su più punti.
Ma tanto a Nolan gli si vuole bene lo stesso.
PS: in Italia uno dei più sorprendenti product placement di sempre con il Fernet Branca.
PPS: no, io guardando il film non avevo capito in anticipo il colpo di scena finale.
lunedì 23 gennaio 2012
La talpa - Tomas Alfredson (2011)
(Tinker tailor soldier spy)
Visto al cinema.
Ai vertici dell’MI6 pare che Karla (nome in codice del capo del KGB) sia riuscito a piazzare una sua talpa. Dico si vocifera perché ovviamente nessuno ne è sicuro e c’è chi sostiene che questa sia una storia messa in giro da Karla per far nascere il dubbio all’interno dei servizi segreti inglesi.
Storia di spie dunque e di guerra fredda. Direi che è decisamente il caso di prendere un block notes perché la storia è intricata di per se e resa ancor più ostica dall’utilizzo indiscriminato e nons egnalato in alcun modo dei flashback, per le continue dissimulazioni dei protagonisti e per la recitazione quasi sempre per sottrazione degli attori. Ma a me non piace un film di spie se lo capisco, vuol dire che era troppo semplice.
Il cast, credo si sappia anche questo, è fatto da ciò che di meglio offre l’inghilterra, tra gli attori più bravi e conosciuti (Firth e Oldman), attori bravi e appena nati (Hardy) e attori bravi che fanno parte della categoria “quello l’ho già visto in un altro film” (praticamente tutti gli altri).
Infine giungiamo alla vera novità, Alfredson. Il regista di “Lasciami entrare” non si muove di un millimetro. Rispetto al suo film rpecedente toglie solo la neve, poi tutto il gelo ambiente rimane, lo schematismo algido del mondo in cui si muovono personaggi più simili a spettri che provano sentimenti senza palesarli, che vengono messi di fronte a svolte epocali per le loro vite senza poter reagire, ecco tutto queto è esattamente la stessa nota distintiva del film sui vampire… ah già, qui non ci sono neanche i vampiri.
Alfredson crea una spy story che non prende quasi nulla dagli archetipi del genere, e mette invece i suoi personaggi standard sulla scena; crea un ambiente visivamente impeccabile e li fa agire senza mai fargli muovere un muscolo facciale, ricorrendo al sentimentalismo solo quando questo diviene utile al film, sia che venga espresso dagli attori (senza rivelare troppo si prenda ad esempio la scoperta, da parte di Oldman, del tradimento; o la minaccia di far tornare la spia in Russia), sia che venga espresso dalle scene stesse (il lungo finale con la canzone francese in sottofondo).
PS: il film tratto da un romanzo di Le Carré (che già era stato utilizzato per il grande e piccolo schermo) si vocifera sia stato ispirato a fati realmente avvenuti, dato che l’autore lavorò per l’MI6.
Visto al cinema.
Ai vertici dell’MI6 pare che Karla (nome in codice del capo del KGB) sia riuscito a piazzare una sua talpa. Dico si vocifera perché ovviamente nessuno ne è sicuro e c’è chi sostiene che questa sia una storia messa in giro da Karla per far nascere il dubbio all’interno dei servizi segreti inglesi.Storia di spie dunque e di guerra fredda. Direi che è decisamente il caso di prendere un block notes perché la storia è intricata di per se e resa ancor più ostica dall’utilizzo indiscriminato e nons egnalato in alcun modo dei flashback, per le continue dissimulazioni dei protagonisti e per la recitazione quasi sempre per sottrazione degli attori. Ma a me non piace un film di spie se lo capisco, vuol dire che era troppo semplice.
Il cast, credo si sappia anche questo, è fatto da ciò che di meglio offre l’inghilterra, tra gli attori più bravi e conosciuti (Firth e Oldman), attori bravi e appena nati (Hardy) e attori bravi che fanno parte della categoria “quello l’ho già visto in un altro film” (praticamente tutti gli altri).
Infine giungiamo alla vera novità, Alfredson. Il regista di “Lasciami entrare” non si muove di un millimetro. Rispetto al suo film rpecedente toglie solo la neve, poi tutto il gelo ambiente rimane, lo schematismo algido del mondo in cui si muovono personaggi più simili a spettri che provano sentimenti senza palesarli, che vengono messi di fronte a svolte epocali per le loro vite senza poter reagire, ecco tutto queto è esattamente la stessa nota distintiva del film sui vampire… ah già, qui non ci sono neanche i vampiri.
Alfredson crea una spy story che non prende quasi nulla dagli archetipi del genere, e mette invece i suoi personaggi standard sulla scena; crea un ambiente visivamente impeccabile e li fa agire senza mai fargli muovere un muscolo facciale, ricorrendo al sentimentalismo solo quando questo diviene utile al film, sia che venga espresso dagli attori (senza rivelare troppo si prenda ad esempio la scoperta, da parte di Oldman, del tradimento; o la minaccia di far tornare la spia in Russia), sia che venga espresso dalle scene stesse (il lungo finale con la canzone francese in sottofondo).
PS: il film tratto da un romanzo di Le Carré (che già era stato utilizzato per il grande e piccolo schermo) si vocifera sia stato ispirato a fati realmente avvenuti, dato che l’autore lavorò per l’MI6.
martedì 11 ottobre 2011
Bronson - Nicolas Winding Refn (2008)
(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in inglese.
La storia del più violento carcerato inglese. Tutto qui. Quindi c’è questo tizio che entra in carcere a 19 anni, ci rimane per almeno un quarto di secolo (con un lungo intermezzo in un ospedale psichiatrico) per uscire sulla parola, approfittando della libertà si immerge nel fantastico mondo delle pacche clandestine fino al nuovo arresto.
La storia sarebbe estremamente noiosa, data la ripetitività degli eventi e degli ambienti (non ci sono grani colpi di scena), oltre al fatto che ogni personaggio non è niente di più di una macchietta; ma per fortuna a dirigere c’è Refn.
Refn qui crea la sua cappella sistina; un film dove tutte le scene sono state pensate per essere a se stanti, tutto è estetica e si inserisce perfettamente nel contesto delirante della trama, tutto è costantemente sotteso fra ironia, violenza e introspezione; tutto è un costante inseguire la scena madre fino al finale che più costruito di così era difficile. Ad ogni svolta di trama poi c’è il giusto contrappunto musicale (come sempre in Refn) che va dal pop anni ’80 alla musica classica.
Un encomio pure a Hardy che riesce splendidamente ad interpretare volto e corpo di un personaggio che è descritto in maniera umoristica e mai spiegato fino in fondo; e nonostante questo lo rende credibile.
Bravi tutti.
Visto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in inglese.
La storia del più violento carcerato inglese. Tutto qui. Quindi c’è questo tizio che entra in carcere a 19 anni, ci rimane per almeno un quarto di secolo (con un lungo intermezzo in un ospedale psichiatrico) per uscire sulla parola, approfittando della libertà si immerge nel fantastico mondo delle pacche clandestine fino al nuovo arresto.La storia sarebbe estremamente noiosa, data la ripetitività degli eventi e degli ambienti (non ci sono grani colpi di scena), oltre al fatto che ogni personaggio non è niente di più di una macchietta; ma per fortuna a dirigere c’è Refn.
Refn qui crea la sua cappella sistina; un film dove tutte le scene sono state pensate per essere a se stanti, tutto è estetica e si inserisce perfettamente nel contesto delirante della trama, tutto è costantemente sotteso fra ironia, violenza e introspezione; tutto è un costante inseguire la scena madre fino al finale che più costruito di così era difficile. Ad ogni svolta di trama poi c’è il giusto contrappunto musicale (come sempre in Refn) che va dal pop anni ’80 alla musica classica.
Un encomio pure a Hardy che riesce splendidamente ad interpretare volto e corpo di un personaggio che è descritto in maniera umoristica e mai spiegato fino in fondo; e nonostante questo lo rende credibile.
Bravi tutti.
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venerdì 8 ottobre 2010
Inception - Christopher Nolan (2010)
(Id.)
Visto al cinema.
Di Inception ne ha già parlato chiunque. C'è poco da aggiungere; è un incasinato capolavoro dal finale apertissimo come piace da queste parti. E basta.
Ciò che più impressiona però è l'indubbia capacità di Nolan di realizzare film concettualmente complessi che riescano comunque a vincere al box office, captando l'interesse generale; a riuscire a mantenere sempre ciò che promettte, e soprattutto all'impressionante capacità di parlare di qualunque cosa per più di 2 ore rendendo tutto chiaro e senza mai un momento di stanca.
Nlan si conferma come la migliore scoperta cinematografica degli ultimi anni. Se già si erano viste le sue mire autoriali in "Memento" o "Following"; con la serie di Batman e questo film fa capire che può fare di tutto, farlo bene, farlo realistico (è questa una delle formule vincenti degli ultimi film) e a guadagnarci parecchio. Si, insomma, Nolan è il nuovo Spielberg.
L'unica cosa su cui ho dei dubbi è se questo film sia effettivamente migliore di "The dark knight"... sinceramente ho dei dubbi; in ogni caso la scena di combattimento nei corridoi dell'albergo, tra stanze che girano e assenza di gravità, la voto come miglior scena d'azione di sempre.
Attendo già ora il prossimo film di Nolan.
Visto al cinema.
Di Inception ne ha già parlato chiunque. C'è poco da aggiungere; è un incasinato capolavoro dal finale apertissimo come piace da queste parti. E basta.
Ciò che più impressiona però è l'indubbia capacità di Nolan di realizzare film concettualmente complessi che riescano comunque a vincere al box office, captando l'interesse generale; a riuscire a mantenere sempre ciò che promettte, e soprattutto all'impressionante capacità di parlare di qualunque cosa per più di 2 ore rendendo tutto chiaro e senza mai un momento di stanca.
Nlan si conferma come la migliore scoperta cinematografica degli ultimi anni. Se già si erano viste le sue mire autoriali in "Memento" o "Following"; con la serie di Batman e questo film fa capire che può fare di tutto, farlo bene, farlo realistico (è questa una delle formule vincenti degli ultimi film) e a guadagnarci parecchio. Si, insomma, Nolan è il nuovo Spielberg.
L'unica cosa su cui ho dei dubbi è se questo film sia effettivamente migliore di "The dark knight"... sinceramente ho dei dubbi; in ogni caso la scena di combattimento nei corridoi dell'albergo, tra stanze che girano e assenza di gravità, la voto come miglior scena d'azione di sempre.
Attendo già ora il prossimo film di Nolan.
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