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domenica 31 gennaio 2021

La lunga strada verso casa - Richard Pearce (1990)

 (The long walk home)

Visto su Mubi, in lingua orignale sottotitolato.


A montgomery, nel 1955 la vita di una domestica di colore verrà stravolta dal boicottaggio dei mezzi pubblici (dopo l'episodio di Rosa Parks). Aderirà anche lei a quello sciopero, con gravi ripercussioni personali, ma il suo gesto (pacato e dimesso) farà maturare una coscienza anche nella padrona di casa bianca.

Film sui diritti civile, buono e buonista come molti che arriva dove arrivano un pò tutti i film di questo genere (scene madri con prese di posizione morali che fanno stringere i rapporti umani e scaldano il cuore dello spettatore).

Condotto con una regia pacata quanto la sua protagonista è un filmetto che non aggiunge e non toglie nulla, ma ha la dote di mostrare il solito genere (1quello dei diritti civile ha alcuni stilemi a sé negli USA) da punti di vista lievemente differenti.

Il pregio maggiore è il presentare dei fatti storici epocali dall'esterno, mostrando gli effetti sulle ultime ruote del carro anziché sui protagonisti più eroici. 

Ha l'intelligenza di evitare alcune delle scene madri che potrebbe avere (purtroppo se inanella alcune evitabilissime) e si appoggia su un tono pacato e sussurrato che è un piacere. Non si legga questo come un rallentamento del ritmo, ma si tratta proprio di un portare avanti la trama in punta di piedi che rassicura e appaga molto.

Rimane nei fatti un film ovvio, ma che si lascia guardare con tranquillità.

PS: le due protagoniste sono splendide, la Spacek completamente in parte, la Goldberg ancora esperta della recitazione dimessa da il meglio di sè.

venerdì 21 settembre 2018

Mission: Impossible. Fallout - Christopher McQuarrie (2018)

(Id.)

Visto al cinema.

Ho mollato la saga di "Mission: Impossible" al numero 2, un pò per inerzia un pò su consiglio di amici che tuttora sostengono che dal 3 in poi siano tutti inguardabili. Torno al sesto capitolo senza avere nessuna competenza, duqnue, ma quello che porto a casa è qualcosa di magnifico.

Le aspettative alte, ma non altissime, sono stato pienamente soddisfatte da un film ritagliato su un protagonista, Tom Cruise, che superati i 50 anni mena e corre come un 20enne, si da agli stunt anima e corpo (soprattutto caviglie) senza pensare al domani. Ecco dunque che si riesce a realizzare alcune sequenze incredibili come il salto dall'aereo su Parigi che raggiungi i picchi di ansia per tutto il film (lo showdown finale con le bombhe atomiche non riuscirà a fare altrettanto).
Il resto è un action perfetto calibrato per stupire sotto ogni punto di vista, colleziona alcune sequenze che avrebbero fatto invidia a John Woo (la collutazione nei bagni che probabilmente è la parte mgiliore del film) e alcuni isneguimenti orchestrati da Dio (il doppio inseguimento in macchine poi in moto per Parigi che sono riusciti a togliere il fiato anche al pubblico). Di fatto un film che è la spiegazione del perché l'action (quando ben realizzato) è il genere più cinematografico in assoluto. 

Nella seconda parte invece è la trama a prendere il posto del movimento rallentando il film, ma dandogli più gusto (non ho molto apprezzato l'inqeguimento in elicottero) realizzando una aprabola umana, quella di Hunt; che inizia a diventare più umano. Invecchiato e stanco, spesso senza piani e preda di sogni disturbanti nelle frequenti pennichelle, non è mai stato così provato; senza eccedere in enfasi, nel finale si riesce a percepire lo scoramento di un uomo rinchiuso nel suo personaggio senza possibilità di uscita (molto più di quanto ci si potesse apsettare).
Il resto della storia con spy vs spy, tradimenti e inganni è la salsa perfetta per chi apprezza gli intrighi di palazzo, non inventa niente, ma porta avanti con dignità un genere.

lunedì 7 novembre 2016

La casa nera - Wes Craven (1991)

(The people under the stairs)

Visto in Dvx.

Un regazzino del ghetto viene convinto a rubare in una casa sigillata dall'esterno dove vive una coppia di ricchi pazzi; rimarrà bloccato li dentro e scoprirà di non essere l'unico ad avere difficoltà ad uscire.

Che poi gli si vuole bene a Craven, perché ha avuto un inizio carriera che ha creato uno standard e perché poi ha fatto cose da urlo reinventando di nuovo il genere e rendendolo anche intellettualmente pesante. Poi però ogni tanto da di matto e sputtana tutto. Qui ci sono troppi elementi tutti insieme, cannibalismo, mostri in cantina, genitori psicopatici, una casa-trappola, un pazzo vestito di latex e borchie che spara al soffitto, un bulldog come antagonista principale, porte e pareti fatte di polistirolo... tutto ciò diventa eccessivo quasi fin da subito e considerando che in diverse occasioni il tono è quasi da commedia (i due villain sono delle macchiette).
La cosa peggiore è che Craven sembra incerto sul timbro da dare, continua a cambiare, inizia con un horror classico, passa all'avventura (in salsa horror) per regazzini sul filone ben rappresentato da "I Goonies", poi passa al blando film di denuncia sociale e finisce con un film anticapitalista. Perché? Non li fonde mai insieme, li alterna soltanto riuscendo a rendere insoddisfatto chiunque abbia un'aspettativa seppur minima.

Non c'è mai un brivido vero, non c'è un briciolo di splatter (a chi interessa quell'aspetto), non c'è un'idea innovativa. Un film perdibile.

venerdì 28 novembre 2014

Al di là della vita - Martin Scorsese (1999)

(Bringing out the dead)

Visto in tv.

Tre giorni nella vita di un paramedico distrutto da sei mesi di lavoro senza successo; immancabilmente chi soccorre muore, per sfiga o per destino. Questo periodo nero (che si riflette sulla sua salute mentale e sulla sua capacità di dormire) nasce dalla morte di una ragazza, causata dalla sua incapacità nell'intubarla correttamente (per tre volte). Ora lo spirito di questa ragazza lo perseguita (niente di gotico eh, il discorso va inteso in senso morale). L'unico che riesce a salvare è l'anziano padre di una ragazza che sarebbe stato meglio lasciar morire. Alla fine di questi tre giorni arriverà la tanto agognata pace.

Film incredibile; il mio preferito nella filmografia di Scorsese... e considerando che Scorsese è uno dei più grandi registi di sempre direi che è uno dei miei film preferiti in assoluto. Incredibile anche la sua disponibilità quasi nulla; non più distribuito in DVD, addirittura difficile da rintracciare su internet, ultimo passaggio televisivo in Italia circa un decennio fa... ritrovarmelo in prima serata su RaiTre è stato un regalo inaspettato.

Detto ciò il film si pregia di riunire di nuovo la coppia Scorsese Schrader e si vede. Ambientato nella New York d'inizio anni '90 (una New York più dura di oggi, ancora simbolo di malavita generalizzata prima dell'intervento di Giuliani) i due mettono in scena una classica storia di colpa e di redenzione; di senso di colpa che perseguita e distrugge. Una trama condotta a ritmo di tre, tre nottate di lavoro (con relativi, brevi, giorni), tre colleghi di lavoro diversi (che si rapportano con un lavoro al limite in maniera molto diversa, con la volontà di fare carriera, con la fede in Dio e facendosi contagiare dalla follia generalizzata), tre possibilità di riabilitazione salvando delle vite.
Incredibile poi che con una trama del genere ci sia posto per un umorismo (nero) bestiale (tutte le scene introduttive al Pronto soccorso non fantastiche).

E poi c'è Scorsese...
Scorsese mette in campo tutto sé stesso; i movimenti di macchina (mai così agitata), la musica rock (mai così stordente) e la cura per la fotografia (colori acidi, luci ed ombre crude per le scene in notturna, luci incredibili e filtri che ammorbidiscono le immagini per la scena finale che incornicia una versione della Pietà di senso opposto a quella michelangiolesca) sono quelle che già si conoscono; qui però ci aggiunge un gusto più stoniano nella messa in scena (non a caso alla fotografia c'è Richardson), con accelerazioni, alcune sequenze con un montaggio delle attrazioni, una sequenza onirica centrale piuttosto in acido ed un personaggio distrutto e perso oltre ogni dire (molto più fuori, più strano, del povero matto-perdente di "Taxi Driver"). La cura per le immagini e la voice off di un personaggio allucinato in certi momenti mi ha ricordato le parti più serie di "Paura e delirio a Las Vegas"... ma qui probabilmente esagero io a trovare punti di contatto fra film che amo.

E oltre a tutto questo c'è ancora molto altro; a livello di contenuti il film butta sul fuoco decine di idee e concetti di perdizione e tentativi di uscirne (o di farne parte del tutto). A livello del cast ci si trova davanti ad uno dei Nicolas Cage più credibili di sempre e tra i comprimari non intendo citare nessuno perché sono tutti grandiosi e non sarebbe corretto farne una classifica.

...per le scelte di regia ci sarebbero ancora decine di idee enormi, a volte geniali (il flashback sulla morte della ragazza reso straniante con movimenti meccanici dei personaggi e la neve che sale in cielo facendo recitare gli attori a ritroso e poi avendolo messo nel film in reverse... va visto per capire cosa intendo), a volte poetiche (Cage che tira i fantasmi fuori dalla strada), a volte neppure utili (le tre inquadrature del primo piano della Arquette prese in tre punti ortogonali in sequenza rapida mentre parla in Pronto soccorso), ma splendidi colpi di pennello la cui assenza non sarebbe stata notata, ma la cui presenza dà un impatto enorme.

Di fatto un film larger than life terribilmente sottovalutato che chiude quello che è stato il decennio (volendo il decennio lungo) più interessante di Scorsese. Merita almeno due visioni per poterlo comprendere meglio; è un film che può piacere fin da subito o può crescere a distanza di tempo.
Poi c'è l'ovvia possibilità che annoi e basta... che devo dire, mi spiace davvero per quelle persone che non riusciranno ad apprezzarlo.

martedì 29 marzo 2011

L'alba dei morti viventi - Zack Snyder (2004)

(Dawn of the dead)

Visto in Dvx.
Mi sono approcciato a questo film con molte riserve, semplicemente perché trovavo inammissibile un remake (anche solo ideale; per via dello stesso titolo) del film di Romero… eppure mi son dovuto ricredere.

Alla fin fine non è un remake, è solo un classico film di zombie post-romeriano che introduce giusto un cambiamento: gli zombie sono centometristi. Se nell’originale lo zombie era un cadavere semovente e, come tale, aveva evidenti ed ovvie difficoltà motorie in questo film no; anzi, non conta quanto fosse anziano, obeso o incinto l’umano quand’era in vita, quando diventa zombie, salta, balla, ha una forza sovraumana, un’agilità invidiabile e corre come se dovesse scappare da Bolt. Ecco questo lo volevo dire subito, perché questa è evidentemente la cazzata peggiore e via il dente, via il dolore. In realtà devo spezzare una lancia; con quest’idea si crea un mostro drammaticamente migliore, voglio dire, se lo zombie si muove come un vecchio sui trampoli, per carità lo temo, ma lo temo mentre lo supero con una bicicletta con le gomme a terra; mentre se lo zombie mi sta dietro anche se guido la macchina, certamente risulta più cazzaro, ma anche più pericoloso… Non la apprezzo stà innovazione, ma la comprendo e posso accettarla (vah che open minded che sono).

Poi il resto del film è eccezionale. In primo luogo impiega 5 minuti netti ad entrare nel vivo. Dalle scene di vita quotidiana al primo attacco alla protagonista non passano che pochi istanti e se questo fa immediatamente dire “ecchecazz…” bisogna ammettere che funziona; il film non si perde in preamboli, crea un mood ottimale comunque e rimane tecnicamente corretto. Si perché alla fin fine se non ci sono stati avvertimenti prima che la bimbetta azzanni il compagno alla donna è solo perché lei non li ha ascoltati; la radio, la tv, ma anche quello che stava succedendo all’ospedale erano indizi, che però sono stati evitati, perché la protagonista stava facendo altro. La rapidità sgomenta, ma è magnifica nel creare allo spettatore e alla protagonista lo stesso effetto sorpresa.

Poi il film azzecca tutti i mood. C’è questo senso di apocalisse totale e nichilista che pervade il film quasi dall’inizio e che esplode nel finale. C’è il crollo di ogni schema sociale e nella magnifica fuga in macchina dell’inizio vengono sbattute in faccia fin da subito tutte le atrocità, così per togliersi ogni dubbio (dalla vittima innocente aggredita senza che nessuno faccia nulla, all’homo homini lupus). Eppoi c’è suspence; si perché devo ammettere che nella fuga finale in autobus la tensione l’ho sentita anch’io che solitamente sono abbastanza refrattario. Infine c’è quel finale ottimistico (e dopo un film così tetro è un sospiro di sollievo) che prosegue nei titoli di coda, nei quali con poche immagini ben selezionate (applausi alla regia) si rovesciano completamente i presupposti. Ah già, credo sia pure meritevole la piccola sequenza di ritorno alla normalità (o pretesa tale) dentro al mall a metà film.

Infine c’è la regia. Come detto c’è il finale che gioca con le aspettative del pubblico appena create; ma c’è anche una fotografia curatissima e un uso della macchina da presa mai visto in un film horror di questo genere (di nuovo rimando alla fuga in macchina dell’inizio). Poi ci sono pure degli effetti speciali di livello e un evidente sentore di tanti soldi spesi; e pure spesi bene.

Si insomma una stupenda sorpresa che non solo non delude, ma convince in quasi ogni dettaglio.

PS: due chicche, una la canzone di CashThe man comes around” che ci sta con i titoli di testa, ma anche con tutto il mood del film (ottima scelta); e poi la scena del bimbo zombie, idea mai sfruttata se non da Jackson (e comunque in un film comico) degna del miglior film di serie b.