mercoledì 14 dicembre 2011

Buppha Rahtree - Yuthlert Sippapak (2003)

(Id.) aka Flower of the night o variazioni sul genere.

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in italiano.
Tahilandia, una ragazza estremamente sulle sue viene sedotta da un ricco ragazzotto locale, lei non sa che lui lo fa solo per una sfida fra i ricchi ragazzotti locali. Quando però lei rimane in cinta, lui, pieno di rimorso la convince ad abortire… ripeto, è pieno di rimorso ed in quel momento, probabilmente, comincia ad innamorarsi di lei, ma il di lui padre lo manda a studiare in Inghilterra. Lei si rinchiude nel suo appartamento dove muore a causa dell’aborto… se fosse tutto qui non sarebbe niente di che. Quando la proprietaria del condominio si accorge che la ragazza è morta e chiama la polizia, beh, la ragazza fa capire a tutti che non ha intenzione d’andarsene. Esatto! È un fantasma! Uno di quei fantasmi orientali fatti tutti di trucco in faccia e camminata strana (a meno che quella non sia una corsetta normale in Thailandia… non so, non conosco il background). Dopo il melodramma dell’inizio parte la seconda porzione di film, la parte horror/comica. Le varie apparizioni del fantasma, il rapporto con i vari inquilini, i reiterati tentativi di liberarsene (ci provano con monaci locali, con un prete cattolico che cita apertamente L’esorcista e pure con un monaco cambogiano) e le reazioni della proprietaria sono gli elementi di questo secondo tempo. Poi il ragazzo torna dall’Inghilterra. Va nell’appartamento della ragazza, che non sa essere morta, e le chiede scusa e decide di stare li da lei. Però la vita di coppia non è idilliaca, i due non si capiscono del tutto e lui va a farsi la ragazza del chiosco vicino. Il fantasma non ne sarà affatto contento e concluderà la vicenda deragliando verso Audition. Poi colpo di scena, prevedibile, ma comunque buono.

Applausi ai thailandesi, il film è dignitosamente realizzato, non troppo stupido e non è mai noioso. Per carità in se niente di male, ma è fantastico come l’horror e lo splatter vengano immersi in una storia prima d’amore, quindi comica, quindi melodrammatica! Non è un film fondamentale, ma mostra la versatilità di un genere che da noi è tenuto solo di nicchia.

martedì 13 dicembre 2011

Sono strana gente - Michael Powell (1966)

(They're a weird mob)

Visto in Dvx, in lingua originale.
Un italiano vola in Australia ad incontrare il fratello che gli ha proposto di fare il giornalista per una rivista per la comunità di immigrati oriundi a Sydney. Una volta arrivato il fratello non si presenta e la rivista sembra essere stata chiusa. Rimasto solo in terra straniera, senza soldi per fare alcunché, trova lavoro come muratore e da li ricomincia costruirsi una nuova vita.

Curioso film tratto da un romanzo di un italiano, prodotto e realizzato dagli inglesi la cui trama cerca di raccontare gli australiani (sono loro la “strana gente” del titolo, non gli italiani) dal punto di vista di un immigrato. Curioso inoltre che alla regia ci sia Powell e come protagonista Walter Chiari. Non son, non c’ero, quindi magari l’ha fatto; ma io fossi stato in Chiari mi sarei bullato di questo film tutta la vita.

Detto ciò il film è una gradevole commediola che una certa venatura romantica che però non stanca mai e non prende mai il sopravvento. Carino e divertente il giusto si muove tra idee, comicità e trovate piuttosto vecchie (anche per l’epoca), su tutte i termini in australiano incomprensibili per un autoctono. Alcune sequenze sono ben riusciti (come la telefonata collettiva di Walter Chiari con il futuro datore di alvoro, in cui partecipano e aiutano tutti gli inservienti dell’hotel), niente giuzzi geniali, ma il film rimane godibile.

PS: nel finale si vede l’Opera House in costruzione.

PPS: l’ho visto in lingua originale, quindi non so come abbiano reso i giochi di parole in italiano…

lunedì 12 dicembre 2011

L'assassino abita al 21 - Henri-Georges Clouzot (1942)

(L'assassin habite... au 21)

Visto in Dvx. Un serial killer semina il panico per le strade di Parigi. Grazie ad una soffiata un commissario di polizia scopre che l’assassino abita in una pensione, quindi vi si introduce travestito da prete e cerca di condurre indagini nei confronti di ogni inquilino per scoprire chi sia il maniaco.

Affascinante commedia gialla che ha il suo punto di forza in una scrittura impeccabile, personaggi ben fatti anche quando sono banali e dialoghi stupendi. Tutto viene realizzato con cura e “l’indagine” passa in secondo piano, il riuscire a trovare l’assassino non è più il primo pensiero di chi guarda il film.

Certo il finale a sorpresa è una buona idea, ma il film avrebbe retto anche con idee più scontate.
Clouzot fa il suo lavoro con maestria e regala alcuni buoni momenti (come la soggettiva dell’assassino all’inizio del film che da dei suggerimenti sulla sua identità che verranno poi abbattuti) e anche alcune idee geniali (il passaggio dell’incarico di trovare l’assassino in poco tempo che diventa sempre più perentorio a mano a mano che dal ministro si va più in basso nella gerarchia).

venerdì 9 dicembre 2011

Occhi senza volto - Georges Franju (1960)

(Les yeux sans visage)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese. Un medico, maestro nei trapianti causò lo sfigura mento della figlia, chiaramente ora vuole porvi rimedio ben oltre i limiti della legalità, quindi con l’aiuto di un’infermiera connivente, rapisce giovani donne e prova a trapiantare il loro viso sulla figlia… Con scarsi risultati.

Film assurdo sotto ogni punto di vista che fa della recitazione azzerata la sua caratteristica principale ed il finale è talmente insoddisfacente che fa venire il dubbio che sia stato tagliato…
Però il comparto visivo è magnifico. Il volto sfigurato che non viene mai mostrato se non con immagini alterate, l’inquietante maschera di gomma bianca che la ragazza indossa, il finale con il mostro in mezzo alla natura o l’evoluzione di uno dei trapianti mostrato attraverso una serie di foto che ne descrivono il fallimento. Ecco, tutto questo, oltre alla storia in se, rende lodevole questo film sempre sul limite fra serie A e B.

PS: pensa te dove in che film ha recitato Alida Valli...

giovedì 8 dicembre 2011

Valhalla rising, Regno di sangue - Nicolas Winding Refn (2009)

(Valhalla rising)

Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un vichingo imbattibile nella lotta, ma dal passato misterioso e dal mutismo totale, chiamato one eye, si libera dalla schiavitù di un gruppo di connazionali, fugge portando con se un ragazzetto, unico sopravvissuto dal suo massacro, e incontra un gruppo di convertiti al cristianesimo che vogliono andare in terra santa. Si unisce a loro, ma per colpa della nebbia e della bonaccia la navigazione diventa impossibile e vengono trascinati dalle correnti fino in America dove lentamente verranno portati alla follia e alla morte, fra presagi e visioni varie.

Refn è sempre stato un regista che mette la città al primo posto nelle inquadrature, descrive la location prima ancora dei personaggi, quindi trovarlo a descrivere un medioevo senza neppure un villaggio è cosa strana. Ma ovviamente se la cava egregiamente. Più che un regista di città direi, a questo punto, che Refn è un regista di ambienti. La descrizione del paesaggio è perfetta, la natura ha la parte del leone e tutto viene declinato con i colori del fango e della nebbia che pervadono il film in maniera insistita, con solo qualche squarcio del rosso intenso che il regista si porta dietro dai tempi di Fear X. I paesaggi non entusiasmanti riescono ad avere una forza che in mano chiunque altro non avrebbero potuto neppure sperare. E nel complesso candido questo film come il più umido della storia del cinema, forse anche più di Lezioni di piano.

Detto ciò bisogna però ammettere che non è un buon film. La spiritualità e la metafisica che pervadono l’opera sono l’unico collante fra le varie parti senza che ci sia una vera e propria correlazione; i personaggi e la storia si muovono in maniera caotica, utili solo a dare la possibilità a Refn di dilatare i silenzi in lunghe sequenze ridondanti, belle, ma inutili.

Esteticamente notevole, ma mortalmente noioso, è forse il primo, vero, passo falso del regista danese.

mercoledì 7 dicembre 2011

Il lungo addio - Robert Altman (1973)

(The long goodbye)

Visto in DVD. Le indagini di Marlowe ambientate in epoca contemporanea (gli anni ’70) e di conseguenza attualizzando il personaggio. Va reso onore ad Altman che ha osato l’inosabile, fare un noir con un personaggio classico cercando di ammazzare i cliché nati con Bogart… peccato che l’esperimento non riesca…

Il mondo che viene dipinto è un mondo più ironico che cinico ed il Marlowe mostrato è il personaggio di Chandler con più battute che disillusione; in un certo senso quindi il film non si discosta dalla traccia originale, la ripulisce soltanto. E va detto, il protagonista funziona, diverte e piace come vorrebbe. È il resto del mondo che non funziona.

Capisco l’ironia, ma non si può creare un film noir con echi classicheggianti dove il cattivo di turno fa spogliare tutti gli scagnozzi perché per dire la verità bisogna essere nudi; e non mi si può mettere delle dirimpettaie hippie che fanno yoga nude a tutte le ore solo per divertire ed attualizzare…

PS: per tutto il film si sentono continuamente versioni diverse della canzone, che ovviamente è The long goodbye.

martedì 6 dicembre 2011

5150, Rue des Ormes - Éric Tessier (2009)

(Id.)

VIsto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in inlgese.
I canadesi lo fanno meglio, l’horror, specie se sono francofoni.
Un ragazzo incappa per sbaglio nel ripostiglio di un maniaco con famiglia a carico. Il maniaco, come spesso accade, è anche estremamente morale e quindi non vuole ucciderlo perché non è un peccatore… quindi lo rinchiude e lo tiene li finché non rimane deluso dall’incapacità omicida della figlia e decide che il ragazzo sarà il figlio maschio che non ha mai avuto; cominceranno a giocare a scacchi e poco alla volta gli esporrà il suo piano.

Nei limiti del film di nicchia e delle svariate ingenuità di sceneggiatura e regia, questo è un gran film. Intanto perché ha uno degli incipit più concisi di sempre, con due pennellate in tutto descrive in maniera più che esaustiva tutto il background famigliare e culturale del protagonista, uno sfigatello buono e gentile. Poi, subito dopo, arriva un atterraggio di faccia del protagonista, scena che fa sempre ridere e che giustifica il cellulare inutilizzabile (è vero che i gatti neri portano sfiga). Poi inizia il film per davvero.

Inizia un film che è nella scia del classico famiglia disfunzionale e omicida, ma qui non c’è una follia fine a se stessa, ma un piano ben preciso (che in realtà è la parte meno accettabile… gli scacconi giganti… cazzo!). e questo ancora è il meno. Perché il film si veste da horror, ma in definitiva mostra come in questa famiglia folle sotto ogni punto di vista, tutti vivano in un equilibrio perfetto, finché l’arrivo di questo ragazzo non cambi decisamente i rapporti di forza e i sentimenti in gioco; e questo è l’80% del film. Il resto è invece l’effetto sul ragazzo, sull’ossessione che gli cresce dentro e gli scacchi che da mezzo per la fuga diventano il fine ultimo.

Il film coinvolge tantissimo (soprattutto fino al finale, poi si perde) e la regia gioca con le aspettative dello spettatore assuefatto al genere (la classica soggettiva da film horror che si rivela essere solo un movimento di camera).

Punto in più, quando si pensa ad una partita a scacchi che decide della vita e della morte non si può non pensare a “Il settimo sigillo”. Punto in meno, le pessime scene in CG delle partite, francamente inutile e mal fatto.

PS: Rue des Ormes in inglese si traduce con Elm street...

lunedì 5 dicembre 2011

Nove regine - Fabián Bielinsky (2000)

(Nueve reinas)

Visto in DVD. Un giovane truffatore incontra per caso un truffatore più scafato che lo assolda per la giornata visto che il suo socio è scomparso. Fatalità proprio durante la stessa mattinata gli capita il colpo della vita. Fra continui sospetta di essere fregato il giovane accetterà di far parte del gioco…

È un film di truffe, quasi un genere a se (che adoro). Qui c’è tutto il compartimento classico. Figure solitarie ed astutissime; una lunga carrellata di trucchi del mestiere; la morale sul fatto che i veri ladri son altri; lo scontro di personalità diverse che devono convivere; poi il colpaccio, la pianificazione, la realizzazione e i continui compromessi per appianare gli inevitabili ostacoli dell’ultimo minuto. Ovviamente ogni film di truffe deve poi avere un colpo di scena finale che sveli la grande truffa nascosta agli occhi dello spettatore (truffa finale che, tra l’altro, viene più volte paventata anche dallo stesso protagonista).

Che dire, il film è un buon esempio di mediocrità. Tutto funziona bene, le regole vengono rispettate senza fantasia, gli attori fanno il loro porco lavoro con stile (più i comprimari che i due coprotagonisti a dire la verità), i trucchi sono abbastanza da appagare la sete di conoscenza di ogni aspirante truffatore di paese…

Quello che fa realmente la differenza qui è il colpo di scena finale, assolutamente inaspettato e perfetto, tutto il film è un lodevole numero di prestigio che distoglie l’attenzione dando continue informazioni superflue e distrae credendo di stare a guadare la solita storia. Il finale alza decisamente il livello del film; per carità non ne migliora la qualità, ma rende più soddisfacente la visione delle due ore precedenti, si insomma per tutta la durata dell’opera pensi di stare guardando l’Ocean’s thirteen del Sudamerica e improvvisamente ti rendi conto che invece era un Ocean’s eleven senza fronzoli e ironia.

PS: reiterata, quanto immotivata, citazione di Rita Pavone.

venerdì 2 dicembre 2011

Tirate sul pianista - François Truffaut (1960)

(Tirez sur le pianiste)

Visto in DVD.
Dopo I 400 colpi Truffaut voleva cambiare completamente genere e si prodigò nella realizzazione di un noir… che poi tanto lontano dai 400 colpi non è, dato che è un film introspettivo fatto di agnizioni personali e famiglie disfunzionali… ma tant’è.
Il film racconta di Aznavour pianista di successo che per una disgrazia accaduta per colpa sua si cambia nome e si nasconde suonando il pianoforte in un localino di cui diventa la piccola attrazione. Tutto va per il meglio finché non arriva il fratello inseguito da due ladri con cui aveva fatto un colpo e a cui non vuol dare la loro parte. Il pover’uomo verrà trascinato verso il fondo con il parentado e a farne le spesa sarà pure la nuova sua nuova fiamma con cui proprio in quel momento intreccerà una storia d’amore.

Film lento ed anempatico che sproloqui sui massimi sistemi senza motivo e fa accadere le situazioni come se dietro non ci fosse nessuno che decide cosa ci sarà nella scena successiva. Il protagonista è inquietantemente grigio e distacca lo spettatore dal film in maniera impensabile. In una sola frase direi che è la quint’essenza del luogo comune discriminativo del cinema francese.

Alcune sequenze rimangono comunque degne di nota (è pur sempre Truffaut) come la scena in cui il protagonista ci prova con la ragazza, tutta una serie di decisioni e ripensamenti che risultano poi in un nulla di fatto; bella anche la battuta sul fatto che “al cinema, più di così, non ti fanno vedere”…

giovedì 1 dicembre 2011

Quando i mondi si scontrano - Rudolph Maté (1951)

(When worlds collide)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Oh, un film di fantascienza anni ’50 con tutti i crismi. Uno scienziato buono che capisce tutto subito, avverte il mondo, ma viene scherzato come fosse l’ultimo dei geologi; un cattivo che però è parte integrante del progetto; il dubbio che via via si insinua sulla veridicità di ciò che sta accadendo; e poi astronavi che devono salvare l’umanità (almeno una parte) e l’atroce sacrificio dei buoni. Ecco questo è il film.

Poi se vogliamo andare nel dettaglio, un pianeta si scontrerà con la terra distruggendola, uno scienziato ha la pensata giusta, saltiamo sul pianeta che vince e ricostruiamo una civiltà tutta nuova e piena d’amore… ma non tutto riuscirà ad andare come previsto.
Cosa si può volere di più; un’apocalisse prevista che lentamente si avvicina e viaggi interstellari visti con l’ingenuità tutta particolare degli anni ’50. Se si aggiungono dei fondali fantastici del cantiere del razzo spaziale si è detto tutto. La presenza di Maté alla regia, più che un valore aggiunto è un dato di fatto.