venerdì 19 luglio 2013

Ek thi daayan - Kannan Iyer (2013)

(aka Once there was a witch)

Visto al cinema in lingua originale.

Film horror indiano… la trama è molto articolata, come sempre nei film horror che non sanno dove andare a parare, comunque inizia con un flashback di 45 minuti in cui il protagonista bambino scopre su un libro di magie come andare all'inferno… è sufficiente andare nell'ascensore del proprio condominio e digitare (of course) tre volte il numero 6… nonostante l’induismo imperante il bimbo si infila in questo inferno cristiano con la sorellina e quello che vede… beh non è altro che una normale strada indiana dopo che ha piovuto. Comunque sia da quel momento una donna che fa di tutto per dire che è una strega si infila in casa sua per sedurre il padre, ma la sera se ne torna all'inferno nel sottosuolo del condominio. Il piano della strega è uccidere la sorellina del protagonista per scopi dubbi, il bimbo lo capisce, sventa il piana e ammazza, temporaneamente, la strega, ma la sorellina muore comunque. Detto ciò si torna nel presente, il protagonista è un mago di successo, sta con una che sarà sua moglie conosce una canadese fan sfegatata che gli ricorda tanto la strega, la moglie gli dice di non dire cazzate e le due diventano amicone, il regista ci infila a tradimento due canzoni (una con un accenno di balletto niente male) poi le streghe tornano ad ammazzare gente accazzo. Show down finale all'inferno che, a questo punto, è solo il luogo dove abitano le streghe che non si spacciano per donne normali.

Filmaccio che di spaventoso non ha nemmeno la locandina e si avvicina di più ad un Twilight dei poveri, dove le streghe fanno solo da arredamento horror e sono un pretesto per mettere nel film poche canzoni. Godibile solo perché spinge così tanto sull'idiozia che va al di la del bene e del male.

lunedì 15 luglio 2013

Vita di Pi - Ang Lee (2012)

(Life of Pi)

Visto in aereo, in lingua originale.

Come dice il titolo, la vita di Pi, ragazzo indiano costretto a lasciare la terra natale dalla famiglia, naufragato in mezzo all'oceano e rimasto a vagare su una scialuppa con una tigre per giorni.

Che dire… un film che è una fiaba e che se volesse limitarsi ad essere un film per ragazzi potrebbe essere uno dei migliori mai girati… purtroppo l’impressione è che voglia essere di più, che il discorso sul racconto e sul raccontare (ampiamente trattato allo stesso livello, anche se in maniera altrettanto sfacciata, in “Big fish”) voglia sembrare più profondo di quanto non sia in questo caso.

Detto ciò la componente estetica è incredibile. Io l’ho visto su uno schermo minuscolo di discutibile qualità eppure mi ha colpito moltissimo (non oso immaginare che cosa doveva essere al cinema). Una cura tecnica in ogni scena dopo quelle del naufragio, una ricerca insistita del bello ad ogni livello che è comunque encomiabile. Ang Lee poi non si limita a questo, non si limita alla creazione di un mondo onirico quasi paradisiaco anche nelle disgrazie, ma cerca di legarlo con le sequenze del mondo “reale” che lo attorniano con delle sovraimpressioni, delle dissolvenze parziali ed altri accorgimenti che lo rendono (a livello estetico) ancor più godibile.

In sostanza, secondo me è un mezzo fallimento bellissimo da guardare.

venerdì 12 luglio 2013

Addio Miss Marple - John Davies (1987)

(Agatha Christie’s Miss Marple: sleeping murder)

Visto in VHS.

Per chi è appassionato di gialli (o di Agatha Christie) i film con protagonisti Miss Marple/Poirot sono un genere a parte. Questo è un genere dove la storia non conta perché sai già che ti piacerà, è un genere dove i personaggi non contano perché sai già che ti piaceranno, non te ne frega niente  di ste cose.

Quello che conta è che l’ambientazione vintage (soprattutto anni ’20-’30, solo in pochi casi gli anni ’50) sia impeccabile e che gli attori protagonisti siano adatti.
Questo film per la tv si occupa della prima parte con un certo impegno; non furoreggia come nei migliori esempi con Poirot come protagonista, però fa il suo lavoro al minimo sindacale portando a casa la pagnotta.

Il vero problema qui è la protagonista. Assomiglia alla mia prozia di Como, vecchietta ben avanti con gli anni, simpatica, gentile, discreta, affilata (esteticamente), ma curiosa e sempre attenta a quello che le succede attorno… si insomma, niente di che come personaggio. Non interessa, non convince… non ha appeal. Di fatto il film è perso. (Joan Hickson è comunque brava nella parte e verrà spesso utilizzata dalla tv inglese, tuttavia non mi pare proprio la scelta migliore sulla piazza).

Se poi ci si aggiunge che questo film tv si trascina avanti per 2 ore con lentezza e noia direi che è del tutto perdibile.

Per la storia rimandiamo a fonti con più spoiler.

lunedì 8 luglio 2013

Un sapore di ruggine e ossa - Jacques Audiard (2012)

(De rouille et d'os)

Visto al cinema.

Un boxer fallito con figlio a carico si trasferisce dalla sorella, li incontra una donna, ex ammaestratrice di orche che ha perso le gambe perché… beh insomma sono anche chiamate orche assassine, potrà succedere che si perdono le gambe. I due iniziano un rapporto che lei ritiene d’amore, ma lui vede più come amicizia con benefit.

Se l’incipit, i personaggi messi in gioco, gli attori ed il regista fanno subito pensare ad un film indie, arrivando a vederne la fine, questo Ruggine e ossa si rivela essere un melodramma classico. Se il genere piace il film piacerà tantissimo, se il genere risulta stucchevole il finalone con disgrazia catartica che fa crescere all'improvviso i protagonisti risulterà indigesto.

Il film è trattato con piglio autoriale alla solita maniera da Audiard, che rinuncia a sporcare (a livello estetico) la pellicola come nelle opere precedenti, rendendo più fluido il ritmo; unisce poi musica pop in accordo con quanto viene mostrato dando un’idea di iperrealtà nonostante la trama si muova fra eventi piuttosto fiabeschi.

I protagonisti sono ben delineati e Alì è un personaggio splendido, un bambino mai cresciuto che si arrabatta nella vita riuscendo sempre a farcela in un modo o nell'altro, lui dopo aver raggiunto il fondo non tenta di risalire, semplicemente si sistema bene li dove si trova e cerca di fare il meglio per se ( e questo spesso risulta essere il meglio anche per gli altri), ma è troppo ottuso per valutare gli esiti delle proprio scelte (e questo spesso provoca eventi negativi agli altri).


Tutto sommato un film bello, fatto di immagini crude, ma magnificamente orchestrate ( i corpi nudi dei due protagonisti stesi l’una sull’altro, la sequenza dell’attacco da parte dell’orca che sembra una via di mezzo fra una ripresa televisiva ed un documentario marino, ecc…). il finale stucchevole e buonista come in tutti i melodrammi mi ha infastidito, ma non cambia la bontà complessiva del film.

venerdì 5 luglio 2013

Solo Dio perdona - Nicolas Winding Refn (2013)

(Only God forgive)

Visto al cinema.

Sono un giannizzero di Refn, anche i suoi film che non mi sono piaciuti (Bleeder o Valhalla rising) comunque li ho trovati interessanti (in maniera più o meno pretestuosa). Quando sono andato al cinema ero colmo d’alterigia verso quegli adolescentelli che pensavano di essere di fronte a un Drive part II, io si che sapevo bene dei lunghi silenzi alla Refn, dei chiacchiericci inutili, dell’estetica estrema, delle inserzioni oniriche, della violenza studiata più che mostrata… poi però il film va avanti… e se anche fa piacere vedere Kristin Scott Thomas consumata dal tempo che viene violata in una maniera non prevedibile; se anche fa piacere vedere un’estetica estremizzata che riporta a Fear X o a Bronson; tuttavia i lunghi silenzi alla Refn (o di stampo orientale come ho letto da qualche parte) rompono parecchio le balle. La faccia da schiaffi di Gosling (che in Drive riusciva accettabile) qui è veramente irritante. Le sequenze oniriche (o apparentemente senza scopo) che popolano tutti i film di Refn dopo Pusher qui sono sostanzialmente inutili e appesantiscono un film che sembra già durare tre ore. La semplice trama di vendetta, giustizia e violenza (concetto di violenza che già in Bronson e Valhalla) qui è stucchevole e non offre un contraltare alla velocità limitata del film. Le sequenze di karaoke sarebbero felicemente comiche se durassero la metà.

Un film che si presta allo spoof più che alla esegesi… insomma du palle.

lunedì 1 luglio 2013

Una notte da leoni 3 - Todd Phillips (2013)

(The hangover part III)

I soliti tre vengono minacciati da un trafficante (il sempre amato John Goodman), pare che Chow gli abbia rubato dei soldi ed essendo loro l’unico suo punto di contatto sono loro che devono trovarlo e consegnarlo. Questo li porterà in Messico e quindi di nuovo a Las Vegas per concludere quello che li era iniziato.

Il film cambia il senso di marcia, anziché muoversi a ritroso, per la prima volta segue il senso giusto e tutto sommato non guasta, un cambio nella solita trama non fa che bene. L’incipit per il resto è identico, stesse dinamiche di gruppo, stesso umorismo esagerato e fisico di Galifianakis (un poco meno originale del solito, ma comunque rimane ancora la cosa migliore del film), molto velocemente però (più o meno da quando lasciano il Messico) il film si affossa, tende a voler concludere la trilogia con un ritorno alla normalità di tutti (il che vuol dire far rinsavire Alan) uccidendo completamente l’idea originale del film (perfettamente descritta nel flashback presente nel secondo film in cui Alan ripercorre gli eventi del giorno prima immaginando il gruppo come dei bambini). Inutile dire che la normalizzazione sposta l’attenzione della storia verso un lato più serio calando l’umorismo e soprattutto irrita molto per una forzatura che non serviva. Anzi, non ero proprio andato al cinema per vedere questo.

Una pessima conclusione per una serie che, probabilmente, era meglio non fosse una trilogia.

venerdì 21 giugno 2013

Gentlemen Broncos - Jared Hess (2009)

(Id.)

Visto in Dvx in lingua originale con sottotitoli in inglese.

Un ragazzo appassionato di fantascienza scrive racconti di genere dall'età di 7 anni; ad un campo di scrittura incontra il suo idolo, un autore di sci-fi che lo ha molto segnato. Durante l’incontro viene annunciato un concorso per racconti inediti che verranno giudicati da una giuria in cui prenderà parte anche l’idolo del ragazzo; ovviamente parteciperà, il suo eroe leggerà il racconto e rimasto colpito dalla storia (ed essendo in crisi d’idee) lo copierà e lo pubblicherà ottenendo un grande successo. Ah si, diciamolo, è una commedia.

Da qui parte tutto, ma questo è un film di Jared Hess, un film dove il contorno determina il contenuto. Il regista torna all’ambiente che conosce meglio e che ama descrivere, gli anni ottanta dai colori spenti di “Napoleon dynamate”, pur ambientando il film ai giorni nostri. Compare anche un computer, ma i vestiti, lo stile, i colori, le pettinature, i volti, le posizioni degli attori, tutto rimanda all'estetica '80s.

Ovviamente, come in ogni film di Hess, l’assenza di recitazione è la cifra distintiva, ma questo perché  i volti degli attori fanno già la differenza; si recita con i tratti del viso e con le espressioni (fintamente) involontarie prima ancora che con la voce o con il corpo e Hess propone una nuova carrellata di personaggi congelati, nell'incipit c’è già tutto (come al solito poi ci sono titoli di testa curati e mirati esattamente sul tema del film).

Ovviamente, come in ogni film di Hess, l’origine del protagonista è umile e la trama è il tentativo di raggiungere un sogno. Ma in questo caso l’origine umile non è solo la condizione iniziale da cui risorgere (come in “Nacho libre”), ma è un’aggravante, è un’effettiva limitazione e l’irraggiungibilità dei sogni dei protagonisti qui assume un sapore diverso, sembrano l’unica alternativa alla disperazione e nella scena in cui la madre del protagonista non riesce a far accettare la sua linea di vestiti al suo capo non si prende la notizia con tranquillità, ma si capisce perfettamente che può essere la fine di tutto ed il ritorno alla vita precedente senza altre possibilità. Da questo momento tutto assume un mood diverso, l’incontro in carcere (ridicolo come deve essere) ha una tenerezza di sottofondo che non c’era mai stata; le reazioni esagerate (la madre che scappa urlando tappandosi le orecchie o il giovane protagonista che spara freccette con una cerbottana verso il capo della madre) hanno un sapore di emozioni vere; ma soprattutto l’inespressività, l’apparente apatia dei protagonisti (costante nei film di Hess), sembra l’unica alternativa alla disperazione, quindi basta una sola lacrima o un mezzo sorriso (entrambi nel finale) per scoperchiare tutto un universo di sentimenti e di significati che altri film avrebbero mostrato con una lunga scena madre.
Ancora una volta lo stile particolare, pesantissimo e anticommerciale di Hess vince, anzi, fa un passo avanti e acquista nuovi significati. Vedremo quanto ancora riuscirà a mantenerlo senza bruciarsi. Per ora bravo.

venerdì 14 giugno 2013

L'isola delle anime perdute - Erle C. Kenton (1932)

(Island of lost souls)

Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in italiano.

Dal celeberrimo libro di Wells (celeberrimo proprio per le versioni cinematografiche o le citazioni in tv) la storia di uno scienziato folle che si rifugia in una sperduta isola del pacifico per poter effettuare i suoi esperimenti di missaggio uomo-animale.

Il film del 1932 soffre un poco di una sceneggiatura rapida e forse un poco claudicante, ma per il resto è un formidabile film di una modernità invidiabile.

La regia è dinamica senza mai essere sensazionalistica, usa i movimenti di macchina per spezzare le immagini, nascondere o rivelare i personaggi (a questo scopo viene usato ogni artificio, dalle ombre all'acqua mossa dalle onde) fino al finale della rivolta dove da il meglio di se nella creazione di una sequenza che mostra perfettamente la lotta impari di un uomo contro una moltitudine (interessante anche notare come in questo caso siano i “mostri” ad impugnare le torce per dare la caccia all'uomo). Utilitaristico in maniera encomiabile anche il già citato uso delle luci, che come spesso in questi film, è più un uso delle ombre.

Infine Charles Laughton, beh lui è bravo a priori, ma nel dar vita ad un viscido personaggio raffinato e che mantiene il potere solo con l’aura di terrore che lo circonda è assolutamente magnifico, con un sorriso beffardo sempre presente. Bravissimo.

martedì 11 giugno 2013

The tracker; la guida - Rolf de Heer (2002)

(The tracker)

Visto in DVD.

Tutti i film australiani che arrivano fin da noi tendono ad essere compresi in un genere, ma poi dire qualcosa in più. In questo caso, che non fa eccezione, il fatto è stemperato dalla scelta del genere iniziale che sembrerebbe essere il western moderno (quindi il western metafisico, quello con il deserto come luogo dell’anima); un genere che di per se vuole offrire qualcosa in più rispetto alle premesse. In questo caso però il west (beh, l'outback australiano, ma negli anni ’20 del novecento) è solo la location, quello che viene portato sullo schermo è un “Aspettando Godot” in movimento.

Un ufficiale navigato, una recluta appena giunta al “fronte” ed un anziano civile inseguono un fuggiasco aborigeno accusato di omicidio, per seguirne le tracce in mezzo al deserto si fanno condurre da una guida anch'essa aborigena, ma un aborigeno che conosce bene i bianchi, sa come trattarli e sa come reagire. La guida, che dal titolo si intuisce essere il vero protagonista, è una sorta di Buddha aborigeno sceso in mezzo agli inglesi per donare loro l’illuminazione, qualora ne siano degni o anche solo interessati; tutto ciò sopportando soprusi su di se o sulla propria gente. La trama si sviluppa con ampie scene ripetitive, ma mai noiose o banali, di inseguimento, dubbi reciproci, incontro con tribù pacifiche brutalmente sterminate. Il finale, molto chiaro, assolutamente non in sospeso è fin troppo definitivo e risulta un poco stucchevole.

Ma d’altra parte la forza del film non sta nella trama di per se carina, ma non originale (ed in alcuni punti troppo sbrigativa); ma nella forza dei personaggi (anch'essi non originalissimi) standardizzati e nel modo di rapportarsi fra loro, nonché nel ruolo dell’ambiente e nel modo che  vari personaggi utilizzano per rapportarsi pure con lui. A questo si aggiunge un uso delle musiche particolare, non come sfondo, ma come contrappunto alla vicenda; le musiche che fanno parte della trama e della location del film tanto quanto i personaggi e l'outback, descrivono ciò che succede, gli avvenimenti interiori e i grandi temi della condizione degli aborigeni; inoltre sono estremamente belle. Infine vi è l’uso di disegni naif per sottolineare alcuni fatti od oggetti importanti (e questo è l’uso più interessante, anziché uno zoom o un dettaglio viene realizzato un disegno) o per censurare scene cruente (nessun omicidio viene mostrato anche se ve ne sono almeno 4).
Non un film fondamentale, ma una interessante variazione sul tema.

venerdì 7 giugno 2013

La grande bellezza - Paolo Sorrentino (2013)

(Id.)

Visto al cinema.

Un film senza una trama, una serie di episodi disgiunti che mostrano sequenze della vita di Gep Gambardella, un sessantenne che ha scritto un solo libro in vita sua, un uomo sensibile abbastanza da rendersi conto di come stanno le cose, ma che negli ultimi quarantenni si è dato da fare per divenire il re dell’apparenza, dando vita ad una dicotomia interiore che viene riversata all'esterno con il cinismo, ma con cui dovrà fare i conti. Detta così sembra proprio un brutto film pretenzioso, ma d’altra parte come si fa a descrivere un film di Fellini senza svilirlo? Sono film che non vanno raccontati, ma visti.

Si perché di fatto questo è un film di Fellini, non una versione cafone de “La dolce vita”, ma proprio un film felliniano tout court (le citazioni dirette o indirette si sprecano; nani, matrone romane tettute e dalla facies tipica, animali selvatici in contesti assurdi, personaggi che sarebbero piaciuti al regista di Rimini, ecc…). Un film che senza una trama, ma con l’accumulo di sequenze significative vuole rendere l’idea di un mondo (in questo caso in un declino ottuso e felice) e di un personaggio (in questo caso in un declino lucido, disperato, ma ignavo), utilizzando spesso la metafora e pretendendo spesso la poesia. Nonostante questa caterva di ambizioni il film, miracolosamente, riesce.

A questo deve però aggiungersi il divertimento dato da molte sequenze in cui il gruppo di amici disperati sfoggia una serie di battute ciniche e graffianti che vorrei riuscire ad utilizzare nella vita di tutti i giorni (su tutti il personaggio di Carlo Buccirosso).

Infine bisogna aggiungere Sorrentino. Il film ha un mood e un mondo felliniano, ma Sorrentino è uno dei registi dalla mano più pesante che ci siano attualmente in circolazione; basta vedere l’incipit con il canto in tedesco durante la visita del gruppo di giapponesi e si vede l’idea di cinema a cui ci ha abituati: fotografia curatissima (c’è il solito Bigazzi ad occuparsene), movimenti di macchina e montaggio utilizzati in maniera articolata, costruzione delle immagini estetizzantissimo e un uso delle musiche che da sole rendono perfettamente un mondo intero di significati… poi comincia la lunga sequenza in discoteca…

Non tutto è perfetto, non tutto può piacere (la parte finale dell’episodio con la santa o semplicemente la sequenza dei fenicotteri mi son sembrati eccessivi), ma questo non significa molto nell'economia di un film così complesso.

Un cast perfetto, per ruoli assegnati (vogliamo citare di nuovo la neo-felliniana Serena Grandi?) e per uso degli attori (si sa che Sorrentino è un mago in queste cose, ma nessuno come lui sa utilizzare al meglio la tavolozza di espressioni di Servillo; poi più della Ferilli che ogni tanto fa qualche exploit, ma vogliamo parlare di Verdone che per la prima volta smette di fare il caratterista?).


Un film di più di due ore senza trama che vola via come il vento e alla fine del quale (oltre ad un vago senso di malessere) se ne vorrebbe vedere ancora, almeno mezzora…

PS: quante volte avrò usato la parola felliniano?