(Vue du pont)
Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato.
Una coppia di emigrati italiani negli USA si prendono cura della nipote ormai adulta mentre lavorano al porto e aiutano dei connazionali a entrare nel paese. Un cugino della moglie appena arrivato si innamorerà ricambiato della ragazza, ma l'affetto del "padre" adottivo non sarà solo paterno.
Drammone teatrale tratto da Miller di stampo verista che fa di questi elementi la base del racconto; e qui già arriva il problema del film. L'impianto teatrale è evidente, la storia fatta di moltissime parole (anche se, come spesso nel teatro, c'è tanto di non detto apertamente), emozioni fortissime e personaggi "normali" con comportamenti sopra le righe.
Se anche Lumet è un esperto di trasposizioni teatrali al cinema, il film fatica a mantenersi equilibrato. Il regista si muove moltissimo per non rendere statica la vicenda sfruttando il più possibile il panfocus e la fotografia sporca, ma non è ispirato quanto ne "La parola ai giurati" e l'effetto finale ne risulta smorzato.
Non aiuta una storia che è interessantissima e vagamente perturbante (un padre putativo innamorato della figlioccia), ma non s quando finire, portando la vicenda oltre il dovuto per arrivare all'inevitabile morte finale che viene anche trattata in maniera poco verosimile anche se simbolica (una cosa che a teatro potrebbe anche avere il suo motivo, ma qui è eccessiva).
Rimane comunque un film guardabilissimo, molto più cinematografico del successivo "Il lungo viaggio verso la notte", con un Vallone eccessivo (come richiesto), ma bravissimo.
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lunedì 2 marzo 2020
mercoledì 2 novembre 2016
L'uomo del banco dei pegni - Sidney Lumet (1964)
(The pawnbroker)
Visto da registrazione dalla tv.
Steiger è un sopravvissuto di Auschwitz che ora lavora a un banco dei pegni a New York, mantenendo la moglie di un amico morto nel campo e cercando di venire a patti con i propri demoni allontanando da sé tutte le persone che cercano di avvicinarsi. Alle sue dipendenze c'è un ragazzo che vorrebbe essere un suo discepolo, rispettandolo e stimandolo a livello professionale; ma ne viene tenuto alla larga e reagirà di conseguenza cercando uno sbocco per il futuro in altro modo.
Steiger in una dolente versione di un borghese piccolo piccolo uscito da Auschwitz è un'evidente tentativo di fargli vincere un premio (e infatti vinse a Berlino). Per carità è bravo, ma soprattutto riesce a dare una nota dolente costante anche all'iniziale apatia del suo personaggio (oltre ad azzeccare le due scene madri, il dialogo con la donna e il finale; ma questo è il minimo che mi aspetto da Steiger), però non mi è sembrata la sua interpretazione di una vita.
La regia di Lumet è ovviamente interessante, con molte inquadrature oblique e una gestione del montaggio encomiabile (il montaggio rapidissimo e l'inquadratura a salire dopo il colpo di pistola è perfetto).
La sceneggiatura vorrebbe descrivere un film sul dolore presentandolo come un'opera teatrale (non mi risulta che ne sia tratto, ma potrebbe), viene fuori un film verboso oltre ogni dire, anche se il protagonista vince con i suoi silenzi.
Un film carino, ma non eccezionale.
PS: tra le comparse c'è la prima apparizione di Morgan Freeman.
Visto da registrazione dalla tv.
Steiger è un sopravvissuto di Auschwitz che ora lavora a un banco dei pegni a New York, mantenendo la moglie di un amico morto nel campo e cercando di venire a patti con i propri demoni allontanando da sé tutte le persone che cercano di avvicinarsi. Alle sue dipendenze c'è un ragazzo che vorrebbe essere un suo discepolo, rispettandolo e stimandolo a livello professionale; ma ne viene tenuto alla larga e reagirà di conseguenza cercando uno sbocco per il futuro in altro modo.
Steiger in una dolente versione di un borghese piccolo piccolo uscito da Auschwitz è un'evidente tentativo di fargli vincere un premio (e infatti vinse a Berlino). Per carità è bravo, ma soprattutto riesce a dare una nota dolente costante anche all'iniziale apatia del suo personaggio (oltre ad azzeccare le due scene madri, il dialogo con la donna e il finale; ma questo è il minimo che mi aspetto da Steiger), però non mi è sembrata la sua interpretazione di una vita.
La regia di Lumet è ovviamente interessante, con molte inquadrature oblique e una gestione del montaggio encomiabile (il montaggio rapidissimo e l'inquadratura a salire dopo il colpo di pistola è perfetto).
La sceneggiatura vorrebbe descrivere un film sul dolore presentandolo come un'opera teatrale (non mi risulta che ne sia tratto, ma potrebbe), viene fuori un film verboso oltre ogni dire, anche se il protagonista vince con i suoi silenzi.
Un film carino, ma non eccezionale.
PS: tra le comparse c'è la prima apparizione di Morgan Freeman.
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mercoledì 20 luglio 2011
Un'estranea fra noi - Sidney Lumet (1992)
(A stranger among us)
Visto in VHS.
La Griffith è una poliziotta che deve indagare su un omicidio avvenuto all’interno della comunità ebrea ortodossa, ovviamente dovrà travestirsi tingendosi i capelli di nero. Vuoi che la restia poliziotta non rimanga affascinata dal semplice mondo degli ebrei ortodossi nonché da un fighetto locale (uno che sapeva memoria il Talmud dall’età di 4 anni).
Prevedibile film di buoni sentimenti in ambientazione “esotica”, che per una volta rinuncia agli amish che ormai già si conoscono fin troppo. Il film è diretto con il pilota automatico,senza voglia e con la fotografia di un programma tv degli anni ’70; inoltre la banale trama è peggiorata da una mancanza di ritmo, suspense ed empatia che nello scontro finale (fisico, in cui tutti gli innocenti sono in pericolo, ma anche morale, in cui tutti gli insegnamenti di una vita sono altrettanto in pericolo) si conclude in 5 secondi dando le stesse emozioni di una puntata di Forum.
Visto in VHS.
La Griffith è una poliziotta che deve indagare su un omicidio avvenuto all’interno della comunità ebrea ortodossa, ovviamente dovrà travestirsi tingendosi i capelli di nero. Vuoi che la restia poliziotta non rimanga affascinata dal semplice mondo degli ebrei ortodossi nonché da un fighetto locale (uno che sapeva memoria il Talmud dall’età di 4 anni).Prevedibile film di buoni sentimenti in ambientazione “esotica”, che per una volta rinuncia agli amish che ormai già si conoscono fin troppo. Il film è diretto con il pilota automatico,senza voglia e con la fotografia di un programma tv degli anni ’70; inoltre la banale trama è peggiorata da una mancanza di ritmo, suspense ed empatia che nello scontro finale (fisico, in cui tutti gli innocenti sono in pericolo, ma anche morale, in cui tutti gli insegnamenti di una vita sono altrettanto in pericolo) si conclude in 5 secondi dando le stesse emozioni di una puntata di Forum.
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lunedì 6 giugno 2011
Il verdetto - Sidney Lumet (1982)
(The virdict)
Visto in VHS.
Classico legal movie all’americana. Trama standard per una regia senza pretese.
L’avvocato Newman, ormai fuori dal giro perché troppo idealista è ora diventato uno sciacallo che fa tutto quello che viene mostrato anche in “Rainmaker” per sopravvivere, ma quando si trova a dover difendere degli indifesi contro il Golia cattivissimo di un grosso ospedale cambia, moralmente e come stile di vita. Colpi di scena a non finire, tiri mancini dagli avversari, un giudice contro, ma poi il cuore della giuria farà il resto.
Davvero c’è poco altro da aggiungere. Newman è decisamente magnifico, ma questo è il minimo. La Rampling essenzialmente inutile. Mason fa il suo lavoro e fa piacere vederglielo fare…
Basta, tutto qua; palesemente un film su commissione senza fantasia, ma d’altra parte senza pretese. Giusto per un pomeriggio di domenica su rete quattro o la7.
Visto in VHS.
Classico legal movie all’americana. Trama standard per una regia senza pretese.L’avvocato Newman, ormai fuori dal giro perché troppo idealista è ora diventato uno sciacallo che fa tutto quello che viene mostrato anche in “Rainmaker” per sopravvivere, ma quando si trova a dover difendere degli indifesi contro il Golia cattivissimo di un grosso ospedale cambia, moralmente e come stile di vita. Colpi di scena a non finire, tiri mancini dagli avversari, un giudice contro, ma poi il cuore della giuria farà il resto.
Davvero c’è poco altro da aggiungere. Newman è decisamente magnifico, ma questo è il minimo. La Rampling essenzialmente inutile. Mason fa il suo lavoro e fa piacere vederglielo fare…
Basta, tutto qua; palesemente un film su commissione senza fantasia, ma d’altra parte senza pretese. Giusto per un pomeriggio di domenica su rete quattro o la7.
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giovedì 2 giugno 2011
I'm magic - Sidney Lumet (1978)
(The wiz)
Visto in DVD.
L’apice artistico e morale della blaxploitation credo che possa essere visto in questo film, almeno col senno di poi. Il musical tratto dal mago di Oz, con solo attori di colore, diretto da Lumet e con la partecipazione di Diana Ross e, soprattutto, Michael Jackson (e una comparsata di Pryor). Cos’altro si può volere?
Diciamolo subito va, che non vengano dubbi; Lumet non si vede mai. Poteva essere un film diretto da chiunque. Evidentemente doveva pagare delle bollette.
Poi diciamo subito la seconda cosa, le canzoni sono belle. I lenti, soprattutto all’inizio, non mi hanno preso per nulla, però una volta giutni ad Oz, il ritmo si fa più scattante e si annoverano senza vergogna la famosa “Ease on down the road”, il blues “...(ok, ho dimenticato il titolo)”, e la vivacissima “Don’t nobody bring me no bad news“… ma anche la canzone dei corvi non era male.
Il film non è più un musical dalle mille comparse come quello degli anni ’30, e neppure un film musicale tutto basato sulla regia come oggigiorno, è invece quell’insipido modo di fare musical tipico degli anni ’70, grandi scenografie, qualche abbozzo di coreografia (ma neanche tanto) e poi tutto basato sulle canzoni, niente scene costruite con cure, niente dimostrazioni di capacità danzerecce… niente insomma.
In un film del genere il punto di forza è, come detto, nelle scenografie, ed in questo bisogna ammettere che The wiz batte tutti. Costruzioni eccessive ed enorme, un dispiego di forze senza pari, colori chiassosi come pochi, tutto per appagare l’occhio.
Che dire, io questo film lo consiglierei solo per vedere Michael Jackson vestito da spaventapasseri… e non mi pare poco.
Visto in DVD.
L’apice artistico e morale della blaxploitation credo che possa essere visto in questo film, almeno col senno di poi. Il musical tratto dal mago di Oz, con solo attori di colore, diretto da Lumet e con la partecipazione di Diana Ross e, soprattutto, Michael Jackson (e una comparsata di Pryor). Cos’altro si può volere?Diciamolo subito va, che non vengano dubbi; Lumet non si vede mai. Poteva essere un film diretto da chiunque. Evidentemente doveva pagare delle bollette.
Poi diciamo subito la seconda cosa, le canzoni sono belle. I lenti, soprattutto all’inizio, non mi hanno preso per nulla, però una volta giutni ad Oz, il ritmo si fa più scattante e si annoverano senza vergogna la famosa “Ease on down the road”, il blues “...(ok, ho dimenticato il titolo)”, e la vivacissima “Don’t nobody bring me no bad news“… ma anche la canzone dei corvi non era male.
Il film non è più un musical dalle mille comparse come quello degli anni ’30, e neppure un film musicale tutto basato sulla regia come oggigiorno, è invece quell’insipido modo di fare musical tipico degli anni ’70, grandi scenografie, qualche abbozzo di coreografia (ma neanche tanto) e poi tutto basato sulle canzoni, niente scene costruite con cure, niente dimostrazioni di capacità danzerecce… niente insomma.
In un film del genere il punto di forza è, come detto, nelle scenografie, ed in questo bisogna ammettere che The wiz batte tutti. Costruzioni eccessive ed enorme, un dispiego di forze senza pari, colori chiassosi come pochi, tutto per appagare l’occhio.
Che dire, io questo film lo consiglierei solo per vedere Michael Jackson vestito da spaventapasseri… e non mi pare poco.
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mercoledì 1 giugno 2011
A prova di errore - Sidney Lumet (1964)
(Fail safe)
Visto in VHS.
Per una serie di sbagli tecnici un gruppo di bombardieri americani, equipaggiati con armi atomiche si dirige verso la Russia con il comando di distruggere Mosca. Il subbuglio che ne deriverà (rimpallato tra comando operativo, pentagono e casa bianca) porterà i presidenti delle nazioni nemiche ad avvicinarsi e collaborare per scongiurare il disastro, ma (SPOILER) ovviamente non riusciranno e il presidente americano darà ordine di distruggere New York come olocausto per evitare una guerra atomica.
Film palesemente derivato da “Dr. Stranamore” e dalla medesima paura dell’apocalisse nucleare. Lo stile, la cadenza ed i ritmi sono i medesimi del film di Kubrick, con alcune importanti differenze. Da una parte l’opera di Lumet è decisamente più pulita, priva degli eccessi derivati soprattutto dall’ingombrante (e multipla) presenza di Sellers, ma questa maggior concretezza viene pagata con la totale assenza di ironia. In questo modo ci si trova davanti ad un melodramma come pochi altri, estremo e dolorosissimo (a New York è in visita la first lady, così come abita la famiglia di chi ha l’ordine di sganciare la bomba, ma anche la scena del della telefonata incrociata con i due consoli nelle città da distruggere è pesante) che però è appesantito da un eccesso di ,manierismo e da un insistente bisogno di tragedia ad ogni scena. La sceneggiatura poi ci impiega un po troppo ad entrare nel vivo e lo fa con uno spreco di dialoghi. Lumet poi non lo si vede quasi mai.
Un dramma definitivo come pochi, che però risulta abbastanza macchinoso.
Visto in VHS.
Per una serie di sbagli tecnici un gruppo di bombardieri americani, equipaggiati con armi atomiche si dirige verso la Russia con il comando di distruggere Mosca. Il subbuglio che ne deriverà (rimpallato tra comando operativo, pentagono e casa bianca) porterà i presidenti delle nazioni nemiche ad avvicinarsi e collaborare per scongiurare il disastro, ma (SPOILER) ovviamente non riusciranno e il presidente americano darà ordine di distruggere New York come olocausto per evitare una guerra atomica.Film palesemente derivato da “Dr. Stranamore” e dalla medesima paura dell’apocalisse nucleare. Lo stile, la cadenza ed i ritmi sono i medesimi del film di Kubrick, con alcune importanti differenze. Da una parte l’opera di Lumet è decisamente più pulita, priva degli eccessi derivati soprattutto dall’ingombrante (e multipla) presenza di Sellers, ma questa maggior concretezza viene pagata con la totale assenza di ironia. In questo modo ci si trova davanti ad un melodramma come pochi altri, estremo e dolorosissimo (a New York è in visita la first lady, così come abita la famiglia di chi ha l’ordine di sganciare la bomba, ma anche la scena del della telefonata incrociata con i due consoli nelle città da distruggere è pesante) che però è appesantito da un eccesso di ,manierismo e da un insistente bisogno di tragedia ad ogni scena. La sceneggiatura poi ci impiega un po troppo ad entrare nel vivo e lo fa con uno spreco di dialoghi. Lumet poi non lo si vede quasi mai.
Un dramma definitivo come pochi, che però risulta abbastanza macchinoso.
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venerdì 8 aprile 2011
Il lungo viaggio verso la notte - Sidney Lumet (1962)
(Long day's journey into night)
Visto in VHS.
Una famiglia di 4 persone deve fare i conti, giorno per giorno con i propri demoni; un padre spilorcio ed ex stella del teatro; una madre morfinomane; un primogenito dedito all’alcool e alle prostitute ed un figlio minore malato di tubercolosi.
Dramma famigliare teatrale che è pervaso completamente dalla teatralità. Se le opere di Tennessee Williams sono ottimi lavori per il teatro che si adattano pure al cinema, qui O’Neill non riesce nell’intento, e da un dramma teatrale ottiene un film teatrale. Ogni scena è eccessivamente verbosa, eccessivamente sopra le righe, drammatica, c’è sempre qualcuno che piange, che insulta in maniera pesante qualcun altro per poi scusarsi e tutto ricomincia come se niente fosse successo; la sceneggiatura è un tripudio di anti-naturalismo pieno di parole che colmano il vuoto.
Vero è che Lumet è riuscito nel miracolo di portare al cinema una piece non cinematografica come “La parola ai giurati”; ma qui ha un bel daffare a muovere carrelli impossibile, ad abusare del dolly per inseguire i personaggi anche nei movimenti minimi, ad inquadrare dal basso piuttosto che da una distanza impossibile… tutti sforzi sprecati, il film rimane incompleto, tutto teso a parlare piuttosto che mostrare.
Anche gli attori, tutti bravissimi (ovviamente eccellente la prova della Hepburn) senza nessuno sconto di lodi… ma devono recitare parti eccessive, lacrimose e macchiettisti che, il che li penalizza a priori.
Magari è un ottima piece teatrale; e certamente le forze in campo sono quelle del miglior cinema possibile… ma come film è di difficile sopportazione.
Visto in VHS.
Una famiglia di 4 persone deve fare i conti, giorno per giorno con i propri demoni; un padre spilorcio ed ex stella del teatro; una madre morfinomane; un primogenito dedito all’alcool e alle prostitute ed un figlio minore malato di tubercolosi.Dramma famigliare teatrale che è pervaso completamente dalla teatralità. Se le opere di Tennessee Williams sono ottimi lavori per il teatro che si adattano pure al cinema, qui O’Neill non riesce nell’intento, e da un dramma teatrale ottiene un film teatrale. Ogni scena è eccessivamente verbosa, eccessivamente sopra le righe, drammatica, c’è sempre qualcuno che piange, che insulta in maniera pesante qualcun altro per poi scusarsi e tutto ricomincia come se niente fosse successo; la sceneggiatura è un tripudio di anti-naturalismo pieno di parole che colmano il vuoto.
Vero è che Lumet è riuscito nel miracolo di portare al cinema una piece non cinematografica come “La parola ai giurati”; ma qui ha un bel daffare a muovere carrelli impossibile, ad abusare del dolly per inseguire i personaggi anche nei movimenti minimi, ad inquadrare dal basso piuttosto che da una distanza impossibile… tutti sforzi sprecati, il film rimane incompleto, tutto teso a parlare piuttosto che mostrare.
Anche gli attori, tutti bravissimi (ovviamente eccellente la prova della Hepburn) senza nessuno sconto di lodi… ma devono recitare parti eccessive, lacrimose e macchiettisti che, il che li penalizza a priori.
Magari è un ottima piece teatrale; e certamente le forze in campo sono quelle del miglior cinema possibile… ma come film è di difficile sopportazione.
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mercoledì 22 dicembre 2010
Serpico - Sidney Lumet (1973)
(Id.)
Visto in DVD.
Un poliziotto onesto e idealista, appena arrivato nel Bronx si trova di fronte a dei casi di corruzione dilagante e sfrontata a cui non può, moralmente, partecipare, ma neppure può sopportare. Si opporrà ricorrendo ad ogni modo legale e ammissibile, poi si rivolgerà all'esterno della polizia aizzandosi l'odio, non solo dei colleghi che ovviamente lo disprezzano, dei superiori. Verrà trasferito, ma ormai il danno è fatto, il suo nome sarà segnato a vita.
Dramma in salsa poliziesca anni '70 crepuscolare e pessimista, con un protagonista carismatico, fuori dai canoni dell'epoca e magnificamente interpretato (da urlo la scena finale nella camera d'ospedale, un Pacino al meglio, come in tutti gli anni '70) che darà poi il la alla creazione del monnezza (!).
Lumet risulta molto formale nel creare una cornice realistica intorno alla vicenda, e l'effetto funziona. Il film risulta, specialmente all'inizio, eccessivamente idealista nella creazione del personaggio di Serpico, che reagisce in maniera esagerata anche a situazioni non eccessiva, ma l'effetto è stemperato nella sua graduale discesa all'inferno e nel finale senza alcuna speranza.
Un caposaldo del genere, che per solidità e asciuttezza dovrebbe essere d'esempio.
Visto in DVD.
Un poliziotto onesto e idealista, appena arrivato nel Bronx si trova di fronte a dei casi di corruzione dilagante e sfrontata a cui non può, moralmente, partecipare, ma neppure può sopportare. Si opporrà ricorrendo ad ogni modo legale e ammissibile, poi si rivolgerà all'esterno della polizia aizzandosi l'odio, non solo dei colleghi che ovviamente lo disprezzano, dei superiori. Verrà trasferito, ma ormai il danno è fatto, il suo nome sarà segnato a vita.
Dramma in salsa poliziesca anni '70 crepuscolare e pessimista, con un protagonista carismatico, fuori dai canoni dell'epoca e magnificamente interpretato (da urlo la scena finale nella camera d'ospedale, un Pacino al meglio, come in tutti gli anni '70) che darà poi il la alla creazione del monnezza (!).
Lumet risulta molto formale nel creare una cornice realistica intorno alla vicenda, e l'effetto funziona. Il film risulta, specialmente all'inizio, eccessivamente idealista nella creazione del personaggio di Serpico, che reagisce in maniera esagerata anche a situazioni non eccessiva, ma l'effetto è stemperato nella sua graduale discesa all'inferno e nel finale senza alcuna speranza.
Un caposaldo del genere, che per solidità e asciuttezza dovrebbe essere d'esempio.
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