lunedì 1 luglio 2013

Una notte da leoni 3 - Todd Phillips (2013)

(The hangover part III)

I soliti tre vengono minacciati da un trafficante (il sempre amato John Goodman), pare che Chow gli abbia rubato dei soldi ed essendo loro l’unico suo punto di contatto sono loro che devono trovarlo e consegnarlo. Questo li porterà in Messico e quindi di nuovo a Las Vegas per concludere quello che li era iniziato.

Il film cambia il senso di marcia, anziché muoversi a ritroso, per la prima volta segue il senso giusto e tutto sommato non guasta, un cambio nella solita trama non fa che bene. L’incipit per il resto è identico, stesse dinamiche di gruppo, stesso umorismo esagerato e fisico di Galifianakis (un poco meno originale del solito, ma comunque rimane ancora la cosa migliore del film), molto velocemente però (più o meno da quando lasciano il Messico) il film si affossa, tende a voler concludere la trilogia con un ritorno alla normalità di tutti (il che vuol dire far rinsavire Alan) uccidendo completamente l’idea originale del film (perfettamente descritta nel flashback presente nel secondo film in cui Alan ripercorre gli eventi del giorno prima immaginando il gruppo come dei bambini). Inutile dire che la normalizzazione sposta l’attenzione della storia verso un lato più serio calando l’umorismo e soprattutto irrita molto per una forzatura che non serviva. Anzi, non ero proprio andato al cinema per vedere questo.

Una pessima conclusione per una serie che, probabilmente, era meglio non fosse una trilogia.

venerdì 21 giugno 2013

Gentlemen Broncos - Jared Hess (2009)

(Id.)

Visto in Dvx in lingua originale con sottotitoli in inglese.

Un ragazzo appassionato di fantascienza scrive racconti di genere dall'età di 7 anni; ad un campo di scrittura incontra il suo idolo, un autore di sci-fi che lo ha molto segnato. Durante l’incontro viene annunciato un concorso per racconti inediti che verranno giudicati da una giuria in cui prenderà parte anche l’idolo del ragazzo; ovviamente parteciperà, il suo eroe leggerà il racconto e rimasto colpito dalla storia (ed essendo in crisi d’idee) lo copierà e lo pubblicherà ottenendo un grande successo. Ah si, diciamolo, è una commedia.

Da qui parte tutto, ma questo è un film di Jared Hess, un film dove il contorno determina il contenuto. Il regista torna all’ambiente che conosce meglio e che ama descrivere, gli anni ottanta dai colori spenti di “Napoleon dynamate”, pur ambientando il film ai giorni nostri. Compare anche un computer, ma i vestiti, lo stile, i colori, le pettinature, i volti, le posizioni degli attori, tutto rimanda all'estetica '80s.

Ovviamente, come in ogni film di Hess, l’assenza di recitazione è la cifra distintiva, ma questo perché  i volti degli attori fanno già la differenza; si recita con i tratti del viso e con le espressioni (fintamente) involontarie prima ancora che con la voce o con il corpo e Hess propone una nuova carrellata di personaggi congelati, nell'incipit c’è già tutto (come al solito poi ci sono titoli di testa curati e mirati esattamente sul tema del film).

Ovviamente, come in ogni film di Hess, l’origine del protagonista è umile e la trama è il tentativo di raggiungere un sogno. Ma in questo caso l’origine umile non è solo la condizione iniziale da cui risorgere (come in “Nacho libre”), ma è un’aggravante, è un’effettiva limitazione e l’irraggiungibilità dei sogni dei protagonisti qui assume un sapore diverso, sembrano l’unica alternativa alla disperazione e nella scena in cui la madre del protagonista non riesce a far accettare la sua linea di vestiti al suo capo non si prende la notizia con tranquillità, ma si capisce perfettamente che può essere la fine di tutto ed il ritorno alla vita precedente senza altre possibilità. Da questo momento tutto assume un mood diverso, l’incontro in carcere (ridicolo come deve essere) ha una tenerezza di sottofondo che non c’era mai stata; le reazioni esagerate (la madre che scappa urlando tappandosi le orecchie o il giovane protagonista che spara freccette con una cerbottana verso il capo della madre) hanno un sapore di emozioni vere; ma soprattutto l’inespressività, l’apparente apatia dei protagonisti (costante nei film di Hess), sembra l’unica alternativa alla disperazione, quindi basta una sola lacrima o un mezzo sorriso (entrambi nel finale) per scoperchiare tutto un universo di sentimenti e di significati che altri film avrebbero mostrato con una lunga scena madre.
Ancora una volta lo stile particolare, pesantissimo e anticommerciale di Hess vince, anzi, fa un passo avanti e acquista nuovi significati. Vedremo quanto ancora riuscirà a mantenerlo senza bruciarsi. Per ora bravo.

venerdì 14 giugno 2013

L'isola delle anime perdute - Erle C. Kenton (1932)

(Island of lost souls)

Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in italiano.

Dal celeberrimo libro di Wells (celeberrimo proprio per le versioni cinematografiche o le citazioni in tv) la storia di uno scienziato folle che si rifugia in una sperduta isola del pacifico per poter effettuare i suoi esperimenti di missaggio uomo-animale.

Il film del 1932 soffre un poco di una sceneggiatura rapida e forse un poco claudicante, ma per il resto è un formidabile film di una modernità invidiabile.

La regia è dinamica senza mai essere sensazionalistica, usa i movimenti di macchina per spezzare le immagini, nascondere o rivelare i personaggi (a questo scopo viene usato ogni artificio, dalle ombre all'acqua mossa dalle onde) fino al finale della rivolta dove da il meglio di se nella creazione di una sequenza che mostra perfettamente la lotta impari di un uomo contro una moltitudine (interessante anche notare come in questo caso siano i “mostri” ad impugnare le torce per dare la caccia all'uomo). Utilitaristico in maniera encomiabile anche il già citato uso delle luci, che come spesso in questi film, è più un uso delle ombre.

Infine Charles Laughton, beh lui è bravo a priori, ma nel dar vita ad un viscido personaggio raffinato e che mantiene il potere solo con l’aura di terrore che lo circonda è assolutamente magnifico, con un sorriso beffardo sempre presente. Bravissimo.

martedì 11 giugno 2013

The tracker; la guida - Rolf de Heer (2002)

(The tracker)

Visto in DVD.

Tutti i film australiani che arrivano fin da noi tendono ad essere compresi in un genere, ma poi dire qualcosa in più. In questo caso, che non fa eccezione, il fatto è stemperato dalla scelta del genere iniziale che sembrerebbe essere il western moderno (quindi il western metafisico, quello con il deserto come luogo dell’anima); un genere che di per se vuole offrire qualcosa in più rispetto alle premesse. In questo caso però il west (beh, l'outback australiano, ma negli anni ’20 del novecento) è solo la location, quello che viene portato sullo schermo è un “Aspettando Godot” in movimento.

Un ufficiale navigato, una recluta appena giunta al “fronte” ed un anziano civile inseguono un fuggiasco aborigeno accusato di omicidio, per seguirne le tracce in mezzo al deserto si fanno condurre da una guida anch'essa aborigena, ma un aborigeno che conosce bene i bianchi, sa come trattarli e sa come reagire. La guida, che dal titolo si intuisce essere il vero protagonista, è una sorta di Buddha aborigeno sceso in mezzo agli inglesi per donare loro l’illuminazione, qualora ne siano degni o anche solo interessati; tutto ciò sopportando soprusi su di se o sulla propria gente. La trama si sviluppa con ampie scene ripetitive, ma mai noiose o banali, di inseguimento, dubbi reciproci, incontro con tribù pacifiche brutalmente sterminate. Il finale, molto chiaro, assolutamente non in sospeso è fin troppo definitivo e risulta un poco stucchevole.

Ma d’altra parte la forza del film non sta nella trama di per se carina, ma non originale (ed in alcuni punti troppo sbrigativa); ma nella forza dei personaggi (anch'essi non originalissimi) standardizzati e nel modo di rapportarsi fra loro, nonché nel ruolo dell’ambiente e nel modo che  vari personaggi utilizzano per rapportarsi pure con lui. A questo si aggiunge un uso delle musiche particolare, non come sfondo, ma come contrappunto alla vicenda; le musiche che fanno parte della trama e della location del film tanto quanto i personaggi e l'outback, descrivono ciò che succede, gli avvenimenti interiori e i grandi temi della condizione degli aborigeni; inoltre sono estremamente belle. Infine vi è l’uso di disegni naif per sottolineare alcuni fatti od oggetti importanti (e questo è l’uso più interessante, anziché uno zoom o un dettaglio viene realizzato un disegno) o per censurare scene cruente (nessun omicidio viene mostrato anche se ve ne sono almeno 4).
Non un film fondamentale, ma una interessante variazione sul tema.

venerdì 7 giugno 2013

La grande bellezza - Paolo Sorrentino (2013)

(Id.)

Visto al cinema.

Un film senza una trama, una serie di episodi disgiunti che mostrano sequenze della vita di Gep Gambardella, un sessantenne che ha scritto un solo libro in vita sua, un uomo sensibile abbastanza da rendersi conto di come stanno le cose, ma che negli ultimi quarantenni si è dato da fare per divenire il re dell’apparenza, dando vita ad una dicotomia interiore che viene riversata all'esterno con il cinismo, ma con cui dovrà fare i conti. Detta così sembra proprio un brutto film pretenzioso, ma d’altra parte come si fa a descrivere un film di Fellini senza svilirlo? Sono film che non vanno raccontati, ma visti.

Si perché di fatto questo è un film di Fellini, non una versione cafone de “La dolce vita”, ma proprio un film felliniano tout court (le citazioni dirette o indirette si sprecano; nani, matrone romane tettute e dalla facies tipica, animali selvatici in contesti assurdi, personaggi che sarebbero piaciuti al regista di Rimini, ecc…). Un film che senza una trama, ma con l’accumulo di sequenze significative vuole rendere l’idea di un mondo (in questo caso in un declino ottuso e felice) e di un personaggio (in questo caso in un declino lucido, disperato, ma ignavo), utilizzando spesso la metafora e pretendendo spesso la poesia. Nonostante questa caterva di ambizioni il film, miracolosamente, riesce.

A questo deve però aggiungersi il divertimento dato da molte sequenze in cui il gruppo di amici disperati sfoggia una serie di battute ciniche e graffianti che vorrei riuscire ad utilizzare nella vita di tutti i giorni (su tutti il personaggio di Carlo Buccirosso).

Infine bisogna aggiungere Sorrentino. Il film ha un mood e un mondo felliniano, ma Sorrentino è uno dei registi dalla mano più pesante che ci siano attualmente in circolazione; basta vedere l’incipit con il canto in tedesco durante la visita del gruppo di giapponesi e si vede l’idea di cinema a cui ci ha abituati: fotografia curatissima (c’è il solito Bigazzi ad occuparsene), movimenti di macchina e montaggio utilizzati in maniera articolata, costruzione delle immagini estetizzantissimo e un uso delle musiche che da sole rendono perfettamente un mondo intero di significati… poi comincia la lunga sequenza in discoteca…

Non tutto è perfetto, non tutto può piacere (la parte finale dell’episodio con la santa o semplicemente la sequenza dei fenicotteri mi son sembrati eccessivi), ma questo non significa molto nell'economia di un film così complesso.

Un cast perfetto, per ruoli assegnati (vogliamo citare di nuovo la neo-felliniana Serena Grandi?) e per uso degli attori (si sa che Sorrentino è un mago in queste cose, ma nessuno come lui sa utilizzare al meglio la tavolozza di espressioni di Servillo; poi più della Ferilli che ogni tanto fa qualche exploit, ma vogliamo parlare di Verdone che per la prima volta smette di fare il caratterista?).


Un film di più di due ore senza trama che vola via come il vento e alla fine del quale (oltre ad un vago senso di malessere) se ne vorrebbe vedere ancora, almeno mezzora…

PS: quante volte avrò usato la parola felliniano?

venerdì 31 maggio 2013

Palla da golf - Harold Ramis (1980)

(Caddyshack)

Visto in Dvx in lingua originale con sottotitoli in inglese.

Un semi cult della comicità americana, ambientato in un golf club dove la vita dei caddie dei ricconi locali, delle nipoti ninfomani, dei giardinieri e di alcuni puristi del golf si intrecciano e si scontrano.

Il film è una serie di episodi separati fatti da personaggi spesso macchiettistici che si muovono in gag anonime e quasi mai divertenti. Forse negli anni ’80 qualcuna di quelle doveva essere ancora non abusata, ma davvero l’idea della talpa (affidata ad un Bill Murray sottotono) ha avuto successo? Mi pare difficile. Particolarmente irritante la presenza di Dangerfield, nella parte di un chiassoso cafone locale, che rimesta nel solito rapporto di “cattivo vicinato” con un golfista austero e perfettino.

Un film sostanzialmente inutile che risulta interessante per i completasti di Murray (o di Chevy Chase se ne esistono) e per la nota di costume anni ’80, quando in un film comico standard si potevano infilare due tette e nessuno gridava alo scandalo.
Ho visto la versione originale e alcune battute (non molte in realtà) giocano su doppi sensi o incomprensioni, non so come siano state rese in italiano, ma se il titolo italiano è una traccia direi che il risultato sarà peggiore dell'originale.

PS: per pudore no ho nominato Ramis alla regia che si può perdonare solo perché era alla sua opera prima... non commenterò neppure che fu uno degli autori...

mercoledì 29 maggio 2013

Gone baby gone - Ben Affleck (2007)

(Id.)

Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una bambina di un quartiere periferico viene rapita, la famiglia dopo un putiferio mediatico decide di affidarsi ad un giovane (anzi giovanile) investigatore privato che ha fama di buone capacità essendo nato e cresciuto in quello stesso, difficile, quartiere. Le indagini porteranno a scoprire diversi risvolti della vita della madre della bambina che la indicheranno più come colpevole involontaria che non vittima. Verso la metà del film il caso viene risolto, ma non finisce come si vorrebbe… a quel punto la storia riparte da zero, il caso ha portato crisi e ha lasciato ferite, ma presto l’investigatore si accorge che non tutto torna.

Thriller tutt’altro che banale che regala almeno due film distinti racchiusi in uno. Alla sua prima regia Ben Affleck (che ha il buon gusto e la buona idea di non esserne il protagonista) regala un film stereotipato (l’investigatore che viene dal basso che risolve il caso, il capo di polizia buono, i popolani rozzi e stupidi, ecc…) che all'improvviso si stravolge per diventare altro; ma in entrambi i momenti, senza virtuosismi inutili, il film punta sulla solidità della regia, sullo squallore dei luoghi e delle persone, ma soprattutto punta tutto sui corpi degli attori. Se i protagonisti sono i soliti fighi americani, tutti i comprimari sono attentamente scelti per assomigliare ai veri volti e ai veri corpi che possono vivere in un quartiere degradato, un lavoro di casting fatto sui difetti, sui baffi e sulle movenze goffe che sarebbe degno di Friedkin.

Tutto sommato quindi Affleck confezione un thriller originale, un tantino esagerato nel finale vero, ma solido dall'inizio alla fine, con una serie di scelte estetiche azzeccate. Non vuole strafare, vuole solo fare un buon lavoro e ci riesce.

PS: buono il cast nel complesso, ma immenso Ed Harris.

lunedì 27 maggio 2013

Il grande Gatsby - Baz Luhrmann (2013)

(The great Gatsby)

Visto al cinema

Ci sono molti modi per mettere in scena una storia poco complessa, ma molto emotiva (e molto americana) come “Il grande Gatsby”; certamente la versione più esagerata, kitsch, chiassosa e tracotante è proprio quella di Baz Luhrmann. Solo lui, con un’idea di regia così pesante e muscolare poteva realizzare un film così arrogante senza sfociare nel ridicolo. E se per tutto il film è tutto un florilegio di colori chiassosi, location estremizzata, macchine da presa a volo d’uccello (e un uso frenetico ed interessante del montaggio nell'incipit), tutto riesce ad essere credibile, a dare l’idea della grandezza senza schiacciare la storia tutto sommato intima. In una parola Luhrmann si è sdoganato dal passo falso di “Australia” ed è ritornato sul sentiero di “Moulin rouge”.

Unico neo della regia, a mio avviso, è l’uso eccessivo di un CGI che non si riesce a controllare o a fondere perfettamente con le riprese reali (più qualche green screen mal realizzato), ma tutto sommato l’uso del computer è sempre presente in scene estetizzanti che altrimenti non sarebbero possibili e, a dopotutto, lo si perdona. Al solito le musiche sono moderne, ma stavolta, salvo per le feste, sono rimaneggiate in maniera ancora più affascinante e pesante che non in “Moulin Rouge”.

Il vero problema si annida li dove si trova anche il valore aggiunto: il cast. 
Un Dicaprio monumentale, mai così bravo e convincente, mai così in parte, perfetto per il ruolo per fisico, espressione ed autorevolezza dell’attore prima ancora che del personaggio (per fare Gatsby ci voleva un attore che fosse universalmente ricordato nel contempo per romanticismo ed impegno sociale, tutto possibilmente condito con tanti soldi); quello che più mi ha colpito sono state i continui atteggiamenti del viso che presi palesemente da Marlon Brando che hanno reso Dicaprio quasi identico al defunto attore. 
Come dicevo però il problema è sempre qui, nel cast; ora io mi chiedo, se devi fare un film che non sia comico mi è difficile pensare di scritturare Tobey “espressione buffa” Maguire, ma se devo fare un colossal dove l’attore deve essere credibile quando lo inquadro dopo essere sceso in picchiata con un aereo sulla New York degli anni ’20 beh, vorrei davvero scritturare un attore e non Tobey “l’inopportuno” Maguire. Lui da solo riesce a far cadere la sospensione dell’incredulità ad ogni suo primo piano.

venerdì 24 maggio 2013

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto - Elio Petri (1970)

(Id.)

Visto al cinema.

Per chi non ha mai visto il film consiglio caldamente di guardarlo prima di leggerne la trama. Per una descrizione pedissequa della storia rimando a wikipedia; qui sotto, al secondo capoverso, c'è un piccolo spoiler...

Un film che a fatica si accetta essere italiano ed essere degli anni ’70. Se non fosse calato nel clima delle proteste studentesche e delle lotte politiche extraparlamentari lo si potrebbe considerare completamente americano (in senso positivo). Una trama cinica e disincantata, ma anche molto sottile a livello psicologico (il continuo tentativo di farsi scoprire e poi il correre ai ripari nascondendo le prove) e dal thrill perfetto.

Un incipit di incredibile arroganza cinematografica con un uomo che avverte una donna che la ucciderà tagliandole la gola, inizia un amplesso consenziente e poi… l’uomo le taglia la gola davvero, quindi si scopre chi è l’uomo; e il suo gesto non sarà compreso se non alla fine. Fantastico.

Poi Petri si dilunga nei primi e primissimi piani, nel sottolineare dettagli, nel muovere la macchina da presa attaccata ai visi, agli oggetti o alle azioni dando un dinamismo al film che altrimenti risulterebbe estremamente statico.
Il tutto condito con una musica emblematica di Morricone che farà storia. Capolavoro

L'ho detto che c'è un grandissimo Volonté come protagonista o l'ho solo pensato? splendido, odioso e ben curato con un accento magnifico e un carattere psicotico. Bravissimo.

mercoledì 22 maggio 2013

A young doctor's notebook - Alex Hardcastle (2012)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Radcliffe è uno studente di medicina neolaureato che, nella Russia zarista, viene mandato a condurre, come unico medico, un ospedaletto di campagna distante chilometri da ogni forma di civiltà. Affiancato da uno strambo gruppo di personale sanitario variegato dovrà affrontare la propria impreparazione, l’ignoranza della gente del luogo e, soprattutto, la sifilide.

Miniserie televisiva inglese tratta da una serie di racconti di Bulgakov (molto belli) che insistono sul senso di impotenza di chi è chiamato ad affrontare da solo una serie di prove che ha imparato a conoscere solo attraverso la teoria, l’ansia da prestazione, l’insicurezza cronica, l’arroganza di chi sa che deve dimostrare molto sono tutte caratteristiche che la miniserie riesce perfettamente a rendere, ma per fortuna non si limita a questo.

I racconti di Bulgakov sono solo l’inizio, gli autori della serie ci ricamano sopra una serie di personaggi assolutamente autonomi azzeccando praticamente tutto. A fianco della struttura narrativa di base la miniserie la butta sul lato comico della situazione dando vita (nella prima puntata) ad una serie di momenti tra i più divertenti visti in tv ultimamente; costruisce una mitopoiesi di personaggi macchiettistici, ma assolutamente autonomi; si lancia nello splatter (gli interventi chirurgici vengono mostrati) riuscendo in tal mondo a rendere maggiormente i sentimenti del protagonista portato a considerarsi dapprima un medico, poi un macellaio ed infine un assassino; infine, ultima idea, mostra il protagonista sia da giovane, sia da adulto che rilegge i diari dell’epoca e, tornando indietro con la memoria, interagisce con se stesso da giovane, senza mai essere d’aiuto (di fatto è solo una fantasia, mica un viaggio nel tempo), ma mostrando dove è arrivato quel ragazzo con così grandi speranza. Quest’ultimo punto, il confronto fra il futuro ed il passato rappresenta il filo rosso della quattro puntate e devia, lentamente, di nuove nel dramma.

Come dicevo il lavoro di adattamento (e di modifiche) realizzato dagli autori è stato davvero magistrale e merita un encomia a se; la miniserie però funziona anche grazie ad un cast di caratteristi azzeccatissimo e a un Daniel Radcliffe senza vergogna che dimostra quanto sia bravo a recitare vincendo il mio personale razzismo nei confronti dell’attorucolo che ha interpretato Harry Potter e basta (ancora una volta il primo episodio mostra perfettamente le doti del protagonista). Infine la fotografia evidentemente low budget (rispetto ad un film) mostra degli esterni fatti con un computer che fa di tutto per non nascondere la sua origini, ma l’impressione di finzione degli esterni (unita ad una precisione fantastica nella realizzazione degli interni) da alla serie un sapore vintage che altrimenti non sarebbe riuscita ad ottenere.
Purtroppo il tono della serie cala dopo la prima puntata fino al finale che ha un po’ troppo l’aspetto di un qualcosa di raffazzonato alla meglio; questo si vittima della tendenza a rendere sempre più drammatico il mood, cosa che, obbiettivamente, non giova affatto.