(Id.)
Visto in tv.
La storia delle due ondate migratorie dall'Albania di inizio e di fine anni '90 con interviste ai diretti interessati e la descrizione del crollo dello stato e degli assalti ai porti e alle navi, con immagini di repertorio che, credo, non si vedevano da 20anni.
Documentario interessante per il taglio dato, ovvero lo sguardo albanese sulla questione. Al di là della descrizione dello stato comunista e del suo crollo, il film si concentra più sull'emigrazione interna verso Durazzo e sull'assalto alle navi (cosa che non sapevo) più che sul loro approdo in Italia; anche l'"alloggio" allo stadio della vittoria, fatto rilevante, viene trattato brevemente per poi essere messo da parte; non è l'arrivo in Italia ad interessare, ma i motivi, le intenzioni, i metodi, di fuga dall'Albania.
Nella prima parte, quando si concentra sull'esodo del 1991-92 il ritmo ed il pathos reggono bene, danno il senso del dramma e della commedia nello stesso tempo (per molti la fuga dall'Albania era spinta da un sentimento positivo) mostrano bene le dimensioni bibliche del fenomeno e chiariscono le aspettative e le impressioni una volta giunti al di là del mare.
Affascinaante e(in parte) commovente l'assalto alla Legend, d'impatto emotivo il racconto della Vlora (ma credo potesse essere decisamente migliore), incredibile l'arrivo del MIG.
Nella seconda metà il discorso si sposta sull'ondata migratoria del 1997-98 e poi un breve accenno sull'Albania attuale (talmente breve da essere obiettivamente risibile). Questa seconda parte è molto più rapida e più superficiale, ci si limita a raccontare velocemente cos'è successo e a fare un paio di domande ad un paio di testimoni e niente di più. Un peccato perché aggiunge poco a quanto detto, devia l'attenzione, fa calare il ritmo e svacca un finale che riuscirebbe molto commovente se strettamente legato ai fatti raccontati all'inizio (gli intervistati presentati con nome e cognome e la nave con cui sono giunti in Italia ed in ultimo il regista presentato allo stesso modo).
PS: dello stesso periodo (dato il ventennale) è stato realizzato anche il documentario di Daniele Vicari "La nave dolce" sullo stesso argomento.
venerdì 21 novembre 2014
mercoledì 19 novembre 2014
Clown - Jon Watts (2014)
(Id.)
Visto al cinema.
Un uomo, per la festa di compleanno del figlio, indossa un vestito da clown maledetto e lentamente si trasforma in un demone scandinavo affamato di bambini.
Se il clown nel cinema horror è diventato un instant classic con "IT" (nonostante poi ne sia stato tratto un film tv mediocre), c'è anche da dire che, nonostante diverse riproposizioni con alcune variazioni sul tema (qui una lista, incompleta, ma molto carina sull'argomento), l'argomento si era già esaurito con il film capostipite (anche se i fratelli Chiodi hanno dimostrato d'essere dei grandi dribblando il problema e buttandola sulla comicità). Risulta quindi incredibile che nel 2014 si possa discutere ancora di un film di clown, per di più in modo positivo!
Il presupposto è stupido, ma d'altra parte deriva da un finto trailer di cui è innamorato Eli Roth e ha deciso di produrlo... Eli Roth è quel personaggio del cinema contemporaneo che funziona molto meglio come produttore che come regista, quindi, contro ogni pronostico, anche stavolta ci azzecca.
Al di là dell'idiozia dell'idea di base il film si muove per la prima mezzora come il più classico del film horror anni '80-'90, un oggetto demoniaco, una maledizione risvegliata per sbaglio, un vecchio che sa tutto e che diventa rapidamente l'Achab del film (come ci ha insegnato "Behind the mask"), una scream queen (che dato il modificarsi della società, in questo caso è una scream milf); nella seconda mezzora però il film si modifica, l'horror classico si sposta verso il body horror con la trasformazione fisica e psicologica del mostro, il suo ubbidire sempre di più agli appetiti demoniaci e il suo cercare di fermare tutto quello che sta succedendo; nella parte finale del film (qui si in realtà entra in azione la scream milf) il film diventa altro ancora, sempre dalle parti del body horror, ma più verso "La mosca" con la moglie che cerca di aiutare il marito e, proprio per questo, con una serie di scene e uno showdown particolarmente efficaci.
La cosa bellissima del film è come vengano di volta in volta utilizzati tutti gli stilemi classici dell'horror e vengano riproposti in maniera serissima, senza voler rompere nessuna regola, ma volendo realizzare un credibile film di genere. Il semi esordiente Watts poi sa gestire benissimo la tensione che viene mantenuta quasi costantemente sfruttando lo spaesamento che ogni location può offrire uniformando tutto con una fotografia dai colori neutri. Il film potrebbe e dovrebbe essere ricordato per la scena dentro ai tubi colorati, una sequenza da film horror classico con dei colori in più e dei bambini come protagonisti anziché degli adulti.
Se tutto va bene stiamo entrando in una fase in cui le idee cazzare alla Tarantino/Rodriguez si metteranno sempre in scena con l'iperrealismo alla Nolan... Per l'horror non si può chiedere di più.
PS: il film è uscito in Italia prima che in qualunque altro paese, se rimanesse nei cinema per più di mezzora sarebbe motivo sufficiente per pagare un biglietto.
Visto al cinema.
Un uomo, per la festa di compleanno del figlio, indossa un vestito da clown maledetto e lentamente si trasforma in un demone scandinavo affamato di bambini.
Se il clown nel cinema horror è diventato un instant classic con "IT" (nonostante poi ne sia stato tratto un film tv mediocre), c'è anche da dire che, nonostante diverse riproposizioni con alcune variazioni sul tema (qui una lista, incompleta, ma molto carina sull'argomento), l'argomento si era già esaurito con il film capostipite (anche se i fratelli Chiodi hanno dimostrato d'essere dei grandi dribblando il problema e buttandola sulla comicità). Risulta quindi incredibile che nel 2014 si possa discutere ancora di un film di clown, per di più in modo positivo!
Il presupposto è stupido, ma d'altra parte deriva da un finto trailer di cui è innamorato Eli Roth e ha deciso di produrlo... Eli Roth è quel personaggio del cinema contemporaneo che funziona molto meglio come produttore che come regista, quindi, contro ogni pronostico, anche stavolta ci azzecca.
Al di là dell'idiozia dell'idea di base il film si muove per la prima mezzora come il più classico del film horror anni '80-'90, un oggetto demoniaco, una maledizione risvegliata per sbaglio, un vecchio che sa tutto e che diventa rapidamente l'Achab del film (come ci ha insegnato "Behind the mask"), una scream queen (che dato il modificarsi della società, in questo caso è una scream milf); nella seconda mezzora però il film si modifica, l'horror classico si sposta verso il body horror con la trasformazione fisica e psicologica del mostro, il suo ubbidire sempre di più agli appetiti demoniaci e il suo cercare di fermare tutto quello che sta succedendo; nella parte finale del film (qui si in realtà entra in azione la scream milf) il film diventa altro ancora, sempre dalle parti del body horror, ma più verso "La mosca" con la moglie che cerca di aiutare il marito e, proprio per questo, con una serie di scene e uno showdown particolarmente efficaci.
La cosa bellissima del film è come vengano di volta in volta utilizzati tutti gli stilemi classici dell'horror e vengano riproposti in maniera serissima, senza voler rompere nessuna regola, ma volendo realizzare un credibile film di genere. Il semi esordiente Watts poi sa gestire benissimo la tensione che viene mantenuta quasi costantemente sfruttando lo spaesamento che ogni location può offrire uniformando tutto con una fotografia dai colori neutri. Il film potrebbe e dovrebbe essere ricordato per la scena dentro ai tubi colorati, una sequenza da film horror classico con dei colori in più e dei bambini come protagonisti anziché degli adulti.
Se tutto va bene stiamo entrando in una fase in cui le idee cazzare alla Tarantino/Rodriguez si metteranno sempre in scena con l'iperrealismo alla Nolan... Per l'horror non si può chiedere di più.
PS: il film è uscito in Italia prima che in qualunque altro paese, se rimanesse nei cinema per più di mezzora sarebbe motivo sufficiente per pagare un biglietto.
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lunedì 17 novembre 2014
Godzilla - Ishirô Honda (1954)
(Gojira)
Visto in DVx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Test nucleari nel pacifico sembrano aver risvegliato una creatura preistorica, modificandola e rendendola resistente e mortale. Questa creature si avventa su Tokyo mettendola, letteralmente, a ferro e fuoco. Per poterla sconfiggere bisognerà utilizzare una nuova arma, potenzialmente peggiore delle armi atomiche con conseguenze non prevedibili.
Ad inizio anni '50 negli USA venne riproposto al cinema "King Kong", il successo di pubblico indusse le case cinematografiche a riproporre dei film sul tema "mostro gigante distrugge città" e venne realizzato "Il risveglio del dinosauro". Questo film venne esportato con successo all'estero, dove, soprattutto oltre oceano (Pacifico) ottenne un consenso di pubblico enorme, tanto da indurre i giapponesi a fare il loro risveglio del dinosauro. Il risultato fu il primo capitolo di una saga sessantennale (finora).
Il risultato è un film estremamente serio, un horror apocalittico scifi decisamente buono per l'epoca. I mezzi a disposizione sono adeguati con una manovalanza di livello. Ishirô Honda, qui al suo primo film, fu collaboratore di Kurosawa e nel cast corale hanno parti predominanti attori di film drammatici come Takashi Shimura (il vero attore feticcio del solito Kurosawa, prima e più di Mifune).
Gli effetti speciali sono certamente buffi, considerando l'epoca della realizzazione questo era all'altezza di un blockbuster moderno, niente passo uno male realizzato (la stop motion fatta da un incompetente è la morte della credibilità), ma un pupazzone ben costruito, evidente, ma non troppo (il bianco e nero e le lunghe scene in notturna aiutano) e modellini di palazzi e mezzi di trasporto.
La regia buona, con qualche intuizione carina, si lascia però sfuggire delle occasioni ghiottissime (la silhouette del mostro contro lo skyline di Tokyo in fiamme).
La storia horror è commistionata col dramma (il pietismo delle vittime della tragedia, ma anche il tradimento e la lotta morale dello scienziato che utilizzando l'arma contro il mostro la rende nota al mondo). Ma la storia è anche e primariamente figlia dei suoi tempi, a meno di dieci anni da Hiroshima e Nagasaki e nello stesso anno dell'incidente alla Lucky dragon. Il film è una presa di posizione anti-nucleare, un ammonimento e getta le basi dell'ambientalismo dei film successivi; la chiosa finale di Shimura, più che un cliffhanger per un seguito, sembra davvero la morale della fiaba.
La versione amerigana prevedeva di ridurre le parti con giapponesi in favore di Perry Mason come protagonista; personalmente non l'ho vista e non intendo; nel mio cuore rimmarrà sempre il sacrificio di quello sfregiato del Dr. Serizawa.
Visto in DVx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Test nucleari nel pacifico sembrano aver risvegliato una creatura preistorica, modificandola e rendendola resistente e mortale. Questa creature si avventa su Tokyo mettendola, letteralmente, a ferro e fuoco. Per poterla sconfiggere bisognerà utilizzare una nuova arma, potenzialmente peggiore delle armi atomiche con conseguenze non prevedibili.
Ad inizio anni '50 negli USA venne riproposto al cinema "King Kong", il successo di pubblico indusse le case cinematografiche a riproporre dei film sul tema "mostro gigante distrugge città" e venne realizzato "Il risveglio del dinosauro". Questo film venne esportato con successo all'estero, dove, soprattutto oltre oceano (Pacifico) ottenne un consenso di pubblico enorme, tanto da indurre i giapponesi a fare il loro risveglio del dinosauro. Il risultato fu il primo capitolo di una saga sessantennale (finora).
Il risultato è un film estremamente serio, un horror apocalittico scifi decisamente buono per l'epoca. I mezzi a disposizione sono adeguati con una manovalanza di livello. Ishirô Honda, qui al suo primo film, fu collaboratore di Kurosawa e nel cast corale hanno parti predominanti attori di film drammatici come Takashi Shimura (il vero attore feticcio del solito Kurosawa, prima e più di Mifune).
Gli effetti speciali sono certamente buffi, considerando l'epoca della realizzazione questo era all'altezza di un blockbuster moderno, niente passo uno male realizzato (la stop motion fatta da un incompetente è la morte della credibilità), ma un pupazzone ben costruito, evidente, ma non troppo (il bianco e nero e le lunghe scene in notturna aiutano) e modellini di palazzi e mezzi di trasporto.
La regia buona, con qualche intuizione carina, si lascia però sfuggire delle occasioni ghiottissime (la silhouette del mostro contro lo skyline di Tokyo in fiamme).
La storia horror è commistionata col dramma (il pietismo delle vittime della tragedia, ma anche il tradimento e la lotta morale dello scienziato che utilizzando l'arma contro il mostro la rende nota al mondo). Ma la storia è anche e primariamente figlia dei suoi tempi, a meno di dieci anni da Hiroshima e Nagasaki e nello stesso anno dell'incidente alla Lucky dragon. Il film è una presa di posizione anti-nucleare, un ammonimento e getta le basi dell'ambientalismo dei film successivi; la chiosa finale di Shimura, più che un cliffhanger per un seguito, sembra davvero la morale della fiaba.
La versione amerigana prevedeva di ridurre le parti con giapponesi in favore di Perry Mason come protagonista; personalmente non l'ho vista e non intendo; nel mio cuore rimmarrà sempre il sacrificio di quello sfregiato del Dr. Serizawa.
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domenica 16 novembre 2014
L'esclavage moderne de Fatou - Pepiang Toufdy (2013)
(Id.)
Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso), in lingua originale sottotitolato.
Una ragazza del Ciad va ad abitare con alcuni conoscenti indiretti della sua famiglia a Parigi per ptoer studiare; ma una volta arrivata le verranno tolti i documenti e sarà costretta a lavorare per la moglie del ricco proprietario.
Film di denuncia di questa schiavitù moderna, come spesso nei film di denuncia, specie se opere prime, specie se senza molti mezzi, la qualità è bassissima. Il vero problema è la sceneggiatura, ovvia, piatta, senza psicologie, ma soprattutto con frasi ripetitive, concetti urlati, scene troppo lunghe; in mano a qualcuno di più competente il film sarebbe potuto essere un cortometraggio di denuncia.
Data la disfatta totale, al regista si può imputare l'incompetenza nel gestire i tempi e il ritmo, ma niente di più.
Certo, è un'opera prima di un paese che non ha un'industria cinematografica e la cosa deve far piacere, ma come tale deve essere giudicato.
Il film è stato anticipato da un corto "Jonah" di Kibwe Tavares. In una Zanzibar con turisti, ma mai abbastanza, due giovani riescono a fotografare un pesce gigantesco, attireranno un turismo selvaggio e una volta invecchiati uno dei due tornerà a cercare la creatura. Film che non ho capito fino in fondo (la lunga sequenza finale in rewind?), ma che è eccezionalmente bello; come in molti casi quest'anno, una fotografia molto curata, un buon uso delle inquadrature, ma soprattutto (cosa che non succede sempre) un uso esteticamente impeccabile degli effetti speciali.
Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso), in lingua originale sottotitolato.
Una ragazza del Ciad va ad abitare con alcuni conoscenti indiretti della sua famiglia a Parigi per ptoer studiare; ma una volta arrivata le verranno tolti i documenti e sarà costretta a lavorare per la moglie del ricco proprietario.
Film di denuncia di questa schiavitù moderna, come spesso nei film di denuncia, specie se opere prime, specie se senza molti mezzi, la qualità è bassissima. Il vero problema è la sceneggiatura, ovvia, piatta, senza psicologie, ma soprattutto con frasi ripetitive, concetti urlati, scene troppo lunghe; in mano a qualcuno di più competente il film sarebbe potuto essere un cortometraggio di denuncia.
Data la disfatta totale, al regista si può imputare l'incompetenza nel gestire i tempi e il ritmo, ma niente di più.
Certo, è un'opera prima di un paese che non ha un'industria cinematografica e la cosa deve far piacere, ma come tale deve essere giudicato.
Il film è stato anticipato da un corto "Jonah" di Kibwe Tavares. In una Zanzibar con turisti, ma mai abbastanza, due giovani riescono a fotografare un pesce gigantesco, attireranno un turismo selvaggio e una volta invecchiati uno dei due tornerà a cercare la creatura. Film che non ho capito fino in fondo (la lunga sequenza finale in rewind?), ma che è eccezionalmente bello; come in molti casi quest'anno, una fotografia molto curata, un buon uso delle inquadrature, ma soprattutto (cosa che non succede sempre) un uso esteticamente impeccabile degli effetti speciali.
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sabato 15 novembre 2014
La marche - Nabil Ben Yadir (2013)
(Id.)
Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso), in lingua originale sottotitolato.
Tratto dalla vera storia di un gruppo di ragazzi, nati da genitori algerini, che si misero in marcia dalla periferia di Marsiglia fino a Parigi dove furono ricevuto da Mitterand e ottennero seguito ad alcune delle richieste fatte.
Il film è uscito l'anno scorso in Francia per il trentennale della marcia; e pare abbia suscitato più critiche che elogi dato che sono stati inseriti personaggi inesistenti nella realtà e sono stati aggiunti eventi mai accaduti. Beh questo sinceramente non è il difetto peggiore.
In questa furia drammatizzante viene fatto tutto quello che si può per essere giovanilistico ed enfatico. Una serie di personaggi carini, il protagonista che è già moralmente come Gandhi fin dalla prima scena, amore fra noi ggiovani, un prete che combatte di fianco a noi senza mai parlare di religione, una serie di background dove chi è stato in prigione c'è stato per motivi condivisibilissimi, una ragazza a cui incidono una svastica sulla schiena e una che è lesbica; ah già c'è pure Debbouze che fa il simpatico e tenero picchiatello e un anziano razzista che darà una mano più di tutti gli altri.
A questo ci si può aggiungere che la psicologia dei personaggi si limita alla copertina, il pallido tentativo di evoluzione si limita alla superficie dei due personaggi più in vista; i problemi incontrati che si superano tutti senza mai mostrare come.... e non intendo citare la fotografia hipster desaturata.
Yadir però non ha dimenticato come si fa a dirigere un film (dopo aver fatto quel piccolo film impeccabile e molto tecnico di "Le barons"), rimane più invisibile del solito, ma mettendoci comunque in mezzo una serie di idee molto personali e autoriali, semplicemente ben diluite (la carrellata alterale rasoterra in palestra, la carrellata a circondare il personaggio che parla alla folla, ecc...); l'unica cosa che gli si può obiettare è che al massimo è uno spreco di tecnica, non avendo, in molte occasioni, un utilità pratica.
Quello che ne vien fuori è un film commercialissimo e giovanilistico, che scalda il cuore senza mai mettere in pericolo la tranquillità o le certezze dello spettatore, dove per ogni lacrima c'è sempre un sorriso (o due); tutto questo però intrattenendo benissimo, con un ritmo ben bilanciato e facendo passare due ore nette con una facilità impressionante.
Un film poco interessante, ma molto godibile; Yadir ne esce bene nonostante dimostri fosse un'operazione alimentare (o forse lui ci credeva a tal punto da accettare ogni condizionamento?... massì dai, vogliamo crederci).
Il film è stato anticipato dal corto "Afronauts" di Frances Bodomo, tratto dalla vera storia di Nkoloso, direttore dello Zambia space academy e dei suoi tentativi di battere URSS e USA nella conquista della luna... praticamente tutto quello che c'è nel film è vero, tranne il finale.
Questo corto è bellissimo. Fotografato con un impeccabile bianco e nero e giocato molto su questi due colori (la pelle nera degli attori e quella bianca della protagonista albina; il nero del cielo e il bianco della sabbia) mostra semplicemente una serie di inquadrature bellissime. Praticamente ogni fotogramma è costruito in maniera tale da essere almeno bello, quando non arriva a essere magnifico.
Bellissimo.
Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso), in lingua originale sottotitolato.
Tratto dalla vera storia di un gruppo di ragazzi, nati da genitori algerini, che si misero in marcia dalla periferia di Marsiglia fino a Parigi dove furono ricevuto da Mitterand e ottennero seguito ad alcune delle richieste fatte.
Il film è uscito l'anno scorso in Francia per il trentennale della marcia; e pare abbia suscitato più critiche che elogi dato che sono stati inseriti personaggi inesistenti nella realtà e sono stati aggiunti eventi mai accaduti. Beh questo sinceramente non è il difetto peggiore.
In questa furia drammatizzante viene fatto tutto quello che si può per essere giovanilistico ed enfatico. Una serie di personaggi carini, il protagonista che è già moralmente come Gandhi fin dalla prima scena, amore fra noi ggiovani, un prete che combatte di fianco a noi senza mai parlare di religione, una serie di background dove chi è stato in prigione c'è stato per motivi condivisibilissimi, una ragazza a cui incidono una svastica sulla schiena e una che è lesbica; ah già c'è pure Debbouze che fa il simpatico e tenero picchiatello e un anziano razzista che darà una mano più di tutti gli altri.
A questo ci si può aggiungere che la psicologia dei personaggi si limita alla copertina, il pallido tentativo di evoluzione si limita alla superficie dei due personaggi più in vista; i problemi incontrati che si superano tutti senza mai mostrare come.... e non intendo citare la fotografia hipster desaturata.
Yadir però non ha dimenticato come si fa a dirigere un film (dopo aver fatto quel piccolo film impeccabile e molto tecnico di "Le barons"), rimane più invisibile del solito, ma mettendoci comunque in mezzo una serie di idee molto personali e autoriali, semplicemente ben diluite (la carrellata alterale rasoterra in palestra, la carrellata a circondare il personaggio che parla alla folla, ecc...); l'unica cosa che gli si può obiettare è che al massimo è uno spreco di tecnica, non avendo, in molte occasioni, un utilità pratica.
Quello che ne vien fuori è un film commercialissimo e giovanilistico, che scalda il cuore senza mai mettere in pericolo la tranquillità o le certezze dello spettatore, dove per ogni lacrima c'è sempre un sorriso (o due); tutto questo però intrattenendo benissimo, con un ritmo ben bilanciato e facendo passare due ore nette con una facilità impressionante.
Un film poco interessante, ma molto godibile; Yadir ne esce bene nonostante dimostri fosse un'operazione alimentare (o forse lui ci credeva a tal punto da accettare ogni condizionamento?... massì dai, vogliamo crederci).
Il film è stato anticipato dal corto "Afronauts" di Frances Bodomo, tratto dalla vera storia di Nkoloso, direttore dello Zambia space academy e dei suoi tentativi di battere URSS e USA nella conquista della luna... praticamente tutto quello che c'è nel film è vero, tranne il finale.
Questo corto è bellissimo. Fotografato con un impeccabile bianco e nero e giocato molto su questi due colori (la pelle nera degli attori e quella bianca della protagonista albina; il nero del cielo e il bianco della sabbia) mostra semplicemente una serie di inquadrature bellissime. Praticamente ogni fotogramma è costruito in maniera tale da essere almeno bello, quando non arriva a essere magnifico.
Bellissimo.
venerdì 14 novembre 2014
Teza - Haile Gerima (2008)
(Id.)
Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso).
1991, un etiope torna a trovare i parenti sul Lago Tana dopo anni di emigrazione in Germania. Tornato dovrà affrontare l'astio del fratello rimasto, lo stato di tensione generalizzata in cui è caduta l'Etiopia per la guerra e la dittatura, i rapporti con una donna ripudiata, ma soprattutto i ricordi del passato (il periodo tedesco, il suo ritorno in Etiopia senza avvertire la famiglia, la fuga di nuovo in Germania).
La trama è un pò tutta qua, ma è anche molto di più, il film è complesso mischiando insieme seuqenze disgiunte, momenti onirici e flashback ai fatti principali. Per tutta la prima parte non racconta quasi nulla, ma mostra il ritorno di quest'uomo e una sequenza di scene di quello che succede, senza soluzione di continuità; non c'è una trama, ma un accumulo di immagini, una serie di fatti che danno una sensazione più che raccontare qualcosa, e questa parte gli riesce benissimo. Nella seconda parte quando i flashback prendono il sopravvento la storia acquista struttura e perde i poesia.
Le immagini non sono patinate, ma la fotografia è evidentemente ragionata date le differenze di stile fra le sequenze ambientate in ambienti e periodi diversi; c'è una cura dell'immagine soprattutto nelle ampie scene in esterni in Etiopia; c'è anche un pò di gestione espressionistica delle luci con il viraggio in rosso in alcuni momenti (per lo più di profondo stress, ma non solo).
A questo si somma una regia decisamente buona, con inquadrature molto variegate per le stesse sequenze e un uso del montaggio che è il vero fiore all'occhiello del film: ci sono montaggi secchi e scarni per dare velocità; c'è del montaggio rapido per dare ritmo (le domande che incalzano il protagonista durante la festa per il suo ritorno); c'è il montaggio delle attrazioni (l'omicidio dell'amico montato con l'abbattimento di una mucca); c'è la sostituzione/sovrapposizione, tramite stacchi rapidissimi (sostituzione/sovrapposizione di un ragazzo in fuga con il protagonista bambino o dell'amico morto con suo figlio).
In più c'è una serie di intenti e di significati piuttosto variegato. Forse l'argomento principale è sul concetto di identità; il protagonista torna per cercare una propria identità che gli viene continuamente negata dal fratello, quando torna nell'Etiopia degli anni '80 gli viene contestata la sua identità di comunista, quando torna in Germania subisce un'aggressione a causa della sua identità di nero; il discorso di identità e appartenenza è quello che segna la moglie tedesca ed il figlio dell'amico, ecc...
Ma c'è molto di più.
Inoltre nei lunghi flashback si riesce a mostrare un pezzo della storia recente dell'Etiopia senza scadere troppo nel classico film storiografico.
Il minutaggio è importante (circa due ore e venti) e il ritmo è altalenante, ma se ci si lascia prendere la noia non arriva mai.
Da sottolineare l'incipit che, come sempre nei film di Gerima, mostra un pezzo d'arte (in questo caso dei dipinti) con una voce fuori campo che declama.
Questo è un film che ha vinto a Venezia (ma ha vinto pure al FESPACO), quindi si può trovare pure in DVD. Un peccato che siano difficilissimi da recuperare gli altri film di questo autore.
PS: il titolo significa rugiada o rugiada del mattino, perché la rugiada è qualcosa di estremamente labile, ma anche pervicace e per quanto scompaia velocemente il giorno dopo torna sempre.
Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso).
1991, un etiope torna a trovare i parenti sul Lago Tana dopo anni di emigrazione in Germania. Tornato dovrà affrontare l'astio del fratello rimasto, lo stato di tensione generalizzata in cui è caduta l'Etiopia per la guerra e la dittatura, i rapporti con una donna ripudiata, ma soprattutto i ricordi del passato (il periodo tedesco, il suo ritorno in Etiopia senza avvertire la famiglia, la fuga di nuovo in Germania).
La trama è un pò tutta qua, ma è anche molto di più, il film è complesso mischiando insieme seuqenze disgiunte, momenti onirici e flashback ai fatti principali. Per tutta la prima parte non racconta quasi nulla, ma mostra il ritorno di quest'uomo e una sequenza di scene di quello che succede, senza soluzione di continuità; non c'è una trama, ma un accumulo di immagini, una serie di fatti che danno una sensazione più che raccontare qualcosa, e questa parte gli riesce benissimo. Nella seconda parte quando i flashback prendono il sopravvento la storia acquista struttura e perde i poesia.
Le immagini non sono patinate, ma la fotografia è evidentemente ragionata date le differenze di stile fra le sequenze ambientate in ambienti e periodi diversi; c'è una cura dell'immagine soprattutto nelle ampie scene in esterni in Etiopia; c'è anche un pò di gestione espressionistica delle luci con il viraggio in rosso in alcuni momenti (per lo più di profondo stress, ma non solo).
A questo si somma una regia decisamente buona, con inquadrature molto variegate per le stesse sequenze e un uso del montaggio che è il vero fiore all'occhiello del film: ci sono montaggi secchi e scarni per dare velocità; c'è del montaggio rapido per dare ritmo (le domande che incalzano il protagonista durante la festa per il suo ritorno); c'è il montaggio delle attrazioni (l'omicidio dell'amico montato con l'abbattimento di una mucca); c'è la sostituzione/sovrapposizione, tramite stacchi rapidissimi (sostituzione/sovrapposizione di un ragazzo in fuga con il protagonista bambino o dell'amico morto con suo figlio).
In più c'è una serie di intenti e di significati piuttosto variegato. Forse l'argomento principale è sul concetto di identità; il protagonista torna per cercare una propria identità che gli viene continuamente negata dal fratello, quando torna nell'Etiopia degli anni '80 gli viene contestata la sua identità di comunista, quando torna in Germania subisce un'aggressione a causa della sua identità di nero; il discorso di identità e appartenenza è quello che segna la moglie tedesca ed il figlio dell'amico, ecc...
Ma c'è molto di più.
Inoltre nei lunghi flashback si riesce a mostrare un pezzo della storia recente dell'Etiopia senza scadere troppo nel classico film storiografico.
Il minutaggio è importante (circa due ore e venti) e il ritmo è altalenante, ma se ci si lascia prendere la noia non arriva mai.
Da sottolineare l'incipit che, come sempre nei film di Gerima, mostra un pezzo d'arte (in questo caso dei dipinti) con una voce fuori campo che declama.
Questo è un film che ha vinto a Venezia (ma ha vinto pure al FESPACO), quindi si può trovare pure in DVD. Un peccato che siano difficilissimi da recuperare gli altri film di questo autore.
PS: il titolo significa rugiada o rugiada del mattino, perché la rugiada è qualcosa di estremamente labile, ma anche pervicace e per quanto scompaia velocemente il giorno dopo torna sempre.
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Haile Gerima
giovedì 13 novembre 2014
Deweneti - Dyana Gaye (2006)
(Id., AKA Osumane)
Visto qui.
Poi mi sono pure recuperato un cortometraggio della filmografia (non proprio vasta) della Gaye di cui ho appena visto il primo lungometraggio.
La storia di un ragazzino senegalese che gira per la città a chiedere l'elemosina in cambio promette preghiere per i più grandi desideri delle persone che gli donano soldi.
Quando avrà guadagnato abbastanza investirà i soldi per far scrivere una lettere a Babbo Natale per chiedere di esaudire i desideri delle persone che gli hanno fatto l'elemosina.
Fiaba sull'infanzia leggera, veloce, talvolta anche divertente, girata con semplicità senza particolare cura sulla fotografia (che invece ci sarà dall'opera successiva).
Vedendola senza conoscere la regista si direbbe che è un buon cortometraggio senza infamia e con qualche lode; sapendo cosa verrà fuori dopo si può giocare a trovare i punti di contatto con la filmografia successiva (un pò come si fa con "The big shave" adesso... anche se siamo su un altro livello).
L'unica cosa che si può obiettivamente aggiungere è che siamo davanti ad un corto che mostra l'Africa della miseria senza nascondere nulla, ma con un tono leggero.
Visto qui.
Poi mi sono pure recuperato un cortometraggio della filmografia (non proprio vasta) della Gaye di cui ho appena visto il primo lungometraggio.
La storia di un ragazzino senegalese che gira per la città a chiedere l'elemosina in cambio promette preghiere per i più grandi desideri delle persone che gli donano soldi.
Quando avrà guadagnato abbastanza investirà i soldi per far scrivere una lettere a Babbo Natale per chiedere di esaudire i desideri delle persone che gli hanno fatto l'elemosina.
Fiaba sull'infanzia leggera, veloce, talvolta anche divertente, girata con semplicità senza particolare cura sulla fotografia (che invece ci sarà dall'opera successiva).
Vedendola senza conoscere la regista si direbbe che è un buon cortometraggio senza infamia e con qualche lode; sapendo cosa verrà fuori dopo si può giocare a trovare i punti di contatto con la filmografia successiva (un pò come si fa con "The big shave" adesso... anche se siamo su un altro livello).
L'unica cosa che si può obiettivamente aggiungere è che siamo davanti ad un corto che mostra l'Africa della miseria senza nascondere nulla, ma con un tono leggero.
Ascmat, Nomi: Lampedusa 3 ottobre 2013 - Dagmawi Yimer (2014)
(Id.)
Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso), in lingua originale.
Sulla carta era stato chiesto un documentario sulla strage dei migranti del 3 ottobre 2013 di Lampedusa, lasciando carta bianca al regista.
La scelta è caduta su una sorta di ricostruzione dell'accaduto in via indiretta, dapprima con inquadrature a fior d'acqua con macchina da presa storta che riprende le onde e una nave, passa poi a mostrare alcuni acquerelli ispirati a quegli avvenimenti a descrivere quanto accaduto, mentre una voce fuori campo lancia strali (frasi molto belle). Poi passa a mostrare il flashmob organizzato quest'anno per l'anniversario con 368 persone immerse nel mare di Lampedusa con un lenzuolo bianco a coprirli (la macchina da presa sta soprattutto sott'acqua anche in questo caso); intanto la stessa voce di prima elenca i nomi di tutti i morti dando la traduzione di quelli meno usuali (quasi tutti quelli in amarico).
Quello che vien fuori, più che un documentario (della strage come del flashmob), è un'opera d'arte visiva che ha gli stessi pregi e gli stessi difetti di questo tipo di opere; riesce nella prima parte a rendere piuttosto bene un mood, non quello della strage, ma quello di chi si imbarca; verso la fine, con l'elenco dei nomi e il flashmob in retroscena, si ottiene solo molta noia. Certo i nomi ripetuti riescono anche a rendere i numeri della strage, ma la ripetitività può facilmente disinteressare.
PS: l'immagine è una foto del regista, al momento non esistono foto decenti del corto.
Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso), in lingua originale.
Sulla carta era stato chiesto un documentario sulla strage dei migranti del 3 ottobre 2013 di Lampedusa, lasciando carta bianca al regista.
La scelta è caduta su una sorta di ricostruzione dell'accaduto in via indiretta, dapprima con inquadrature a fior d'acqua con macchina da presa storta che riprende le onde e una nave, passa poi a mostrare alcuni acquerelli ispirati a quegli avvenimenti a descrivere quanto accaduto, mentre una voce fuori campo lancia strali (frasi molto belle). Poi passa a mostrare il flashmob organizzato quest'anno per l'anniversario con 368 persone immerse nel mare di Lampedusa con un lenzuolo bianco a coprirli (la macchina da presa sta soprattutto sott'acqua anche in questo caso); intanto la stessa voce di prima elenca i nomi di tutti i morti dando la traduzione di quelli meno usuali (quasi tutti quelli in amarico).
Quello che vien fuori, più che un documentario (della strage come del flashmob), è un'opera d'arte visiva che ha gli stessi pregi e gli stessi difetti di questo tipo di opere; riesce nella prima parte a rendere piuttosto bene un mood, non quello della strage, ma quello di chi si imbarca; verso la fine, con l'elenco dei nomi e il flashmob in retroscena, si ottiene solo molta noia. Certo i nomi ripetuti riescono anche a rendere i numeri della strage, ma la ripetitività può facilmente disinteressare.
PS: l'immagine è una foto del regista, al momento non esistono foto decenti del corto.
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Festivalafricano34
Lazare - Zelalem Woldemariam (2009)
(Id.)
Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso), in lingua originale sottotitolato.
In un villaggio dell'Etiopia tutti gli uomini utili al lavoro vengono precettati per piantare degli alberelli che negli anni aiuteranno a evitare, o almeno a rallentare, la desertificazione. tra loro si aggiunge un bimbo povero, che viene convinto a partecipare in cambio dei soldi necessari per comprare del pane. Grande successo per il villaggio, ma il bimbo tornato davanti alla bancarella del pane si accorge di aver perso i soldi... SPOILER sradicherà tutti gli alberi per cercare la moneta perduta.
Cortometraggio esteticamente bellissimo, con una fotografica dai colori molto carichi e dalla macchina da presa molto dinamica che si muove molto; fa soggettive, inquadrature dall'alto, si muove alla ricerca dei soldi assieme al bambino; vengono costruite inquadrature buone e colorate. Data la massa di idee spiace che non ci sia stato più coraggio, si immagini la scena finale spinta di più sull'estetica e di un campo lungo...
Anche il contenuto vince; con un ritmo buono e un tono leggero e ironico veicola uno (o anche un paio) concetto elementare piuttosto amaro: non si può fare ecologia con la pancia vuota. Il titolo infatti, se non sbaglio, significa "per oggi", non c'è progettualità dove le esigenze sono altre e più importanti.
Da sottolineare che il Woldemariam ha avuto la fantasia (o la grande sfortuna) di far uscire il suo unico lungometraggio lo stesso anno e con lo stesso titolo di un documentario prodotto e doppiato da Leonardo Di Caprio...
Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso), in lingua originale sottotitolato.
In un villaggio dell'Etiopia tutti gli uomini utili al lavoro vengono precettati per piantare degli alberelli che negli anni aiuteranno a evitare, o almeno a rallentare, la desertificazione. tra loro si aggiunge un bimbo povero, che viene convinto a partecipare in cambio dei soldi necessari per comprare del pane. Grande successo per il villaggio, ma il bimbo tornato davanti alla bancarella del pane si accorge di aver perso i soldi... SPOILER sradicherà tutti gli alberi per cercare la moneta perduta.
Cortometraggio esteticamente bellissimo, con una fotografica dai colori molto carichi e dalla macchina da presa molto dinamica che si muove molto; fa soggettive, inquadrature dall'alto, si muove alla ricerca dei soldi assieme al bambino; vengono costruite inquadrature buone e colorate. Data la massa di idee spiace che non ci sia stato più coraggio, si immagini la scena finale spinta di più sull'estetica e di un campo lungo...
Anche il contenuto vince; con un ritmo buono e un tono leggero e ironico veicola uno (o anche un paio) concetto elementare piuttosto amaro: non si può fare ecologia con la pancia vuota. Il titolo infatti, se non sbaglio, significa "per oggi", non c'è progettualità dove le esigenze sono altre e più importanti.
Da sottolineare che il Woldemariam ha avuto la fantasia (o la grande sfortuna) di far uscire il suo unico lungometraggio lo stesso anno e con lo stesso titolo di un documentario prodotto e doppiato da Leonardo Di Caprio...
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mercoledì 12 novembre 2014
Des étoiles - Dyana Gaye (2013)
(Id.)
Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso), in lingua originale sottotitolato.
Una donna senegalese lascia, per la prima volta in vita sua, il paese per andare dal marito a Torino; il marito però ha lasciato l'Italia per cercare fortuna a New York, città che vede per la prima volta, dove conta di farsi aiutare per l'alloggio dalla zia della moglie; la zia però è partita per il Dakar per il funerale del marito che aveva lasciato e si porta dietro il figlio 19enne che va in Senegal per la prima volta in vita sua.
Dopo aver visto il bellissimo corto di Dyana Gaye, "Un transport en commun", qualche anno fa ci si chiedeva quando e come avrebbe realizzato il suo primo lungometraggio; ed ora eccoci, con un'opera stilisticamente agli antipodi dal cortometraggio (anche se alcuni contenuti sono in comune).
Fotografia desaturata, ambienti sui toni del grigio e dell'azzurro per Torino e New York, colori più terrei per Dakar; una macchina da presa tranquilla, che segue i suoi personaggi senza insistenza (d'altra parte è un film corale e seguirne uno alla Aronofsky sarebbe impossibile).
Si impegna di più sul montaggio lavorando di rimandi continui fra le tre storie separate, unendole (al di là con il legame emotivo fra i personaggi) con stacchi sul marito a New York quando questo viene nominato a Torino o con montaggio concettuale o per azioni contrapposte, su tutte sottolineo (perché è forse l'esempio il più scontato, ma anche il più evidente) il ragazzo statunitense che guarda l'oceano attraverso la porta del non ritorno mentre dall'altra parte l'uomo senegalese guarda lo stesso oceano in direzione opposta.
Nel film gli argomenti trattati sono diversi, è di fatto un film sull'immigrazione e il ritorno e mostri modi diversi di affrontarlo e nel farlo non scade mai nel cliché usurato del migrante come uomo che fugge dall'inedia e trova l'inferno dove pensava di trovare il paradiso; mostra invece diverse versioni e diverse possibilità mosse da motivi e necessità diverse. Costruisce il film con un linguaggio misto che si scambia continuamente, dal francese, all'italiano, dall'inglese al wolof (se non sbaglio). Si muove con un ritmo costante, ma costantemente rilassato, si prende i suoi tempi senza rallentare mai troppo, con scene forse non necessarie, ma che non affossano mai il film.
La cosa veramente affascinante però è come questo film parli di tute queste cose (l'immigrazione, il ritorno a casa, i contatti fra persone distanti, i legami personali, il rapporto con un paese sconosciuto, ecc..), ma lo fa con una trama inesistente, descrive di fatto un pezzo delle vite di tre personaggi principali, e una decina di secondari, caratterizzandoli tutti in maniera ottimale, ma senza far succedere niente di enorme; descrive semplicemente delle vite. Due di queste finiranno bene, una finirà in maniera amara, ma il tono generale riesce ad avere una leggerezza e una positività invidiabile.
Unico vero momento patetico è quando viene motivato il titolo nel dialogo fra i due italiani, dove compare, in un cameo, un Dente particolarmente supponente e radical chic; del cantate sono state usate un paio di canzoni durante il film.
Il cast è decisamente buono, ma sembra che gli attori protagonisti abbiano avuto l'ordine di mantenere una certa impassibilità (o tristezza forzata) ammazzandone un poco la recitazione; difatti riescono a spiccare molto di più alcuni dei comprimari.
Un film tanto bello quanto interessante che fa sperare ancora di più per le opere future della Gaye.
Il film è stato anticipato dal corto "Soko sonko" (AKA The market king) della regista kenyota Ekwa Msangi.
C'è la partita di calcio in tv, ma un uomo già organizzato ad andare dagli amici si ritrova fra la mani la figlia; la madre è malata e dovrà essere lui ad accompagnarla al mercato delle parrucchiere per sistemare i capelli; il giorno dopo sarà l'inizio delle scuole e tutti i ragazzi sono a quel mercato. Dovrà fronteggiare parrucchiere agguerrite, poliziotti, commercianti che lo rincorreranno come un ladro e pessime acconciature, ma riuscirà a portare a termine la missione.
Commedia leggera e ben ritmata nella prima parte, meno impegnata nel sostenere il tono nella seconda (anche se avrebbe diverse opportunità); ben recitata da tutti e dai colori vividi molto belli con una fotografia curata.
Niente di geniale, ma un'ottimo corto per idea e fattura.
Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso), in lingua originale sottotitolato.
Una donna senegalese lascia, per la prima volta in vita sua, il paese per andare dal marito a Torino; il marito però ha lasciato l'Italia per cercare fortuna a New York, città che vede per la prima volta, dove conta di farsi aiutare per l'alloggio dalla zia della moglie; la zia però è partita per il Dakar per il funerale del marito che aveva lasciato e si porta dietro il figlio 19enne che va in Senegal per la prima volta in vita sua.
Dopo aver visto il bellissimo corto di Dyana Gaye, "Un transport en commun", qualche anno fa ci si chiedeva quando e come avrebbe realizzato il suo primo lungometraggio; ed ora eccoci, con un'opera stilisticamente agli antipodi dal cortometraggio (anche se alcuni contenuti sono in comune).
Fotografia desaturata, ambienti sui toni del grigio e dell'azzurro per Torino e New York, colori più terrei per Dakar; una macchina da presa tranquilla, che segue i suoi personaggi senza insistenza (d'altra parte è un film corale e seguirne uno alla Aronofsky sarebbe impossibile).
Si impegna di più sul montaggio lavorando di rimandi continui fra le tre storie separate, unendole (al di là con il legame emotivo fra i personaggi) con stacchi sul marito a New York quando questo viene nominato a Torino o con montaggio concettuale o per azioni contrapposte, su tutte sottolineo (perché è forse l'esempio il più scontato, ma anche il più evidente) il ragazzo statunitense che guarda l'oceano attraverso la porta del non ritorno mentre dall'altra parte l'uomo senegalese guarda lo stesso oceano in direzione opposta.
Nel film gli argomenti trattati sono diversi, è di fatto un film sull'immigrazione e il ritorno e mostri modi diversi di affrontarlo e nel farlo non scade mai nel cliché usurato del migrante come uomo che fugge dall'inedia e trova l'inferno dove pensava di trovare il paradiso; mostra invece diverse versioni e diverse possibilità mosse da motivi e necessità diverse. Costruisce il film con un linguaggio misto che si scambia continuamente, dal francese, all'italiano, dall'inglese al wolof (se non sbaglio). Si muove con un ritmo costante, ma costantemente rilassato, si prende i suoi tempi senza rallentare mai troppo, con scene forse non necessarie, ma che non affossano mai il film.
La cosa veramente affascinante però è come questo film parli di tute queste cose (l'immigrazione, il ritorno a casa, i contatti fra persone distanti, i legami personali, il rapporto con un paese sconosciuto, ecc..), ma lo fa con una trama inesistente, descrive di fatto un pezzo delle vite di tre personaggi principali, e una decina di secondari, caratterizzandoli tutti in maniera ottimale, ma senza far succedere niente di enorme; descrive semplicemente delle vite. Due di queste finiranno bene, una finirà in maniera amara, ma il tono generale riesce ad avere una leggerezza e una positività invidiabile.
Unico vero momento patetico è quando viene motivato il titolo nel dialogo fra i due italiani, dove compare, in un cameo, un Dente particolarmente supponente e radical chic; del cantate sono state usate un paio di canzoni durante il film.
Il cast è decisamente buono, ma sembra che gli attori protagonisti abbiano avuto l'ordine di mantenere una certa impassibilità (o tristezza forzata) ammazzandone un poco la recitazione; difatti riescono a spiccare molto di più alcuni dei comprimari.
Un film tanto bello quanto interessante che fa sperare ancora di più per le opere future della Gaye.
Il film è stato anticipato dal corto "Soko sonko" (AKA The market king) della regista kenyota Ekwa Msangi.
C'è la partita di calcio in tv, ma un uomo già organizzato ad andare dagli amici si ritrova fra la mani la figlia; la madre è malata e dovrà essere lui ad accompagnarla al mercato delle parrucchiere per sistemare i capelli; il giorno dopo sarà l'inizio delle scuole e tutti i ragazzi sono a quel mercato. Dovrà fronteggiare parrucchiere agguerrite, poliziotti, commercianti che lo rincorreranno come un ladro e pessime acconciature, ma riuscirà a portare a termine la missione.
Commedia leggera e ben ritmata nella prima parte, meno impegnata nel sostenere il tono nella seconda (anche se avrebbe diverse opportunità); ben recitata da tutti e dai colori vividi molto belli con una fotografia curata.
Niente di geniale, ma un'ottimo corto per idea e fattura.
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Ralph Amoussou,
Souleymane Seye Ndiaye
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