(Moonrise kingdom)
Visto in tv.
Un boy scout, accampato con tutta la compagnia su un'isola, fugge con la figlia di una coppia del posto. La loro sarà una breve fuga d'amore, inseguiti dai genitori, dai capi scout, dal poliziotto locale e dai servizi sociali.
Dopo "Il treno per il Darjeeling" Anderson sembra aver capito che ogni stile pesantemente riconoscibile può essere un pregio (e nel suo caso lo è), ma è anche un limite e può stancare rapidamente dato che vengono riprodotte sempre le stesse dinamiche; ecco dunque che sforna un film d'animazione, poi un cartone animato in live action; nel mezzo c'è questo "Moonrise kingdom".
Questo film si discosta dai precedenti scegliendo di avere due protagonisti, una galleria di personaggi secondari che rendono vivo l'ambiente, ma che non lasciano mai deragliare il film verso la solita trama corale; e poi ci aggiunge una storia d'amore. Ovviamente Anderson non è un deficiente e utilizzando una coppia di preadolescenti riesce a creare una storia d'amore sincera e tenerissima, ma a evitare i cliché del genere, mischiarla d'avventura e a darle un'aria di freschezza altrimenti impensabile.
Lo stile è sempre lo stesso. Colori vivaci per una fotografia patinata impeccabile; recitazione al minimo e spesso macchiettistica; macchina da presa che si muove spesso, ma sempre ortogonale. Un insieme di dettagli che sono la cifra stilistica base di Anderson, ma che qui riescono ad acquisire un significato indipendente, dando un senso di rigidità che fa da allegoria all'ambiente asfissiante dove vivono i due protagonisti con una patina superficiale di felicità di facciata alla Tim Burton.
Complessivamente non è il suo film migliore, ma riesce a ripetere sé stesso acquisendo nuovi significati; una prova di forza epica.
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venerdì 9 giugno 2017
lunedì 2 maggio 2016
Frida - Julie Taymor (2002)
(Id.)
Visto in Dvx.
La vita di Frida Kahlo vista, soprattutto, attraverso il suo rapporto con Diego Rivera.
Un film bellissimo dove la regia la fa da padrone. Se i movimenti di macchina che tanto mi piacciono ci sono a bizzeffe, il vero colpo di genio è il continuo cambio di fotografia anche durante scene contigue molto simili; il bordone è formato da colori chiassosi e molto presenti con luci forti e calde; ma spesso questo coro di sottofondo viene interrotto da colori desaturati alla Eastwood (con inserti di colore mantenuti normali come in "Sin city"... questo per capirci, visto che questo film è stato realizzato 3 anni prima); con luci crude e dirette contro la macchina da presa o con giochi di ombre da Hollywood classica; o con sequenze prese di peso dall'espressionismo tedesco (l'omicidio di Trockij). A questo si deve aggiungere una voglia di giocare con gli stili cinematografici continua, con sovraimpressioni di immagini su quelle principali per rendere il pensiero della protagonista (Empire state building in vasca da bagno), collage, animazioni, spezzoni che mimano immagini d'epoca (e non sono la rivisitazione di "King Kong"), o inserzioni dei quadri della Kahlo che si animano per dare continuità alle scene del film (splendido l'intrecciarsi delle immagini con le canzoni in sequenze oniriche); ma ancora di più bisogna sottolineare l'enorme gusto per l'estetica enorme che continuativamente viene proposta in ogni scena (arrivando appunto ai picchi di mostrare i quadri per delineare i sentimenti in quel momento o per mostrare una scena che sta avvenendo), sia d'esempio anche soltanto la scena dell'incidente al rallentatore che si conclude con una pioggia dorata sopra al corpo sanguinante della protagonista.
Un film bellissimo condotto con una voglia di rendere un clima prima che una storia biografia; utilizzando Frida Kahlo come un personaggio cinematografico (la donna forte che ama un uomo fisiologicamente incapace di essere fedele) riesce a rendere il servigio migliore al personaggio storico; inserisce riferimenti alla sue opere che si intersecano con le emozioni che devono essere rappresentata riuscendo a mostrare la pittrice senza bisogno né di tesserne le lodi, né di spiegare il genio.
Visto in Dvx.
La vita di Frida Kahlo vista, soprattutto, attraverso il suo rapporto con Diego Rivera.
Un film bellissimo dove la regia la fa da padrone. Se i movimenti di macchina che tanto mi piacciono ci sono a bizzeffe, il vero colpo di genio è il continuo cambio di fotografia anche durante scene contigue molto simili; il bordone è formato da colori chiassosi e molto presenti con luci forti e calde; ma spesso questo coro di sottofondo viene interrotto da colori desaturati alla Eastwood (con inserti di colore mantenuti normali come in "Sin city"... questo per capirci, visto che questo film è stato realizzato 3 anni prima); con luci crude e dirette contro la macchina da presa o con giochi di ombre da Hollywood classica; o con sequenze prese di peso dall'espressionismo tedesco (l'omicidio di Trockij). A questo si deve aggiungere una voglia di giocare con gli stili cinematografici continua, con sovraimpressioni di immagini su quelle principali per rendere il pensiero della protagonista (Empire state building in vasca da bagno), collage, animazioni, spezzoni che mimano immagini d'epoca (e non sono la rivisitazione di "King Kong"), o inserzioni dei quadri della Kahlo che si animano per dare continuità alle scene del film (splendido l'intrecciarsi delle immagini con le canzoni in sequenze oniriche); ma ancora di più bisogna sottolineare l'enorme gusto per l'estetica enorme che continuativamente viene proposta in ogni scena (arrivando appunto ai picchi di mostrare i quadri per delineare i sentimenti in quel momento o per mostrare una scena che sta avvenendo), sia d'esempio anche soltanto la scena dell'incidente al rallentatore che si conclude con una pioggia dorata sopra al corpo sanguinante della protagonista.
Un film bellissimo condotto con una voglia di rendere un clima prima che una storia biografia; utilizzando Frida Kahlo come un personaggio cinematografico (la donna forte che ama un uomo fisiologicamente incapace di essere fedele) riesce a rendere il servigio migliore al personaggio storico; inserisce riferimenti alla sue opere che si intersecano con le emozioni che devono essere rappresentata riuscendo a mostrare la pittrice senza bisogno né di tesserne le lodi, né di spiegare il genio.
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lunedì 6 aprile 2015
Eliminate Smoochy - Danny DeVito (2002)
(Death to Smoochy)
Visto in Dvx.
Il presentatore di un programma per bambini viene beccato prendere tangenti e scaricato dal network, che lo rimpiazza in fretta e furia con un giovane idealista abbastanza scemo che crea il personaggio del rinoceronte Smoochy. Il giovane si attira le antipatie del vecchio presentatore andato fuori di testa, di molti rappresentati del network per il suo idealismo eccessivo e della mafia che non riesce più a stornare parte dei guadagni come faceva prima.
Conosciamo tutti il DeVito regista, si sa che non è impeccabile, ma che ama sguazzare nella commedia nera, gli piace andare sopra le righe e sporcarsi le mani con il grottesco, a volte gli riesce da dio, altre volte meno... ecco qui siamo a livello meno.
Da sempre è al limtie nella scelta delle storie e nella messa in scena e quindi è facile per lui strafare. Qui la storia è inutilmente ingarbugliata, si dilunga ad aggiungere parti che non servono per poi virare velocemente per non perdere altro tempo (due dei più agguerriti nemici del protagonista si redimono nel giro di una scena rendendosi conto che lui è autentico!) arrivando troppo spesso all'implausibile, allo sciatto, all'inutile. Il resto del film è condotto come un cartone animato, colori chiassosi (ma non ben utilizzati), recitazione esageratissima (che ammazza le performance di un Norton all'epoca all'apice del successo e di un Williams che poteva sguazzarci davvero bene nella parte del buffo psicotico) e regia che fa di tutto per non essere convenzionale, ma non colpisce mai.
Un film che se fosse stato un pò meno esagitato sarebbe diventato una perla del grottesco; però è stato ammazzato dalla tracotanza.
PS: film ricchissimo di caratteristi di valore che avrebbero aggiunto qualcosa ai protagonisti di peso
Visto in Dvx.
Il presentatore di un programma per bambini viene beccato prendere tangenti e scaricato dal network, che lo rimpiazza in fretta e furia con un giovane idealista abbastanza scemo che crea il personaggio del rinoceronte Smoochy. Il giovane si attira le antipatie del vecchio presentatore andato fuori di testa, di molti rappresentati del network per il suo idealismo eccessivo e della mafia che non riesce più a stornare parte dei guadagni come faceva prima.
Conosciamo tutti il DeVito regista, si sa che non è impeccabile, ma che ama sguazzare nella commedia nera, gli piace andare sopra le righe e sporcarsi le mani con il grottesco, a volte gli riesce da dio, altre volte meno... ecco qui siamo a livello meno.
Da sempre è al limtie nella scelta delle storie e nella messa in scena e quindi è facile per lui strafare. Qui la storia è inutilmente ingarbugliata, si dilunga ad aggiungere parti che non servono per poi virare velocemente per non perdere altro tempo (due dei più agguerriti nemici del protagonista si redimono nel giro di una scena rendendosi conto che lui è autentico!) arrivando troppo spesso all'implausibile, allo sciatto, all'inutile. Il resto del film è condotto come un cartone animato, colori chiassosi (ma non ben utilizzati), recitazione esageratissima (che ammazza le performance di un Norton all'epoca all'apice del successo e di un Williams che poteva sguazzarci davvero bene nella parte del buffo psicotico) e regia che fa di tutto per non essere convenzionale, ma non colpisce mai.
Un film che se fosse stato un pò meno esagitato sarebbe diventato una perla del grottesco; però è stato ammazzato dalla tracotanza.
PS: film ricchissimo di caratteristi di valore che avrebbero aggiunto qualcosa ai protagonisti di peso
mercoledì 4 marzo 2015
Birdman - Alejandro González Iñárritu (2014)
(Birdman: or the unexpected virtue of ignorance)
Visto al cinema.
Un ex divo hollywodiano ormai in declino (famoso per aver interpretato un eroe a inizio anni '90) cerca il rilancio con una piéce teatrale sceneggiata, prodotta, diretta e interpretata da lui. Per farlo si avvarrà di un divo teatrale di difficile gestione e attorno a lui si muoveranno attori, avvocato, famiglia. Ah già, questo attore pare riuscire a muovere oggetti con la telecinesi e sente parlare Birdman, il personaggio da lui interpretato, nella sua testa.
Un film su un personaggio ossessionata dalla realizzazione di uno spettacolo artistico, con guizzi surreali, rapporti familiari difficoltosi e rapporti lavorativi spesso al limite... si insomma siamo davanti a un "Black swan" in versione commedia.
Film densissimo, che parte da un uomo per parlare di riscatto, di invidia, di confusione, di valore personale e per farlo costruisce un personaggio ossessivo che si muove in un mondo dove la sua fantasia (lasciata correre in privato) ha un valore catartico enorme.
Quello che colpisce è che la profondità di un film del genere è accompagnata da una messa in scena ritmatissima.
A partire dalla musica, quasi interamente rappresentata da un assolo di batteria che intensifica l'effetto ansiogeno di molte scene, questo è un film che corre per tutto il tempo; dove i personaggi si muovono continuamente nello spazio e dove i rapporti fra di loro sono in continuo mutamento. Dietro la macchina da presa Iñárritu fa la scelta radicale più azzeccata per dare questo senso di claustrofobia itinerante: sceglie di realizzare quasi un unico piano sequenza per tutto il film (ok, stiamo calmi, è un piano sequenza falso realizzato con il computer); l'effetto è grandioso e riesce a far risaltare ulteriormente quando nel finale si susseguiranno una serie di stacchi rapidi su scene oniriche.
Il film viene inoltre costellato di riferimenti continui, personaggi marginalissimi che interagiscono con i protagonisti, piccoli e costanti inserti surreali (la batteria che compare anche dentro al teatro) e dettagli rilevanti lasciti nella nebbia (il protagonista ha il potere della telecinesi o è solo immaginazione?).
A livello tecnico inoltre il piano sequenza non concede nulla all'improvvisazione, nel film oltre al sonoro anche le luci hanno una parte fondamentale, nascondono o mostrano, rendono il senso del tempo che passa (il piano sequenza viene usato anche per coprire lunghi salti temporali), ma soprattutto costruiscono quadri intensissimi (si pensi all'ultima scena in teatro interamente virata in blu con gli unici dettagli rossi delle due lampade sui comodini).
Il comparto artistico si completa con un cast impeccabile dove a risaltare non è soltanto un Keaton mai così impeccabile (anche visto che la sua biografia fa il paio con quella del suo personaggio) o un Norton così scatenato, ma sono la presenza di un Galfianakis che per la prima volta fuori da un film comico riesce a rendere un personaggio serio in maniera perfetta senza mai strafare e di una Stone incredibilmente credibile (tutti gli attori sono comunque condotti da dio, spiace solo per una Watts ormai in ruoli marginali).
Un film inusuale ma perfettamente realizzato.
Visto al cinema.
Un ex divo hollywodiano ormai in declino (famoso per aver interpretato un eroe a inizio anni '90) cerca il rilancio con una piéce teatrale sceneggiata, prodotta, diretta e interpretata da lui. Per farlo si avvarrà di un divo teatrale di difficile gestione e attorno a lui si muoveranno attori, avvocato, famiglia. Ah già, questo attore pare riuscire a muovere oggetti con la telecinesi e sente parlare Birdman, il personaggio da lui interpretato, nella sua testa.
Un film su un personaggio ossessionata dalla realizzazione di uno spettacolo artistico, con guizzi surreali, rapporti familiari difficoltosi e rapporti lavorativi spesso al limite... si insomma siamo davanti a un "Black swan" in versione commedia.
Film densissimo, che parte da un uomo per parlare di riscatto, di invidia, di confusione, di valore personale e per farlo costruisce un personaggio ossessivo che si muove in un mondo dove la sua fantasia (lasciata correre in privato) ha un valore catartico enorme.
Quello che colpisce è che la profondità di un film del genere è accompagnata da una messa in scena ritmatissima.
A partire dalla musica, quasi interamente rappresentata da un assolo di batteria che intensifica l'effetto ansiogeno di molte scene, questo è un film che corre per tutto il tempo; dove i personaggi si muovono continuamente nello spazio e dove i rapporti fra di loro sono in continuo mutamento. Dietro la macchina da presa Iñárritu fa la scelta radicale più azzeccata per dare questo senso di claustrofobia itinerante: sceglie di realizzare quasi un unico piano sequenza per tutto il film (ok, stiamo calmi, è un piano sequenza falso realizzato con il computer); l'effetto è grandioso e riesce a far risaltare ulteriormente quando nel finale si susseguiranno una serie di stacchi rapidi su scene oniriche.
Il film viene inoltre costellato di riferimenti continui, personaggi marginalissimi che interagiscono con i protagonisti, piccoli e costanti inserti surreali (la batteria che compare anche dentro al teatro) e dettagli rilevanti lasciti nella nebbia (il protagonista ha il potere della telecinesi o è solo immaginazione?).
A livello tecnico inoltre il piano sequenza non concede nulla all'improvvisazione, nel film oltre al sonoro anche le luci hanno una parte fondamentale, nascondono o mostrano, rendono il senso del tempo che passa (il piano sequenza viene usato anche per coprire lunghi salti temporali), ma soprattutto costruiscono quadri intensissimi (si pensi all'ultima scena in teatro interamente virata in blu con gli unici dettagli rossi delle due lampade sui comodini).
Il comparto artistico si completa con un cast impeccabile dove a risaltare non è soltanto un Keaton mai così impeccabile (anche visto che la sua biografia fa il paio con quella del suo personaggio) o un Norton così scatenato, ma sono la presenza di un Galfianakis che per la prima volta fuori da un film comico riesce a rendere un personaggio serio in maniera perfetta senza mai strafare e di una Stone incredibilmente credibile (tutti gli attori sono comunque condotti da dio, spiace solo per una Watts ormai in ruoli marginali).
Un film inusuale ma perfettamente realizzato.
mercoledì 23 aprile 2014
Grand Budapest Hotel - Wes Anderson (2014)
(The Grand Budapest Hotel)
Visto al cinema.
Una ragazza nel 2014 legge il libro di uno scrittore, che ne parla nel 1985; i fatti risalgono agli anni '60 e si basano sul racconto di un personaggio che si riferisce alle proprie esperienze come garzoncello del Grand Budapest Hotel negli anni '20.
Si era notato che Anderson si ispirava ai cartoni animati per il suo film, o quantomeno ne riproponeva gli stilemi in live action (personaggi in divisa, gesti convulsi, regia ortogonale spesso con carrellate laterali alla Flintstones). Fantastic Mr. Fox fu solo una presa di coscienza e, anzi, un'allontanamento dai canoni classici del proprio cinema e dei cartoons. Qui in questo film però Anderson va oltre e mette in scena in tutto e per tutto un cartone animato degli anni '30, demenziale, sincopato, rapido e con personaggi standardizzati (i cattivi in nero, i buoni sempre buoni) e surreali.
La cura nei dettagli è come al solito ottima, qui però si sfoga nel dare nuove interpretazioni alle stesse location (bellissimo però l'uso dello stile e dell'arte mitteleuropeo); gli abiti usati come divisa qui vengono portati alle estreme conseguenze (come si diceva i cattivi vestiti di nero; le divise degli alberghi tutte uguali solo di colori differenti, ecc...); le movenze agitate dei personaggi raggiungono nuovi picchi; la trama più surreale e più semplice di sempre; la regia ortogonale qui va a nozze con ogni scena, viene però introdotta e abusata la panoramica a schiaffo che da una velocità maggiore alle sequenze. Qui si aggiunge anche un citazionismo che nei precedenti non avevo notato, dall'inseguimento nel museo che sbeffeggia Hitchcock, al controllo degli alimenti in carcere preso paro paro da Il buco (o è Un condannato a morte è fuggito? questi due li ho mischiati nella memoria...).
Quello che però più stupisce è il ritmo esagerato del film; da quando parte la porzione di film principale è un susseguirsi ininterrotto di fughe, inseguimenti, lotte, talvolta interrotto solo da un ritorno al presente (il terzo presente) che serve davvero ad alleggerire un ritmo troppo serrato. Un piccolo gioiello di lungometraggio d'azione.
PS: Il cast titanico per nomi messi in campo (così tanti che mi è sfuggito Keitel) e per minutaggio di ognuno (incredibilemnte alto se si considera quanti sono) è più un segno della moda che circonda il regista che altro; rimane comunque un motivo in più per guardarsi il film.
Visto al cinema.
Una ragazza nel 2014 legge il libro di uno scrittore, che ne parla nel 1985; i fatti risalgono agli anni '60 e si basano sul racconto di un personaggio che si riferisce alle proprie esperienze come garzoncello del Grand Budapest Hotel negli anni '20.
Si era notato che Anderson si ispirava ai cartoni animati per il suo film, o quantomeno ne riproponeva gli stilemi in live action (personaggi in divisa, gesti convulsi, regia ortogonale spesso con carrellate laterali alla Flintstones). Fantastic Mr. Fox fu solo una presa di coscienza e, anzi, un'allontanamento dai canoni classici del proprio cinema e dei cartoons. Qui in questo film però Anderson va oltre e mette in scena in tutto e per tutto un cartone animato degli anni '30, demenziale, sincopato, rapido e con personaggi standardizzati (i cattivi in nero, i buoni sempre buoni) e surreali.
La cura nei dettagli è come al solito ottima, qui però si sfoga nel dare nuove interpretazioni alle stesse location (bellissimo però l'uso dello stile e dell'arte mitteleuropeo); gli abiti usati come divisa qui vengono portati alle estreme conseguenze (come si diceva i cattivi vestiti di nero; le divise degli alberghi tutte uguali solo di colori differenti, ecc...); le movenze agitate dei personaggi raggiungono nuovi picchi; la trama più surreale e più semplice di sempre; la regia ortogonale qui va a nozze con ogni scena, viene però introdotta e abusata la panoramica a schiaffo che da una velocità maggiore alle sequenze. Qui si aggiunge anche un citazionismo che nei precedenti non avevo notato, dall'inseguimento nel museo che sbeffeggia Hitchcock, al controllo degli alimenti in carcere preso paro paro da Il buco (o è Un condannato a morte è fuggito? questi due li ho mischiati nella memoria...).
Quello che però più stupisce è il ritmo esagerato del film; da quando parte la porzione di film principale è un susseguirsi ininterrotto di fughe, inseguimenti, lotte, talvolta interrotto solo da un ritorno al presente (il terzo presente) che serve davvero ad alleggerire un ritmo troppo serrato. Un piccolo gioiello di lungometraggio d'azione.
PS: Il cast titanico per nomi messi in campo (così tanti che mi è sfuggito Keitel) e per minutaggio di ognuno (incredibilemnte alto se si considera quanti sono) è più un segno della moda che circonda il regista che altro; rimane comunque un motivo in più per guardarsi il film.
lunedì 11 ottobre 2010
Fratelli in erba - Tim Blake Nelson (2009)
(Leaves of grass)
Visto al cinema.
C'è di bello che finalmente si vedono i risultati di 20anni di film dei fratelli Coen. Questa non è una commediola degli equivoci come l'astutissimo trailer lasciava immaginare; ma è invece una dramedy filosofeggiante e acculturata che però non pesa affatto, ricca di ironia ovviamente.
La storia è quella di un giovane professore di filosofia che torna a casa nell'Oklahoma per la morte del fratello gemello che non vede da anni... in realtà il fratello non è morto, ma ha qualche problema economico ed è strozzato dagli strozzini, gli serve solo un alibi...
Detta così sembra appunto una classica commedia americana, ma il titolo originale è sia un riferimento alla marijuana che viene commercializzata dal fratello del protagonista, ma anche un'evidente citazione di Whitman.
Proprio come nei film dei Coen, la storia non parla unicamente del ritrovare le proprie radici e riscoprire i propri sentimenti sepolti, ma parla di caos, caso, verità e regole; in un discorso organico in cui la poesia di Whitman e la filosofia greca (il protagonista è appunto insegnante di filosofia antca) la fanno da padroni, ma sono uniti alle considerazioni religiose (soprattutto ebraiche), sociali e razziali dell'Oklahoma e Shakespeare en passant.
Il film fa pensare più di quanto non faccia ridere, ma diverte comunque. Di differente dai Coen risulta meno ironico e manco della loro leggerezza, della loro facilità di lasciarti scivolare il concetto o la citazione senza urlartela in faccia, cosa che Nelson invence non riesce ancora a fare, e si obbliga a citare in maniera molto marcata. Altra differenza però è la mancanza di supponenza; i Coen sanno di essere bravi e ci tengono a fartelo capire creando un distacco, uno sguardo dall'alto al basso nei confronti del pubblico che Nelson non ha; Nelson è al nostro livello, ci guarda negli occhi, ci racconta la sua storia, ci dice quello che vuol dire e quando gli mancano la parole cita, come facciamo tutti.
Un buon film, che mostra cosa si può fare partendo dai Coen.
PS: non dico neanche che Norton è grande. Non credo ce ne sia bisogno.
Visto al cinema.
C'è di bello che finalmente si vedono i risultati di 20anni di film dei fratelli Coen. Questa non è una commediola degli equivoci come l'astutissimo trailer lasciava immaginare; ma è invece una dramedy filosofeggiante e acculturata che però non pesa affatto, ricca di ironia ovviamente.
La storia è quella di un giovane professore di filosofia che torna a casa nell'Oklahoma per la morte del fratello gemello che non vede da anni... in realtà il fratello non è morto, ma ha qualche problema economico ed è strozzato dagli strozzini, gli serve solo un alibi...
Detta così sembra appunto una classica commedia americana, ma il titolo originale è sia un riferimento alla marijuana che viene commercializzata dal fratello del protagonista, ma anche un'evidente citazione di Whitman.
Proprio come nei film dei Coen, la storia non parla unicamente del ritrovare le proprie radici e riscoprire i propri sentimenti sepolti, ma parla di caos, caso, verità e regole; in un discorso organico in cui la poesia di Whitman e la filosofia greca (il protagonista è appunto insegnante di filosofia antca) la fanno da padroni, ma sono uniti alle considerazioni religiose (soprattutto ebraiche), sociali e razziali dell'Oklahoma e Shakespeare en passant.
Il film fa pensare più di quanto non faccia ridere, ma diverte comunque. Di differente dai Coen risulta meno ironico e manco della loro leggerezza, della loro facilità di lasciarti scivolare il concetto o la citazione senza urlartela in faccia, cosa che Nelson invence non riesce ancora a fare, e si obbliga a citare in maniera molto marcata. Altra differenza però è la mancanza di supponenza; i Coen sanno di essere bravi e ci tengono a fartelo capire creando un distacco, uno sguardo dall'alto al basso nei confronti del pubblico che Nelson non ha; Nelson è al nostro livello, ci guarda negli occhi, ci racconta la sua storia, ci dice quello che vuol dire e quando gli mancano la parole cita, come facciamo tutti.
Un buon film, che mostra cosa si può fare partendo dai Coen.
PS: non dico neanche che Norton è grande. Non credo ce ne sia bisogno.
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