(Id.)
Visto al cinema.
La vicenda del caso Snowden vista attraverso gli occhi del protagonista; inutile dire per chi tifi il regista (il finale con il vero Snowden è un capolavoro di retorica liberal).
Al netto dell'intento smaccatamente politico Oliver Stone decide di raccontare la storia attraverso la descrizione di un personaggio e l'idea si rivela vincente. Raccontare l'ennesimo thriller politico con le consuete dinamiche sarebbe lavoro banale, ma fattibile; raccontare la vicenda complessa che basa tutte le sue dinamiche sul fumoso mondo della rete e della raccolta dati, in cui la violenza è tutta nella violazione della privicy, beh tutto questo sarebbe semplicemente suicida. Stone decide di virare recisamente e spostare l'attenzione dalla vicenda (chi fa cosa a chi, chi è il cattivo e chi la vittima) sul protagonista; un giovane che si trova (viene proprio dichiarato) nel meccanismo come un contabile del periodo nazista; non sta facendo nulla di male, aiuta la sua patria, ma per farlo aggira ogni regola con il plauso dei superiori. Un protagonista non ideologizzato, ma "normale", con più dubbi che certezze e una nausea in costante aumento per quello che fa, nonostante ciò che fa continua a fargli avere l'ammirazione dei colleghi e nuove posizioni di rilievo.
La regia è sempre la stessa, con fotografia curata, inquadrature sghembe, giochi di montaggio classici per Stone; decisamente dalle parti dei suoi film anni '90... tuttavia il ritmo è incredibilmente rallentato. La storia si segue volentieri e le oltre due ore si fanno seguire bene, ma uscendo dalla sala si ha la sensazione di averci messo più del dovuto.
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lunedì 5 dicembre 2016
mercoledì 23 aprile 2014
Grand Budapest Hotel - Wes Anderson (2014)
(The Grand Budapest Hotel)
Visto al cinema.
Una ragazza nel 2014 legge il libro di uno scrittore, che ne parla nel 1985; i fatti risalgono agli anni '60 e si basano sul racconto di un personaggio che si riferisce alle proprie esperienze come garzoncello del Grand Budapest Hotel negli anni '20.
Si era notato che Anderson si ispirava ai cartoni animati per il suo film, o quantomeno ne riproponeva gli stilemi in live action (personaggi in divisa, gesti convulsi, regia ortogonale spesso con carrellate laterali alla Flintstones). Fantastic Mr. Fox fu solo una presa di coscienza e, anzi, un'allontanamento dai canoni classici del proprio cinema e dei cartoons. Qui in questo film però Anderson va oltre e mette in scena in tutto e per tutto un cartone animato degli anni '30, demenziale, sincopato, rapido e con personaggi standardizzati (i cattivi in nero, i buoni sempre buoni) e surreali.
La cura nei dettagli è come al solito ottima, qui però si sfoga nel dare nuove interpretazioni alle stesse location (bellissimo però l'uso dello stile e dell'arte mitteleuropeo); gli abiti usati come divisa qui vengono portati alle estreme conseguenze (come si diceva i cattivi vestiti di nero; le divise degli alberghi tutte uguali solo di colori differenti, ecc...); le movenze agitate dei personaggi raggiungono nuovi picchi; la trama più surreale e più semplice di sempre; la regia ortogonale qui va a nozze con ogni scena, viene però introdotta e abusata la panoramica a schiaffo che da una velocità maggiore alle sequenze. Qui si aggiunge anche un citazionismo che nei precedenti non avevo notato, dall'inseguimento nel museo che sbeffeggia Hitchcock, al controllo degli alimenti in carcere preso paro paro da Il buco (o è Un condannato a morte è fuggito? questi due li ho mischiati nella memoria...).
Quello che però più stupisce è il ritmo esagerato del film; da quando parte la porzione di film principale è un susseguirsi ininterrotto di fughe, inseguimenti, lotte, talvolta interrotto solo da un ritorno al presente (il terzo presente) che serve davvero ad alleggerire un ritmo troppo serrato. Un piccolo gioiello di lungometraggio d'azione.
PS: Il cast titanico per nomi messi in campo (così tanti che mi è sfuggito Keitel) e per minutaggio di ognuno (incredibilemnte alto se si considera quanti sono) è più un segno della moda che circonda il regista che altro; rimane comunque un motivo in più per guardarsi il film.
Visto al cinema.
Una ragazza nel 2014 legge il libro di uno scrittore, che ne parla nel 1985; i fatti risalgono agli anni '60 e si basano sul racconto di un personaggio che si riferisce alle proprie esperienze come garzoncello del Grand Budapest Hotel negli anni '20.
Si era notato che Anderson si ispirava ai cartoni animati per il suo film, o quantomeno ne riproponeva gli stilemi in live action (personaggi in divisa, gesti convulsi, regia ortogonale spesso con carrellate laterali alla Flintstones). Fantastic Mr. Fox fu solo una presa di coscienza e, anzi, un'allontanamento dai canoni classici del proprio cinema e dei cartoons. Qui in questo film però Anderson va oltre e mette in scena in tutto e per tutto un cartone animato degli anni '30, demenziale, sincopato, rapido e con personaggi standardizzati (i cattivi in nero, i buoni sempre buoni) e surreali.
La cura nei dettagli è come al solito ottima, qui però si sfoga nel dare nuove interpretazioni alle stesse location (bellissimo però l'uso dello stile e dell'arte mitteleuropeo); gli abiti usati come divisa qui vengono portati alle estreme conseguenze (come si diceva i cattivi vestiti di nero; le divise degli alberghi tutte uguali solo di colori differenti, ecc...); le movenze agitate dei personaggi raggiungono nuovi picchi; la trama più surreale e più semplice di sempre; la regia ortogonale qui va a nozze con ogni scena, viene però introdotta e abusata la panoramica a schiaffo che da una velocità maggiore alle sequenze. Qui si aggiunge anche un citazionismo che nei precedenti non avevo notato, dall'inseguimento nel museo che sbeffeggia Hitchcock, al controllo degli alimenti in carcere preso paro paro da Il buco (o è Un condannato a morte è fuggito? questi due li ho mischiati nella memoria...).
Quello che però più stupisce è il ritmo esagerato del film; da quando parte la porzione di film principale è un susseguirsi ininterrotto di fughe, inseguimenti, lotte, talvolta interrotto solo da un ritorno al presente (il terzo presente) che serve davvero ad alleggerire un ritmo troppo serrato. Un piccolo gioiello di lungometraggio d'azione.
PS: Il cast titanico per nomi messi in campo (così tanti che mi è sfuggito Keitel) e per minutaggio di ognuno (incredibilemnte alto se si considera quanti sono) è più un segno della moda che circonda il regista che altro; rimane comunque un motivo in più per guardarsi il film.
lunedì 9 dicembre 2013
Ladri di cadeveri, Burke & Hare - John Landis (2010)
(Burke & Hare)
Visto in Dvx.
Visto in Dvx.
Una coppia di sbandati dell'Edimburgo
dell’ottocento scopre che alla facoltà di anatomia pagano per avere cadaveri
freschi. Inizieranno a cercarne tra gli anziani, poi nei cimiteri, infine
inizieranno ad uccidere.
Landis ci prova, si impegna in un film
difficile e, a mio avviso, riesce solo a metà. Riesce nella parte più difficile
del compito; mischiare lo splatter, il dramma ed il nero alla commedia più
riuscita. Unisce le due componenti perfettamente tanto da rendere simpatici due
personaggi che uccidono per denaro in maniera estremamente fredda (anche se
buffa). Il mix riesce e perde qualcosa solo per le batutte non riuscite; ce la
fa anche ad inserire una storia d’amore come volano della vicenda e ad
ammantare tutto di un (falso) romanticismo.
Però il film mi risulta riuscito a metà…
a metà perché il film è di un distacco spaventoso; si ride dei personaggi, ma
non si empatizza praticamente mai; il film si perde a mostrare mille dettagli
(tra cui alcune patetiche idee come mostrare la nascita della fotografia) e non
riesce ad andare oltre all'intrattenimento che si dimentica velocemente.
Splendido un Serkis incredibilmente in
live action; si mangia tutti gli altri in maniera imbarazzante.
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lunedì 12 agosto 2013
The lone ranger - Gore Verbinski (2013)
(Id.)
Visto al cinema.
Visto al cinema.
Sono entrato in sala con tutti i
pregiudizi possibili, che questo fosse solo un pallido tentativo di prolungare
la serie dei Pirati dei caraibi, ma ambientandola nel west (beh, questo è un
dato di fatto) e che fosse il solito film con Johnny Depp che fa il solito
personaggio alla Johnny Depp… la cosa curiosa è che entrambe le problematiche
sono vere, ma per realizzare questo Lone ranger si sono basati più sul primo
Pirati dei caraibi che sulla tetralogia complessiva (il primo era un dignitosissimo
blockbuster, divertente e d’intrattenimento magnificamente realizzato).
Ecco qui si intersecano le solite
(scontate) storie di riscatto personale, d’amore impossibile, di passato che ci
insegue/vendetta, avarizia, sprezzo per le regole, ecc… il tutto calato in un
buddy movie che riesce in più momenti a divertire (anche e soprattutto prendendo in giro se stesso), ma soprattutto con scene d’azione
impressionanti
Ma andiamo con ordine, la storia come
si è detta è piuttosto scontata (e non starò qui a descriverla), però i
personaggi, per quanto siano macchiettistici, sono delineati abbastanza da
interessare, gli attori scelti sono taluni innocui e onesti lavoratori
(Hammer); talora dei grandiosi e onesti lavoratori troppo relegati al
secondo piano (Wilkinson e Fichtner); talora attori presi per una parte inutile messi li
solo perché sulla locandina riescano ad adescare i fan di Tim Burton (come può
essere altrimenti giustificata l’ingiustificabile parte della Bonham Carter);
taluni sono attori che hanno smesso di recitare quando hanno visto che a fare
le faccette e le camminate strambe pigliavano più soldi, ma qui il loro essere
inespressivi salvo per qualche faccetta rende perfettamente lo spirito del
personaggio, e quindi ci stanno bene nella parte (devo dire che parlavo di
Johnny Depp?).
Detto ciò il pacchetto confezionato è
il classico blockbuster alla Verbinski, quindi un ottimo prodotto tecnicamente
inappuntabile che realizza bene anche le scene d’azione… e qua scusatemi, ma è il
più grande rave party di locomotive dai tempi di “The general”; nel finale i
treni a vapore si inseguono, vengono crivellati di colpi, si scontrano, si
scavalcano, fanno da trampolini, si schiantano ecc… e tutto in un turbinio di
scene chiare, ben girate ed avvincenti, dove un Depp in parte si gode alcuni
momenti slapstick presi a prestito da Buster Keaton. Il finale non può non
piacere.
Certo il film è un film per regazzini e
considerarlo più di questo è sbagliato, ma è un ottimo prodotto che, se non
sarà svilito da seguiti inguardabili, potrò ricordarlo positivamente… vabbè lo
dico: se fosse uscito quando anch’io ero un regazzino questo film poteva
rischiare di essere il mio Indiana Jones…
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mercoledì 3 ottobre 2012
Batman Begins - Christopher Nolan (2005)
(Id.)
Visto in DVD in lingua originale sottotitolato in inglese.
La storia di come il giovane Bruce Wayne vada a trovare se stesso in tibet e là dovrà fare i conti con gente cattiva e con le sue paure e, una volta tornato a Gotham, faccia tesoro di questi insegnamenti per diventare Batman.
Devo ammettere che quando lo vidi la prima volta il film non mi sembrò un gran che, ma rivisto ora alla luce della trilogia completa acquista tutto un altro senso e tutto un altro fascino.
In primo luogo l'intento base di Nolan è quello di calare Batman dall'ambiente assurdo e fumettoso di Tim Burton ad un livello più realistico, più verosimile. Per carità i WTF sono infiniti, però l'intenzione è buona e funzionale allo sviluppo delle storie parallele e nel secondo capitolo diventerà l'idea vincente. Poi trovo ridicolo che per rendere verosimile la storia di Wayne/Batman bisogna rivolgersi ancora al "ritrovare se stessi con la forza interiore asiatica" che fa tanto anni '90. Più che assurdo lo trovo proprio anacronistico.
Detto ciò il film è effettivamente un'opera a più livelli che si sviluppano, alcuni, nell'arco di un paio d'ore, altri nel giro di due o tre film. In tutta questa storia Batman diventa solo un pretesto...
Il leit motiv di questo primo capitolo è la paura e il suo controllo, su se stessi o sugli altri. E questa storia diventa il motore immobile della nascita di Batman così come del progetto di distruzione di Gotham.
Il secondo concetto sviluppato in questo film è il rapporto con il proprio passato, discorso quantomai banale che per fortuna viene risolto nel finale con un falò.
Dal rapporto con il passato però emerge uno dei due più grossi ideali della saga; la creazione di un mito che sia da simbolo per un miglioramento della società nel suo insieme. Di fatto questa idea viene per lo più citata in Batman Begins e sarà sviluppata nei seguiti (più nel terzo che nel secondo... ovviamente).
Da quest'ultima idea si sviluppa anche la città di Gotham come personaggio. E non la città come insieme di edifici, ma neppure la città come concetto sociale, bensì l'insieme delle due cose. Già in questo capitolo Gotham è una comparsa, la vittima (di se stessa) da salvare; ma dal prossimo capitolo diventerà sempre più predominante.
Infine viene citato (più come cliffhanger che altro) l'idea che ad ogni azione risponda una reazione uguale e contraria (l'introduzione del joker).
Si insomma un bel pò di robba che deve fare i conti anche con una trama canonica; in effetti le due ore e venti di film erano il minimo.
Come dicevo il film non è il migliore, perchè deve perdere tempo inutile a far nascere l'eroe, deve iniziare i discorsi che solo più avanti porteranno i loro frutti e soprattutto, non ha un antagonista molto interessante.
Inoltre Bale (che personalmente mi sta molto simpatico) non si rivela la scelta più adatta, in questo film riesce ad essere così poco empatico che provo molta più comprensione per il personaggio di Alfred che non per Wayne.
Detto ciò, grande cast che fa un uso accorto di grandi classici (come Freeman e Caine), di grandi attori (come Gary "Ned Flanders" Oldman, Liam "Liberate il Kraken" Neeson) e grandi paraculi (la Holmes).
Visto in DVD in lingua originale sottotitolato in inglese.
La storia di come il giovane Bruce Wayne vada a trovare se stesso in tibet e là dovrà fare i conti con gente cattiva e con le sue paure e, una volta tornato a Gotham, faccia tesoro di questi insegnamenti per diventare Batman.
Devo ammettere che quando lo vidi la prima volta il film non mi sembrò un gran che, ma rivisto ora alla luce della trilogia completa acquista tutto un altro senso e tutto un altro fascino.
In primo luogo l'intento base di Nolan è quello di calare Batman dall'ambiente assurdo e fumettoso di Tim Burton ad un livello più realistico, più verosimile. Per carità i WTF sono infiniti, però l'intenzione è buona e funzionale allo sviluppo delle storie parallele e nel secondo capitolo diventerà l'idea vincente. Poi trovo ridicolo che per rendere verosimile la storia di Wayne/Batman bisogna rivolgersi ancora al "ritrovare se stessi con la forza interiore asiatica" che fa tanto anni '90. Più che assurdo lo trovo proprio anacronistico.
Detto ciò il film è effettivamente un'opera a più livelli che si sviluppano, alcuni, nell'arco di un paio d'ore, altri nel giro di due o tre film. In tutta questa storia Batman diventa solo un pretesto...
Il leit motiv di questo primo capitolo è la paura e il suo controllo, su se stessi o sugli altri. E questa storia diventa il motore immobile della nascita di Batman così come del progetto di distruzione di Gotham.
Il secondo concetto sviluppato in questo film è il rapporto con il proprio passato, discorso quantomai banale che per fortuna viene risolto nel finale con un falò.
Dal rapporto con il passato però emerge uno dei due più grossi ideali della saga; la creazione di un mito che sia da simbolo per un miglioramento della società nel suo insieme. Di fatto questa idea viene per lo più citata in Batman Begins e sarà sviluppata nei seguiti (più nel terzo che nel secondo... ovviamente).
Da quest'ultima idea si sviluppa anche la città di Gotham come personaggio. E non la città come insieme di edifici, ma neppure la città come concetto sociale, bensì l'insieme delle due cose. Già in questo capitolo Gotham è una comparsa, la vittima (di se stessa) da salvare; ma dal prossimo capitolo diventerà sempre più predominante.
Infine viene citato (più come cliffhanger che altro) l'idea che ad ogni azione risponda una reazione uguale e contraria (l'introduzione del joker).
Si insomma un bel pò di robba che deve fare i conti anche con una trama canonica; in effetti le due ore e venti di film erano il minimo.
Come dicevo il film non è il migliore, perchè deve perdere tempo inutile a far nascere l'eroe, deve iniziare i discorsi che solo più avanti porteranno i loro frutti e soprattutto, non ha un antagonista molto interessante.
Inoltre Bale (che personalmente mi sta molto simpatico) non si rivela la scelta più adatta, in questo film riesce ad essere così poco empatico che provo molta più comprensione per il personaggio di Alfred che non per Wayne.
Detto ciò, grande cast che fa un uso accorto di grandi classici (come Freeman e Caine), di grandi attori (come Gary "Ned Flanders" Oldman, Liam "Liberate il Kraken" Neeson) e grandi paraculi (la Holmes).
sabato 15 maggio 2010
L'uomo nell'ombra - Roman Polanski (2010)
(The ghost writer)
Visto al cinema.
Polanski ritorna alle origini, con uno dei film più polanskiani degli ultimi anni.
Un ghost writer di un ex primo ministro inglese prende il posto del suo predecessore morto in circostanze oscure; dovrà scrivere la biografia di un personaggio ambiguo, accusato di crimini di guerra.
Il film parte nel migliore dei modi, Polanski ripropone il confronto tra il protagonista ed un personaggio morto ma costantemente presente negli oggetti, nei discorsi, e le cui scelte sembrano ricalcare quelle fatte dal protagonista stesso, proprio come ne "L'inquilino del terzo piano", e come in quel film la casa è il luogo principe dove avviene la vicenda (ma questa è un po una costante di Polanski), con la casa come prigione, asettica ed essenziale ma sempre sconosciuta e piena di trabocchetti. In questo film però si aggiunge un elemento quasi nuovo al regista, quello del tempo atmosferico e della sua azione sui personaggi (tema forse presente in "Chinatown" e poco altro), un tempo costantemente plumbeo e umido, oscuro come la trama.
Non c'è che dire, con pochi elementi, quasi nulla, Polanski crea tensione, e avvince rapidamente, portando l spettatore in un ambiente ambiguo fin dall'inizio, e maledettamene senza speranza (e questo a mio avviso giustifica il finale). A questo bisogna poi aggiungere una fotografia stupenda ed una costruzione degli ambienti minimal ma perfetti, oltre ad un cast all'altezza (devo essere sincero, Pierce Brosnan mi ha stupito per quanto è bravo).
Finalmente Polanski è tornato grande, peccato che non si sa quando potrà rimettersi dietro la macchina da presa....
PS: c'è pure una comparsata di Eli Wallach... mamma quant'è invecchiato
Visto al cinema.
Polanski ritorna alle origini, con uno dei film più polanskiani degli ultimi anni.
Un ghost writer di un ex primo ministro inglese prende il posto del suo predecessore morto in circostanze oscure; dovrà scrivere la biografia di un personaggio ambiguo, accusato di crimini di guerra.
Il film parte nel migliore dei modi, Polanski ripropone il confronto tra il protagonista ed un personaggio morto ma costantemente presente negli oggetti, nei discorsi, e le cui scelte sembrano ricalcare quelle fatte dal protagonista stesso, proprio come ne "L'inquilino del terzo piano", e come in quel film la casa è il luogo principe dove avviene la vicenda (ma questa è un po una costante di Polanski), con la casa come prigione, asettica ed essenziale ma sempre sconosciuta e piena di trabocchetti. In questo film però si aggiunge un elemento quasi nuovo al regista, quello del tempo atmosferico e della sua azione sui personaggi (tema forse presente in "Chinatown" e poco altro), un tempo costantemente plumbeo e umido, oscuro come la trama.
Non c'è che dire, con pochi elementi, quasi nulla, Polanski crea tensione, e avvince rapidamente, portando l spettatore in un ambiente ambiguo fin dall'inizio, e maledettamene senza speranza (e questo a mio avviso giustifica il finale). A questo bisogna poi aggiungere una fotografia stupenda ed una costruzione degli ambienti minimal ma perfetti, oltre ad un cast all'altezza (devo essere sincero, Pierce Brosnan mi ha stupito per quanto è bravo).
Finalmente Polanski è tornato grande, peccato che non si sa quando potrà rimettersi dietro la macchina da presa....
PS: c'è pure una comparsata di Eli Wallach... mamma quant'è invecchiato
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giovedì 5 novembre 2009
Se mi lasci ti cancello - Michel Gondry (2004)
(Eternal sunshine of the spotless mind)
Visto in DVD
Uno dei più bei film dell'ultimo decennio. Un film sull'amore tout court che non si limita alla visione hollywoodiana della passione ma racconta una storia nel suo svolgersi dalla fine all'inizio, in una sorta di "Memento" che rende chiaro prima il perchè non sia funzionata e solo dopo il perchè sia cominciata. Il tutto con salti avanti e indietro nel tempo che si possono capire del tutto solo alla fine nel magnifico colpo di scena (che per una volta non è fine a se stesso ma è utilissimo ai fini del significato del film).
La regia di Gondry poi è magnifica, praticamente ogni scena ha qualche aggiunta, qualche modifica, ogni scena significa qualcosa, e il regista dirige tutto magnificamente con l'aiuto di effetti speciali, più spesso artigianali che non digitali. Alcune inquadrature, per costruzione dell'immagine, sono già da galleria d'arte. Splendida anche la fotografia che rende perfettamente il mood generale.
Infine un encomio agli attori, sia ai protagonisti Carrey e Winslet mai visti in queste vesti ma bravi come sempre (sembrano quasi essersi scambiati i ruoli), sia ai comprimari, quasi tutti in parte, quasi perfetti.
Non voglio commentare troppo sul titolo italiano... in poche occasioni ci si era ridotti così in basso...
Visto in DVD
Uno dei più bei film dell'ultimo decennio. Un film sull'amore tout court che non si limita alla visione hollywoodiana della passione ma racconta una storia nel suo svolgersi dalla fine all'inizio, in una sorta di "Memento" che rende chiaro prima il perchè non sia funzionata e solo dopo il perchè sia cominciata. Il tutto con salti avanti e indietro nel tempo che si possono capire del tutto solo alla fine nel magnifico colpo di scena (che per una volta non è fine a se stesso ma è utilissimo ai fini del significato del film).
La regia di Gondry poi è magnifica, praticamente ogni scena ha qualche aggiunta, qualche modifica, ogni scena significa qualcosa, e il regista dirige tutto magnificamente con l'aiuto di effetti speciali, più spesso artigianali che non digitali. Alcune inquadrature, per costruzione dell'immagine, sono già da galleria d'arte. Splendida anche la fotografia che rende perfettamente il mood generale.
Infine un encomio agli attori, sia ai protagonisti Carrey e Winslet mai visti in queste vesti ma bravi come sempre (sembrano quasi essersi scambiati i ruoli), sia ai comprimari, quasi tutti in parte, quasi perfetti.
Non voglio commentare troppo sul titolo italiano... in poche occasioni ci si era ridotti così in basso...
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