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domenica 28 febbraio 2021

le idi di marzo - George Clooney (2011)

 (The ides of march)

Visto su Netflix.


Alla sua quarta regia Clooney decide di entrare a piedi pari nel cinema politico classico americano. La vicenda della corsa alla candidatura democratica (quindi qui tutti sono i "buoni" della politica americana) vengono sondati gli intrighi di palazzo della politica, fatta di spin doctor e scrittori di discorsi, di forma che deve mostrare la sostanza ostentata e, come sempre in questo genere alla Redford, dello scontro morale del protagonista fra ideali e realpolitik.

Di fatto non si inventa niente, ma si costruisce un film solido che viene girato in maniera formalmente ineccepibile e in maniera ottimale senza un manierismo imbalsamato, azzeccando momenti che solo gli americani riescono a darci (il dialogo con la bandiera a stelle e strisce sul fondo).

Il vero pregio è aver virato l'attenzione dai protagonisti della campagna elettorale ai burattinai dietro di loro, di aver affidato queste parti ad alcuni degli attori migliori in circolazione all'epoca (Clooney si ritaglia la parte, perfetta per lui, ma defilata, del candidato alla Obama) e lasciare che siano loro gestire la questione morale di compromessi e minacce.

L'effetto finale è un film dal tono estremamente basso, ma ricco di livore e di energie contenuto, gestito bene, pur nella sua totale mancanza di innovazione. Ma diciamocelo, se i prodotti medi fossero tutti così il cinema sarebbe tutto su un altro livello.

mercoledì 30 marzo 2016

Ave, Cesare! - Joel Coen, Ethan Coen (2016)

(Hail, Caesar!)

Visto al cinema.

Una giornata (28 ore) nella vita del Mr. Wolf di una casa di produzione; un uomo utile solo a risolvere problemi. Dovrà affrontare gravidanze indesiderate, incapacità attoriali, gestione degli scoop e un rapimento; oltre che scegliere se lasciare il lavoro, stare con la famiglia, confessarsi.

I Coen tornano a fare i Coen e lo fanno mettendoci dentro tutto quello che ci si può immaginare. Il protagonista è un personaggio noir 100% in grado di fare anche da spalla comica; quello che si muove attorno a lui è, al contempo, una carrellata di quello che produceva il cinema hollywoodiano negli anni '50 e una dichiarazione d'amore per la settima arte realizzata mostrando il caravanserraglio di professionalità che lavorano a un film.
A questo poi va sottolineata la presenza della solita galleria di personaggi bizzarri (con un numero di camei in vertiginoso aumento, stavolta sembra di essere in un film di Wes Anderson), una fotografia curatissima (dai toni pastelli, luci soffuse, effetti notte e tutto l'armamentario estetico degli anni '50) e una regia impeccabile in tutto. Infine qui si nota un uso del sonoro migliore del solito, la musica eccessiva ed enfatica (utilizzata ad hoc per l'effetto insieme emotivo e comico, oltre che come ennesimo omaggio al titanismo dei fifties) viene affiancata dai suoni diegetici per aumentare il climax, in altre scene (quella di Clooney che si sveglia dopo il rapimento) vengono usati per frustrare le aspettative.
La storia dunque, seppur con un impianto noiresco si muove in una serie di episodi da commedia in cui viene inserito il solito discorso sul caso tipico della coppia di registi sceneggiatori.

Niente di nuovo; grandi professionalità e una qualità media altissima. Ma non aggiungono niente e dove nei loro lavori precedenti creavano una galleria di personaggio a tutto tondo con tic e atteggiamenti macchiettistici, qui costruiscono una serie di macchiette che strepitano per essere personaggi. Se nei loro lavori precedenti riuscivano con stile a unire due o tre generi diversi, qui vorrebbero metterli tutti, far ridere, far riflettere, emozionare e continuare a parlare del caso. Inutile dire che stavolta hanno voluto strafare e non hanno ottenuto nulla. Nulla se si esclude un film dalla qualità impeccabile... ma vuoto.

PS: nonostante il lodevole lavoro dei doppiatori italiani, credo che questo film meriterebbe la lingua originale.

venerdì 21 febbraio 2014

Monuments men - George Clooney (2014)

(Id.)

Visto al cinema.

Un gruppo di esperti d'arte o artisti vengono ingaggiati dall'esercito degli stati uniti per recuperare (e restituire) le opere d'arte rubate dai nazisti. Il piano si rivelerà complicato e pericoloso; ovviamente riusciranno a recuperare quasi tutto ciò che gli interessa di più; ma la questione se un'opera d'arte vale la vita di una persona rimarrà aperta (in realtà no, la risposta è evidente durante tutto il film, ma Clooney decide di urlarla in faccia al pubblico nel finale).

Clooney ama la storia americana, quelle del dietro le quinte soprattutto; solitamente ama mostrare i lati oscuri che la compongono e gli occasionali eroi che combattono. Qui il salto però è enorme, non c'è del marcio negli states, qui è il classico film supereroistico di alcuni statunitensi troppo buoni per essere veri; soprattutto se paragonati agli avversari (immediati come i nazisti o futuri come i russi).
Il film quindi perde parecchi punti fin da subito e, dato l'argomenti, Clooney decide di togliere ogni impressione di divertimento e azione (il trailer sembrava una sorta di ocean's eleven nel 45) e lo riempie dio scene madri; agnizione; uomini duri, ma da cuore tenero; un'irritante voice off che offende con le banalità stucchevoli che racconta; enfasi e drammi.
Di fatto la trama è randomizzata, le scene non comunicano le une con le altre se non grossolanamente e il film diventa un grosso spot, un dramma di maniera senza niente dentro; un'enorme sprechi di ottimi attori/caratteristi.

mercoledì 25 settembre 2013

Gravity - Alfonso Cuarón (2013)

(Id.)

Visto al cinema... in 3D.

Un gruppo di astronauti americani viene sorpreso da una pioggia di detriti artificiale, l squadra viene massacrata e gli unici due sopravvissuti devono riuscire a cavarsela senza attrezzi o navicelle di salvataggio (tutto è andato distrutto).

Si questo è il classico survival movie, quello in cui si è isolati e senza nulla e bisogna riuscire a cavarsela lo stesso... Per chi è stato sensibile a Open water (come il sottoscritto), questo film sarà la versione quintuplicata (almeno nel mezzo dell'oceano hai ossigeno all'infinito!).

Il plot è banalissimo e tutto il film gioca sporco sulle paure più ovvie e la storia sarà un susseguirsi di tentativi fortunosi di sopravvivere e un elenco di sfighe continue a distruggere ogni certezza (Armageddon in confronto sembra una passeggiata). Eppure il gioco sporchissimo Cuarón lo conduce perfettamente.
C'è da sottolineare la verosimiglianza dei fatti narrati, quindi questo non è lo spazio a gravità zero che ti fa volare, ma non ha conseguenze reali, qui l'assenza di gravità è un nemico temibile, è un susseguirsi di strattoni e botte pesanti, è un continuo aggrapparsi all'ultimo e un viaggiare roteando nel vuoto.

Come già detto Cuarón lavora benissimo con quello che ha e, sfruttando una CGI perfetta e la libertà di movimento che lo spazio gli concede, si trastulla in piani sequenza e inquadrature che continuamente alternano il punto di vista da uno esterno ad uno interno alla vicenda. Il tutto permette la creazione di un clima costantemente senza speranze (davvero ogni 15 minuti sembra che non ci sia più nulla da fare) e per tutta la prima metà credo che ci sia la più alta concentrazione di angoscia possibile.

...ma forse quello che più colpisce in questo film è come un'opera completamente costruita al computer possa essere così materica; il metallo è gelido ed inerte, la carne sensuale e fragilissima, il vuoto... beh veramente vuoto; ogni materiale trasuda le proprie caratteristiche e diventa parte integrante del film.

venerdì 3 febbraio 2012

Syriana - Stephen Gaghan (2005)

(Id.)

Visto in DVD. La storia proprio non saprei ripeterla… tipo succedono un sacco di cosa con tanti personaggi diversi attorno al passaggio di potere di un emiro (?) dell’Arabia Saudita (?) che deve scegliere fra un suo figlio sveglio e voglioso di autarchia utile al popolo e l’altro figlio debosciato e filo USA. Chiaramente parliamo di petrolio e chiaramente parliamo di spie e bancari.
Che dire, sembra un film di Innaritu, con 2000 personaggi diversissimi che stanno agli antipodi, fanno lavori diametralmente diversi e hanno storie personali opposte che alla fine si ritrovano tutti insieme nella scena finale.

In ogni caso della storia non si capisce un cazzo. Questa caratteristica mi piace anche in un film di spionaggio… però c’è un limite, non mi si può dire 18, complicatissimi, nomi a caso di uomini, città e compagnie petrolifere nelle prime scene e pretendere che dopo un’ora e mezza me li ricordi tutti e sappia pure chi sono. C’è un limite cazzo! (tutt’ora non ho capito da che parte stesse Clooney).

Detto ciò (che è motivo sufficiente per non vedere il film), va detto che la regia non è malvagia. Utilizza una macchina a mano il più controllata possibile, così da non renderla fastidiosa né inutilmente invasiva; ma come si può immaginare questo non è un motivo adeguato per fare un film del genere.

Inoltre la storia del ragazzo mussulmano che lentamente viene preso tra le maglie dell’estremismo è certamente ben realizzata e godibile, ma non centra proprio niente con il resto del film.

sabato 6 febbraio 2010

Tra le nuvole - Jason Reitman (2009)

(Up in the air)

Visto al cinema.

Più che una commedia agrodolce, come mi sarei aspettato, definirei questo film un dramma trattato con leggerezza.
Come al solito Reitman parla di personaggi normali che fanno lavori spregevoli, "necessari" per la società attuale, ma moralmente sbagliati. Anzi più che personaggi normali, direi personaggi adattatisi alla propria condizione ai limiti della moralità.
Il film tratta della vita di un tagliatore di teste per conto terzi, di come venga sconvolta dalla tecnologia e dai sentimenti (in poche parole, dal tempo che passa) e di come lui reagisce, li evita, li accetta e viene abbandonato. La storia è trattata in maniera rilassata (si legga lenta, ma abbastanza lieve da non pesare troppo), con qualche idea comica, o meglio ironica, e un andamento da film sentimentale/melò.
Il personaggio è ben realizzato, e ben recitato, e il film nel complesso funziona. La fotografia sempre al confine con lo sbiadito triste è adatta al racconto. Il finale è, a mio avviso, corretto, non consolatorio ne, forzatamente, negativo.
Buone, e ottime, alcune trovate di Reitman, dal montaggio dell'inizio, all'uso della camera a mano solo quando serve.
Peccato per il ritmo, al contrario dei film precedenti del regista, che semplicemente manca.

domenica 22 novembre 2009

L'uomo che fissa le capre - Grant Heslov (2009)

(The man who stare at goats)

Visto al cinema.

E' sorprendente la capacità degli statunitensi di fare autoironia, ben fatta, anche su temi seri e recenti; ed è incredibile come riescano sempre a correlarla con parti della loro storia passata altrettanto ambigue.
Certamente non è un film serio questo, ma fa ridere il giusto e mostra lati seri il giusto. Fino alla fine lascia in bilico tra il dimostrare una tesi (la realtà dei fenomeni psichici descritti) e abbatterla (peccato per il finale che, invece, prende una posizione). Heslov si muove con disinvoltura tra paesaggi splendidi, immagini della contemporaneità (l'Iraq) ed immagini reiterate da sempre dal cinema americano (gli hippies ad esempio) incastrandole con maestria; sfrutta il tema metafisico per usare la macchina da presa in modi inusuali, per far entrare od uscire i personaggi da un'inquadratura in modi impossibili, in poche parole Heslov si adatta al racconto favorendolo con le immagini.
Clooney e Bridges gigioneggiano come al solito ma in maniera estremamente adatta, McGregor fa l'impacciato bene come al solito e Spacey sarebbe credibile anche leggendo l'elenco del telefono, figuriamoci recitando in una commedia.
Un encomio ai truccatori che sono riusciti ad invecchiare tutti gli attori in maniera credibilissima (o forse li hanno ringiovaniti in maniera credibilissima nei flashbacks, comunque un encomio va fatto).