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domenica 7 febbraio 2021

The gentlemen - Guy Ritchie, (2020)

 (Id.)

Visto su Amazon prime.


Dopo diversi tentativi più o meno riusciti di buddy movie (wannebe) d'azione e qualche lavoro d'alto profilo (economico) Ritchie decide di tornare nel suo mondo.

Scrive quindi l'ennesimo film corale, un noir ironico e intricato ambientato nel sottobosco malavitoso inglese.

Stessa frenesia nel portare avanti il racconto (ma con un montaggio più rilassato), stessa abilità nel gestire un cast ampio e variegato, stesso amore per le inutili complicazioni.

Per chi apprezza il primo Ritchie qui si ritroverà a casa, niente di nuovo, ma tutto ben condotto, con il problema di una trama che vorrebbe essere  più circonvoluta di quello che è, ma con il piacere di una produzione finalmente all'altezza con il ritmo sostenuto dall'intera vicenda e non solo con il montaggio.

Encomio particolare per la costruzione di un paio di personaggi (su tutti il detective) e applausi a scena aperta a un Hugh Grant che gigioneggia come mai prima riuscendo perfettamente a dare carattere senza infastidire; bravo McConaughey che però è incastrato in una parte estremamente controllata in film sopra le righe, fa il suo con grande professionalità, porta a casa il risultato, ma non si fa notare nonostante la centralità del personaggio.


venerdì 22 aprile 2016

Il momento di uccidere - Joel Schumacher (1996)

(A time to kill)

Visto in tv.

Un uomo di colore nel sud degli USA si vendica della morte della figlia uccidendone l'assassino, un ragazzo bianco e razzista. La comunità si mobilita, chi a favore e chi contro, verrà riesumato il KKK e le tensioni razziali esploderanno. Il caso della difesa dell'uomo di colore sarà preso, pro bono, a un giovane avvocato locale di belle speranze e buon cuore.

Questo è un film visto da regazzino di cui ho sempre conservato un buon ricordo; leggendo in giro noto di essere l'unico a considerarlo bene; inevitabile sfruttare un passaggio televisivo per rivederlo.
Beh diciamolo subito, l'ambientazione mi è sempre piaciuta e la fotografia sudata e virata sul giallo mi è sempre sembrata calzante; allora come oggi.
Anche il cast, di attori che neanche ricordavo ci fossero (ma come ho fatto a dimenticarmi della presenza di Jackson?!), mi è parso buono; certamente i fondamentali (Jackson ovviamente, ma anche McConaughey che è assolutamente in parte e Sutherland Jr che nella parte dello stronzo ha sempre fatto la sua bella figura; per non parlare della presenza di Sutherland Sr e Spacey che sono sempre encomiabili) sono all'altezza, la tanto vituperata Bullock fa la sua parte senza infamia e senza lode.
Non vorrei però dare un'idea sbagliata. Questo film è carino, ma non riesce a entusiasmare.
Fallisce nella storia, non tanto per la banalità, ma perché mette di tutto sul fuoco; dilata i personaggi importanti (c'era così tanto bisogno di dare spazio al personaggio di Sutherland Jr? e Sutherland Sr nella parte scontata del mentore redivivo c'era davvero bisogno?) rendendo inutilmente più laboriosa la vicenda (dovrebbe essere un legal movie o un dramma razziale? conta di più la vita degli avvocati o quella delle vittime?). Troppi elementi che non servono e dilatano il minutaggio senza costrutto.
Inoltre c'è una regia nella migliore delle ipotesi inutile, spesso fuori luogo, che appesantisce un film già non fluido di suo.
Ammetto che la memoria migliora di molto il passato.

lunedì 26 gennaio 2015

True detective - Cary Fukunaga (2014)

(Id.)

Visto in tv.

(commenti spoiler free... al massimo alcuni riferimenti il più oscuri possibile)

Una coppia di detective (beh appena accoppiati in realtà) nella New Orleans del 1995 si trovano a indagare su un omicidio con caratteristiche di satanismo; durante le indagini scopriranno qualcosa in più di un semplice maniaco. Alcuni anni dopo (nel 2002) i due si lasceranno molto male per motivi ignoti ai più. Infine al tempo presente (2014) i due si troveranno (più o meno controvoglia) a indagare di nuovo sullo stesso caso.

Se ormai le produzioni televisive sono diventate qualitativamente simili a quelle cinematografiche e, a livello economico, altrettanto interessanti; non dovrebbe stupire di vedere telefilm di questo tipo; eppure di fronte a uno sforzo produttivo di questo tipo, con questi risultati e con una coppia di attori (uno in discesa, ma l'altro in rapida risalita) costretti in parti impegnative, beh vedere tutto questo fa del bene a chi guarda e fa molto più bene alla tv.

Il comparto estetico è impeccabile come mai prima (ok, un giorno parlerà di "House of cards" e forse qualche altra serie che sono almeno sullo stesso livello); una fotografia dai colori desaturati e terrei, un ambiente luminosissimo, ma di luci malate, una scelta delle location impressionante dove c'è una presenza pervasiva di una natura misteriosa che accoglie e permette il male, un uso intelligente delle musiche del sud e una regia che rimane a lungo incantata dagli esterni in cui ambienta l'opera. Direi che già con tutti questi elementi si poteva cavare fuori un telefilm estremamente bello. 
Se oltre a questo si mette la coppia di attori non molto affiatati (come richiede il ruolo), ma incredibilmente credibile (pardon), che recitano anche con i corpi (colluttazioni, gioco di sguardi e colore del viso che cambia, modificazioni corporali in base all'epoca in cui è ambientato) e che danno fondo a una serie completa di espressioni (più gelido e distaccato McConaughey, più arrogante e goffo Harrelson), direi che chiunque può trovare soddisfazione.
Passa anche in secondo piano una regia lenta e ariosa che ingloba, come già dicevo, gli esterni in grandi quadri dove un quadrifoglio autostradale o un bayou si equivalgono nel loro riuscire a inghiottire esseri umani, una regia che poi inserisce a tradimento alcuni virtuosismi autoriali pazzeschi (credo sia già famoso il lungo e ben costruito piano sequenza della quarta puntata).

Ripeto, già tutto questo potrebbe fare di questa opera un'ottima serie televisiva. Ma il vero valore aggiunto è nella scrittura.
Una trama complessa e affascinante scritta in maniera lenta e rilassata. Nei primi 5 episodi viene raccontata l'indagine del 1995 con i tre piani temporali che si intersecano e si sovrastano, gli uni raccontando gli altri o mostrando dove (e perché) sta mentendo il personaggio che racconta; il ritmo è pacato, il mood malato, cinico, senza speranza; divagazioni filosofiche ricche di cinismo, vite personali sterili ognuna a modo suo (non importa quanto il protagonista possa essere intellettuale o vitale, ognugno vive senza speranza); in mezzo a questo stiracchiarsi lento e inquietante la trama riesce a regalare scoppi di violenza improvvisa, da il destro a scene bellissime e amomenti di action perfetta. La sesta puntata è quasi un episodio di raccordo, conclude quello che è rimasto in sospeso nel passato e crea il cliffhanger per quello che verrà dopo. Le ultime due puntate infine sono un'accelerata continua, un tirare le fila di così tanti dettagli che sembra incredibile ci siano stati tutti e arriva al gran finale.
Al di là della perfetta gestione dei ritmi (tutto è calcolato in questo telefilm) e i cambi continui di ottica (nelle prime puntate ci si aspetta che la vecchia indagine continui fino alla fine, poi il cambio improvviso che chiarisce il perché degli interrogatori informali e ci si chiede come può andare avanti, quindi l'ultimo colpo di coda) quello che più colpisce sono i dettagli e i piani oltre al mood generale.
Le prime puntate sono disseminate di dettagli continui, buttati la come cose senza importanza, quasi per caso (alcuni addirittura sembrano, e forse sono, depistaggi), ma nel finale vengono ripresi tutti e diventano un unicum coerente. Vi sono inoltre miriadi di altri riferimenti che non vengono spiegati affatto (forse saranno l'aggancio con la prossima serie visto che sono tutte ufficialmente autoconclusive) e se guardate in internet ci sono decine di teorie che li uniscono; ma anche se non verranno mai spiegati formano di per se un mondo, un sottotesto che indica una direzione evidente pur senza risucire a dare un risposta definitiva, una realtà di riferimenti letterari, e non, in cui scoprirli può diventare uno splendido gioco nerd. E tutto questo a opere del geniale Nic Pizzolatto.
Infine il mood. I'inquietudine (il perturbante), la solitudine, il vago senso di surreale e soprannaturale, la provincia con tutte le sue sacche di malattie incurabili, il lottare contro forze superiori (fosse anche il caos) riescono a dare un senso molto vicino a quello di "Twin Peaks"; ma un "Twin Peaks" senza ironia, declinato nella versione cinica e senza speranza dei tempi attuali.

PS: i poster sono migliala e molti sono suggestivi; ma questo (uno di quelli ufficiali della HBO) è geniale.

mercoledì 10 dicembre 2014

Interstellar - Christopher Nolan (2014)

(Id.)

Visto al cinema.

In un futuro bloccato in una stasi per assenza di ricerca della conoscenza (a parte l'agricoltura, le scienze sono scomparse) la terra sta morendo a causa di una piaga che distrugge le colture. La NASA si è fatta segreta e cerca una soluzione nella fuga nello spazio alla ricerca di mondi abitabili. Un padre di famiglia, ex ingegnere NASA, viene scelto per l'ultima missione, quella che dovrebbe selezionare definitivamente il piante. Dovrà abbandonare la famiglia consapevole che potrebbe non rivederla più.

Sinceramente trovo fantastico che si possa assistere al cinema a dei film del nuovo Kubrick; un regista che con Kubrick condivide l'arroganza di tematiche, la forza produttiva e il rigore formale; per questo film però viene aggiunta anche una sonora dose di sentimentalismo degno di Spielberg che nei precedenti non c'era. Per chi ha amato i film precedenti di Nolan e la loro glaciale bellezza, questo potrebbe essere il difetto principale. Se a questo ci si aggiunge che "Interstellar" è il suo film più pretenzioso, ma non il più riuscito, l'inevitabile paragone con i precedente lo potrà rendere ancora più inviso.

Comunque "Interstellar" è uno splendido film. Oltre due ore senza noia parlando di amore, fisica quantistica e family drama non è cosa facile.
Le scene sulla terra sono un perfetto connubio di modernariato e tecnologia (non in versione fumettistica, ma tutto rigorosamente verosimile) con una morte che aleggia inquietante in ogni inquadratura.
Lo spazio è un mondo pericoloso, ma affascinante, pieno di umanità.
Per tutto il film c'è una corsa verso la salvezza per evitare una minaccia invisibile; perché questo è un film leggermente miyazakiano, non ci sono cattivi, tutti sono buoni o hanno buone ragioni per fare ciò che fanno (o quantomeno sono comprensibili), come viene detto nel film la natura non è maligna, al massimo è spietata e, per la prima volta, lo spazio profondo viene presentato per quello che è, una porzione della natura.
In un film così sentimentalmente buono anche la tecnologia non può più essere quella kubrickiana; qui la tecnologia è benigna, quasi organica (il drone che vola da solo da dieci anni e di cui la figlia chiede che venga liberato; o il rapporto con i robot e la tristezza per doverne sacrificare uno), a dispozione dell'uomo, ma viva e completa in sé stessa (e viene creato un nuovo robot da inserire nella galleria degli androidi cinematografici).
Ovviamente anche qui c'è un ampio discorso sul tempo che da diversi film a questa parte (praticamente dall'inizio della carriera) Nolan sembra portare avanti, sulla percezione alterata e diversa da persona a persona.

Come sempre ottimo il lavoro sugli attori che danno il massimo e l'ancor più sensibile lavoro sui corpi che diventano parte integrante del film (incredibile come gli attori più famosi in questo film non compromettano la sospensione dell'incredulità).

Ci sono parecchi errori e diverse ingenuità, ma tutto senza conseguenze evidenti; giusto il finale è caotico ed eccessivo, giusto lì l'arroganza di Nolan si fa altissima e difficile da seguire, ma se non si rimane troppo a fare gli schizzinosi il risultato è comunque piacevole.

mercoledì 28 maggio 2014

Dallas buyers club - Jean-Marc Vallée (2013)

(Id.)

Visto al cinema.

La vera storia di come un redneck omofobo di Dallas sia riuscito a far accettare al governo americano cure alternative (ma già utilizzate in Europa, Giappone o Cina) per l'HIV invece dell'AZT, prodotto ad alta tossicità utilizzato negli USA.

Il film è una evidente manovra commerciale del dolore e dei bassi sentimenti umani. Si prende un uomo stronzo, lo si mette in una situazione al limte dove ognuno lo abbandona e gli si dice che ha un mese da vivere. Si vede quest'uomo rialzarsi, lottare, crescere a livello umano (alla fine non sarà più uno stronzo, ma un simpatico coglione), venire frenato dallo stato, lottare ancora e vincere.
Ecco tutto questo è il prezzo da pagare per portare al cinema l'HIV.
Di per se il film intrattiene bene, si fa seguire senza mai un momento di stanchezza; ma ci si chiede che cosa si è visto.
Di fatto una serie di scene madri per il corpo smagrito di un McConaughey all'altezza, mentre il film si perde completamente senza riuscire a spiegare quello che mette in scena (a un certo punto sembra che i farmaci proibiti curino effettivamente l'HIV, e il virus visto come un'epidemia misteriosa che viene incidentalmente mostrato in una o due scene viene rapidamente messo da parte come), ma soprattutto senza mai riuscire a sfruttare il resto del cast (su tutti il personaggio di Jared Leto, inzialmente doveva formare il doppio di McConaughey, mentre viene lasciato a se stesso e il suo dramma viene messo sullo sfondo quando poteva dare molto di più).

Un film rinfrancante e buonista che però si perde e perde i buoni presupposti iniziali.

lunedì 27 gennaio 2014

The wolf of Wall Street - Martin Scorsese (2013)

(Id.)

Visto al cinema.

La storia (vera) di Jordan Belfort da giovane di belle speranze a miliardario grazie ad un mix tra finanza creativa, dipendenza da sesso e consumo di droghe d'ogni tipo.

Scorsese in grande spolvero; torna alla sua regia epilettica; movimenti di macchina rapidi, montaggio serrato, inquadrature che vanno dai dettagli agli insiemi e colori chiassosi. Il film ha un andamento altalenante, con lunghe sequenze euforiche ed energiche come le droghe che vengono usate dai protagonisti e altre con una lentezza ed una calma da hangover o da effetto depressivo sul sistema nervoso. Una regia che mostra l'euforia e la frenesia di un mondo, di un sistema, di una personalità (quella del protagonista) e di una tossicodipendenza; Scorsese non si limita a mostrare le cose le spiega con lo stile del film. Il tutto inserito nella solita perfezione fotografica.

La parabola umana del protagonista poi è un classico di Scorsese (parte dal basso raggiunge il picco ipercinetico e poi ritorna ad uno stadio finale inferiore); non c'è qui colpa e redenzione, ma un personaggio mediamente capace, senza scrupoli morali e senza una razionalità forte in preda al caso, come il protagonista de i Bravi ragazzi (anche se li era più in preda ad un sistema che non al caso). Non ci sono giudizi morali ostentati né punizioni, semplicemente c'è l'esposizione voyeristica di un mondo che si denigra da solo, per il semplice comportamento che tiene e per l'imbruttimento che rimane l'unica costante.

Da sottolineare inoltre l'ironia surreale che pervade il film. Dato l'argomento Scorsese si permette una virata verso il demenziale come non mai; una serie di persone serissime che discutono di cose folli in maniera scientifica (se la discussione su perchè Hill ha sposato sua cugina è notevole, la palma d'oro, a mio avviso, la vince la conversazione sulle questioni legali circa la gara di lancio del nano!) o intere sequenze pervase da una follia che in mano ad altri sarebbe risultata patetica o offensiva (l'accostamento fra Braccio di ferro e la cocaina!).

Infine è una prova d'attori formidabile. Se il cast è stato scelto in maniera impeccabile, il lavoro di DiCaprio ha dell'incredibile; riesce da dio in una trasformazione senza precedenti, da compassato ragazzo di provincia in giacca e cravatta a un Raoul Duke ipersessuale.

Se si considera che tutto questo è contenuto in un film di 3 ore che sembra durarne la metà; beh, applausi.

mercoledì 8 maggio 2013

Killer Joe - William Friedkin (2011)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Poi all'improvviso dall'America ti arriva un film di un noir torbido e acre come pochi, così folle e senza speranza da fare impressione, con squarci di perversione da poter competere con Miike.
Ti arriva questo film, un film dove un ragazzo con problemi di soldi da restituire (gli è sparita una partita di droga che doveva vendere) va dal padre decerebrato e gli chiede se è d’accordo di uccidere la sua ex moglie (del padre, che poi è la madre del ragazzo) perché pare che abbia un’assicurazione sulla vita la cui beneficiaria sia la sorella del giovane (la bella e matta sorella del giovane). Ovviamente il padre, che è molto un decerebrato, accetta. Si rivolgono ad un poliziotto Joe Cooper, che nel tempo libero uccide a pagamento e si accorda per dargli parte dell’assicurazione, intanto a mo’ di cauzione, si fa dare la sorella… e questo è solo l’inizio; quando si pensa di essersi ficcati nell'occhio del ciclone noir ci si accorge di essere arrivai solo alla periferia.

Una regia che è un utilizzo degli attori come poche altre; i personaggi sono folli e poco credibili, ma ben delineati, agli attori il compito di metterli in vita. Ma in questo compito sono affiancati da un uso dei loro corpi (nelle espressione che fanno, nell'uso dei corpi nello spazio, nel voyerismo nel mostrare nudità, ecc…) da una regia che si prende il lusso di infilare alcune brevi sequenze indipendenti dalle scene principali solo per delinearne il mood (si pensi ai fulmini nella sequenza in auto), e taglia tutto con una fotografia tetra e squallida al punto giusto. In un ambiente del genere il perfetto lavoro di casting permette, come ultimo tocco il miracolo.
Poi all'improvviso dall'America ti arriva un film noir anni ’50 classico, reso solo senza speranza come un dramma indipendente anni ’80-’90 e con inserti di post-modernismo e di follia invidiabili. Poi guardi a chi è il regista e ti accorgi che nonostante l’anagrafe lo condanni ad essere quasi un ottuagenario Friedkin si dimostra il più giovane fra i registi made in USA.

PS: si lo so c’è un Matthew "ctrlC" McConaughey impressionante, ma d’altra parte non mi soprende troppo. Lui era nato come il successore di Paul Newman, bello, giovane e bravo. Poi ha fatto la scelta che tutti noi avremmo fatto, girare un film all'anno a torso nudo su una spiaggia caraibica affiancato da una modella dopo l’altra, è chiaro che se ti viene data questa possibilità te ne freghi dell’Academy. Poi, adesso che inizia a vedere il 50 anni che si avvicinano, ha deciso di prepararsi la pensione, tira fuori quello che sa fare e si dilunga nella scena con l’uso più perverso di una coscia di pollo. E tutti noi ci alziamo in una standing ovation; ma in fondo l’abbiamo sempre saputo.