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mercoledì 30 dicembre 2020

The founder - John Lee Hancock (2016)

 (Id)

Visto su Netflix.


la storia del fondatore di McDonalds, di come scopre il metodo degli omonimi fratelli, di come li convince ad esportarlo e di come riesce a sfruttarlo per creare un impero economico a scapito degli altri.

L'epopea capitalistica di un personaggio furbo, ma senza troppa empatia è ormai un genere quasi a sé standardizzato da quello che ne rimane l'apice, cioè "The social network".

"The founder" non ha l'innovazione, né le pretese di essere all'altezza del precedente, ma costruisce un lavoro ordinato fotografato bene e con il giusto ritmo (alla regia c'è il Lee Hancock che è maestro di compitiini ben confezionati che non possono deludere l'aspetto tecnico), crea un ambiente in cui muovere un personaggio non originalissimo, ma ben fatto e, il vero colpo di genio, fa le scelte di casting perfette.

Perché la presenza il vero punto di forza di questo film è Michael Keaton.  sono perfetti i corpi da punching ball di Carrol Lynch e Offerman; ma senza Keaton come protagonista ambiguo tutto il film si sgonfierebbe dopo un minuto. Keaton costruisce un personaggio che passa da sfigato a furbo imprenditore con una smorfia della bocca, che passa da simpatico intrallazzatore a stronzo figlio di puttana con un sopracciglio inarcato; ed è semplicemente perfetto e racchiude tutte le dicotomie in poche mosse senza andare (quasi mai) sopra le righe. Mette, invece, tristezza vedere Laura Dern relegata ad una parte che poteva anche essere eliminata.

lunedì 14 ottobre 2019

Nell'erba alta - Vincenzo Natali (2019)

(In the tall grass)

Visto in tv.

Da un racconto di King, Natali costruisce il suo nuovo "The cube". Premesse ottime. Se King ha scritto troppo per essere sinonimo di qualità a priori, Natali è un pò il nostro compagno di viaggio allucinato sin dall'adolescenza (se si è millenials); non ci si può non buttare a pesce.
Citare "The cube" per questo film, per una volta, non è a sproposito; il film parla di erba assassina (no, diversa da questa) che attira le vittime dentro di sé, le sposta nello spazio e nel tempo, le conduce ad una roccia che le fa andare fuori di testa. Ok la sinossi non rivela il paragone, ma di fatto si tratta di un gruppo di persone, fra loro sconosciute (di fatto due famiglie) che si perdono in un labirinto verde in cui non sanno cosa sta accadendo e non hanno idea di come uscirne.

L'idea iniziale (il romanzo) è strutturata e chiara, ma il come condurla lo è meno, il come farlo è un concetto totalmente assente. Natali si perde in assurde ripetizioni, deve incollare un finale posticcio positivo che rende ancora più incongruo l'ordine e il significato degli eventi e rimane sul vago e sul suggerito (male) per tutta la vicenda non riuscendo mai a essere chiaro (e non volendo, per fortuna, spiegare tutto a voce). Il tutto si riduce a un film dalla sceneggiatura caotica e scritta malissimo e da una regia interessante all'inizio che si perde nel labirinto che si sta creando.

Trovo poi piuttosto fastidiosa questa fotografia linda pulita anche in rpesenza di terra e fango e queste notti americani malfatte degne di film di serie B o di molte porduzioni Netflix, già con il colpo d'occhio si riesce a intuire la fregatura.

PS: inguardabile il cast, però si vede sorridere Patrick Wilson, non ricordavo ne fosse capace.

lunedì 4 luglio 2016

The conjuring. Il caso Einfield - James Wan (2016)

(The conjuring 2)

Visto al cinema, in lingua originale sottotitolato in spagnolo.

La coppia di cacciatori del demonio agli ordini della chiesa viene mandata in trasferta in Inghilterra per indagare su una possibile possessione/poltergeist, su cui però gravano più di un dubbio. Durante l'indagine (ma anche prima dell'indagine) verranno perseguitati da una suora piuttosto inquietante che predice la morte di uno dei due.

James Wan torna a dirigere le avventure dei Warren dando il primo seguito a quello che, nel primo episodio, già si rivelava come il franchise horror perfetto. Nel farlo dribbla immediatamente la più scontata delle prosecuzioni toccando solo di sfuggita il caso di Amityville evitando imbarazzanti paragoni.
In ogni caso l'attesa per questo film era indubbiamente alta, grazie a una coppia di protagonisti che permettono di vedere il cinema horror con uno sguardo diverso dal solito (quello dei professionisti che non sono preda dell'orrore, ma che smontano tutte le dinamiche classiche che causano la tensione) e grazie a un primo capitolo che, nella prima metà, riusciva a creare una delle atmosfere di tensione migliori mai viste negli ultimi dieci anni.

Guardando questa nuova puntata si confermano le grandi capacità tecniche di Wan che da vita a uno dei film meglio realizzati della sua produzione, con una regia particolarmente dinamica e interessante che mette in atto alcune soluzioni visive davvero entusiasmanti (la sagoma fuori fuoco della ragazzina che diventa quella del vecchio mentro in primissimo piano vediamo a fuoco solo il viso di Ed Warren). Inoltre c'è la solita cura alla fotografia (aiutata da un'ambientazione anni '70 che fa il suo lavoro), ma che stavolta non pigia l'acceleratore su alcuni colori, ma si limita ad essere estremamente nitida e perfetta.

Per quanto riguarda la paura... beh, ce n'è. Siamo piuttosto distanti dai grandi risultati con pochi mezzi del primo, ma lo stato di tensione quasi continuo della prima mezzora riesce a essere efficace.
Quello che però viene eliminato è lo sguardo nuovo gettato dai Warren come personaggi; in questo film iniziano come i soliti professionisti borghesi dell'orrore, ma finiscono per esserne vittime loro per primi eliminando l'innovazione vera del primo film. Questo dettaglio piuttosto importante, legato a un minutaggio tracotante (oltre due ore) porta a chiedersi l'utilità reale di molte sequenze e verso il finale ad affossare il ritmo. Deludente anche l'uso improprio del CGI (di cui Wan è sempre parco, quindi basta poco per farlo uscire dalla media) e, come spesso nei film del regista, il finale esagerato e senza nerbo.

Complessivamente un buon film horror che però non regge il paragone con il precedente (e credo che io stesso lo consideri non completamente positivo proprio perché è un seguito di un'opera prima importante).

...Ci fosse stato più coraggio si sarebbe concluso con la scoperta di una truffa o con il dubbio ancora aperto.

lunedì 25 maggio 2015

Insidious - James Wan (2010)

(Id.)

Visto in Dvx.

Una famigliola felice si trasferisce nella lugubre casa nuova; ovvio che appena ci si metta piede comincino strani fenomeni, rumori di notti, oggetti che si spostano e interferenze con l'apparecchio per sentire il neonato che piange. Poi un incidente con uno dei figli più grandi; il coma inspiegabile; la paura di essere in una casa infestata e il nuovo trasferimento.
Ma tutto questo non cambia le cose; anzi, ci sono dei nani che si mettono a ballare in casa.

Avverto subito che essendo io poco sul pezzo ho visto "The conjuring" molto prima di questo; quindi tenderò a paragonare "Insidious" a quello e non il contrario.
Direi comunque che Wan si dimostra un classicista; ha cambiato le carte in tavola per un poco con "Saw", ma poi si è rintanato nel solito noto. Scelta con cui concorderei in pieno per tutti i primi tempi da lui realizzati; però il buon James dovrebbe rendersi conto di avere grossi problemi con i secondi tempi...
Nella prima parte del film si è immersi nel classico, con scricchiolii, brusii, lampadine che pendono dal soffitto e porte che si aprono da sole; il modello qui è una via di mezzo fra "Poltergeist" e "Paranormal activity"; tutta questa parte è simile al primo tempo di "The conjuring" che giocando coni suoni e il buoi dava vita ad alcune delle sequenze più spaventose degli ultimi anni. Non siamo a quei livelli, ma la tensione è dignitosa e il meccanismo del già visto, ma ben utilizzato, funziona perfettamente... e fin qui gli si vuole ancora bene a Wan (da applausi, secondo me, il piano sequenza nella casa nuova con la radio in sottofondo, ricco di dettagli e pieno di aspettative).
Poi, proprio come ne "L'evocazione" arriva il gruppo di esorcisti iperprofessionali, ma se là erano due serissimi professori universitari rocciosi e sicuri, qui sono una manciata di macchiettistici nerd ipertecnologici; qui si danno vita alle ultime scene accettabili (almeno fino alla seduta spiritica) e si riesce a rendere apprezzabile anche un demone dalla faccia rossa che fuori contesto sarebbe stato di una comicità involontaria imbarazzante. Poi però Wan decide di andare nell'aldilà... a fronte di qualche buona idea (una famiglia di pupazzoni che mettono in scena un omicidio senza muoversi... beh si veda questo bellissimo corto per avere un'idea), passa il resto del tempo a far muovere i protagonisti in una stanza buia con la nebbia alle caviglie (!!!! Roger Corman smise di farlo dopo gli anni '70!!! Davvero pensiamo ancora che un film della Hammer di 40 anni fa sia la fonte più attuale di idee per un horror?!!) e vengono inseguiti dal demone rosso che si rivela per quello che è, un'imbarazzante mancanza di idee.
Quello che ne vien fuori è un primo tempo dignitoso e gradevole a fronte di un secondo tempo baracconesco e patetico che fa pensare di più ad un fantasy demoniaco più che a un horror.

mercoledì 30 aprile 2014

L'evocazione, The conjuring - James Wan (2013)

(The conjuring)

Visto in Dvx.

Anni 70, nella migliore tradizione americana, una dolce famigliola (moglie marito e... 5 figlie! tutte femmine!!!) si trasferisce nella casa nuova; tempo 30 secondi e cominciano a esserci stanze segrete, rumori sospetti, morti improvvise, oggetti che si muovono e  porte che si aprono da sole. Who ya gonna call? La famiglia Warren!
Lei sensitiva, lui esorcista ufficioso, entrambi indagatori dell'incubo, scientifici (per quanto possano permetterlo i 70's), seri ed efficaci.

Un appunto; mi rendo conto che nel parlare di film (soprattutto di genere; soprattutto horror) tendo all'entusiasmo, sempre; quindi diciamolo subito, questo film non è un capolavoro, mi è piaciuto, ma è caduto nel finale.

Bon.
Curioso mesh up di Poltergeist, L'esorcista e PSI factor in ambiente vintage; realizzato dall'enfant prodige James Wan. James Wan ha avuto un'idea geniale e l'ha sfruttata fino in fondo; per il resto è un ottimo mestierante che ha divorato il cinema (horror soprattutto) e lo conosce in maniera enciclopedica (e lo cita a mani basse, in questo film soprattutto, basti vedere anche solo la lista che ne fa wiki). In questo film decide di non pensare a niente di nuovo (giuro; neanche un'idea che sia una), ma utilizzare i cliché più usurati per fare un film horror convenzionale. Sfida quasi assurda; ma a mio avviso vinta in pieno.
Tutta la prima parte è fatta di rumori fuori campo, forze invisibili che aprono porte e tirano piedi, di ragazze affette da sonnambulismo, visioni (che lo spettatore non vede) e classici giochi di buio e luce (categoricamente di lampadine appese al soffitto o fiammiferi); niente di nuovo, ma tutto usato con lenta maestria che conduce con ansia verso la scena madre di metà film (quella in cui la madre è rinchiusa in cantina e la figlia viene aggredita), vero gioiello di atmosfera e tensione che non vedevo da tempo (ma prima è encomiabile almeno la scena del gioco del battimani della madre).

Nella seconda parte entrano in gioco i Warren; due personaggi realmente esistiti; borghesissimi, chiccosi e seri; entrano in campo a gioco iniziato e iniziano a muoversi ad armi pari con i demoni. li conoscono, li studiano da tempo, sono i professori universitari del male. Questi personaggi fanno cambiare completamente la storia, ma sono il vero valore aggiunto che permette ad un perfetto film de paura di farsi ricordare. Tutte le tecniche base utilizzate fino a questo momento vengono affrontate da loro senza un plissè con la calma sicurezza del professionista; era proprio dai tempi di Poltergeist che non entrava in campo un esperto di ESP degno d'essere menzionato; non più la tensione o lo spavento, in primo piano ora c'è il rapporto con esso.
Nel finale infine si deraglia nel demonologico basso (un po jhorror un po L'esorcista) e i luoghi comuni infastidiscono (non c'è genere più inutile dell'esorcismo; perché il capostipete è partito a mille e non è pensabile di superarlo) facendo crollare un film fino a quel momento impeccabile.

Ovviamente la camere dei demoni in casa Warren (idea idiota, ma geniale), la chiamata del prete finale e un po tutto l'andamento del film lascia aperte possibilità per molti seguiti; il che non è un male, se ben usati questi due saranno dei gran personaggi.

mercoledì 7 novembre 2012

Young adult - Jason Reitman (2011)

(Id.)

Visto in DVD.


Diablo Cody è affascinata dall’adolescenza, da quello stato intermedio dove non si è mai davvero cattivi, al massimos considerati ed egoisti, talvolta spietati (o meglio, stronzi) per reagire a ciò che si ha intorno, ma fondamentalmente buoni. Reitman invece è più attratto dall’umanità di personaggi sgradevoli trattati con ironia perché è l’unico modo per umanizzarli del tutto, gli piace mostrare che anche loro perdono, ma anche perché loro vincono sempre (o quasi). Ecco questi due (Cody e Reitman) si erano già incontrati in “Juno” dove però il regista si era limitato alla (bellissima) messa in scena di una sceneggiatura senza portarla verso la sua direzione. Per questo film invece sembrano essersi parlati ed il personaggio che ne viene fuori è un adulto disprezzabile; una donna di (mezzo) successo, bella e ricca tanto quanto è stronza, che non riesce ad accontentarsi di ciò che ha e senza rendersi conto del male che può fare e farsi si rimette alla caccia del suo ex (ormai sposato e con un bimbo) solo per principio, disposta a passare sopra qualunque cosa pur di ottenere ciò che vuole.

Il film è davvero bello; l’incipit è completamente (e commoventemente) ‘90s e introduce al classico film di Reitman, con una fotografia ed una messa in scena sempre gelide oltre ogni dire, ma impeccabile… tanto l’umanità vien fuori dalla storia. Il personaggio creato stavolta è però il vero asso nella manica; è una reginetta della scuola mai cresciuta, fuori tempo massimo, ma senza alcuna capacità (o voglia) di capirlo e per questo viene continuamente ferita; si unisce ad un suo ex compagno di liceo che all’epoca venne ferito fisicamente e si porta dietro la sua infermità con la stessa quantità di odio che ha la protagonista. Le loro solitudini si incontrano solo per sostenersi, non per completarsi, perché la protagonista insisterà nel suo piano. Nel suo modo di comportarsi c’è più stupidità che cattiveria, la stessa che si ritroverà nei comportamenti della gente che la circonda, ma che, al contrario di lei, è scesa a patti con la propria vita.


Complessivamente il film è solido come i precedenti lavori di Reitman, ma non ha le lungaggini di “Tra le nuvole”, si avvale di un cast veramente bravo (la Theron è perfetta nella parte), rinuncia all’ironia diretta (ci sono poche battute) senza togliere il grottesco. Infine il vero colpo da maestro è il finale; se nei rpcedenti c’era, sostanzialmente un ritorno allo stato precedente con la consapevolezza di aver imparato qualcosa senza per questo averne avuto dei benefici (una sorta di antimorale); qui invece il film si fa spietato e dopo un ottimo dialogo finale ritorna anch’esso allo stato iniziale, ma con la consapevolezza che quella era la vera vittoria.