giovedì 25 novembre 2010

Il vento - Victor Sjöström (1928)

(The wind)

Visto in Dvx.

Una ragazza va ad abitare dal cugino in una valle in un deserto negli USA dove il vento soffia senza tregua. Il rapporto con la moglie del cugino si fa rapidamente teso e verrà costretta ad abbandonare la casa, per farlo dovrà sposarsi (non potendo sostenersi da sola).

Le cose non possono certo migliorare, legata ad un uomo che non ama e vittima di un vento che la fa uscire di testa, eppure tutto precipiterà solo con l’arrivo di un suo vecchio spasimante e si concluderà in un finale tragico, ma che porterà la ragazza ad amare di nuovo donandole la speranza.

Se il film risulta già di per se originale nella costruzione di una storia in cui un crimine rimane impunito (cosa più unica che rara all’epoca), ciò che più lo contraddistingue è la solida regia di Sjöström, che riesce a rendere odioso il vento anche allo spettatore con il continuo mulinare di sabbia (altra costante del film) e con i vestiti scossi. Ma nel contempo regala immagini e scene ricercate di una bellezza ed un impatto particolari; su tutti merita d’essere citato il cadavere nella sabbia, ironicamente, scoperto dal vento.

Magnifica la Gish, non avrei mai detto di dirlo d’un attore del muto, ma dona al suo personaggio una profondità ed una credibilità mai raggiunti prima.

mercoledì 24 novembre 2010

La camera verde - François Truffaut (1978)

(La chambre verte)

Visto in DVD.

Il film parla di un necrofilo in senso letterale, un uomo che ama i morti più dei vivi o della vita stessa e dei suoi tentativi di non dimenticare chi è passato a miglior vita. Decisamente il tema è originale, che io sappia nessuno prima aveva mai preso così di petto la questione dei morti, però purtroppo i dialoghi troppo aulici rischiano di rendere troppo barocco e cretino il film e il passo lento della trama tedia ben prima di giungere a metà.

La cura ed il realismo della messa in scena, la credibilità dei personaggi e la regia tutta intenta a non staccarsi mai dai protagonisti ridanno spessore alla storia e ad una galleria di personalità che sarebbero altrimenti soffocate degli sbadigli… poi però Truffaut si cimenta nell’arte del distacco e tratta freddamente un film che parla unicamente di empatia con un risultato evidentemente fallimentare.

Certo c’è da dire che Truffaut (anche protagonista) è un pessimo attore, adatti a fare un’espressione sola, a metà via tra l’apatico ed il corrucciato; ma in questo caso ci sta, ci sta tutto, da la giusta tonalità ad un personaggio distaccato e disinteressato dalla vita.

Alla fin fine la storia non ha sussulti, il film non avvolge, non dona il piacere dell’empatia, risulta freddo come il suo protagonista; t, intrattiene senza troppa convinzione un film non convenzionale che avrebbe meritato più cura e meno intellettualismo. Il finale, abbastanza ovvio non salva il baraccone.

martedì 23 novembre 2010

La stregoneria attraverso i secoli - Benjamin Christensen (1922)

(Häxan)

Visto in VHS.

Il film si sviluppa come una sorta di documentario su ciò che si credeva fosse la stregoneria nel medioevo e sulle metodiche utilizzate per “scoprirla”, con diverse scene rappresentate in chiave drammatica e con considerazioni di parte del regista che si schiera apertamente a favore delle condannate.

Il film sarebbe già di per se eccezionale per il punto di vista non scontato (io immagino gli anni ’20 come una propaggine del medioevo) e per la realizzazione pratica che non lesina in creature mostruose e demoni vari, realizzati con maschere decisamente efficaci per l’epoca. Come dicevo il film sarebbe già eccezionale per le ragioni tecniche se nel finale non mostrasse un animo illuminista oltre ogni dire, mostrando come le streghe del medioevo altro non sono che le attuali (per l’epoca) isteriche, rendendo evidente come una malattia psichiatrica potesse essere confusa e storpiata dalla superstizione, ma il film va oltre ancora e dichiara più o meno apertamente che tra le torture perpetrate dalla chiesa cattolica e le cure psichiatriche dell’epoca non c’è una gran differenza. Uno spirito critico davvero notevole al di là dell’esattezza delle situazioni mostrate.

lunedì 22 novembre 2010

Un homme qui crie - Mahamat-Saleh Haroun (2010)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.

Questo è il film vincitore del 30esimo Festival Africano, presentato di nuovo in chiusura per chi, come me, non era riuscito a vederlo.
Un ex campione di nuoto del Ciad, ormai anziano, lavora come bagnino in una piscina per ricconi assieme al figlio. A causa di tagli al personale gli viene preferito il figlio e lui diventa portiere della struttura… nulla di brutto se non fosse che la piscina era il suo ultimo sogno, il suo ultimo contatto con il suo passato da campione, il suo orgoglio e, forse, il suo unico motivo di gioia… poi il Ciad scivola sempre di più verso la guerra civile e lo stato richiede un pagamento per la guerra… il padre avverte l’esercito che il suo ventenne figliolo dovrebbe andare a combattere, e l’affamato esercito non se lo farà ripetere due volte. Presto arriveranno i sensi di colpa; assieme alla fidanzata gravida del figlio; e ci sarà un ultimo, strenuo tentativo di riparare al danno fatto.
Film esteticamente pulito e lindo e di qualità superiore (ma ha preso finanziamenti dalla UE, dalla Francia e dal Belgio, quindi…); con una regia precisa che sa quello che fa e cosa vuol fare, ma soprattutto ha tutti i mezzi per farlo e qualche velleità autoriale (come il lento ed inesorabile zoom sul volto impassibile del padre mentre macina la terribile decisione)… peccato che il suo obbiettivo sia bissare Antonioni
Lunghi silenzi, tante domande lasciate senza risposta (una cosa molto sgarbata, almeno quando chiedono “come stai?” potrebbero rispondere), molte inquadrature fisse (anche se casomai inutili) e prolungate. Per carità il paragone con Antonioni è eccessivo, ma la noia c’è, e una storia di rivalsa originale come questa, ed una regia asciutta e pulita come questa vengono svilite e ammorbate. Peccato.

domenica 21 novembre 2010

The social network - David Fincher (2010)

(Id.)

Visto al cinema.

Fincher fa in media un buon film ogni dieci anni, quindi direi che per questo decennio ha già dato.
The social network è un biopic atipico, che ricostruisce la nascita di facebook tramite la ricostruzione fatta in due distinti processi in cui si ritrova invischiato il giovane Zuckerberg; e tramite i processi non ci viene svelata solo la genesi del più famoso sito internet del pianeta, ma anche l'animo e la psicologia dei personaggi... dei totali nerd.
Fincher si mette nella scia di Hess e di Apatow nella mitopoiesi del nerd; i due registi comici infatti hanno a poco a poco dato dignità alla figura del nerd sfaccettandola e rendendolo un personaggio a tutto tondo, ben lontano da quello che Porky's ci aveva insegnato. Fincher, come dicevo, si mette in scia, ma fa di più; intanto non fa un film comico, e poi mostra ogni lato del nerd archetipico (che è Zuckerberg ovviamente), mostrandone l'incapacità nelle relazioni sociali, il tentativo di ovviare alla mancanza di una vita con quella virtuale, ma anche le passioni, l'amore per la sua prima ragazza mai dimenticata (il finale è esemplare), il desiderio di rivalsa e di grandezza, oltre che la voglia di vendetta, oltre che la dimostrazione di come la frustrazione sia all'origine di ogni vero colpo di genio.

Un film realizzato come si deve, con ottimi dialoghi, cast in parte, ritmo continuo e pochissime velleità autoriali che potrebbero appesantire, e per Fincher rinunciarci non dev'essere stato facile (giusto la stupenda scena della gara di canottaggio fa vedere che se vuole il regista sa tirare fuori gli attributi fondendo inquadrature, montaggio e musica in un mix perfetto).

sabato 20 novembre 2010

Soul boy - Hawa Essuman (2010)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.


Nella baraccopoli Nairobi un ragazzino si accorge che il padre è malato, ma non è una semplice malattia del corpo, al padre è stata rubata l’anima. Per riaverla indietro dovrà affrontare 7 prove chiestegli da una demone donna; prove che lo metteranno di fronte alle sue paure e gli mostreranno la sua stessa vita in un’ottica diversa.

Fiaba moderna con tutti i crismi del caso e con l’aggiunta di una venatura horror nelle belle scene dell’incontro con il demone; peccato per la messa in scena frettolosa che rende il film pieno di ritmo (è vero), ma anche troppo rapido nello svolgimento, avrebbe meritato qualche decina di minuti in più (anche perché il minutaggio è lieve lieve, solo 60 minuti).

Un film per ragazzi fatto da ragazzi, con l’indiscusso vantaggio di trattare il suo pubblico decentemente, senza pensare che ci siano dei cretini davanti allo schermo. Il film evita gli eccessi cazzari e casinisti dei film di questo genere made i USA (ma anche Europa), gli scambi di persone idioti o il fatto che i ragazzi si comportino da adulti in ogni loro atteggiamento. Qui ci sono dei preadolescenti che fanno cose da preadolescenti (e anche le prove da superare si adeguano); i rapporti dicotomici con l’altro sesso; le prove di coraggio cretine sulle rotaie del treno ecc…

Complessivamente un lavoro ben realizzato nella messa in scena (ottima la fotografia) e nella frettolosa sceneggiatura. Anche se la maggior parte del cast artistico e tecnico è preso direttamente dalla baraccopoli, va però detto che questa è stata una produzione in parte europea (compare spesso il nome di Tykwer, ed in effetti il film ha già trovato distributori tedeschi ed uscirà a dicembre) con un sostanzioso contributo tecnico con persone del mestiere. Comunque un buon crossover di competenze.

A proposito di crossover; da sottolineare che nel film si mostra lo spettacolo teatrale itinerante di cui è stata realizzata la versione cinematografica già mostrata in questo festival, si tratta di “Ndoto za Elibidi”; ed altresì da sottolineare la presenza nel cast di questo film di Nick Reding, co-regista dell’altro…


Prima di questo film è stato presentato il corto (solo di nome, perché di fatto è un dignitosissimo medio metraggio di 48 minuti!) “Un transport en commun” di Dyana Gaye.

Questo è decisamente il corto di questo festival (ok, ne ho visti troppo pochi per poterlo dire con certezza, ma l’arroganza è sempre stata una mia virtù). Questo è un musical a tutti gli effetti, ma al contrario di “Nha fala” utilizza tutti gli stilemi classici. Personaggi che improvvisamente si mettono a cantare e tutti attorno a loro cominciano una coreografia complessa e molto curata. Le canzoni non sono tutte splendide (e gli attori non spiccano per la voce…), ma le muscihe sono tutte vecchio stampo (con echi delle canzoni francesi dagli anni 40 ai 60) e funzionano bene. La storia è molto approssimativa e con un poco in più d’impegno sarebbe venuto fuori un lungometraggio di tutto rispetto. Però l’idea è ottima, il formato buono e premia il fatto di non mostrare mai luoghi da cartolina, ma pezzi di vita reale e basta; in più ci sono un apio di canzoni “sociali” sullo stato delle cose nel Senegal o sulle speranza di una vita migliore nell’emigrazione (verso l’Italia, fatalità, Rimini per esattezza, e le belle speranze del personaggio risaltano dalla consapevolezza di quello che in realtà troverà qui… e comunque anche i sengalesi ci vedono come ci vedono gli americani, cappelli di paglia, mandolini e ferrari…).

Ah già la storia, un gruppo di sconosciuti prende un taxi colletivo per andare da Dakar a Saint Louis, per motivi diversi; durante il viaggio parleranno di se…

venerdì 19 novembre 2010

London River - Rachid Bouchareb (2009)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso).

Il film è stato presentato come evento speciale alla memoria di Sotiqui Kouyaté, uno degli attori africani (neri, sennò ci stava anche Charlize Theron nel novero) scomparso nell'Aprile di quest'anno. Questo è stato il suo ultimo film.

Dopo gli attentati del 7 luglio a Londra, una madre (Brenda Blethyn) rimasta senza marito non riceve più notizie dalla figlia. Spaventata decide di andare a cercarla. Una volta giunta alla casa della figlia inizierà a scoprire lati di lei che non conosceva (conviveva con un ragazzo africano, stava studiando l'arabo e frequentava la moschea), mentre sempre di più le serpeggia la certezza che sia morta durante gli attentati. Nel frattempo anche il padre del ragazzo sta cercando notizie del figlio, dopo le prime diffidenze, i due si uniranno nella disperata ricerca.
Classico melodrammone dai risvolti sociali (i soliti discorsi sulla diversità e sull'accettazione) e realizzato con la sempre più odiosa camera a mano... però devo ammetterlo, i drammi inglesi mi conquistano sempre. Sarà la loro verosimiglianza, il loro voler sembrare autentici il più possibile (ecco perchè usano la camra a mano fino allo spasimo), sarà Brenda Blethyn che nelle parti di madre disperata è sempre bravissima, sarà che i drammi inglesi non sono mai consolatori. Anche in questo caso l'accettazione del diverso (che in un film americano, o italiano, sarebbe stato il finale morale prima dell'happy ending) è sostanzialmente inutile, le cose non cambiano, e l'intero film si può riassumere nelle due scene finali; da una parte Kouyaté che da ordine di abbattere uno dei suoi amati olmi, quasi senza combattere; nell'altra la Blethyn che, tornata a casa, zappa la terra, in un impeto disperato, che sembra quasi voler fare del male al terreno, da sola, senza possibilità d'essere aiutata.

giovedì 18 novembre 2010

Ndoto za Elibidi - Nick Reding, Kamau Wa Ndung'u (2010)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso); in lingua originale.

Opera premiata dalla delegazione del Festival di Cinema Africano allo ZIFF (Zanzibar International Film Festival) e che pertanto lo presenta in Italia nella speranza che trovi una distribuzione (non per essere pessimista, ma faccio una previsione… non troverà nessun distributore interessato)

Il film è una sorta di pubblicità progresso sull’uso del preservativo e d’educazione sessuale e sulle malattie sessualmente trasmissibili (HIV)… il che non è positivo… ma non lo si capisce subito…

Il film parte con l’arrivo di un gruppo teatrale (teatro di strada) in una baraccopoli, e mostra lo show degli stessi (il protagonista dello è quell’Elibidi del titolo, a proposito, il titolo significa “Il sogno di Elibidi”); il protagonisti racconta la sua prima volta a Nairobi con il fratello, l’incontro con una ragazza ed il matrimonio… e fin qui le cose vanno da dio. Fotografia di qualità, recitazione stupenda, ed un’idea grandiosa, la commistione tra lo show teatrale mostrato come tale (con costumi di seconda mano, senza alcun oggetto di scena, e con l’unica scenografia rappresentata dalla baraccopoli e dal pubblico sghignazzante) e l’equivalente mostrato come film tout court. Idea ottima realizzata davvero bene, con le azioni iniziate sul palco che si concludono nel luogo reale (Nairobi) e viceversa… va detto che lo spettacolo teatrale è all’origine del film ed è uno show itinerante per il Kenya a scopo educativo realmente esistente.

Poi arrivano le storie delle 4 figlie del protagonista e per un po il film regge; finchè non diventa pesantemente educativo e didascalico; il rapporto tra realtà/finzione, tra teatro/film si annacqua e si perde; e soprattutto quando avviene lo shift verso la tragedia. Per carità tutto ha il suo scopo, e questo è prima di tutto un film educativo, però l’altra carta vincente del film è la leggerezza con cui viene trattato il tema, la levità nel mostrare i rapporti dei personaggi con lo spauracchi dell’HIV, con la scena dello stupro questo effetto viene perso integralmente… ci mette un po a ritornare sul seminato, ma nel finale il film torna quello che era all’inizio…

Che dire, nel complesso è un ottimo film-progresso, ma se solo avessero voluto osare un poco di più e si fossero impegnati nel rendere meno schematica la storia avrebbero potuto realizzare un grande film.

PS: come detto il cast è eccezionale, credibilissimo, spontaneo e bravo in ogni situazione; e i complimenti sono d’obbligo dato che il cast non è fatto da professionisti, ma preso dalla baraccopoli (con qualche show itinerante sulle spalle come gavetta)

Hyènes - Djibril Diop Mambéty (1992)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso); in lingua originale

Opera presentata nell’ambito dei festeggiamenti del trentennale del festival.

Film atipico nel panorama cinematografico africano ad opera di Mambéty, uno dei rinnovatori della settima arte del continente nero. Atipico in quanto è tratto da un'opera di Dürrenmatt: “La visita della vecchia signora”.

La storia è quanto di più affascinante si possa volere. Una donna umiliata e derisa da giovane, fuggita dal suo villaggio torna decenni dopo, ricca e potente, e promette soldi, tanti, a tutto il villaggio, in cambi chiede che venga ucciso l’uomo che ne causò la fuga. Immediatamente tutti si ergono a proteggere il vecchio (come chiosano ad un certo punto; non sono mica in America), ma i regali che l’anzian fa alla popolazione scatenano una serie di reazioni che condurranno all’inevitabile finale. Impossibile la fuga, impossibile il perdono.

Il film rende da dio la tranquilla ansia di vendetta della donna, ma anche il suo immutato affetto per l’uomo che vuole morto (magnifica in questo senso la scena in riva al mare), nonché l’acquisita arroganza dovuta alla sua nuova posizione. Il film voleva essere soprattutto un atto d’accusa contro la corruzione (dello stato, delle forze di polizia, della giustizia, della religione, e una corruzione morale dilagante) densa di simboli tuttora efficaci (l’evidente parallelo con le iene; il grottesco tribunale finale nel cimitero degli elefanti; o la bellissima immagine finale del baobab in lontananza), più qualcuno tipico del luogo (la rete da pesca come immagine della corruzione, che viene usata dal giudice ed indossata al collo del capo della polizia; o le facce dipinte di bianco nel giudizio finale a simbolo del male). In questo senso il film funziona; e funziona bene la regia, abbastanza sicura in toto, con qualche decisa virata autoriale nella costruzione di alcune inquadrature (soprattutto nella chiesa) o nell’utilizzo di alcuni paesaggi (la già citata immagine del baobab, il deserto durante il viaggio in macchina, la costa nella scena sul mare dell’incontro fra i due “antagonisti”).

Non tutto però funziona. I dialoghi sono buoni solo in parte e la storia nel complesso ingrana bene solo ad un certo punto (durante la prima mezzora ho rischiato più volte di addormentarmi). Gli attori presi dalla strada fanno pesare la loro verginità cinematografica e l’intera opera risente di quell’amatorialità dovuta alla mancanza di mezzi.

Ma nonostante questo, nel complesso funziona. Funzione e obbliga a vedere il precedente film tratto dalla stessa opera, stavolta però americano.

mercoledì 17 novembre 2010

Imani - Caroline Kamya (2010)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale.

Nell'Uganda contemporaneo si muovono le vite di una colf la cui sorella è stata arrestata per l'omicidio del marito; un ex bambino soldato che ritorna dalla famiglia che l'aveva perduto; e di un ballerino hip hop che dovrà fare i conti con un ex amico ora capo della mala locale.
Il film si muove su tre binari indipendenti, che non si incorciano mai, ma che vogliono essere l'emblema dell'Uganda contemporaneo (la situazione della donna, la gestione degli strascichi della lunga guerra civile e la voglia di rinascita al di sopra del marciume che ancora ricopre tutto), nonchè un racconto moralizzante sulla forza della fede (questo significa il titolo) per superare le avversità.
Posto che 2 racconti su 3 non hanno un vero e proprio finale (quella del ragazzo che torna dalla famiglia non si conclude, mentre a quella del ballerino vengono dati i titoli di coda in cui vi è il tanto agognato spettacolo), quello che più sorprende è la bravura nel raccontare le storie, più delle storie in se. Gli avvenimenti sono chiari, narrati bene, ottimamente connessi gli uni negli altri e senza mai un attimo di stanca (nonostante non siano storie molto articolate o d'azione). La chiusura del film lasciata allo spettacolo hip hop è un tocco di stile kitaniano che apprezzo molto.
Se si considera poi che questo film è il primo della storia dell'Ugando ad essere ripreso con una red camera, e comunque di qualità decente; il che è decisamente un valore aggiunto.
Niente di eclatante, ma un buon film medio, messo ancora più in luce dalle pessime visioni dei giorni scorsi.

Il film è stato anticipato dal corto "Maibobo", di Yves Montand Niyongabo. Film che dura quasi quanto un mediometraggio e narra, con pochi mezzi e poche pretese, di alcuni ragazzi di strada (i maibobo appunto), orfani della guerra, del loro vivere di espedienti e delle loro aspirazioni... in realtà detto così sembra meglio di com'è; in pratica è solo mezzora di una pubblicità progresso non molto cinematografica, ma estremamente melodrammatica ed ingenua (c'è addirittura una scena in cui uno di questi ragazzi scrive una lettera ai 5 grandi leader della terra per far cessare le discordie e nel farlo piange calde lacrime che bagnano quanto sta scrivendo...sic!)