(Id.)
Visto in Dvx.
A un ex soldato rapiscono la figlia, quando un rappresentante dei cattivi si presenta a casa sua per dettare le condizioni l'ex soldato die solo "No" poi lo uccide. Da quel momento in poi l'ex soldato farà una corsa contro il tempo per massacrare tutti prima che possano toccare sua figlia.
La trama è quanto di più semplice e il personaggio è spinto ai limiti; di fatto quello che viene realizzato in questo film è un cartone animato in live action (Arnold sradica una cabina telefonica.. e riuscendo a farla sembrare una cosa credibile) distruggendo il concetto di action fino a quel momento presente e dando il via all'esagerato machismo anni '80. L'idea alla base è decisamente cazzara; un protagonista con la super forza, una spalla con continui singulti isterici francamente fastidiosa e alcuni dei villain più patetici di sempre (come fai a morire dopo 3 secondi che scorti il protagonista, cazzo almeno prima chiedi un drink alle hostess). Eppure tutto questo funziona.
Funziona perché la scrittura è esagerata, ma riesce a non saltare mai lo squalo, per poco magari, ma rimane al di qua del limite. Ma soprattutto funzione perché c'è Schwarzenegger, un corpo esagerato, cartoonesco e dai limiti insondabili, in una parola credibile nella parte meno credibile di sempre; senza di lui questo film si sarebbe spento dopo 10 minuti in una corsa scema contro il tempo di un tizio ridicolo.
Bello anche il fatto che anni dopo sarà proprio questo genere esagerato ad essere parodiato in "Last action hero".
La regia latita praticamente sempre, ma almeno la storia scarna non permette momenti di stanca e dopo i 5 minuti iniziali parte in un'unica lunga sequenza che si interromperà solo con lo scioglimento finale.
Film apprezzabile, quindi, ma a essere onesti per i miei gusti l'esagerazione slapstick in un film totalmente serio non mi ha mai entusiasmato. Con la testa capisco che è un grande film, col cuore non del tutto.
PS: qui è presenza la quintessenza delle oneliner, la frase simbolo del film è "No" (in inglese "Wrong"). Essenziale, efficace e non serve saper recitare per dirla. Complimenti
venerdì 23 settembre 2016
mercoledì 21 settembre 2016
Il declino dell'impero americano - Denys Arcand (1986)
(Le déclin de l'empire américain)
Visto in Dvx.
Quattro uomini e quattro donne, amici, borghesi, intellettuali tendenzialmente liberali, si incontrano per una pranzo. Prima però gli uomini restano a casa a preparare da mangiare mentre le donne sono in palestra; i due gruppi si scambiano ricordi ed esperienze sessuali con una profusione di dichiarata libertà; quando si incontreranno tutta quella pretesa libertà si schianterà contro gelosia, sfiducia, malattia e sottomissione.
Il declino dell'impero americano (di cui in Canada non sentono neppure le scosse maggiori) è rappresentato dall'ipocrisia della sua classe più intellettuale, la loro impossibilità di coniugare quello che vorrebbero essere con quello che sono.
Il film è un film parlato, completamente un film parlato e la regia si adegua. Si metta a completa disposizione degli attori senza però paralizzarsi, crea dinamismo, alterna le scene, da ritmo a una vicenda senza ritmo (soprattutto la prima metà è un capolavoro in questo senso).
Ovviamente il cast completamente in parte e credibile fa l'altra metà del lavoro mantenendo un livello di qualità costante qualunque cosa gli venga richiesto.
Il chiacchiericcio è chiacchiericcio, quindi sono parole in libertà circa temi comuni; ma essendo fra intellettuali alcuni spunti diventano di particolare interesse (quando parlano proprio del declino dell'impero), per il resto ci si è affidati a dialoghi pieni di brio, che divertono e (interpretati da dio come avviene in questo caso) divengono godibili duelli a distanza.
Mai un film parlato è stato così godibile e moderno. Rimane comunque un film di parole e non di azioni.
Visto in Dvx.
Quattro uomini e quattro donne, amici, borghesi, intellettuali tendenzialmente liberali, si incontrano per una pranzo. Prima però gli uomini restano a casa a preparare da mangiare mentre le donne sono in palestra; i due gruppi si scambiano ricordi ed esperienze sessuali con una profusione di dichiarata libertà; quando si incontreranno tutta quella pretesa libertà si schianterà contro gelosia, sfiducia, malattia e sottomissione.
Il declino dell'impero americano (di cui in Canada non sentono neppure le scosse maggiori) è rappresentato dall'ipocrisia della sua classe più intellettuale, la loro impossibilità di coniugare quello che vorrebbero essere con quello che sono.
Il film è un film parlato, completamente un film parlato e la regia si adegua. Si metta a completa disposizione degli attori senza però paralizzarsi, crea dinamismo, alterna le scene, da ritmo a una vicenda senza ritmo (soprattutto la prima metà è un capolavoro in questo senso).
Ovviamente il cast completamente in parte e credibile fa l'altra metà del lavoro mantenendo un livello di qualità costante qualunque cosa gli venga richiesto.
Il chiacchiericcio è chiacchiericcio, quindi sono parole in libertà circa temi comuni; ma essendo fra intellettuali alcuni spunti diventano di particolare interesse (quando parlano proprio del declino dell'impero), per il resto ci si è affidati a dialoghi pieni di brio, che divertono e (interpretati da dio come avviene in questo caso) divengono godibili duelli a distanza.
Mai un film parlato è stato così godibile e moderno. Rimane comunque un film di parole e non di azioni.
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lunedì 19 settembre 2016
I trafficanti della notte - Jules Dassin (1950)
(Night and the city)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
un giovine di belle speranza, molte idee e poche capacità cerca sempre nuovi sistmi per fare soldi facili e veloci. Data la rapida inventiva e la faccia tosta riesce a farsi amico di un anziano wrestler greco padre del gestore di tutti i combattimenti di Londra; con il vecchio decide di mettere insieme una serie di incontri di lotta greco romana, ma per farlo servono finanziatori. Il suo vecchio capo (la cui moglie è stata amante del giovane) offre quei soldi ponendo condizioni impossibili per cercare di metterlo in difficoltà... e questa non è neppure la metà della storia.
Dassin applica a Londra lo stesso sistema di "La città nuda", riprese dal vero, paesaggi non da cartolina, inquadrature ad effetto e una fotografia di una bellezza disarmante, con un bianco e nero enfatico e un'insistenza nei primissimi piani quasi espressionisti.
La trama è una parabola tragica e noiresca all'ennesima potenza, dove il destino è il vero coprotagonista che si conclude in un finale drammatico e nichilista in maniera molto tesa. La storia si poggia integralmente su un personaggio non negativo, ma originale data l'autodistruzione cui va incontro a causa (certo c'è il destino avverso già citato, ma anche) della fame di soldi, del craving per arrivare in alto a essere qualcuno, ingannando, ma mai facendo volontariamente del male; è uno stupido, non un villain.
Il film si pregia anche di una costruzione bellissima di un sottobosco della malavita londinese con una galleria di personaggi a metà fra la luce e l'ombra che fa da completamento a una trama ferrea.
Infine, ma direi che non è poco, per protagonista c'è il miglior Widmark di sempre, simpatico cialtrone, credibile e truffaldino, sinceramente innamorato, ma dall'inarrestabile ego, perfetto in ogni situazione. Come spalla c'è una Tierney più inutile che fuori parte.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
un giovine di belle speranza, molte idee e poche capacità cerca sempre nuovi sistmi per fare soldi facili e veloci. Data la rapida inventiva e la faccia tosta riesce a farsi amico di un anziano wrestler greco padre del gestore di tutti i combattimenti di Londra; con il vecchio decide di mettere insieme una serie di incontri di lotta greco romana, ma per farlo servono finanziatori. Il suo vecchio capo (la cui moglie è stata amante del giovane) offre quei soldi ponendo condizioni impossibili per cercare di metterlo in difficoltà... e questa non è neppure la metà della storia.
Dassin applica a Londra lo stesso sistema di "La città nuda", riprese dal vero, paesaggi non da cartolina, inquadrature ad effetto e una fotografia di una bellezza disarmante, con un bianco e nero enfatico e un'insistenza nei primissimi piani quasi espressionisti.
La trama è una parabola tragica e noiresca all'ennesima potenza, dove il destino è il vero coprotagonista che si conclude in un finale drammatico e nichilista in maniera molto tesa. La storia si poggia integralmente su un personaggio non negativo, ma originale data l'autodistruzione cui va incontro a causa (certo c'è il destino avverso già citato, ma anche) della fame di soldi, del craving per arrivare in alto a essere qualcuno, ingannando, ma mai facendo volontariamente del male; è uno stupido, non un villain.
Il film si pregia anche di una costruzione bellissima di un sottobosco della malavita londinese con una galleria di personaggi a metà fra la luce e l'ombra che fa da completamento a una trama ferrea.
Infine, ma direi che non è poco, per protagonista c'è il miglior Widmark di sempre, simpatico cialtrone, credibile e truffaldino, sinceramente innamorato, ma dall'inarrestabile ego, perfetto in ogni situazione. Come spalla c'è una Tierney più inutile che fuori parte.
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venerdì 16 settembre 2016
Hallucination - Joseph Losey (1963)
(AKA the Damned)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
Una coppia in fuga dal fratello violento di lei cade da una scogliera e si ritrovano salvati da dei bambini... nulla di strano se non fossero a sangue freddo, e vivessero da soli in un bunker superaccessoriato. Sembrano prigionieri senza motivo, ma a donna comincerà ad accusare un malessere costante.
Film fantascientifico che risulta un mix di "Il villaggio dei dannati" e lo stile della swinging London (losey è il più british dei registi americani).
La prima metà è tutta giocata nel rappresentare dei ribelli anni '60 che ciondolano per una città distribuendo violenza gratuita come solo i giovinastri sanno fare; poi la fuga dei due protagonisti principali. Ecco questa parte è scevra di ogni riferimento fantascientifico o inquietante, è lenta, ormai invecchiata molto, banale e senza guizzi di alcun tipo (Oliver Reed nella parte di questo villain, sapendo che parti ha interpretato dopo, fa solo tenerezza).
Nella seconda parte dove avviene l'incontro con i bambini e viene posta una situazione assurda che, lentamente, si dipanerà fino allo scioglimento finale, particolarmente folle. Anche in questa seconda parte, seppure con maggior interesse, la trama si muove lenta riuscendo a catturare davvero l'attenzione solo nel finale.
Losey, particolarmente compassato apporta una regia dinamica, ma sottotono e, soprattutto, fuori luogo, non calata sui personaggi come nel contemporaneo "The servant".
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
Una coppia in fuga dal fratello violento di lei cade da una scogliera e si ritrovano salvati da dei bambini... nulla di strano se non fossero a sangue freddo, e vivessero da soli in un bunker superaccessoriato. Sembrano prigionieri senza motivo, ma a donna comincerà ad accusare un malessere costante.
Film fantascientifico che risulta un mix di "Il villaggio dei dannati" e lo stile della swinging London (losey è il più british dei registi americani).
La prima metà è tutta giocata nel rappresentare dei ribelli anni '60 che ciondolano per una città distribuendo violenza gratuita come solo i giovinastri sanno fare; poi la fuga dei due protagonisti principali. Ecco questa parte è scevra di ogni riferimento fantascientifico o inquietante, è lenta, ormai invecchiata molto, banale e senza guizzi di alcun tipo (Oliver Reed nella parte di questo villain, sapendo che parti ha interpretato dopo, fa solo tenerezza).
Nella seconda parte dove avviene l'incontro con i bambini e viene posta una situazione assurda che, lentamente, si dipanerà fino allo scioglimento finale, particolarmente folle. Anche in questa seconda parte, seppure con maggior interesse, la trama si muove lenta riuscendo a catturare davvero l'attenzione solo nel finale.
Losey, particolarmente compassato apporta una regia dinamica, ma sottotono e, soprattutto, fuori luogo, non calata sui personaggi come nel contemporaneo "The servant".
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Viveca Lindfors
mercoledì 14 settembre 2016
Il palloncino bianco - Jafar Panahi (1995)
(Badkonake sefid)
Visto in Dvx.
Ultimo dell'anno, una bambina vuole comprare il tradizionale (credo) pesce rosso; dopo un pò di resistenza la mamma accetta e le da i soldi. La bimba parte e nel lungo tragitto verso il negozio, darà, per sbaglio, i soldi a due incantatori di serpenti, li perderà, si farà aiutare da un'anziana signora a ritrovarli, conoscerà un soldato, verrà raggiunta da un fratello.
Alla sceneggiatura non stupisce la presenza di Kiarostami; la struttura del film infatti ricalca in parte "Dov'è la casa del mio amico?", con un viaggio sociale e metafisico di una bambina in un paesaggio labirintico pieno di intoppi e incomprensioni. Anche qui una favola leggera ricca di avvenimenti e dal ritmo rilassato.
Anche qui il nuovo neorealismo di stampo iraniano, dove la storia reale sublima in una serie di rivoli che possono dare adito a interpretazioni varie, di cui la mia preferita rimane la fiaba in sé. Anche qui una protagonista, non certo dalla recitazione formidabile, ma adatta e perfettamente in parte.
Infine anche qua il ritmo lento che allontana... però rispetto al film di Kiarostami il ritmo è decisamente troppo lento, i lunghi colloqui della bimba con tutti i personaggi incontrati sono ridondanti ed eccessivi (l'inizio con la madre non finisce più) e il senso del fiabesco perde clamorosmanete la sfida con il tedio.
Ben realizzato, scritto con troppa fiducia verso le proprie capacità.
Visto in Dvx.
Ultimo dell'anno, una bambina vuole comprare il tradizionale (credo) pesce rosso; dopo un pò di resistenza la mamma accetta e le da i soldi. La bimba parte e nel lungo tragitto verso il negozio, darà, per sbaglio, i soldi a due incantatori di serpenti, li perderà, si farà aiutare da un'anziana signora a ritrovarli, conoscerà un soldato, verrà raggiunta da un fratello.
Alla sceneggiatura non stupisce la presenza di Kiarostami; la struttura del film infatti ricalca in parte "Dov'è la casa del mio amico?", con un viaggio sociale e metafisico di una bambina in un paesaggio labirintico pieno di intoppi e incomprensioni. Anche qui una favola leggera ricca di avvenimenti e dal ritmo rilassato.
Anche qui il nuovo neorealismo di stampo iraniano, dove la storia reale sublima in una serie di rivoli che possono dare adito a interpretazioni varie, di cui la mia preferita rimane la fiaba in sé. Anche qui una protagonista, non certo dalla recitazione formidabile, ma adatta e perfettamente in parte.
Infine anche qua il ritmo lento che allontana... però rispetto al film di Kiarostami il ritmo è decisamente troppo lento, i lunghi colloqui della bimba con tutti i personaggi incontrati sono ridondanti ed eccessivi (l'inizio con la madre non finisce più) e il senso del fiabesco perde clamorosmanete la sfida con il tedio.
Ben realizzato, scritto con troppa fiducia verso le proprie capacità.
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Commedia,
Film,
Jafar Panahi,
Opera prima
lunedì 12 settembre 2016
The grandmaster - Wong Kar Wai (2013)
(Yi dai zong shi)
Visto in Tv.
La storia... quantomeno romanzata, di Yip Man, insegnante di arti marziali che esportò il Wing Chun anche fuori dal ristretto circolo degli adepti. dico un pò romanzata perché della sua vita c'è davvero poco in questo film di arti marziali onore e sentimenti trattenuti.
Ormai è evidente che il regime cinese sta creando una mitopoiesi che inglobi i padri fondatori della cultura cinese un tempo tanto avversata da Mao; dopo aver rivalutato il Buddhismo di stato, si butta sullo storicismo al cinema finanziando wuxia ipercostosi (a fianco dei classici, ma sempre migliori, film sulla seconda guerra mondiale); ora fa il salto e finanzia la creazione di mito... Nonostante questo però mi risulta poco comprensibile aver creato un franchise di successo con la serie di "Ip Man" e poi voler fare pure questo; certo doveva essere l'esportazione di un personaggio a un pubblico più intellettuale, ma il deludente risultato poteva essere ampiamente previsto.
Prima i lati positivi. Questo film è bellissimo. Esteticamente c'è una spesa incredibile di forse per realizzare una fotografia mai così curata neppure nei precedenti film di Kar Wai; colori sempre virati, costruzione impeccabile delle inquadrature scelta di location o di interni magistrale (il film il meglio di se nelle scene sulla neve, dimostrando di saper "inquadrare" il bianco meglio di Kieślowski).
I lati negativi però superano gli aspetti positivi. Di fatto si riassume tutto in Kar Wai che realizza un film non adatto a lui. Lui, perfetto nei sentimenti trattenuti, amante delle trame vaporose senza linee temporali precise dimostra anche qui di saper lavorare bene sul suo (la lunga scena iniziale potrebbe essere apprezzabile senza i continui combattimenti; l'unico espediente ben riuscito del film è il bottone della giacca che si passano i due amanti in nuce, espediente che poteva reggere bene in uno qualunque dei film precedenti di Kar Wai). Però è altrettanto evidente che questo film dovrebbe essere qualcosa di diverso. Dovrebbe essere un biopic (peraltro in costume con un pezzo di storia recente importante), che fa a pugni con le trame vaporose e i ritmi dilatati del regista; dovrebbe essere un buon film di pacche, ma le sequenze action sono degli splendidi balletti fotografati da dio in cui il montaggio troppo rapido e i continui cambi di prospettiva rendono tutto magnifico, ma assolutamente non comprensibile, e se un combattimento del genere può essere soddisfacente a livello visivo, vederne 4 o 5 tenda solo ad aumentare la noia (non c'è il realismo dio un film di kung fu classico dove si apprezza il lavoro fisico, ma neppure l'estetica esagerata, ma non contestabile di un wire fu).
Quello che si ottiene è un film troppo lungo che può scontentare tutti.
Visto in Tv.
La storia... quantomeno romanzata, di Yip Man, insegnante di arti marziali che esportò il Wing Chun anche fuori dal ristretto circolo degli adepti. dico un pò romanzata perché della sua vita c'è davvero poco in questo film di arti marziali onore e sentimenti trattenuti.
Ormai è evidente che il regime cinese sta creando una mitopoiesi che inglobi i padri fondatori della cultura cinese un tempo tanto avversata da Mao; dopo aver rivalutato il Buddhismo di stato, si butta sullo storicismo al cinema finanziando wuxia ipercostosi (a fianco dei classici, ma sempre migliori, film sulla seconda guerra mondiale); ora fa il salto e finanzia la creazione di mito... Nonostante questo però mi risulta poco comprensibile aver creato un franchise di successo con la serie di "Ip Man" e poi voler fare pure questo; certo doveva essere l'esportazione di un personaggio a un pubblico più intellettuale, ma il deludente risultato poteva essere ampiamente previsto.
Prima i lati positivi. Questo film è bellissimo. Esteticamente c'è una spesa incredibile di forse per realizzare una fotografia mai così curata neppure nei precedenti film di Kar Wai; colori sempre virati, costruzione impeccabile delle inquadrature scelta di location o di interni magistrale (il film il meglio di se nelle scene sulla neve, dimostrando di saper "inquadrare" il bianco meglio di Kieślowski).
I lati negativi però superano gli aspetti positivi. Di fatto si riassume tutto in Kar Wai che realizza un film non adatto a lui. Lui, perfetto nei sentimenti trattenuti, amante delle trame vaporose senza linee temporali precise dimostra anche qui di saper lavorare bene sul suo (la lunga scena iniziale potrebbe essere apprezzabile senza i continui combattimenti; l'unico espediente ben riuscito del film è il bottone della giacca che si passano i due amanti in nuce, espediente che poteva reggere bene in uno qualunque dei film precedenti di Kar Wai). Però è altrettanto evidente che questo film dovrebbe essere qualcosa di diverso. Dovrebbe essere un biopic (peraltro in costume con un pezzo di storia recente importante), che fa a pugni con le trame vaporose e i ritmi dilatati del regista; dovrebbe essere un buon film di pacche, ma le sequenze action sono degli splendidi balletti fotografati da dio in cui il montaggio troppo rapido e i continui cambi di prospettiva rendono tutto magnifico, ma assolutamente non comprensibile, e se un combattimento del genere può essere soddisfacente a livello visivo, vederne 4 o 5 tenda solo ad aumentare la noia (non c'è il realismo dio un film di kung fu classico dove si apprezza il lavoro fisico, ma neppure l'estetica esagerata, ma non contestabile di un wire fu).
Quello che si ottiene è un film troppo lungo che può scontentare tutti.
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venerdì 9 settembre 2016
Un maledetto imbroglio - Pietro Germi (1959)
(Id.)
Visto in Dvx.
Un tentativo di furto attira l'attenzione della polizia in una palazzina del centro di Roma, la settimana successiva un assassinio nell'appartamento vicino porta la squadra mobile a contatto con quel piccolo mondo di personaggi squallidi e schivi, all'interno di un delitto intricato e dai mille rivoli.
Germi crea un mix perfetto di giallo e commedia all'italiana, mettendo un'ironia pervasiva e graffiante contro ognuno dei personaggi, ma mantenendo sempre il focus sull'indagine. Lo svolgersi della vicenda segue pedissequamente i movimenti dei poliziotti (di cui il personaggio interpretato da Germi stesso è il vero mattatore), mostrando l'inchiesta come oggi fanno molti telefilm, con in più un gusto particolare nel caratterizzare tutti i coprotagonisti (al di là del bellissimo personaggio interpretato da Urzì, ho trovato di un'arroganza bellissima le telefonate della compagna di Ingravallo che fanno supporre una vita e un personaggio ben più profondi di quelli mostrati sulla scena, ma che non divengono mai realmente utili per la vicenda).
La gestione dei due registri, così costante e ben riuscita pur spingendoli entrambi al massimo è forse il maggior pregio del film; tuttavia anche la qualità della regia (sempre fondamentale nel Germi del periodo) non è da lasciare da parte. Una bellezza delle immagini e una cura nella fotografia che sono sottolineatura e corollario alla magnifica scrittura della sceneggiatura.
Infine tutto questo sforzo tecnico è sostenuto da un cast perfettamente in parte che riesce a sostenere personaggi più marginali (il povero Fabrizi, bravo, ma gravato da uno sei personaggi meno sfaccettati) ai protagonisti (già nominati Urzì e Germi, i veri capolavori di scrittura, ma anche la Cardinale che sostiene una delle poche parti completamente drammatiche del film) fino alle comparse (dove, a esempio, ho amato gli ammiccamenti pacati di Rosolino Bua nei panni del prete).
PS: ho letto in giro che viene definito noir, o addirittura il miglior noir italiano. Noir non è in senso stretto anche se questo è uno dei generi con le maglie più larghe in assoluto, ma, in ogni caso, definirlo il miglior noir del cinema italiano è un'offesa a "Riso amaro" od "Ossessione".
Visto in Dvx.
Un tentativo di furto attira l'attenzione della polizia in una palazzina del centro di Roma, la settimana successiva un assassinio nell'appartamento vicino porta la squadra mobile a contatto con quel piccolo mondo di personaggi squallidi e schivi, all'interno di un delitto intricato e dai mille rivoli.
Germi crea un mix perfetto di giallo e commedia all'italiana, mettendo un'ironia pervasiva e graffiante contro ognuno dei personaggi, ma mantenendo sempre il focus sull'indagine. Lo svolgersi della vicenda segue pedissequamente i movimenti dei poliziotti (di cui il personaggio interpretato da Germi stesso è il vero mattatore), mostrando l'inchiesta come oggi fanno molti telefilm, con in più un gusto particolare nel caratterizzare tutti i coprotagonisti (al di là del bellissimo personaggio interpretato da Urzì, ho trovato di un'arroganza bellissima le telefonate della compagna di Ingravallo che fanno supporre una vita e un personaggio ben più profondi di quelli mostrati sulla scena, ma che non divengono mai realmente utili per la vicenda).
La gestione dei due registri, così costante e ben riuscita pur spingendoli entrambi al massimo è forse il maggior pregio del film; tuttavia anche la qualità della regia (sempre fondamentale nel Germi del periodo) non è da lasciare da parte. Una bellezza delle immagini e una cura nella fotografia che sono sottolineatura e corollario alla magnifica scrittura della sceneggiatura.
Infine tutto questo sforzo tecnico è sostenuto da un cast perfettamente in parte che riesce a sostenere personaggi più marginali (il povero Fabrizi, bravo, ma gravato da uno sei personaggi meno sfaccettati) ai protagonisti (già nominati Urzì e Germi, i veri capolavori di scrittura, ma anche la Cardinale che sostiene una delle poche parti completamente drammatiche del film) fino alle comparse (dove, a esempio, ho amato gli ammiccamenti pacati di Rosolino Bua nei panni del prete).
PS: ho letto in giro che viene definito noir, o addirittura il miglior noir italiano. Noir non è in senso stretto anche se questo è uno dei generi con le maglie più larghe in assoluto, ma, in ogni caso, definirlo il miglior noir del cinema italiano è un'offesa a "Riso amaro" od "Ossessione".
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mercoledì 7 settembre 2016
Il mistero del cadavere scomparso - Carl Reiner (1982)
(Dead men don't wear plaid)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Per la trama rimando a qui, dove possono essere decisamente più precisi (e concisi) di me.
Quello che fa la differenza in questo film è l'idea di base. Un noir classicheggiante (una parodia of course) girata in bianco e nero, dove attori del passato dialogano con Steve Martin come personaggi della storia, tramite spezzoni di grandi film neri debitamente utilizzati. L'idea è geniale e spiazzante e costringe l'appassionato al devastante gioco del riconosci l'attore/riconosci il film che rischia di far perdere le fila del discorso più della trama.
Per il resto il film è una commedia divertente (davvero molto efficace anche da questo punto di vista), parodia del genere noir di cui cerca di ricalcare la complessità della trama, che purtroppo deve essere un poco ridimensionata per permettere di integrare gli spezzoni dei film classici.
Steve Martin mattatore gestisce bene la situazione.
...ma alla fine il film come risulta?
Mah, il film è godibile e divertente, ma l'idea di fondo (ripeto, la cosa veramente valevole e veramente avvincente) risulta un pò farraginosa, l'ansia di mettere più personaggi possibile rende troppo diluita la vicenda e la complessità dell'operazione riduce molti dei dialoghi a scambi di poche frasi. L'idea è ottima, ma complessa e l'effetto finale si limita a un freddo successo di numero più che di qualità.
PS: molto bello il comparto tecnico dai costumi (ovvio) alla fotografia in b/w.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Per la trama rimando a qui, dove possono essere decisamente più precisi (e concisi) di me.
Quello che fa la differenza in questo film è l'idea di base. Un noir classicheggiante (una parodia of course) girata in bianco e nero, dove attori del passato dialogano con Steve Martin come personaggi della storia, tramite spezzoni di grandi film neri debitamente utilizzati. L'idea è geniale e spiazzante e costringe l'appassionato al devastante gioco del riconosci l'attore/riconosci il film che rischia di far perdere le fila del discorso più della trama.
Per il resto il film è una commedia divertente (davvero molto efficace anche da questo punto di vista), parodia del genere noir di cui cerca di ricalcare la complessità della trama, che purtroppo deve essere un poco ridimensionata per permettere di integrare gli spezzoni dei film classici.
Steve Martin mattatore gestisce bene la situazione.
...ma alla fine il film come risulta?
Mah, il film è godibile e divertente, ma l'idea di fondo (ripeto, la cosa veramente valevole e veramente avvincente) risulta un pò farraginosa, l'ansia di mettere più personaggi possibile rende troppo diluita la vicenda e la complessità dell'operazione riduce molti dei dialoghi a scambi di poche frasi. L'idea è ottima, ma complessa e l'effetto finale si limita a un freddo successo di numero più che di qualità.
PS: molto bello il comparto tecnico dai costumi (ovvio) alla fotografia in b/w.
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lunedì 5 settembre 2016
Emilio Zola - William Dieterle (1937) Gale Sondergaard
(The life of Emile Zola)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
La vita di Zola; nella prima mezzora gli anni della fame, i primi scritti e l'amicizia con Gauguin, brevemente l'impegno civile fino ai successi letterari. Nella seconda parte (circa 3/4 del film) la vecchiaia con lo scoppio, l'impegno e la risoluzione de l'affare Dreyfuss.
Film molto scorrevole e tutto sommato godibile, ma decisamente male organizzato.
Intendiamoci, siamo nel periodo d'oro di Hollywood e le regole auree della sceneggiatura sono rispettate, non si troverà un meccanismo male oliato, ma è proprio l'idea di base che latita di senso.
Questo è un film ruffiano con pretese da biopic serio; è evidentemente tutto incentrato sull'affare Dreyfuss (o meglio, su Zola come combattente per la libertà nel caso Dreyfuss), ma si sente in colpa nel mostrare solo quell'episodio (o forse teme che mancando un background il pubblico si senta spaesato), quindi decide di attaccarci almeno 30 minuti buoni di gioventù del protagonista assolutamente inutili, privi di senso, troppo rapidi nello svolgersi, con scarse ripercussioni su quanto avverrà dopo (c'è solo il flebile legame con Gauguin che poteva facilmente risolvere in altro modo); solo un modo per mondarsi la coscienza.
L'affare Dreyfuss è poi trattato con tutti i crismi di un enfatico film di lotta Hollywoodiano, dove la vittima è messa rapidamente in disparte dall'ingombrante figura del protagonista.
Il film fa declamare molti scritti originali di Zola (tra cui il famoso J'accuse), ne mostra le titubanze e la forza; ma non riesce mai a trasmettere davvero, né i motivi della grandezza del personaggio reale, né la forza morale (se non la superficie patinata della stessa).
Se avessero realizzato un film totalmente di finzione basato sull'affare Dreyfuss il film non ne sarebbe diminuito, eliminato Zola non sarebbe cambiato nulla.
Muni si impegna, ruffianeggia teatralmente per gran parte del film, regge bene gli sforzi richiesti, ma risulta sempre piuttosto finto. Direi che l'Oscar l'ha meritato di più per altri film.
Non un brutto film, tutt'altro, ma è solo un contenitore vuoto.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
La vita di Zola; nella prima mezzora gli anni della fame, i primi scritti e l'amicizia con Gauguin, brevemente l'impegno civile fino ai successi letterari. Nella seconda parte (circa 3/4 del film) la vecchiaia con lo scoppio, l'impegno e la risoluzione de l'affare Dreyfuss.
Film molto scorrevole e tutto sommato godibile, ma decisamente male organizzato.
Intendiamoci, siamo nel periodo d'oro di Hollywood e le regole auree della sceneggiatura sono rispettate, non si troverà un meccanismo male oliato, ma è proprio l'idea di base che latita di senso.
Questo è un film ruffiano con pretese da biopic serio; è evidentemente tutto incentrato sull'affare Dreyfuss (o meglio, su Zola come combattente per la libertà nel caso Dreyfuss), ma si sente in colpa nel mostrare solo quell'episodio (o forse teme che mancando un background il pubblico si senta spaesato), quindi decide di attaccarci almeno 30 minuti buoni di gioventù del protagonista assolutamente inutili, privi di senso, troppo rapidi nello svolgersi, con scarse ripercussioni su quanto avverrà dopo (c'è solo il flebile legame con Gauguin che poteva facilmente risolvere in altro modo); solo un modo per mondarsi la coscienza.
L'affare Dreyfuss è poi trattato con tutti i crismi di un enfatico film di lotta Hollywoodiano, dove la vittima è messa rapidamente in disparte dall'ingombrante figura del protagonista.
Il film fa declamare molti scritti originali di Zola (tra cui il famoso J'accuse), ne mostra le titubanze e la forza; ma non riesce mai a trasmettere davvero, né i motivi della grandezza del personaggio reale, né la forza morale (se non la superficie patinata della stessa).
Se avessero realizzato un film totalmente di finzione basato sull'affare Dreyfuss il film non ne sarebbe diminuito, eliminato Zola non sarebbe cambiato nulla.
Muni si impegna, ruffianeggia teatralmente per gran parte del film, regge bene gli sforzi richiesti, ma risulta sempre piuttosto finto. Direi che l'Oscar l'ha meritato di più per altri film.
Non un brutto film, tutt'altro, ma è solo un contenitore vuoto.
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venerdì 2 settembre 2016
I vampiri - Riccardo Freda (1957)
(Id.)
Visto in Dvx.
A Parigi vengono rinvenuti cadaveri digiovani donne completamente svuotati dal sangue. La polizia indaga, mentre un giornalista... beh indaga meglio. Gli occhi di tutti si volgono verso la dimora di una duchessa che vive da sola con la bella e vivace nipote. Eppure le cose cominciano a sembrare sempre più sospette.
Uso un linguaggio idiota per evitare l'unico spoiler (intuibile dopo i primi dieci minuti) del film.
Di fatto in questo film non ci sono vampiri e neppure siamo davanti a un horror... seppure (per l'ambientazione presumo) viene considerato il primo film dell'orrore italiano (già ce n'era stato uno del periodo del muto, ma ora perduto).
Più che queto primato piuttosto farlocco questo film è interessante (e importante) per lo stile utilizzato.
Ambientazione gotica (gli interni del palazzo della contessa sono quanto di più bello abbia mai prodotto il cinema italiano d'atmosfera, tuttora imbattuto); macchina da presa mobilissima; omicidi misteriosi con detective improvvisati; serial killer; una ragazza rapita che rappresenta la base della suspense dell'intero film; twist plot finale; effetti speciali schockanti (ci torno). Per idee e per stile qui inizia il thriller italiano dei due decenni successivi, che sarà il filone in cui nascerà Argento e, quindi, il filone da cui trarrà vigore il nuovo cinema horror americano degli anni '70. In poche parole, qui nasce tutto.
La storia è piuttosto debole e mette in campo di tutto (esperimenti fatti d aunos cienziato pazzo, un maniaco, sospetto vampirsmo) per ottenere molto poco. Ma il punto di forza è tutto nell'estetica; oltre agli strabilianti interni il film è fotografato in maniera sublime (i film dei decenni successivi dello stesso genere se la sogneranno una cura del genere) anche grazie a un Bava alle prime armi (anche regista senza crediti in quanto venne assunto a fine riprese per allungare il brodo con scene ex novo delle indagini). Infine i già citati effetti speciali si limitano a due scene di invecchiamento accelerato, un effetto incredibile, perfetto, senza sbavature che impressiona ancora adesso.
Visto in Dvx.
A Parigi vengono rinvenuti cadaveri digiovani donne completamente svuotati dal sangue. La polizia indaga, mentre un giornalista... beh indaga meglio. Gli occhi di tutti si volgono verso la dimora di una duchessa che vive da sola con la bella e vivace nipote. Eppure le cose cominciano a sembrare sempre più sospette.
Uso un linguaggio idiota per evitare l'unico spoiler (intuibile dopo i primi dieci minuti) del film.
Di fatto in questo film non ci sono vampiri e neppure siamo davanti a un horror... seppure (per l'ambientazione presumo) viene considerato il primo film dell'orrore italiano (già ce n'era stato uno del periodo del muto, ma ora perduto).
Più che queto primato piuttosto farlocco questo film è interessante (e importante) per lo stile utilizzato.
Ambientazione gotica (gli interni del palazzo della contessa sono quanto di più bello abbia mai prodotto il cinema italiano d'atmosfera, tuttora imbattuto); macchina da presa mobilissima; omicidi misteriosi con detective improvvisati; serial killer; una ragazza rapita che rappresenta la base della suspense dell'intero film; twist plot finale; effetti speciali schockanti (ci torno). Per idee e per stile qui inizia il thriller italiano dei due decenni successivi, che sarà il filone in cui nascerà Argento e, quindi, il filone da cui trarrà vigore il nuovo cinema horror americano degli anni '70. In poche parole, qui nasce tutto.
La storia è piuttosto debole e mette in campo di tutto (esperimenti fatti d aunos cienziato pazzo, un maniaco, sospetto vampirsmo) per ottenere molto poco. Ma il punto di forza è tutto nell'estetica; oltre agli strabilianti interni il film è fotografato in maniera sublime (i film dei decenni successivi dello stesso genere se la sogneranno una cura del genere) anche grazie a un Bava alle prime armi (anche regista senza crediti in quanto venne assunto a fine riprese per allungare il brodo con scene ex novo delle indagini). Infine i già citati effetti speciali si limitano a due scene di invecchiamento accelerato, un effetto incredibile, perfetto, senza sbavature che impressiona ancora adesso.
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