(Id.)
Visto su Netflix.
Aronofsky prende la storia biblica di Noè, la gonfia a dismisura introducendo personaggi e relazioni nuove e (questa l'idea fondamentale) la gestisce come un fantasy. Ed ecco fatto un film.
A monte di ogni giudizio fa piuttosto specie vedere un regista viscerale e circonvenuto come Aronofsky alle prese con un colossal dal sapore supereroistico, avrei scommesso fosse un film su commissione della Paramount rimaneggiato dall'autore se non ne avessi letto della precisa volontà di Aronofsky che da anni tentava di portare sullo schermo questa storia.
Detto ciò il film è, come già detto, un'avventura fantasy; un'ottica che, per le storie bibliche soprattutto per un europeo, è sostanzialmente nuova e, diciamocelo, vincente. La storia trattata in questo modo riesce ad avere un ritmo, un passo e un titanismo che difficilmente avrebbe avuto in altro modo, ma no solo questo. Aronofsky prende una delle storie bibliche più fantasiose (meno realistiche) e la gestisce con i linguaggi delle storie inverosimili cinematografiche, anziché il tentativo di un'agiografia di un personaggio impossibile. Fatto il salto l'effetto finale è garantito.
A fronte di questa idea di trama il film fa perno sui rapporti familiari come base del racconto, attriti, rapporti di fiducia e di forza che si muovono, si sbilanciano e si ricreano mentre questo gruppo di persone equilibrato viene messo in mezzo a una delle situazioni più estreme in assoluto.
A condire e a gonfiare c'è (e ci deve essere) un antagonista esterno che banalizza un poco e degli alleati esterni (gli angeli di pietra realizzati e animati benissimo che sono, di fatto, l'unico elemento dichiaratamente fantastico inserito a forza).
Peccato che l'arco narrativo sia scontato per gli scontri esterni e sia invece claudicante per quelli interni.
Per gli scontri esterni la scena di assalto all'arca è l'unica che si fa ricordare.
Gli scontri fra i membri della famiglia invece, una volta arrivato il diluvio diventano l'unica fonte di dinamismo ed essendo confinati in un luogo con pochi personaggi, diventano presto pretestuosi, ripetutitivi e con cambi improvvisi non giustificati.
Con tutto quanto ci si può chiedere se e dove Aronofsky si riconosca. Aronofsky c'è ed è riconoscibile. Splendido il time lapse per indicare il passare del tempo (la fonte d'acqua che diventa fiume), perfetto il continuo ritornare alla frutto della conoscenza e la morte di Abele con 3 immagini in sequenza riconoscibilissime (una sintesi rapida e perfetta fatta solo con immagini di comune riconoscibilità); idee ben congegnate, ma che, per me, sono pò poco.
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lunedì 27 aprile 2020
mercoledì 28 gennaio 2015
Il leone d'inverno - Anthony Harvey (1968)
(The lion in winter)
Visto in Dvx.
Re Enrico II deve decidere a quale dei suoi tre figli lasciare il regno dopo la sua morte, due li odio (e ne è odiato di rimando) il terzo è un idiota. Organizza quindi un Natale in famiglia, con i tre successori e la moglie (da anni reclusa in un castello in Inghilterra) per discutere (e litigare) sulla successione.
Opera teatrale magnifica, dall'andamento forsennato e dallo stampo sulfureo, un gioco di intrighi di palazzo continui, spesso poco chiari, ma sempre piuttosto aggressivi e dolorosi per una delle parti in gioco. Un film fatto di lunghi duelli verbali (non dialoghi; dire che quelli sono dialoghi è un eufemismo) e di prove di recitazione sopra le righe.
La coppia di attori protagonisti è da applausi a priori, un O'Toole e una Hepburn che litigano per stabilire chi dei due riesce ad essere più estremo senza scadere nel macchiettistico. Tra i figli c'è un giovane e oscuro Hopkins già bravo anche se, forse, un pò troppo carico.
Ovviamente la regia si appoggia tutta sugli attori (e non potrebbe fare altrimenti), indugiando sui volti e sui gesti più che sui luoghi.
Risulta evidente fin dall'inizio che il film può finire solo con una tragedia o con un nulla di fatto; ma la scena finale del saluto tra i due protagonisti mi sembra rivelatrice, alla fine si è trattato solo di un gioco, un lungo gioco distruttivo fatto da due giocatori troppo competitivi.
Visto in Dvx.
Re Enrico II deve decidere a quale dei suoi tre figli lasciare il regno dopo la sua morte, due li odio (e ne è odiato di rimando) il terzo è un idiota. Organizza quindi un Natale in famiglia, con i tre successori e la moglie (da anni reclusa in un castello in Inghilterra) per discutere (e litigare) sulla successione.
Opera teatrale magnifica, dall'andamento forsennato e dallo stampo sulfureo, un gioco di intrighi di palazzo continui, spesso poco chiari, ma sempre piuttosto aggressivi e dolorosi per una delle parti in gioco. Un film fatto di lunghi duelli verbali (non dialoghi; dire che quelli sono dialoghi è un eufemismo) e di prove di recitazione sopra le righe.
La coppia di attori protagonisti è da applausi a priori, un O'Toole e una Hepburn che litigano per stabilire chi dei due riesce ad essere più estremo senza scadere nel macchiettistico. Tra i figli c'è un giovane e oscuro Hopkins già bravo anche se, forse, un pò troppo carico.
Ovviamente la regia si appoggia tutta sugli attori (e non potrebbe fare altrimenti), indugiando sui volti e sui gesti più che sui luoghi.
Risulta evidente fin dall'inizio che il film può finire solo con una tragedia o con un nulla di fatto; ma la scena finale del saluto tra i due protagonisti mi sembra rivelatrice, alla fine si è trattato solo di un gioco, un lungo gioco distruttivo fatto da due giocatori troppo competitivi.
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lunedì 15 dicembre 2014
Magic, Magia - Richard Attenborough (1978)
(Magic)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un aspirante mago da di matto alla sua prima esibizione (il pubblico era francamente irritante); capisce quindi che i trucchetti con le carte, per quanto sudati per ottenerne il meglio, non possono reggersi da soli. Si inventa quindi un pupazzo da ventriloquo, un personaggio rozzo e divertente che prende in giro il mago stesso, con questa distrazione riesce a fare trucchi sempre più elaborati e raggiunge il successo... o almeno, lo raggiungerebbe. Il suo agente gli procura un accordo con la tv, ma prima deve sottoporsi ad un controllo medico; il mago fugge, cerca rifugio nel passato, ma la sua casa dell'infanzia è ormai un rudere; decide quindi di tornare nella casa di alcuni suoi vicini la cui figlia fu la sua prima infatuazione. Gli anziani genitori si sono ormai ritirati in Florida, ora li c'è solo la donna di cui era innamorato; il di lei marito è a caccia; figurarsi cosa non può succedere. Però c'è sempre il pupazzo, che da una parte risulta utile a stemperare le situazioni di tensione, dall'altra sembra crearle... anche perché il mago parla con il pupazzo anche quando si trova da solo con lui...
Più che un horror, come viene spesso definito, direi che siamo dalle parti del thriller. Un film solido ed inquietante, sostanzialmente impeccabile (tranne che per l'inizio, ben condotto con le scene mute e il protagonista che sembra doppiarle mentre racconta cosa sta succedendo; ben condotto, ma inutile) che riesce a tenere alta la tensione continuamente. Dovendolo contestare probabilmente avrei fatto a meno della scena finale, lo scioglimento che c'era stato poco prima l'avrei trovato sufficiente.
In ogni caso questo misconosciuto gioiello si può far vanto di due prestazioni particolarmente buone. Il protagonista ed il regista.
Anthony Hopkins è qui ad una delle sue più strambe interpretazioni di sempre; ma soprattutto ad una delle migliori interpretazioni. Se nella parte iniziale, dove si limita ad essere il timido maghetto è bravo, ma niente di più; nel graduale andare fuori di testa da lustro ad una serie di prestazioni da urlo (la scena in cui gattona per terra, poi si alza e gira su sé stesso perché glielo ordina il pupazzo è pazzesca), specie nelle discussioni con il nulla. Da sottolineare che Hopkins da la voce anche al pupazzo.
Il regista è il nostro amato Hammond, prima di interpretare Hammond e prima di realizzare quel biopic senza guizzi, ma ricco di pathos (e acchiappapremi) di "Gandhi". Qui si trova per le mani una sceneggiatura da urlo e decide di buttare tutto nel cesso; organizza un film magistrale, dai colori grigi o terrei, umido e sporco, con una tensione continua (una volta giunto nella baita direi che non c'è tensione solo per un paio di scene d'amore... ma forse neppure li il film ne è privo del tutto); ma soprattutto decide di giocare pesante e, dalla metà in poi, mantiene una gustosa ambiguità nella gestione della trama, tra la follia ed il soprannaturale. Bravissimo.
Infine una nota va fatta per la partecipazione di un Meredith magnifico nella parte del vecchio, ricco, mestierante; giuro di non averlo riconosciuto vestito così bene (nonostante questo film sia quasi equidistante fra "Rocky" e "Rocky 2"); una faccia da schiaffi bellissima con un paio di scene impeccabili che lo fanno catalogare direttamente fra i migliori caratteristi del cinema americano (la scena nel pranzo dove con il suo sorriso sempre in faccia maschera il disappunto per la testardaggine del mago e quella dello scontro nella baita, dove conduce lui il gioco per almeno 10 minuti, mostrando preoccupazione, sangue freddo e, verso la fine, la rabbia di chi non ha più voglia di discutere con un pazzo).
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un aspirante mago da di matto alla sua prima esibizione (il pubblico era francamente irritante); capisce quindi che i trucchetti con le carte, per quanto sudati per ottenerne il meglio, non possono reggersi da soli. Si inventa quindi un pupazzo da ventriloquo, un personaggio rozzo e divertente che prende in giro il mago stesso, con questa distrazione riesce a fare trucchi sempre più elaborati e raggiunge il successo... o almeno, lo raggiungerebbe. Il suo agente gli procura un accordo con la tv, ma prima deve sottoporsi ad un controllo medico; il mago fugge, cerca rifugio nel passato, ma la sua casa dell'infanzia è ormai un rudere; decide quindi di tornare nella casa di alcuni suoi vicini la cui figlia fu la sua prima infatuazione. Gli anziani genitori si sono ormai ritirati in Florida, ora li c'è solo la donna di cui era innamorato; il di lei marito è a caccia; figurarsi cosa non può succedere. Però c'è sempre il pupazzo, che da una parte risulta utile a stemperare le situazioni di tensione, dall'altra sembra crearle... anche perché il mago parla con il pupazzo anche quando si trova da solo con lui...
Più che un horror, come viene spesso definito, direi che siamo dalle parti del thriller. Un film solido ed inquietante, sostanzialmente impeccabile (tranne che per l'inizio, ben condotto con le scene mute e il protagonista che sembra doppiarle mentre racconta cosa sta succedendo; ben condotto, ma inutile) che riesce a tenere alta la tensione continuamente. Dovendolo contestare probabilmente avrei fatto a meno della scena finale, lo scioglimento che c'era stato poco prima l'avrei trovato sufficiente.
In ogni caso questo misconosciuto gioiello si può far vanto di due prestazioni particolarmente buone. Il protagonista ed il regista.
Anthony Hopkins è qui ad una delle sue più strambe interpretazioni di sempre; ma soprattutto ad una delle migliori interpretazioni. Se nella parte iniziale, dove si limita ad essere il timido maghetto è bravo, ma niente di più; nel graduale andare fuori di testa da lustro ad una serie di prestazioni da urlo (la scena in cui gattona per terra, poi si alza e gira su sé stesso perché glielo ordina il pupazzo è pazzesca), specie nelle discussioni con il nulla. Da sottolineare che Hopkins da la voce anche al pupazzo.
Il regista è il nostro amato Hammond, prima di interpretare Hammond e prima di realizzare quel biopic senza guizzi, ma ricco di pathos (e acchiappapremi) di "Gandhi". Qui si trova per le mani una sceneggiatura da urlo e decide di buttare tutto nel cesso; organizza un film magistrale, dai colori grigi o terrei, umido e sporco, con una tensione continua (una volta giunto nella baita direi che non c'è tensione solo per un paio di scene d'amore... ma forse neppure li il film ne è privo del tutto); ma soprattutto decide di giocare pesante e, dalla metà in poi, mantiene una gustosa ambiguità nella gestione della trama, tra la follia ed il soprannaturale. Bravissimo.
Infine una nota va fatta per la partecipazione di un Meredith magnifico nella parte del vecchio, ricco, mestierante; giuro di non averlo riconosciuto vestito così bene (nonostante questo film sia quasi equidistante fra "Rocky" e "Rocky 2"); una faccia da schiaffi bellissima con un paio di scene impeccabili che lo fanno catalogare direttamente fra i migliori caratteristi del cinema americano (la scena nel pranzo dove con il suo sorriso sempre in faccia maschera il disappunto per la testardaggine del mago e quella dello scontro nella baita, dove conduce lui il gioco per almeno 10 minuti, mostrando preoccupazione, sangue freddo e, verso la fine, la rabbia di chi non ha più voglia di discutere con un pazzo).
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venerdì 10 dicembre 2010
Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni - Woody Allen (2010)
(You will meet a tall dark stranger)
Visto al cinema.
Diciamolo subito; questo è il peggior film di Allen degli ultimi cinque anni (prima no, perchè prima c'è il fastidiosissimo "Anything else")... però bisogna anche ammettere che nell'ultimo lustro, Woody Allen, ha sfornato un film migliore dell'altro...
In ogni caso, questo è il classico film corale che parla di metafisica e spiritismo, dell'arte (della volontà di farle vs il talento), della tendenza innata dell'uomo normale ad infrangere la legge in condizioni particolari e della labilità dei rapporti amorosi.
Il tutto è raccontato con un po di ironia, ma neanche tanta, e senza particolare drammaticità. Si insomma, una commediola sulla vita umana.
Quello che ne esce fuori è un film di classe, diretto in maniera adatta e ben recitato (i migliori sono senza dubbio la coppia Hopkins/Punch), senza particolari picchi, ma decisamente gradevole... si insomma, una pausa di riflessione dopo una serie di capolavori.
Visto al cinema.
Diciamolo subito; questo è il peggior film di Allen degli ultimi cinque anni (prima no, perchè prima c'è il fastidiosissimo "Anything else")... però bisogna anche ammettere che nell'ultimo lustro, Woody Allen, ha sfornato un film migliore dell'altro...
In ogni caso, questo è il classico film corale che parla di metafisica e spiritismo, dell'arte (della volontà di farle vs il talento), della tendenza innata dell'uomo normale ad infrangere la legge in condizioni particolari e della labilità dei rapporti amorosi.
Il tutto è raccontato con un po di ironia, ma neanche tanta, e senza particolare drammaticità. Si insomma, una commediola sulla vita umana.
Quello che ne esce fuori è un film di classe, diretto in maniera adatta e ben recitato (i migliori sono senza dubbio la coppia Hopkins/Punch), senza particolari picchi, ma decisamente gradevole... si insomma, una pausa di riflessione dopo una serie di capolavori.
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