(mother!)
Visto in tv.
Una coppia (con una buona differenza d'età) abita nella ristrutturata casa di lui (ma è stata lei ha rimetterla a nuovo dopo un incendio). Lui è uno scrittore e viene visitato da un uomo che si insedia a casa loro rivelandosi un fan, dopo di lui arriverà la moglie i due figli fino a un'invasione di amici e parenti che si concluderà con uno scontro e del sesso riparatore. Lei rimane incinta.
Lui scriverà una nuova opera che porterà nuova fortuna e una nuova home invasion da parte di centinaia di fan proprio verso il nono mese di gravidanza.
Film allegorico di Aronofsky, così ricco di rimandi, situazioni paradossali, un finale estremo e riferimenti biblici da renderne la comprensione al di là delle umane capacità. Col senno di poi, leggendone, il significato appare lampante, ma durante la visione si viene catturati da altro.
La prima parte è un thriller surreale perfetto, un home invasion atipico e particolarissimo che, con una degna conclusione, potrebbe resistere come film a parte. forte di un gusto per il perturbante che è la vera dote del regista (mettere i personaggi in situazioni insopportabili e far provare lo stesso fastidio allo spettatore) e un cast ottimo che si avvale della migliore Pfeiffer che abbia visto da anni.
La seconda parte invece è una folle cavalcata nel caso. Partendo sempre da una situazione paradossale, ma quasi realistica diventa una carrellata di atrocità vagamente collegate fra loro, fino al picco del post partum. Ecco qui il film si perde maggiormente, volendo mostrare moltissimo in poco tempo il film non riesce a stare dietro alle sue stesse intenzioni e depotenzia scena dal possibile effetto esplosivo (nulla paragonabile a quella finale che riesce quasi alla perfezione... quasi); se lo si prende solo come il tentativo di rendere per immagine il caso il risultato è vincente.
Chiaro però che non è quello l'intento di Aronofsky.
Le due parti del film poi dialogano solo nell'idea allegorica complessiva che, se sfugge, rende il film un collage mal realizzato.
Il film non può dirsi completamente riuscito, troppo pretenzioso e arrogante (in senso quasi positivo), ma se fallisce (e direi di si), fallisce in maniera meravigliosa e disturbante.
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giovedì 23 gennaio 2020
mercoledì 13 dicembre 2017
Assassinio sull'Orient Express - Kenneth Branagh (2017)
(Murder on the Orient Express)
Visto al cinema.
Il film, tratto dal noto libro della Christie, si rifà in maniera diretta all'altrettanto noto film di Lumet del 1974. Identico è il cast stellare che eclissa il protagonista, identica la voglia macchiettistica di tratteggiare un Poirot caratterialmente indelebile, identica, infine, la certezza di dover creare un falso wodunit, un giallo in cui l'acume del protagonista potrà mettere insieme dei pezzi che lo spettatore non potrà mai fare allo stesso modo.
Supportato da uno dei romanzi più atipici della scrittrice inglese, Branagh, mette in scena un film realizzato in uno spazio limitato, con cast enorme e ambientazioni di particolare eleganza dando, inoltre, sfogo a un esibizionismo senza precedenti. Perché prima ancora che accusare Branagh di aver fatto un film teatrale, bisognerebbe ammettere che ha fatto un film con mattatore assoluto sé stesso. Il film gira tutto intorno a Poirot come personaggio principale, meglio caratterizzato e l'unico con una parabola all'interno del minutaggio; l'unico, infine, adeguatamente caratterizzato da risultare realmente interessante; pure con degli eccessi moraleggianti o di background fastidiosamente suggerito (la foto dell'amata mostrata a più riprese). Sia chiaro, non è una colpa, solo una scelta stilistica che in tutti i suoi precedenti era, tutto sommato, meno marcata.
Il film è esteticamente bellissimo. La cura enorme messa nella realizzazione degli interni e dei vestiti si sposa perfettamente con la messa in scena del regista; per ogni personaggio interrogato cambia location, punti di inquadratura, se necessario messa a fuoco, dando libero sfogo a ogni più represso desiderio estetico più che di realismo (arrivando a condurre un interrogatorio in esterni in mezzo alla neve). Inoltre, Branagh, elimina la componente di potenziale noia (nella ripetitività delle sequenze e nella limitata unità di spazio) con la sua regia più dinamica, con giochi di montaggio ottimi e una macchina da presa mobilissima (splendidi piani sequenza che sembrano realizzati ad hoc per diventare il trailer, inquadrature dall'alto al limite dell'utilità, movimenti della mdp in esterni che sottolineano l'ambientazione, ecc..).
Quello che però non funzione è lo svolgimento della storia. Eliminati gli inciampi di ritmo, manca però al sostanza. Troppi gli strappi di sceneggiatura, i raccordi mancanti, l'opacità nei passaggi determinanti (difetti interni al racconto particolare, ma qui enfatizzati da una certa superficialità), ma soprattutto, un disinteresse quasi patologico per tutti gli altri personaggi. Il cast è sfruttato malissimo, con personaggi bidimensionali, quando non del tutto caricaturali, che non hanno spazio per esprimersi adeguatamente e che, di conseguenza, spingono la gran parte degli attori a una performance decisamente sottotono (salverei solo la Pfeiffer e la Cruz, ma unicamente in alcune sequenze centrali).
Nel complesso un film bellissimo che lascia l'amaro in bocca per più (troppe) ragioni.
Visto al cinema.
Il film, tratto dal noto libro della Christie, si rifà in maniera diretta all'altrettanto noto film di Lumet del 1974. Identico è il cast stellare che eclissa il protagonista, identica la voglia macchiettistica di tratteggiare un Poirot caratterialmente indelebile, identica, infine, la certezza di dover creare un falso wodunit, un giallo in cui l'acume del protagonista potrà mettere insieme dei pezzi che lo spettatore non potrà mai fare allo stesso modo.
Supportato da uno dei romanzi più atipici della scrittrice inglese, Branagh, mette in scena un film realizzato in uno spazio limitato, con cast enorme e ambientazioni di particolare eleganza dando, inoltre, sfogo a un esibizionismo senza precedenti. Perché prima ancora che accusare Branagh di aver fatto un film teatrale, bisognerebbe ammettere che ha fatto un film con mattatore assoluto sé stesso. Il film gira tutto intorno a Poirot come personaggio principale, meglio caratterizzato e l'unico con una parabola all'interno del minutaggio; l'unico, infine, adeguatamente caratterizzato da risultare realmente interessante; pure con degli eccessi moraleggianti o di background fastidiosamente suggerito (la foto dell'amata mostrata a più riprese). Sia chiaro, non è una colpa, solo una scelta stilistica che in tutti i suoi precedenti era, tutto sommato, meno marcata.
Il film è esteticamente bellissimo. La cura enorme messa nella realizzazione degli interni e dei vestiti si sposa perfettamente con la messa in scena del regista; per ogni personaggio interrogato cambia location, punti di inquadratura, se necessario messa a fuoco, dando libero sfogo a ogni più represso desiderio estetico più che di realismo (arrivando a condurre un interrogatorio in esterni in mezzo alla neve). Inoltre, Branagh, elimina la componente di potenziale noia (nella ripetitività delle sequenze e nella limitata unità di spazio) con la sua regia più dinamica, con giochi di montaggio ottimi e una macchina da presa mobilissima (splendidi piani sequenza che sembrano realizzati ad hoc per diventare il trailer, inquadrature dall'alto al limite dell'utilità, movimenti della mdp in esterni che sottolineano l'ambientazione, ecc..).
Quello che però non funzione è lo svolgimento della storia. Eliminati gli inciampi di ritmo, manca però al sostanza. Troppi gli strappi di sceneggiatura, i raccordi mancanti, l'opacità nei passaggi determinanti (difetti interni al racconto particolare, ma qui enfatizzati da una certa superficialità), ma soprattutto, un disinteresse quasi patologico per tutti gli altri personaggi. Il cast è sfruttato malissimo, con personaggi bidimensionali, quando non del tutto caricaturali, che non hanno spazio per esprimersi adeguatamente e che, di conseguenza, spingono la gran parte degli attori a una performance decisamente sottotono (salverei solo la Pfeiffer e la Cruz, ma unicamente in alcune sequenze centrali).
Nel complesso un film bellissimo che lascia l'amaro in bocca per più (troppe) ragioni.
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lunedì 17 dicembre 2012
L'età dell'innocenza - Martin Scorsese (1993)
(The age of innocence)
Visto in Dvx.
Visto in Dvx.
Continuo a sostenere che il
periodo migliore (per qualità, quantità e costanza) della carriera di Scorsese
siano stati gli anni ’90 (magari allungandoli dalla metà degli anni ’80); e
questo film c’entra a pieno titolo.
Nella comunità upper class,
estremamente chiusa, formale e snob (molto più che nella vecchia Inghilterra)
della New York di fine ‘800 giunge Michelle Pfeiffer che ha lasciato il marito;
problema socialmente impossibile da risolvere. Proveranno a darle una mano
(sempre socialmente) la neo-coppietta formata dalla Ryder e Day-Lewis.
Ovviamente quest’ultimo si innamorerà della donna e sarà un continuo inseguire
e allontanarsi, perdersi e riallacciarsi fra tutti i membri della famiglia;
fino al finale dove una menzogna presa per vera (e poi avveratasi) farà in modo
di concludere il tutto, mentre l’intera storia d’amore sarà trasformata in una
menzogna mai avverata.
In definitiva densissimo film
sull'apparire declinato sotto ogni forma, dalle consuetudini, all'estetica fino
al concetto di verità come superficie delle cose.
In tutto questo parlare di
apparenza è evidente che Scorsese non poteva restarsene al di fuori e se
Kubrick con il suo “Barry Lyndon” volle provare a ridurre un epoca in un
quadro, qui il regista vuole rendere tridimensionale quel quadro (che poi vuol
dire fare un film) e nel dargli profondità si muove con una mdp sinuosa,
indugia sui dettagli dell’arredamento e del vestire, indugia sul cibo (mai come
in questo film, costumi e messa in scena globale hanno avuto peso nella
filmografia di Scorsese), mostra tutto con uno spirito documentaristico ad un
passo dal voyer, ma con lo stile che gli è consueto.
Di fatto cambia poco da “Quei bravi ragazzi” a questo film, i carrelli, i colori, i dettagli, tutto è usato
nello stesso modo, cambia il ritmo. In questo film Scorsese rallenta, è sempre
presente, ma si muove con calma, si prende i suoi tempi, indugia sulla
superficie (l’apparire). Si muove con una tale grazia che potrebbe, talvolta,
sembrare assente, eppure già nei pochi minuti iniziali si vede che il film non
è uno dei soliti fatti da Ivory, che c’è qualcosa in più.
Va sottolineato come tutto il
cast sia impeccabile, se questo è ovvie per Day-Lewis, è meno scontato per le
due comprimarie, dalla Pfeiffer anch’essa nel suo periodo d'oro, alla Ryder ormai abbonata ai ruoli di giovincella frigida in
costume.
mercoledì 16 maggio 2012
Dark Shadows - Tim Burton (2012)
(Id.)
Visto al cinema.
Un uomo trasformato in vampiro nel 1700 a causa di una strega innamorato di lui, viene risvegliato nel 1972; ritroverà i suoi discendenti e cercherà di ricostruire la grandezza della sua famiglia. Questa è l'essenza della trama, che però passa in netto secondo piano rispetto all'estetica del film ed i rapporti fra i personaggi.
Ma andiamo con ordine, per prima cosa c'è da dire che il film mi è piaciuto. Mi è piaciuto perché raffrontato con i precedenti film di Burton (e soprattutto con il terribile "Alice") questo è un capolavoro.
In secondo luogo questo film azzecca due cose fondamentali, diverte ed intrattiene bene; trova il tono giusto e il ritmo perfetto.
Secondo grande pregio, la confezione. Il film è (come al solito) esteticamente perfetto, stiloso e chiassoso quanto deve, gotico e oscuro quanto riesce, utilizzando la differenza di epoche tra il vampiro e gli anni '70 come punto di forza della messa in scena più che della storia.
Terzo encomio per il cast. Non è tanto Depp a colpire (anche se qui per la prima volta da 10 anni recita ogni tanto anziché riproporre di nuovo Jack Sparrow con un trucco diverso), ma i comprimari, su tutti Michelle Pfeiffer (impeccabile) ed Eva Green (bella; e si sapeva; ma soprattutto perfetta in una parte costantemente sopra le righe).
Quarto, il citazionismo, quando non è urlato (ance se evidente), piace. Al di la dell'ovvio "Nosferatu" ho notato diverse atmosfere "alla Corman" davvero ragguardevoli (il Vincent Price de "La tomba di Ligeia" è perfettamente calato nel mondo timburtiano).
Detto ciò le parti negative... in primo luogo direi il finale, banale e riappacificatore, nonché sconnesso, tutto giocato sul "buttare su" tutto quello che viene in mente purché faccia gotico. Per carità, molte idee sono fantastiche (le statue che si muovo che non vedevo dall'epoca di "Haunting", o il corpo da bambola di porcellana che si spezza), ma sembra davvero un costante giocare al rialzo perché non si sa bene come finire.
Infine c'è da sottolineare la perdita totale della tematica base di Burton, l'outsider della società borghese, reso mostro dalla società stessa, ma di fatto migliore d'essa. qui l'outsider c'è ed è reso mostruoso da chi poi diventerà capo spirituale della società borghese... ma stavolta il mostro non si limita a cercare di sopravvivere e a lottare solo per difendere ciò che c'è di buono. Stavolta il mostro lotta fin dall'inizio per l'odio e per difendere la famiglia; stavolta non è un perdente che ci prova, ma un vincente che torna alla ribalta. Stavolta c'è uno scontro fra titani, alla pari. Il che non è una cosa negativa in se; però è evidente che a Tim Burton non fa piacere d'aver cambiato e ogni 3 scene ci prova a cambiare registro e a far sembrare i protagonisti positivi come vittime di un sistema (la madre morta del bambino, tutta la storia d'amore interrotta dalla morte, il vampirismo come limite per essere accettato dalla società, ecc...), aumentando solo la confusione senza azzeccare l'obbiettivo...
Un film che considero complessivamente positivo... "Edward mani di forbice" rimana comunque tutta un'altra cosa.
PS: cameo risicato per Christopher Lee che però stavolta si ritrova nella parte della vittima di un vampiro!
Visto al cinema.
Un uomo trasformato in vampiro nel 1700 a causa di una strega innamorato di lui, viene risvegliato nel 1972; ritroverà i suoi discendenti e cercherà di ricostruire la grandezza della sua famiglia. Questa è l'essenza della trama, che però passa in netto secondo piano rispetto all'estetica del film ed i rapporti fra i personaggi.
Ma andiamo con ordine, per prima cosa c'è da dire che il film mi è piaciuto. Mi è piaciuto perché raffrontato con i precedenti film di Burton (e soprattutto con il terribile "Alice") questo è un capolavoro.
In secondo luogo questo film azzecca due cose fondamentali, diverte ed intrattiene bene; trova il tono giusto e il ritmo perfetto.
Secondo grande pregio, la confezione. Il film è (come al solito) esteticamente perfetto, stiloso e chiassoso quanto deve, gotico e oscuro quanto riesce, utilizzando la differenza di epoche tra il vampiro e gli anni '70 come punto di forza della messa in scena più che della storia.
Terzo encomio per il cast. Non è tanto Depp a colpire (anche se qui per la prima volta da 10 anni recita ogni tanto anziché riproporre di nuovo Jack Sparrow con un trucco diverso), ma i comprimari, su tutti Michelle Pfeiffer (impeccabile) ed Eva Green (bella; e si sapeva; ma soprattutto perfetta in una parte costantemente sopra le righe).
Quarto, il citazionismo, quando non è urlato (ance se evidente), piace. Al di la dell'ovvio "Nosferatu" ho notato diverse atmosfere "alla Corman" davvero ragguardevoli (il Vincent Price de "La tomba di Ligeia" è perfettamente calato nel mondo timburtiano).
Detto ciò le parti negative... in primo luogo direi il finale, banale e riappacificatore, nonché sconnesso, tutto giocato sul "buttare su" tutto quello che viene in mente purché faccia gotico. Per carità, molte idee sono fantastiche (le statue che si muovo che non vedevo dall'epoca di "Haunting", o il corpo da bambola di porcellana che si spezza), ma sembra davvero un costante giocare al rialzo perché non si sa bene come finire.
Infine c'è da sottolineare la perdita totale della tematica base di Burton, l'outsider della società borghese, reso mostro dalla società stessa, ma di fatto migliore d'essa. qui l'outsider c'è ed è reso mostruoso da chi poi diventerà capo spirituale della società borghese... ma stavolta il mostro non si limita a cercare di sopravvivere e a lottare solo per difendere ciò che c'è di buono. Stavolta il mostro lotta fin dall'inizio per l'odio e per difendere la famiglia; stavolta non è un perdente che ci prova, ma un vincente che torna alla ribalta. Stavolta c'è uno scontro fra titani, alla pari. Il che non è una cosa negativa in se; però è evidente che a Tim Burton non fa piacere d'aver cambiato e ogni 3 scene ci prova a cambiare registro e a far sembrare i protagonisti positivi come vittime di un sistema (la madre morta del bambino, tutta la storia d'amore interrotta dalla morte, il vampirismo come limite per essere accettato dalla società, ecc...), aumentando solo la confusione senza azzeccare l'obbiettivo...
Un film che considero complessivamente positivo... "Edward mani di forbice" rimana comunque tutta un'altra cosa.
PS: cameo risicato per Christopher Lee che però stavolta si ritrova nella parte della vittima di un vampiro!
venerdì 11 maggio 2012
Le relazioni pericolose - Stephen Frears (1988)
(Dangerous liaisons)
Registrato dalla tv.
Frears costruisce un film sontuoso, esteticamente perfetto tutto improntato nel seguire gli attori, con una continua sequenza di primissimi o primi piani, alcune figure intere quando necessario e rari campi lunghi. Il regista capisce che il fulcro di tutto sono i personaggi ed il modo in cui sono resi e si attacca ai volti e agli sguardi senza mai perderli.
Registrato dalla tv.
Frears costruisce un film sontuoso, esteticamente perfetto tutto improntato nel seguire gli attori, con una continua sequenza di primissimi o primi piani, alcune figure intere quando necessario e rari campi lunghi. Il regista capisce che il fulcro di tutto sono i personaggi ed il modo in cui sono resi e si attacca ai volti e agli sguardi senza mai perderli.
L’idea non è nuova, ma ben fatta
ed il film ne giova tantissimo. In realtà il gioco è delicato, basta un piccolo
errore di casting e tutto è perduto; invece il cast è tutto all’altezza dai
comprimari a i due grandiosi protagonisti.
E qui si arriva al centro del
film John Malkovich e Glenn Close. Malkovich recita come sempre, gigioneggiando
nella parte dello strabico libertino dalla morale propria alla Wilde intriso di
zolfo; ma è tenuto a bada da una regia che sa quello che vuole ottenere, creando
una spalla perfetta per Glenn Close…
Poi c’è lei, l’attrice più brutta
che il cinema abbia mai partorito, ma anche una delle più brave, qui regala la
sua Cappella Sistina. Un personaggio pessimo tutto giocato sull’ambivalenza,
sull’ipocrisia e sulla menzogna che parla in maniera impeccabile con le parole,
ma comunica tutto con gli sguardi obliqui, i ghigni di gioia ed i pochi gesti
stizziti. Tutto è giocato al limite della credibilità, basterebbe un nulla per
andare fuori dalle righe e nel manieristico, ma la Close non sbaglia nulla, e
crea un personaggio vero, trasmesso in maniera totale e con una capacità tale
da riuscire ad essere affascinante… tremo a dirlo, ma Glenn Close non è mai
stata così bella come in questo film, ha il fascino del male.
Un film strepitoso, da vedere
assolutamente.
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