giovedì 20 gennaio 2011

La bella e la bestia - Jean Cocteau (1946)

(La belle et la bête)

Visto in VHS.

Questo film è palesemente la base da cui la Disney ha tratto il suo cartone!!! È evidente dall’estetica dei personaggi, e dal fatto che nella storia originale ci fossero solo le 2 sorelle e non Gaston, che viene invece introdotto da Cocteau (anche se in questo film non si chiama così, ma poco importa)!!!
In ogni caso, lo dico subito il film Disney è decisamente superiore.
L’opera di Cocteau invece risulta abbastanza incomprensibile e noiosetta nella trama; è infatti ripetitiva negli avvenimenti e troppe cose vengono date per scontate (il fatto che la bestia fumi a causa degli omicidi che compie l’ho capito dopo un po e solo perché Cocteau stesso ne fa un rapido accenno nell’intro)… ma d’altra parte non è da vedere per questo motivo.
Cocteau è famoso per il suo stato sognante, per l’onirismo che impera nei suoi film, e questo certo non fa eccezione. Se la maschera della Bestia è già di per se ottima, le idee di scenografia cono imbattibili, come i candelabri sorretti da mani che escono dai muri o le stanze rese enormi da un’ombra costante che non ne mostra i limiti. Oltre ovviamente agli effetti speciali, realizzati per lo più facendo tornare indietro le immagini, creando un effetto straniante e perfettamente riuscito.
Curioso notare che, come nel successivo film Disney, la Bestia risulti decisamente più interessante del principe in cui si trasforma.

mercoledì 19 gennaio 2011

Prima che sia notte - Julian Schnabel (2000)

(Before night falls)

Visto in VHS.

La vita dello scrittore cubano Reinaldo Arenas dalla nascita alla morte a NY, inutile dire che essendo libero, spregiudicato e omosessuale, non poteva stare molto simpatico al regime.

Schnabel inizia con un incipit da urlo, che fonde parole, immagini e movimenti di camera in maniera talmente perfetta che sembra non aver mai fatto altro in vita sua. Nel momento del gigantesco dolly dalla buca in cui scava il bambino fino all’alto possono sgorgare spontaneamente lacrimi di gioia.

Poi però il film si perde, la storia diventa ripetitiva e poco incisiva. L’opera dello scrittore, o meglio, la sua importanza, non vengono trasmessi e si perde il significato e la portata degli eventi. Ma soprattutto i virtuosismi di Schnabel diventano sempre più radi ed inutili, autoreferenziali.

Un film carino che però ha troppe pretese, e risultati troppo miseri; sul finale annoia.

PS: Johnny Depp ha uno dei doppi ruoli più curiosi della sua carriera.

martedì 18 gennaio 2011

Non ci resta che piangere - Roberto Benigni, Massimo Troisi (1985)

(Id.)

Visto in Dvx.

Ceci n’est pas un film. È il classico espediente dei comici di successo di pigliare soldi al botteghino oltre che dalla tv…

Per carità, il film è pure divertente, ha molti momenti in cui non si può non ridere (anche se io ho delle difficoltà tecniche nel capire Troisi, già biascica più che parlare, se poi usa solo in napoletano neanche mi ci metto a tentare di comprenderlo), ma il film rimane un insieme di gag disgiunte, con un ottimo incipit , ma senza struttura e senza finale; che si avvale della collaudatissima strategia della strana coppia. I riferimenti a Totò e De Filippo sono addirittura esplicitati nella scena della lettera, ma gli originali rimangono (a mio avviso) migliori perché riescono ad avere meno tempi morti di Benigni/Troisi, sembrano meno improvvisazioni da sagra e uno straccio di linea narrativa l’avevano quasi sempre.

lunedì 17 gennaio 2011

City of life and death - Chuan Lu (2009)

(Nanjing! Nanjing)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un altro film di regime, su un’altra guerra. La Cina mostra i suoi muscoli cinematografici e fa vedere che riesce a fare i kolossal pure lei, e nel frattempo sputa un po di veleno contro i giapponesi.

Il film mostra l’invasione di Nanchino da parte dei giapponesi durante la seconda guerra mondiale e di tutte le atrocità compiute su una popolazione inerme, ma orgogliosa…

Il film è esteticamente ottimo, con un intenso bianco e nero ed una ricostruzione degli esterni da far impallidire “Il pianista”. La regia poi non spiccherà per originalità, ma fa quello che può per non annoiare mai, ed in un melo drammone di qualche ora è molto.

Tutto il problema sta nella storia, se nei primi 15 minuti i giapponesi sono rappresentati come un esercito di esseri umani, impreparati a gestire un evento così grande, nel giro di un paio di inquadrature diventano una selva di barbari aguzzini che si divertono a compiere varie ed eventuali atrocità, tanto da far passare per buoni i nazisti (che si occupano, degnamente del campo profughi). Non nego la realtà storica degli eventi, e c’è da dire che un giapponese è presentato come un essere umano, ma questa lunga sequela di efferatezza risulta stucchevole ed inutile, anzi utile ad un regime per creare il solito senso di unità nazionale, ma è poco cedibile e soprattutto indifferente alle motivazioni degli individui…

Poi ripenso che i giapponesi sono per i cinesi gli equivalenti dei nazisti per gli europei e cerco di ricordare un film in cui i nazisti vengono mostrati come essere umani….

domenica 16 gennaio 2011

Alessandro Nevsky - Sergei Mikhailovic Eisenstein (1938)

(Aleksandr Nevskiy)

Visto in DVD.

Un film voluto dal regime, tutto intriso del noioso nazionalismo russo e che fruttò al comunque inviso Eisenstein un qualche riconoscimento bolscevico.
Sul finire degli anni ’30, la Russia ha la Germania alle porte e decide di scongelare la leggenda di Aleksandr Nevskiy, che unì le città russe per sconfiggere i terrifici teutoni. Il film è tutto qui, ingenuo, noioso e pedante (unica cosa da ricordare l’impagabile la scena in cui i teutoni gettano ad uno ad uno i bambini russi su di una pira fiammeggiante) in cui il povero Eisenstein è costretto a destreggiarsi. Così tra un protagonista cristologico e dialoghi imbarazzanti, il geniale regista tira fuori un film che è quasi interamente composto da cartoline. Un susseguirsi di inquadrature estetizzanti, rigidamente controllata (ovviamente non durante le battaglie), che certamente alleviano la sofferenza della visione, ma non la eliminano; e soprattutto non sono al livello delle sue opere del periodo del muto…
Il film è un pezzo di cinema da conoscere; ma non si può avere l’obbligo di amarlo, credo sia contro natura.

sabato 15 gennaio 2011

La vita è meravigliosa - Frank Capra (1946)

(It's a wonderful life)

Visto in DVD.

Commedia dolcissima ma non sdolcinata, imperniata su di un uomo buono che ammazza le sue ambizioni a causa degli altri e, come solo nei film di Capra succede, viene poi ripagato con l’altrui generosità.
Il film si fa seguire con una storia dalle giuste dosi di ritmo e grazia e con alcuni magnifici momenti di reale maestria nelle storie d’amore, come da bambini quando mary sussurra il suo amore nell’orecchio sordo, il dialogo al telefono a tre in cui i due innamorati si attraggono e respingono contemporaneamente… ecc…
Godibile oltre ogni dire e soprattutto non irritante, neppure nello zuccheratissimo finale. Un film che incita alla vita senza mai scadere nel già visto o nel già detto.
La vita è meravigliosa risulta anche importante nell’immaginario cinematografico statunitense per alcune idee poi ripetutamente sfruttate, come Dio rappresentato come una galassia (o una nebulosa, non me ne intendo benissimo di astronomia), l’angelo inviato dal cielo che mostra come sarebbe il mondo se il protagonista non fosse mai nato, o il canto in coro di canzoni natalizie nel finale (che si ritrova in quasi tutti i telefilm made in USA).

venerdì 14 gennaio 2011

Sussurri e grida - Ingmar Bergman (1972)

(Viskningar och rop) Visto in DVD.

Questo film di Bergman è come un libro di Ford Madox Ford, o un’opera di Schönberg; si può non apprezzarlo, non arrivare neppure alla fine, eppure la profondità che c’è dentro è indubbia, e la perfezione formale è enorme.

La storia di tre sorelle (e una governante) che si prendono cure di una di loro, malata e morente e che rappresentano 4 archetipi umani, 4 modi di affrontare l’esistenza, o semplicemente 4 facce dello stesso animo (Bergman sosteneva che tutte e 4 fossero prese da sua madre, senza che il film fosse una biografia).

La storia è scarnissima, i silenzi lunghi, gli eventi pochi come i personaggi e i gesti, o quotidiani o eccessivi… eppure tutto è impeccabile, se ci si lascia trascinare dentro la storia non ci si può annoiare, l’unico rischio è il terribile amaro in bocca che lascia questo film, quasi più d’ogni altro fra le opere di Bergman.

Tecnicamente poi è realmente qualcosa di speciale. La macchina da presa indugia sui dettagli e insiste sui primissimi piani, con continui avvicinamenti come mai nella carriera del regista; la storia già chiusa dentro una casa, viene ulteriormente resa intimistica dalle inquadrature. La fotografia tutta improntata sul rosso e sul rapporto tra questo colore e il bianco (e, dopo la morte, anche col nero), con la creazione di un ambiente irreale, senza tempo, a se stante. Lo stesso Bergman sosteneva che ogni suo film a colori avrebbe potuto realizzarlo anche in B/N, tranne questo, perché il film è un’anatomia dell’animo umano e il rosso è il colore dell’anima.

Non ci si aspetti un’opera facile, accogliente o conciliante; non ci si aspetti intrattenimento; questo film deve essere visto come un trattato di filosofia o di teologia, non ti fa passare un’ora e mezza gioiosa, ma ti da spunti, informazioni o punti di vista che non troverai mai su Panorama.

Impeccabile il cast, costretto a recitare come non mai.

PS: i film di Bergman sono una serie di preti, una sequenza di pastori tutti improntati verso la ricerca di una fede che non hanno loro per primo; quello in questo film è forse uno dei più struggenti, è presente in un’unica sequenza eppure lascia il segno. Pregando per la morta al suo capezzale, in realtà prega la morta di dargli un segno dell’esistenza di dio, e facendolo si lascia sfuggire una lacrima; alzandosi poi afferma che quella donna aveva più fede di lui. Stupendo.

giovedì 13 gennaio 2011

Lili Marleen - Rainer Werner Fassbinder (1981)

(Id.)

Visto in DVD.

La storia del successo della canzone “Lili Marleen” è legato a storie di amore e spie nella Germania nazista; almeno secondo Fassbinder. Il film è proprio la storia d’amore, per lo più a distanza fra una cantante di locali notturni (Schygulla) e un ebreo svizzero che lavora per far fuggire nel suo paese gli ebrei tedeschi (Giannini); fra loro si opporranno il ricco padre di lui, il nazismo, la guerra, e ancora il nazismo, mentre lei riuscirà a raggiungere il successo nonostante limitate capacità canore, e lui sarà invece catturato.
Storie di amore e spie, come si diceva, e fraintendimenti, dalla storia estremamente canonica, eppure condotta con uno stile asciutto che fa perdonare ogni cosa. La regia di Fassbinder è appena sotto a quella di “Un anno con 13 lune”, appena meno originale, mantiene però tutto il dinamismo con continui carrelli (quanto è bello vedere un film del genere).
Molti i tocchi d stile; l’incontro con Hitler che viene mostrato con l’entrata della cantante dentro un’enorme porta da cui esce una luce accecante; i soldati che cantano la canzone del titolo ormai diventata proibita mentre partono per il fronte con la cantante che se ne va impettita (ok, è vero, è piuttosto di maniera come scena, ma è messa nel momento giusto, con la giusta freddezza); oppure che ogni volte che la Schygulla canta vengono intercalate scene di battaglia con quelle del suo spettacolo, come a continua memoria che mentre tutto questo succedeva fuori impazzava una guerra.
Bravo Fassbinder.

mercoledì 12 gennaio 2011

TRON: legacy - Joseph Kosinski (2010)

(Id)

Visto al cinema.

Per prima cosa voglio dire che il “Tron” originale non l’ho mai visto. L’ho cercato, già da parecchio, perché mi affascina l’archeologia CGI, ma non sono riuscito a trovarlo; speravo in Ghezzi, ma si vede che la Rai non ha i diritti… questo per dire che non so bene da dove parta questo sequel, quanto sia fedele o meno, quanto sia figo lo sviluppo della storia a partire dall’originale (anche se mi pare che sia abbastanza affascinante); dirò di più, ho come il sospetto che Jeff Bridges non fosse neanche il protagonista nell’82, un giorno andrò a togliermi il dubbio su wikipedia, ma per ora sono troppo pigro per farlo.

Partiamo subito dalle due innovazioni più importanti, il 3D e la faccia del Jeff Bridges da giovane.
Il 3D non è qualitativamente spettacolare e, salvo l’inizio, neppure usato un granché. Dirò di più, le pubblicità prima dell’inizio del film avevano un 3D decisamente più profondo ed affascinante. Però bisogna che qualcuno lo dica, questo è un film fondamentale in quanto è il primo che crea un significato al 3D, il primo che gli da uno scopo (il 3D, salvo nell’incipit dove è usato perché fa figo, serve ad identificare il mondo virtuale, perché sembri più reale, la realtà invece è in un 2D con appena un filino di terza dimensione); la cosa non gli riesce proprio da dio, ma è il primo film che codifica un linguaggio per la terza dimensione e non la utilizza soltanto perché è la novità del decennio, ma è parte integrante del racconto. Con le dovute proporzioni, qui lo dico e qui lo nego, questo Tron legacy sta al 3D come “M - Il mostro di Düsseldorf” sta al sonoro… ripeto, con le dovute proporzioni (capolavoro il film di Lang, carino questo).
La faccia di Bridges è l’altra particolarità, i quanto è una faccia completamente ricostruita in digitale di un personaggio reale ma basata sulla sua faccia di 30 anni fa, messa poi in un ambiente senza CGI. Sembra una battuta, ma al buio e se non deve fare troppe espressioni funziona da dio. Quando viene illuminata molto e deve recitare in maniera fine si svacca. Nel complesso funziona, da un senso di stranezza, si percepisce che c’è qualcosa che non va, ma funziona.

Altra questione da toccare è il design, estetico e sonoro.
Il design estetico è la parte più curata (si vede che hanno speso catamarani pieni di soldi per farlo) e funziona alla perfezione; è bello, affascina e sottolinea i differenti personaggi, fermo restando le caratteristiche del film originale. Anzi proprio grazie alla cura nel recupero della messa in scena dell’82, in tutto il film si respira una sorta di aria vintage rimodernizzata; tutto è assolutamente attuale e moderno, ma l’estetica trasuda ‘80s da far paura. Davvero bravi.
Il sound design è l’altro vero punto di forza. La musica è fantastica (giusto quella dei momenti di pace o vittoria mi è parsa un poco moscia), adatta in ogni momento, moderna e tecnologica quanto serve e assolutamente versatile; d’altra parte i Daft Punk non sono i primi venuti (si possono apprezzare o meno, ma il loro lavoro lo sanno fare). Bisogna anche dire che anche tutto il comparto sonoro (il sound design vero è proprio) è opera loro, e generalmente è funzionale e ben realizzato, non stravince in fatto di originalità, ma coopera alla perfezione alla creazione dell’ambiente. Ecco, va sottolineato come tutti questi fattori appena elencati riescano nell’impresa, tutt’altro che ovvia, di creare un mondo, una ambiente ex novo completo e credibile; una cosa che era riuscita di recente solo ad “Avatar”.

Non ho parlato della storia perché è il vero tallone d’Achille del film. Non che non sia fascinosa, ma è un blockbuster, e quindi è prevedibile e sdolcinata. I buoni sono buonissimi, tutto il film verte su un rapporto padre figlio senza ombre (nonostante il distacco ventennale) e ci sono tutti i sacrifici che ci si può aspettare fin dall’inizio, vince chi deve vincere, perde chi deve perdere, e muore chi deve morire. Non si poteva pretendere troppo dalla Disney comunque.

Non un grande film, ma per il comparto tecnico ed estetico un film importante. Come “Avatar” anche questo sarà il metro di paragone per l’uso del 3D (più che del CGI) e per la costruzione di mondi virtuali.

PS: adoro Sheen, che in questo film è il sosia di David Bowie!

martedì 11 gennaio 2011

Corte marziale - Otto Preminger (1955)

(The Court-martial of Billy Mitchell)

Visto in VHS.

Finita la prima guerra mondiale un generale degli stati uniti si rende conto del grande potenziale bellico dei neonati aerei e cerca di dimostrarlo ai superiori che, a quanto pare, sembrano continuare a preferire la fanteria ritenendo i velivoli diversi dai dirigibili come dei giocattoli. Il visionario militare si scontrerà più volte per cercare di dimostrare l’utilità sulla nuova arma e ottenere più finanziamenti per un’aviazione che è priva di sistemi di sicurezza fino a scatenare verso di se una corte marziale affinché si parli del problema.
Legal movie di Preminger che in certi echi anticipa il tema di “Anatomia di un omicidio” (lo scontro fra avvocati che si risolve in un duello di furberie sempre al limite fra legalità ed emozioni personali più che sui fatti oggettivi) e per stile “Tempesta su Washington” (anche se la versione che ho visto ha ammazzato completamente l’ariosità del cinemascope), ma niente illusioni, fra quei film e questo ci sono notevoli distanze…
Il visionario generale (un altro personaggio da annoverare nella galleria delle ossessioni di Preminger), ben interpretato da Cooper, è eccessivamente preciso nelle sue previsioni (prevede l’attacco a Pearl Harbour da parte di aerei giapponesi con vent’anni d’anticipo) e troppo eroico e granitico nei modi per essere all’altezza dei suoi tortuosi posteri cinematografici.Il film è gradevole e si fa guardare con disinvoltura, in attesa che Preminger cresca, in capacità e cinismo.