(Id.)
Visto al cinema.
Cronenberg dopo "Spider" aveva decisamente cambiato registro e aveva declinato i suoi temi usuali in modo completamente diverso, eliminando quell'idea di contagio/malattia e quel rapporto fra organico e inorganico, mantenendo inalterato il concetto di trasformazione. Con Cosmopolis si ritorna decisamente alle origini riprendendo compeltamente tutti i temi originali e impacchettati una confezione patinata e impeccabile.
Il film è tratto dall'omonimo libro di DeLillo da cui prende paro paro tutti i dialoghi e tratta di una giornata di un giovane magnate della finanza che attraversa la città per andare a tagliarsi i capelli mentre una minaccia di morte gli pende sulla testa e una sorta di indignados protestano per le strade. La giornata si svolge quasi integralmente dentro la sua limousine superattrezzata dove incontra gente, tratta affari, fa sesso, assiste a funerali subisce assalti ecc...
Come si diceva i temi ci son tutti, l'uomo-macchina che vive in una realtà alterata e fittizia (quella dell'altissima finanza) in cui le cose non sono come appaiono realmente, il suo rapporto di simbiosi totale con il veicolo (che diversamente da "Crash" è più un'estensione della personalità del protagonista), il mutamento che subisce a più livelli, dentro di se per il dubbio di non essere perfetto suggeritogli dall'imprevedibile andamento dello yuan, mutamente su di se con il continuo perdere pezzi (la cravatta, la giacca, la torta lanciatagli addosso da cui non si pulirà, i capelli tagliati male e solo a metà) che si rispecchia nell'assalto subito dalla macchina, e poi c'è un mutamento più generale l'intera società che sta subendo una metamorfosi negativa, una sorta di mondo in distruzione costante.
Qui dentro c'è tutto ed il tutto è realizzato con la solita cura per i dettagli con cui ci ha abituati Cronenberg da "Spider" in poi.
Detto ciò il film si presentava con un trailer devastante che lasciava presagire solo una noia soporifera e masturbatoria. Posso capire che non sia un film facile, ma effettivamente regge bene il ritmo, considerando che non succede praticamente niente il film ti mantiene attento, crea tensione costantemente e diverte quando deve; solo il finale viene completamente soverchiato dal chiacchericcio fine a se stesso ed il ritmo si affossa (anche se le ultime scene, che non si concludono, sono un bellissimo esempio di tensione riuscita).
Tutto sommato uno dei film più complessi di Cronenebrg, realizzato magnificamente, che può essere odiato con facilità, ma che non può essere liquidato con poche parole.
PS: ovvio che Giamatti è fantastico e si mangia le poche scene in cui compare, ma bisogna pure dire (lo dico? ma si dai) che Pattinson è semplicemente perfetto per la parte e la recita divinamente.
venerdì 29 giugno 2012
lunedì 25 giugno 2012
J. Edgar - Clint Eastwood (2011)
(Id.)
Visto in DVD.
Di Clint Eastwood c’è di bello che, se proprio va male, racconta una storia per bene senza annoiare mai. Ecco, secondo me questo è il caso. La vita di Hoover, l’uomo che inventò l’FBI e il padre padrone più potente degli USA finché rimase in vita è la storia di un uomo anziano che cerca di ricordare il suo passato e di tramandarlo ai posteri senza che venga modificato dalle illazioni dei suoi detrattori. Nel farlo però, sarà inevitabile che sia lui a modificarlo in meglio. Ecco l’idea dell’impossibilità di giungere alla verità, della storia come menzogna condivisa e di una vita di solitudine a cui bisogna almeno trovare un motivo, sono tutti temi affascinanti, ma che di fatti vengono lasciati sullo sfondo. Sullo sfondo c’è pure la grandezza controversa del personaggio, non si ha mai ben chiaro quanto abbia le mani in pasta, quanto possa decidere in maniera indipendente, quanto sia lui il potere forte da sondare; e, d’altra parte, la sua vita privata viene ridotta al solito gelo che circonda i personaggi di potere da “Quarto potere” in poi.
Visto in DVD.
Di Clint Eastwood c’è di bello che, se proprio va male, racconta una storia per bene senza annoiare mai. Ecco, secondo me questo è il caso. La vita di Hoover, l’uomo che inventò l’FBI e il padre padrone più potente degli USA finché rimase in vita è la storia di un uomo anziano che cerca di ricordare il suo passato e di tramandarlo ai posteri senza che venga modificato dalle illazioni dei suoi detrattori. Nel farlo però, sarà inevitabile che sia lui a modificarlo in meglio. Ecco l’idea dell’impossibilità di giungere alla verità, della storia come menzogna condivisa e di una vita di solitudine a cui bisogna almeno trovare un motivo, sono tutti temi affascinanti, ma che di fatti vengono lasciati sullo sfondo. Sullo sfondo c’è pure la grandezza controversa del personaggio, non si ha mai ben chiaro quanto abbia le mani in pasta, quanto possa decidere in maniera indipendente, quanto sia lui il potere forte da sondare; e, d’altra parte, la sua vita privata viene ridotta al solito gelo che circonda i personaggi di potere da “Quarto potere” in poi.
Detto ciò il film è ben
confezionato come si conviene a Eastwood, molto elegante e gelido come il suo
protagonista; la storia è narrata con una scorrevolezza invidiabile anche se il
lasso temporale considerato (ed i fatti narrati) sia enorme, senza cali di
tensione o botte di noia particolari. Inoltre Eastwood ha una delicatezza ed un’aura
talmente importante che può parlare di tutto senza creare scalpore, recriminazioni
o contestazioni (passa dal travestitismo all’affair Kennedy come se niente
fosse). Infine proprio il riprendere in mano quanto di già visto (una storia d'amore di un personaggio immerso nel proprio gelo e in quello che gli conferisce il potere che ha) denota le capacità del regista, lavorando sottotono, con poche scene madri utili per lo più a DiCaprio per cercare di vincere un Oscar che ad altro, Eastwood descrive una relazione impossibile tutta giocandola su scambi non verbali tra le 3 persone che ne vengono interessate.
PS: un premio tutto particolare per il trucco che invecchia DiCaprio, evidentemente hanno voluto copiare Ruggero De Ceglie e ce l'hanno fatta perfettamente.
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giovedì 21 giugno 2012
Blood feast - Herschell Gordon Lewis (1963)
(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un egiziano, devoto alla dea Ishtar, decide che il momento per riportarla in vita è finalmente giunto. per farlo dovrà sembrare in modo poco motivato diverse borghesucce di bella presenza
Film che viene universalmente considerato la nascita dello spaltter ed in effetti è curioso vedere strappare delle lingue a mani nude ad una donna con un vestito anni ’60. Il ritmo è moribondi fin da subito, la sceneggiatura da 3° elementare, il protagonista ha una faccia veramente poco credibile… però le sequenze splatter sono dignitosissime per l’epoca e l’incipit didascalico come un film muto si fa seguire con interesse.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Film che viene universalmente considerato la nascita dello spaltter ed in effetti è curioso vedere strappare delle lingue a mani nude ad una donna con un vestito anni ’60. Il ritmo è moribondi fin da subito, la sceneggiatura da 3° elementare, il protagonista ha una faccia veramente poco credibile… però le sequenze splatter sono dignitosissime per l’epoca e l’incipit didascalico come un film muto si fa seguire con interesse.
Un film più importante che non
interessante… senza alcun motivo lo stesso Gordon Lewis ha deciso di farne un
seguito 40 anni dopo
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domenica 17 giugno 2012
Bamboozled - Spike Lee (2000)
(Id.)
Visto in tv.
Un autore afroamericano della tv (un incredibile Damon Wayans in versione seria e chic) alle strette con i superiori decide di andarsene, anzi di farsi cacciare, col botto. Scrive un programma tralmente razzista, caricaturale e umiliante per i neri (riprendendo vecchi stilemi del 1800, ma anche del cinema fino agli anni '40) che il programma non potrà che affossare la rete e determinare il suo licenziamento... Come è ovvio immaginare il programma avrà successo, ma nessuno di quelli che ne prendono parte (dagli attori al produttore, ivi compreso Wayans) capiranno che sfruttare il successo finché dura li porterà alla distruzione fisica o morale.
Va detto, l'idea all'inizio del film non è malvagia, Spike Lee inizia con un film che riprende la sua personale lotta razziale come di consueto, ma deviandola nell'ironia e, per questo, rendendola molto più efficiace; decide poi di scagliarsi con particolare acrimonia contro lo show system tout court, sottolinenando l'idiozia di molta televisione nel maneggiare argomenti delicati, ma anche attaccando il suo amato cinema (molte sono le sequenze originali, tra cui un breve spezzone di "Nascita di una nazione", di "Via col vento" e, credo, de "Il cantante di jazz"). Purtroppo però il gioco si rompe presto, Lee si getta sul prosaico alla svelta ammazzando il ritmo ed il tono del film, non riesce a far ridere davvero nelle lunghe sequenze comiche (lo spettacolo tv ideato dall'autore, così come il cabaret tenuto dal padre), ritorna al suo solito modo di dire le cose che qui sembra un urlare nel deserto come non mai (cita se stesso e gli altri continuamente dalla sua battaglia contro i nigger di Tarantino al concetto di mental slavery degli afroamericani, ma tutto sa di raffazzonato, di già detto e di detto meglio in altre sedi) e il tutto fa deviare il film verso il già visto... Poi nel finale si butta pure nell'improbabile e allora il disastro è fatto.
Inoltre Lee sceglie di girare in digitale tutto il film tranne le scene dello show. Scelta curiosa motivata più che altro da questioni di budget. Di per se l'idea non è negativa, ma devo ammettere che vedere la regia classica di Lee (che usualmente mi piace molto), fatta di un montaggio vario e frenetico, con questo sistema fa perdere di grazia alle capacità del regista e di credibilità al senso da "presa diretta" del digitale.
Visto in tv.
Un autore afroamericano della tv (un incredibile Damon Wayans in versione seria e chic) alle strette con i superiori decide di andarsene, anzi di farsi cacciare, col botto. Scrive un programma tralmente razzista, caricaturale e umiliante per i neri (riprendendo vecchi stilemi del 1800, ma anche del cinema fino agli anni '40) che il programma non potrà che affossare la rete e determinare il suo licenziamento... Come è ovvio immaginare il programma avrà successo, ma nessuno di quelli che ne prendono parte (dagli attori al produttore, ivi compreso Wayans) capiranno che sfruttare il successo finché dura li porterà alla distruzione fisica o morale.
Va detto, l'idea all'inizio del film non è malvagia, Spike Lee inizia con un film che riprende la sua personale lotta razziale come di consueto, ma deviandola nell'ironia e, per questo, rendendola molto più efficiace; decide poi di scagliarsi con particolare acrimonia contro lo show system tout court, sottolinenando l'idiozia di molta televisione nel maneggiare argomenti delicati, ma anche attaccando il suo amato cinema (molte sono le sequenze originali, tra cui un breve spezzone di "Nascita di una nazione", di "Via col vento" e, credo, de "Il cantante di jazz"). Purtroppo però il gioco si rompe presto, Lee si getta sul prosaico alla svelta ammazzando il ritmo ed il tono del film, non riesce a far ridere davvero nelle lunghe sequenze comiche (lo spettacolo tv ideato dall'autore, così come il cabaret tenuto dal padre), ritorna al suo solito modo di dire le cose che qui sembra un urlare nel deserto come non mai (cita se stesso e gli altri continuamente dalla sua battaglia contro i nigger di Tarantino al concetto di mental slavery degli afroamericani, ma tutto sa di raffazzonato, di già detto e di detto meglio in altre sedi) e il tutto fa deviare il film verso il già visto... Poi nel finale si butta pure nell'improbabile e allora il disastro è fatto.
Inoltre Lee sceglie di girare in digitale tutto il film tranne le scene dello show. Scelta curiosa motivata più che altro da questioni di budget. Di per se l'idea non è negativa, ma devo ammettere che vedere la regia classica di Lee (che usualmente mi piace molto), fatta di un montaggio vario e frenetico, con questo sistema fa perdere di grazia alle capacità del regista e di credibilità al senso da "presa diretta" del digitale.
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lunedì 11 giugno 2012
Il sorpasso - Dino Risi (1962)
(Id.)
Visto in VHS.
Per la trama passo ad un ente superiore.
Uno spaccato dell’Italia
caciarona e godereccia degli anni ’60? Bah, non saprei. Quello che appare
evidente è la descrizione di un personaggio drammatico perfettamente descritto,
uno spaccone vittima di se stesso che non riesce ne ad avere reale successo
nella vita per il suo comportarsi da adolescente e neppure riesce a godere in
pieno della sua libertà e frenesia proprio perché abbastanza lucido da
riconoscere d’essere un perdete. Che poi nel mezzo ci mettano tutta la musica
di successo dell’epoca e citino film è solo un fatto incidentale… al massimo
contestualizzante, ma non fondamentale.
Se il film fu un successo gran
aprte del merito va a Gassman, mattatore assoluto come non mai, affiancato
dalla spalla Trintignant, ma di fatto unico vero personaggio del film, vero
protagonista della vicenda.
In secondo luogo, l’altro grande
merito, è tutto della sceneggiatura. Non è solo l’idea delle situazioni create,
dall’incipit con io vuoto di ferragosto dove per caso si incontrano le due
solitudini dei protagonisti; quello che più conta è il ritmo sempre a livello,
utili comunque a veicolare qualcosa. Poi c’è il divertimento; so che il film è
stato improvvisato al 70% (cifra casuale ovviamente), ma fatico a crederlo, una
serie di battute degne di essere raccolte in un bignami di aforismi, una serie
di sequenze così rapide, è difficile pensare che vengano fuori dalla sola verve
di Gassman. Se davvero è così, questo film è quasi esclusivamente merito
suo.
PS: impossibile da credere anche
che fu snobbato dalla critica dell’epoca… ma perché?!
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Vittorio Gassman
lunedì 28 maggio 2012
Tempo di divertimento - Jacques Tati (1967)
(Playtime)
Visto in DVD.
Visto in DVD.
Primo film che vedo con il
personaggio di Monsier Hulot. Tati era già eccezionalmente famoso e progettò
questo film con una megalomania impressionante, ricostruendo interamente la
porzione di città che chiamò Tativille.
Come dicevo è il primo film con
Hulot che vedo emi duole dire che non mi è piaciuto. Carino i personaggio, ma
la comicità slapstick molto contenuta che lo caratterizza è, a mio avviso,
invecchiata troppo. O meglio, non mi sono reso conto delle gag, è evidente che
stia cercando un effetto comico, ma non sono riuscito a aprire quando fosse
stato raggiunto, un po’ come se uno raccontasse una barzelletta senza mai dire
la fine. Guardando gli extra c’era una spiegazione del film con la descrizione
delle sequenze migliori; l’idea comica era evidente (una volta spiegata), ma il
divertimento continua ad essere un’altra cosa.
Esteticamente ben ragionato e con
una critica alla società dei consumi, facile finché si vuole, ma ben fatta. Il
film risulta essere un noioso film ben costruito…
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lunedì 21 maggio 2012
Angel: la vita, il romanzo - François Ozon (2007)
(Angel)
Visto in DVD.
La vita di Angel, wannebe scrittrice con più manie di grandezza che non della banale arroganza o sicurezza di se. Scrive bene e a comando quel genere non meglio specificato, a che sembra essere il feuilletton. Fa successo e trascina nella sua fascinosa orbita tutte le persone che incontra, finchè non giunge Fassbender; sarà lei ad essere sedotta.
Visto in DVD.
La vita di Angel, wannebe scrittrice con più manie di grandezza che non della banale arroganza o sicurezza di se. Scrive bene e a comando quel genere non meglio specificato, a che sembra essere il feuilletton. Fa successo e trascina nella sua fascinosa orbita tutte le persone che incontra, finchè non giunge Fassbender; sarà lei ad essere sedotta.
Film di Ozon sontuoso e
magnificamente realizzato (gli interni sono incedibili, non spogli come i film
a basso costo, non eccessivi come in Dante Ferretti; sono invece ricchi di
dettaglia seguendo un gusto barocco che ben si addice alla protagonista, in una
parola, sono realistici) in cui le caratteristiche principali del regista
(l’omosessualità latente, il cambi di registro) pur essendoci sono molto slavate e si
perdono velocemente nella cornice… in sostanza, Ozon costruisce bene un film su
un personaggio irritante, non particolarmente interessante e ne descrive con
dovizia tutto ciò che in effetti ha poco interesse per chi guarda. Non un
brutto film e neppure noioso, semplicemente inutile.
Straordinario il cast che si
permette d lasciare in terza o quarta film come comparsa parlante Charlotte Rampling.
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mercoledì 16 maggio 2012
Dark Shadows - Tim Burton (2012)
(Id.)
Visto al cinema.
Un uomo trasformato in vampiro nel 1700 a causa di una strega innamorato di lui, viene risvegliato nel 1972; ritroverà i suoi discendenti e cercherà di ricostruire la grandezza della sua famiglia. Questa è l'essenza della trama, che però passa in netto secondo piano rispetto all'estetica del film ed i rapporti fra i personaggi.
Ma andiamo con ordine, per prima cosa c'è da dire che il film mi è piaciuto. Mi è piaciuto perché raffrontato con i precedenti film di Burton (e soprattutto con il terribile "Alice") questo è un capolavoro.
In secondo luogo questo film azzecca due cose fondamentali, diverte ed intrattiene bene; trova il tono giusto e il ritmo perfetto.
Secondo grande pregio, la confezione. Il film è (come al solito) esteticamente perfetto, stiloso e chiassoso quanto deve, gotico e oscuro quanto riesce, utilizzando la differenza di epoche tra il vampiro e gli anni '70 come punto di forza della messa in scena più che della storia.
Terzo encomio per il cast. Non è tanto Depp a colpire (anche se qui per la prima volta da 10 anni recita ogni tanto anziché riproporre di nuovo Jack Sparrow con un trucco diverso), ma i comprimari, su tutti Michelle Pfeiffer (impeccabile) ed Eva Green (bella; e si sapeva; ma soprattutto perfetta in una parte costantemente sopra le righe).
Quarto, il citazionismo, quando non è urlato (ance se evidente), piace. Al di la dell'ovvio "Nosferatu" ho notato diverse atmosfere "alla Corman" davvero ragguardevoli (il Vincent Price de "La tomba di Ligeia" è perfettamente calato nel mondo timburtiano).
Detto ciò le parti negative... in primo luogo direi il finale, banale e riappacificatore, nonché sconnesso, tutto giocato sul "buttare su" tutto quello che viene in mente purché faccia gotico. Per carità, molte idee sono fantastiche (le statue che si muovo che non vedevo dall'epoca di "Haunting", o il corpo da bambola di porcellana che si spezza), ma sembra davvero un costante giocare al rialzo perché non si sa bene come finire.
Infine c'è da sottolineare la perdita totale della tematica base di Burton, l'outsider della società borghese, reso mostro dalla società stessa, ma di fatto migliore d'essa. qui l'outsider c'è ed è reso mostruoso da chi poi diventerà capo spirituale della società borghese... ma stavolta il mostro non si limita a cercare di sopravvivere e a lottare solo per difendere ciò che c'è di buono. Stavolta il mostro lotta fin dall'inizio per l'odio e per difendere la famiglia; stavolta non è un perdente che ci prova, ma un vincente che torna alla ribalta. Stavolta c'è uno scontro fra titani, alla pari. Il che non è una cosa negativa in se; però è evidente che a Tim Burton non fa piacere d'aver cambiato e ogni 3 scene ci prova a cambiare registro e a far sembrare i protagonisti positivi come vittime di un sistema (la madre morta del bambino, tutta la storia d'amore interrotta dalla morte, il vampirismo come limite per essere accettato dalla società, ecc...), aumentando solo la confusione senza azzeccare l'obbiettivo...
Un film che considero complessivamente positivo... "Edward mani di forbice" rimana comunque tutta un'altra cosa.
PS: cameo risicato per Christopher Lee che però stavolta si ritrova nella parte della vittima di un vampiro!
Visto al cinema.
Un uomo trasformato in vampiro nel 1700 a causa di una strega innamorato di lui, viene risvegliato nel 1972; ritroverà i suoi discendenti e cercherà di ricostruire la grandezza della sua famiglia. Questa è l'essenza della trama, che però passa in netto secondo piano rispetto all'estetica del film ed i rapporti fra i personaggi.
Ma andiamo con ordine, per prima cosa c'è da dire che il film mi è piaciuto. Mi è piaciuto perché raffrontato con i precedenti film di Burton (e soprattutto con il terribile "Alice") questo è un capolavoro.
In secondo luogo questo film azzecca due cose fondamentali, diverte ed intrattiene bene; trova il tono giusto e il ritmo perfetto.
Secondo grande pregio, la confezione. Il film è (come al solito) esteticamente perfetto, stiloso e chiassoso quanto deve, gotico e oscuro quanto riesce, utilizzando la differenza di epoche tra il vampiro e gli anni '70 come punto di forza della messa in scena più che della storia.
Terzo encomio per il cast. Non è tanto Depp a colpire (anche se qui per la prima volta da 10 anni recita ogni tanto anziché riproporre di nuovo Jack Sparrow con un trucco diverso), ma i comprimari, su tutti Michelle Pfeiffer (impeccabile) ed Eva Green (bella; e si sapeva; ma soprattutto perfetta in una parte costantemente sopra le righe).
Quarto, il citazionismo, quando non è urlato (ance se evidente), piace. Al di la dell'ovvio "Nosferatu" ho notato diverse atmosfere "alla Corman" davvero ragguardevoli (il Vincent Price de "La tomba di Ligeia" è perfettamente calato nel mondo timburtiano).
Detto ciò le parti negative... in primo luogo direi il finale, banale e riappacificatore, nonché sconnesso, tutto giocato sul "buttare su" tutto quello che viene in mente purché faccia gotico. Per carità, molte idee sono fantastiche (le statue che si muovo che non vedevo dall'epoca di "Haunting", o il corpo da bambola di porcellana che si spezza), ma sembra davvero un costante giocare al rialzo perché non si sa bene come finire.
Infine c'è da sottolineare la perdita totale della tematica base di Burton, l'outsider della società borghese, reso mostro dalla società stessa, ma di fatto migliore d'essa. qui l'outsider c'è ed è reso mostruoso da chi poi diventerà capo spirituale della società borghese... ma stavolta il mostro non si limita a cercare di sopravvivere e a lottare solo per difendere ciò che c'è di buono. Stavolta il mostro lotta fin dall'inizio per l'odio e per difendere la famiglia; stavolta non è un perdente che ci prova, ma un vincente che torna alla ribalta. Stavolta c'è uno scontro fra titani, alla pari. Il che non è una cosa negativa in se; però è evidente che a Tim Burton non fa piacere d'aver cambiato e ogni 3 scene ci prova a cambiare registro e a far sembrare i protagonisti positivi come vittime di un sistema (la madre morta del bambino, tutta la storia d'amore interrotta dalla morte, il vampirismo come limite per essere accettato dalla società, ecc...), aumentando solo la confusione senza azzeccare l'obbiettivo...
Un film che considero complessivamente positivo... "Edward mani di forbice" rimana comunque tutta un'altra cosa.
PS: cameo risicato per Christopher Lee che però stavolta si ritrova nella parte della vittima di un vampiro!
lunedì 14 maggio 2012
Il sipario strappato - Alfred Hitchcock (1966)
(Torn curtain)
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in italiano.
L’ultimo grandissimo film di
Hitchcock. Forse la sceneggiatura non è impeccabile e umoristica come le
precedenti del regista (furono chiamati a lavorarci anche Age e Scarpelli, che
la consideravano troppo seria, ma furono presto sostituiti per insormontabili
difficoltà linguistiche).
Uno scienziato statunitense
tradisce il suo paese, all’insaputa di sua moglie, per dare segreti militari
alla Germania est. La cosa provocherà problemi coniugali ed un gioco di
spionaggio e contro spionaggio che lo porteranno a fare di tutto per salvarsi.
Ho letto di tutto, dalla
sceneggiatura pessima al brutto rapporto fra il regista e Paul Newman, tutto
che dovrebbe concorrere a rendere il film un minore di Hitchcock. Onestamente
non credo. Il film è zeppo di tocchi classici del regista inglese, originali e
geniali nel contempo; anzi, c’è una tale quantità di idee da fare impallidire
alcuni classici anni ’60.
Da dove partire con l’elenco?
Direi l’inseguimento al museo fatto solo con il suono dei passi. La lunga sequenza
dell’omicidio nella fattoria fatta tutta in un terribile silenzio.
L’inseguimento degli autobus. Il “furto” della formula segreta. E
complessivamente il continuo uso drammatico delle location, dal già citato
omicidio in fattoria fatto con pala e forno a gas, alla ballerina che vede Paul Newman per tutto il film per riconoscerlo durante lo spettacolo finale.
Infine un encomio alla selva di
caratteristi strepitosi che fanno la parte del leone (suggerisco di vederlo in lignua per apprezzarli del tutto) con i due personaggi
secondari più grandi in un film di Hitchcock, Gromek e la contessa russa.
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Thriller
venerdì 11 maggio 2012
Le relazioni pericolose - Stephen Frears (1988)
(Dangerous liaisons)
Registrato dalla tv.
Frears costruisce un film sontuoso, esteticamente perfetto tutto improntato nel seguire gli attori, con una continua sequenza di primissimi o primi piani, alcune figure intere quando necessario e rari campi lunghi. Il regista capisce che il fulcro di tutto sono i personaggi ed il modo in cui sono resi e si attacca ai volti e agli sguardi senza mai perderli.
Registrato dalla tv.
Frears costruisce un film sontuoso, esteticamente perfetto tutto improntato nel seguire gli attori, con una continua sequenza di primissimi o primi piani, alcune figure intere quando necessario e rari campi lunghi. Il regista capisce che il fulcro di tutto sono i personaggi ed il modo in cui sono resi e si attacca ai volti e agli sguardi senza mai perderli.
L’idea non è nuova, ma ben fatta
ed il film ne giova tantissimo. In realtà il gioco è delicato, basta un piccolo
errore di casting e tutto è perduto; invece il cast è tutto all’altezza dai
comprimari a i due grandiosi protagonisti.
E qui si arriva al centro del
film John Malkovich e Glenn Close. Malkovich recita come sempre, gigioneggiando
nella parte dello strabico libertino dalla morale propria alla Wilde intriso di
zolfo; ma è tenuto a bada da una regia che sa quello che vuole ottenere, creando
una spalla perfetta per Glenn Close…
Poi c’è lei, l’attrice più brutta
che il cinema abbia mai partorito, ma anche una delle più brave, qui regala la
sua Cappella Sistina. Un personaggio pessimo tutto giocato sull’ambivalenza,
sull’ipocrisia e sulla menzogna che parla in maniera impeccabile con le parole,
ma comunica tutto con gli sguardi obliqui, i ghigni di gioia ed i pochi gesti
stizziti. Tutto è giocato al limite della credibilità, basterebbe un nulla per
andare fuori dalle righe e nel manieristico, ma la Close non sbaglia nulla, e
crea un personaggio vero, trasmesso in maniera totale e con una capacità tale
da riuscire ad essere affascinante… tremo a dirlo, ma Glenn Close non è mai
stata così bella come in questo film, ha il fascino del male.
Un film strepitoso, da vedere
assolutamente.
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