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venerdì 24 giugno 2016

Improvvisamente l'estate scorsa - Joseph Mankiewicz (1959)

(Suddenly, last summer)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.

Una anziana e ricca donna contatta un noto neurochirurgo (e psichiatra) perché lobotomizzi la nipote impazzita dopo la morte del figlio della riccastra. Lo psichiatra nel colloquio con i familiare e dopo il primo incontro con la ragazza sospetta che più che follia ci sia molto di rimosso e ancora di più di non detto da parte di tutti.

Sfritto da Tennessee Williams credo non sia uno spoiler per nessuno che ci siano segreti innominabili, un sacco di sesso vissuto maluccio e un senso generale di morte. Un film che non dice mai apertamente lo scheletro nell'armadio più grosso, ma che viene riferito in maniera indiretta in maniera incredibilmente evidente per quegli anni.
Interessante anche che il lavoro di scoperta di quanto è tenuto sotto silenzio si muova con il passo dell'indagine classica (anche se con ben altri ritmi), con svolte narrative, nuovi punti di vista, voltafaccia e con lo scioglimento finale che avviene dopo aver riunito tutti i protagonisti della vicenda.

Il film dunque è un'opera teatrale scritto da un autore molto verboso e teatrale e diretta dal più teatrale dei registi dell'epoca. Non sorprendono quindi le (relativamente) poche location sfruttate per lunghe sequenze di dialogo e declamazioni. A chi un impianto di questo tipo può infastidire si astenga. Ma chi conosce Mankiewicz sa che come un bravo regista teatrale, lui sa sfruttare gli attori come pochi altri. Un'organizzazione pazzesca dove la Hepburn è magnifica pur facendo quasi solo da supporto agli altri (tranne nella prima mezzora dove è lei a governare la scena; ma rende molto di più nei primissimi piani finali) un Clift un po' in disparte per via di un personaggio che è il motore immobile della vicenda (ma appunto, risulta piuttosto immobile) e ovviamente una Taylor enorme nella parte della pazza sofferente, quasi mai eccessiva (probabilmente la sua interpretazione che preferisco).

giovedì 19 maggio 2011

Fiume rosso - Howard Hawks, Arthur Rosson (1948)

(Red river)

Visto in VHS.
John Wayne perde l’amore della sua vita, decide quindi di ripiegare sulle vacche… ma a distanza di anni anche quelle lo tradiscono, e deve vendere la mandria per poter sopravvivere; si fa accompagnare nella missione da un gruppo di uomini e dal figlioccio Monty Clift (un ragazzo che ha allevato anni prima), nel tragitto perde alcuni uomini e altri fuggono, la cosa non gli va giù e diventa sempre più brutale finché i sottoposti non decidono l’ammutinamento… ma un ammutinamento ragionato e condotto da Clift, il ragazzo infatti si preoccupa affinchè gli interessi del patrigno vengano difesi… eppure Wayne sembra non comprendere il suo sforzo e si ripromette di uccidere Clift.

Storia sentimentale in ambientazione western; il film è in realtà una storia di amicizia virile e di rapporto padre/figlio e in quest’ottica la trama funzione e risulta anche piuttosto originale data la contrapposizione tra i due protagonisti positivi; inoltre la storia d’amore che inevitabilmente c’è è utile per introdurre il personaggio femminile che farà da mediatore tra i due. Ovviamente il finale è positivo per tutti, anzi è addirittura stucchevole oltre la media… la cosa decisamente abbassa il livello complessivo del film.

Altro fattore positivo, a mio avviso, è un personaggio originale per Wayne, non proprio negativo, ma egocentrico e megalomane a cui il mondo crolla addosso, l’impero da lui fondato sta morendo e l’unico membro della sua “famiglia” gli volta le spalle; la vendetta appare l’unica possibilità. Si insomma un personaggio originale che però mantiene la fermezza granitica di Wayne.

La regia di Hawks, non proprio memorabile è però quietamente originale ed utilizza alcuni accorgimenti base per rendere migliore la fruibilità (come i primi piani tenuti per la partenza della mandria per renderla dinamica e sottolinearla, oppure la panoramica da Wayne a Wayne per mostrare la vastità della mandria da spostare). Complessivamente un buon lavoro; ben realizzato.

lunedì 28 febbraio 2011

Vincitori e vinti - Stanley Kramer (1961)

(Judgment at Nuremberg)

Visto in VHS.

La descrizione del processo a 4 gerarchetti nazisti nel 1948 (giusto dei giudici e un ex ministro della giustizia) presieduto da un giudici incredibilmente open minded, disposto a capire le ragioni dei tedeschi prima di condannarli in toto.

Un film fondamentale, in quanto è il primo (e che io sappia, quasi l’unico) a mantenere una certa oggettività sulla Germania nazista (è anche il primo, che io sappia, a mostrare vere immagini dei campi di sterminio dopo la liberazione). Mostra tutti i punti di vista, dai più estremisti (sia dei tedeschi, come il procuratore ora sotto accusa, sia degli americani, come l’attuale avvocato dell’accusa) a quelle più moderate, passando per le 2000 sfaccettature che un’ideologia politica (ed un sistema satanico) ha avuto nella vita di tutti i giorni. Non ci sono giustificazioni (né assoluzioni, neppure per i personaggi positivi), ma la voglia di mostrare e di far capire, come sia possibile vivere, andare avanti, nonostante si viva in uno stato nazista e senza fare nulla per opporvisi. Certo la continua, protestata, invocazione di ignoranza su quanto avvenisse nei campi di sterminio può essere creduta o meno, ma cambia poco le cose; come dice l’avvocato tedesco, li ad essere sotto accusa sono tutti i tedeschi (e non dovrebbero essere i soli).

Come dicevo le colpe sono distribuite giustamente, e l’assoluzione finale non c’è (com’è giusto che sia); ma il film si permette il lusso di difendere i tedeschi e di comprenderli. Cosa non da poco.

PS: Non ho mai nominato Kramer, ma lui ci va a nozze coi legal movie e, seppure piuttosto contenuto, danza con la macchina da presa, inquadra su più piani (tutte inquadrature funzionali, che servono a mostrare in primo piano chi parla e in secondo piano chi viene nominato) e si ferma quando invece il volteggiare sarebbe superfluo. Peccato invece per il cast all star, in gran parte sprecato.

martedì 9 novembre 2010

Da qui all'eternità - Fred Zinnemann (1953)

(From here to eternity)

Visto in VHS.
Cosa succede se si vuol fare un dramma tennesee-williamsiano (con sentimenti potenti ed oscuri, con rapporti interpersonali difficili ed esplosivi) senza Tennesee Williams? Un film che punta sulla noia sperando che lo renda profondo e sulla banalità pensando lo renda accettabile da tutti.
Negli anni 40, in una base militare USA nele Hawaii si incrociano i destini di un gruppo di militari e relative compagne, finchè l’attacco giapponese non rovina tutto… ecco, per gran parte del film ci si dimentica d’essere a Pearl Harbour, e ci si chiede perché abbiano voluto fare a tutti i costi questo film; quando finalmente arriva la scena clou, si capisce l’importanza mitopoietica dell’opera nonché il titolo.
Il film è completato da un M. Clift che sfoggia la sua espressione da cane bastonato preferita per 2 ore nette, da un B. Lancaster che più che recitare si muove col piglio giusto nelle scene, da un in utilissimo ed irritante F. Sinatra, da un negativo (ma sempre all’altezza) E. Borgnine, e da una irriconoscibile (almeno per me) D. Kerr.
Un film noioso e deludente che pone in cattiva luce l’altrimenti apprezzabile Zinnemann.

mercoledì 21 aprile 2010

Gli spostati - John Huston (1961)

(The Misfits)

Visto in DVD.

Un film, qeusto, che è più famoso per essere stato il testamento artistico della Monroe e di Gable nonchè uno degli ultimi del già sfigurato Monty.
La storia è un dramma di Miller su un tris di uomini (anzi di cowboy) che, ad uno ad uno, cadono ai piedi della Monroe... ovviamenti passioni sopite, egoismi, frustrazioni, violenza sottintesa e istinti per lo più di morte, sono un corollario necessario per l'avvio di una storia che trasuda un senso di inellutabile fine in ogni inquadratura... il che rende ancora più insistente, durante la visione del film, il pensiero che si tratta dell'ultima prova per 2 dei più famosi attori di sempre.
Più che essere un buon prodotto cinematografico si tratta di un'ottimo dramma teatrale, verboso e teso alla maniera di Williams (cito lui perchp Miller in effetti non lo conosco), sul grande schermo si difende grazie a Huston che decide di calarlo completamente nell'ambiente desertico del Nevada (la terra del "lascia"), portando l'ambientazione ad aumentare il discorso fatto dalla sceneggiatura, permettendo al film di non essere solo un'opera teatrale su pellicola.
Complessivamente però non decolla mai del tutto... ma quell'immagine finale, quell'ultimo fotogramma (prima dell'inquadratura della stella) con la Monroe abbracciata a Gable, parla, quasi più dell'intero film.

PS: Splendido Wallach.