mercoledì 16 ottobre 2013

Re della terra selvaggia - Benh Zeitlin (2012)

(Beasts of  the southern wild)

Visto al cinema.

Un padre ed una figlia vivono nelle paludi della... mah non viene mai detto, ma io mi sono immaginato la Lousiana, in un microambiente fatto di degrado; natura pervasiva; struttura sociale complessa, ma animalesca in tutto (nel bene e nel male). In questo ambiente la bambina si muove fra racconti di cinghiali giganti, piccole difficoltà quotidiane, una diga che sta uccidendo la comunità, l’arrivo dell’uomo bianco (inteso come lo stato) che porta la civiltà ed il rapporto di amore/odio (ma più amore che altro, magari un amore anch'esso animalesco) per il padre.

Un film che va apprezzato fin dall'inizio per due motivi. È ambientato ai giorni nostri, ma per più di metà film si ha l’impressione di essere in un ambiente postapocalittico, in una società regredita, invece è solo il mondo dietro l’angolo della provincia più distante dall'impero. Il secondo motivo è che un film indipendente americano, ma non ha nessuna caratteristica del modello Sundance… ce n’era bisogno; bravi.

Detto ciò il film è molto carino, fatto di piccoli momenti, alcune minuscole gag e tanta paraculaggine nel gestire i sentimenti del personaggi. Un finalone ruffiano più del resto del film e pieno di orgoglio non riesce ad ammazzare del tutto il sentimentalismo animale che pervade il resto della pellico.

Direi sopravvalutato, ma decisamente gradevole.

lunedì 14 ottobre 2013

Ragazze in uniforme - Leontine Sagan, Carl Froelich (1931)

(Mädchen in Uniform)

Visto in su youtube, in lingua originale sottotitolato.

In un collegio femminile in Germania vige un clima militaresco (anche perché le ragazze dovranno essere “mogli di soldati”) fatto di regole e limitazioni dei sentimenti e delle libertà personali (in fondo racconta un periodo che esploderà meno di dieci anni dopo). In questo ambiente viene introdotta Manuela, una ragazza nuova che verrà inserita nel dormitorio la cui referente è un’insegnante rigida, ma sentimentale, materna. Manuela, orfana di madre si affezionerà rapidamente a lei (come quasi tutte in realtà); anche se fin da subito il suo affetto non sarà esattamente come quello di una figlia. Quando, per caso, Manuela si ubriacherà dichiarerà il suo amore e scoppierà lo scandalo che si spegnerà in un tentato suicidio, la cui colpa ricadrà sulle dure leggi del collegio.

Tecnicamente è un film molto consueto per l’epoca, con giusto qualche luce alla tedesca e qualche inquadratura drammatica; non per niente vinse proprio un premio tecnico al primo festival di Venezia nel 1932.

Il film viene però ricordato come il primo film saffico della storia ed in effetti tutte il film mostra un rapportarsi tra le ragazze sempre sottilmente lesbico, ma con una naturalezza e un’assenza di considerazioni morali che neppure oggi sarebbe possibile riproporre. Seppure il film si mostra come una delle tante opere in cui la nuova arrivata viene vessata da un ambiente castrante qui c’è qualcosa in più; la tematica omosessuale è un’ottica nuova, ma il finale in cui ad essere tacitamente accusato è il sistema castrante e non il sentimento può risultare scontato oggigiorno, ma non so quanto fosse accettabile in una Germania, di li a poco, completamente nazista (il film infatti sarà ritirato e, per quanto possibile, distrutto dal governo nazionalsocialista). 

Il ritmo un poco lento e diverse ingenuità lo rendono decisamente datato nei modi, ma non nei contenuti. Interessante anche ad essere uno dei pochi film sonori tedeschi pre-nazismo.

PS: da recuperare il remake del 1958 con Romy Schneider!

venerdì 11 ottobre 2013

Possession - Andrzej Zulawski (1981)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una coppia vive accanto al muro a Berlino, in una Berlino dechirichiana, disabitata, artificiale ed immobile. Quando il protagonista lascia il lavoro per stare accanto alla famiglia (moglie e un figlio) scopre che la moglie lo tradisce da almeno un anno. La moglie fugge per vivere con l’amante, il marito si mette alla ricerca di questo concorrente; lo scopre nei panni di un fricchettone di mezza età… ma scopre pure che lui, l’amante regolare, è da giorni che non vede più la donna… che si scoprirà avere un altro amante, una creatura tentacolare. Nel mentre l’uomo vedrà la maestra del bambino, una sosia perfetta della moglie…

Un film surreale dalla trama assurda, scene ripetitive, una recitazione sempre sopra le righe (spettacolare però il personaggio interpretato da Bennent), intere sequenze obiettivamente esagerate… eppure Zulawski centra perfettamente il pregio maggiore di registi come Lynch, fare un film surreale/simbolista narrandolo benissimo. Azzecca tutti i tempo, distribuisce bene gli acme emotivi, ti fa interessare a ciò che accade e le due ore di film (ho recuperato quella che credo essere la versione uncut) passano rapidamente. Non era un compito facile.
Seppure la recitazione, come dicevo, non mi abbia entusiasmato (troppo esagerati in tutto) il film si fregi di nomi enorme, una Adjani folle e un Sam Neill prima di diventare l’attore degli anni ’90.

La regia di Zulawski è qualcosa di magnifico, nervosissima e sinuosa, si muove di continuo, vorticosa sino all’inverosimile. Il mostro creato da Rambaldi (che secondo le leggende fu richiesto da Zulawski essere pronto in pochissimo tempo, quindi ecco spiegato l’approssimazioni della creatura nelle inquadrature ravvicinate) è invece un essere non particolarmente interessante.

Definirlo un horror questo film è un’esagerazione tassonomica; personalmente (senza pretendere d’averlo capito in toto, ma avendolo semplicemente apprezzato) mi metto nella scia di chi sostiene essere solo un dramma (o una disquisizione) sui tormenti del rapporto di coppia.

Per gli amanti del surreale è assolutamente da vedere.

mercoledì 9 ottobre 2013

Dylan Dog, Il film - Kevin Munroe (2010)

(Dylan Dog: dead of night)

Visto in tv.

Sono da sempre un appassionato di Dylan Dog, ho sempre desiderato avere i primi cento numeri originali, ho comprato dei fumetti anche solo perché disegnati da Freghieri o Ruju (lo dico io prima che mi si chieda chi sono i miei disegnatori preferiti), avevo una lista dei miei albi preferiti (grazie per la domanda, certamente metterei, in ordine sparso, Necropolis, L’angelo sterminatore, Sette anime dannate, Il signore del silenzio, Partita con la morte, poi non finisco la top ten per non tediare) e ricordo con affetto il primo numero comprato “Ai confini del tempo”, comprato perchè aveva dei dinosauri in copertina (ho cominciato col botto).

Dico ciò per sottolineare le reazioni naturali alla notizia di un nuovo film sull’indagatore dell’incubo. Poi il resto è storia, quegli stronzi della Disney non hanno concesso i diritti sul maggiolone e la produzione si è (intelligentemente) inventata di usare la New Beetle; quei bastardi della fondazione Groucho Marx volevano troppi soldi e la produzione ha dovuto inventarsi di sana pianta una spalla comica abbastanza originale; infine la produzione era USA quindi ha salutato subito Londra, ma ha scelto la città più luciferina degli states, New Orleans.
Ecco, considerate tutte queste differenze l’approccio è stato negativo fin da subito, poi guardando il film mi sono dovuto ricredere…

Questo Dylan Dog non è un bel film, diciamolo subito, ma è talmente diverso dall’originale da cui trae l’idea che non può essere considerato uno svilimento del fumetto, è proprio tutt’altra cosa, solo che il protagonista ha il nome ed il vestiario del personaggio creato da Sclavi.
Il film è un commistione piuttosto carina di un noir moderno (tutto intrighi complicati, personaggi banali e prevedibili e gag che alleggeriscono l’atmosfera) infilato in un mondo fantasy, dove a fianco degli umani, vivono tutta una serie di creature più o meno integrate nella società (idea non più nuova, trattata con al dovuta superficialità, ma tutto sommato ben utilizzata).

In definitiva un film di intrattenimento con arredamento horror (non è che ci fosse necessità di tutti quei mostri) ben realizzato e senza pretese, con un finale largamente previsto che è forse la parte peggiore.

PS: quello che in realtà non sono riuscito ad accettare è l’idea che ad interpretare Dylan Dog sia stato considerato Brandon Routh.

lunedì 7 ottobre 2013

Ro.Go.Pa.G. - Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini, Ugo Gregoretti (1964)

(Id.)

Visto in DVD.

Quattro episodi per altrettanti registi circa il tema, piuttosto vago, della fine del mondo.

Il primo episodio “Illibatezza” di Rossellini mostra lo stalkeraggio di una giovane hostess da parte di un maniaco (all’acqua di rose, non si pensi a nulla di estremo) che cambierà idea solo quando lei si dimostrerà più emancipata (e zoccola). Filmetto che definire con aggettivi 
dispregiativi pare un’esagerazione, si limita ad essere inutile con alcuni tratti patetici.

Il secondo episodio “Il nuovo mondo” di Godard. Una sorta di epidemia (in realtà è l’effetto di un’esplosione atomica) si diffonde per parigi causando apatia, aridità dei sentimenti ed incomunicabilità. Direi che il cazzeggio mentale tipico di un certo cinema di Godard c’è tutto, ma purtroppo manca completamente l’arte. Non ci sono intuizioni nuove, idee avvincenti o anche solo un’intenzione di fare qualcosa da “regista”.

Il terzo episodio è “La ricotta” di Pasolini. Questo è l’episodio per cu ancora ci si ricorda di questo film. Un regista americano (Orson Welles) sta dirigendo un film sulla passione di Gesù a Roma. Fra interviste, riprese immobili e momenti di attesa, si muove una comparsa che cerca di recuperare più cibo possibile per sfamare prima la famiglia, poi cerca di mangiare anche lui. Quando finalmente riuscirà diventerà un’attrazione per tutto il cast tecnico ed artistico, che cominceranno a dargli cibo come ad un animale al circo. Una volta messo sulla croce (la comparsa interpreta uno dei due ladroni), morirà… Film eccezionale, estetizzante fin dalle prime inquadrature in bianco e nero, si fa eccesso (in senso comunque positivo) nelle scene a colori delle deposizione dalla croce rubate alle pale d’altare di Rosso Fiorentino e Pontormo. Pasolini fa un film per immagini e lo infarcisce di ideologia, ironia, di opinioni personali camuffate, di citazioni artistiche d’ogni tipo, di uso della musica come sottolineatura o come paradosso e di un’infinita dose di poesia. Film molto bello, l’unico motivo per cui valga la pene di recuperare RoGoPaG.

Ultimo episodio è “Il pollo ruspante”, di Gregoretti. La giornata di una famigliola che investita dal sogno del posto fisso non si rende conto di essere imprigionata in una serie di obblighi sociali che la borghesia richiede. Episodio tanto ideologico quanto urlato. Se per tutto l’episodio si cerca di sostener e un tema (cosa di per se irritante), il fatto che la tesi venga detta apertamente all’autogrill direi che peggiora solo le cose. Tognazzi fa il suo lavoro con onestà e gliene va dato il merito. Tutto sommato il meno peggio fra i tre episodi inutili.

venerdì 4 ottobre 2013

Mr. Smith va a Washington - Frank Capra (1939)

(Mr. Smith goes to Washington)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un giovane di provincia puro nelle intenzioni e idealista nel rapportarsi con le istituzioni americane (ammantante di quell’aura di misticismo e integrità che hanno solo loro) viene scelto come secondo senatore del suo stato. La scelta è stata pilotata da un magnate locale e dall'altro senatore (un tempo anch’esso puro); i due stanno tentando di far passare al congresso la costruzione di una diga che farà guadagnare loro parecchi soldi e cercano un nuovo senatore che non faccia troppe domande. Una volta a Washington per tenerlo buono gli offriranno al possibilità di portare avanti un suo emendamento circa la costituzione di un campo per ragazzi, purtroppo gli interessi di quella campo si scontreranno con quelli della diga; il neo eletto sarà pronto a denunciare i brogli, ma verrà battuto sul tempo e si attiverà una enorme macchina del fango.

Film  idealista fino alla nausea, semplice e lineare fino alla fantascienza si ricorda volentieri per lo sguardo disincantato che già in quegli anni c’era nei confronti delle istituzione (è vero che, comunque, questo sguardo serve a sottolineare l’assurda redenzione finale). Personalmente non ho molto apprezzato l’interpretazione di Stewart che da vita all'eterno suo personaggio del ragazzone semplice, ma qui è proprio eccessivo. Devo ammetter inoltre di non aver capito esattamente perché avrebbe dovuto convincere l’opinione pubblica della sua innocenza tenendo la parla 24 ore…

Tutto sommato è un film di Frank Capra (solare, idealista e buono), ma a questo gliene preferisco molti altri, qui è tutto eccessivo e troppo meccanico. Qualche buona idea non manca di sicuro, il cartoonismo della caccia a i giornalisti; l’enfasi esagerata, ma esteticamente impeccabile dell’arrivo a Washington; il mostrare i sentimenti di Stewart attraverso l’impossibilità di tenere il cappello in mano.

mercoledì 2 ottobre 2013

La fine del mondo - Edgar Wright (2013)

(The world's end)

Visto al cinema.

Ora scopro, con colpevole ritardo che c’era l’idea della trilogia del cornetto; non trovo molto di più scritto sulla mia unica fonte di informazione indipendente (wikipedia), quini immagino che l’intento fosse creare un film di genere, in versione commedia, ambientato nella provincia inglese più provinciale, con tutti i cliché e gli sviluppi inevitabili. Era prevedibile quindi che dopo l’horror e l’action ci sarebbe stato questo sviluppo… non voglio dire di più perché io sono andato a vederlo senza sapere nulla e la scena del bagno l’ho vissuto con un trasporto non prevedibile.

Wright dietro alla macchina da presa usa il solito stile rapido ed elegante per dare vita a quello che per metà film sembra un bromance sul tempo che passa, una versione cazzara e “30anni dopo” di Stand by me; poi, a partire dalla scena del bagno, il film cambia radicalmente, si butta in un genere di nicchia, senza però mollare mai dall'idea iniziale, anzi si spinge ancora più a fondo.

Le citazioni sono certamente meno rispetto ad Hot Fuzz, ma l’utilizzo è sempre lo stesso, intelligentissimo (su tutti il 6 sulla fronte che torna ad essere effettivamente il segno del male).
Un altro encomio alle scene di azione, originale, dinamiche, riprese in maniera sempre nuova, ma soprattutto sempre realizzate tenendo un occhio sul divertimento.

Uno show down finale un po troppo facile e cialtrone abbassa il livello, ma non può certamente corrompere un film tanto ben realizzato.

Cast all'altezza sotto ogni punto di vista… Ah già, poi si ride, parecchio. Che altro serve? 

PS: non so se sembrerò un cospirazionista, ma qui c'è una comparsata di Brosnan, così come in Hot Fuzz c'era quella di Dalton... un inchino alla più grande saga del cinema (inglese)?

lunedì 30 settembre 2013

Cattivissimo me - Pierre Coffin, Chris Renaud (2010)

(Despicable me)

Visto in tv.

In un mondo dove un gruppo di supercattivi ben organizzati si sfidano a chi fa l’azione più clamorosa (anche se le azioni supercattive sono solo dei furti… di solito anche d scarsa importanza), l’ormai di mezz’età Gru decide di diventare il più famoso di tutti rubando la luna, ma per farlo gli serve un raggio che è perfettamente protetto dal suo antagonista Vector. Per entrare in casa sua adotta tre bambine da un orfanotrofio (era una vita che l’orfanotrofio non ritornava in un lungometraggio animato)…

La storia non particolarmente originale è certamente all’acqua di rose nella prima metà (dove ci si concede qualche risata ogni tanto), nella seconda parte in cui l’inevitabile redenzione è completa si sorpassa abbondantemente la linea della stucchevolezza. Ma è possibile che la Pixar sia l’univa (fuori dal Giappone) a riuscire ad essere sentimentale ed empatica senza cadere nel diabete?!

Buono il corollario di personaggi secondari (formati al 95% dai piccoli mostri gialli che rappresentano l’unica idea riuscita del film, come sorta di Umpa Lumpa super specializzati).

Seppure mi trovo a non apprezzare il tratto che è stato utilizzato bisogna ammettere che l’animazione è di livello eccellente. Il che lo inserisce nella lista dei film d’animazione ben realizzati (ma niente di più) della Universal. 

venerdì 27 settembre 2013

Rocky - John G. Avildsen (1976)

(Id.)

Visto in DVD.

Rocky è uno sfigato, un emarginato che vive nei sobborghi; conosce tutti, ma ha un solo amico (che è un emarginato e un perdente anche lui e c’ha pure dei problemi nel controllare la rabbia); si innamora di una più sfigata di lui, abbastanza brutta, che cede solo perchè lui la tampina senza posa; vive in un buco senza speranza di miglior manto; lavora per un gangster di piccola taglia, pure lui uno sfigato; racconta bruttissime barzellette (?) che lo rendono ancora più patetico; unica valvola di sfogo è la boxe, sport dove dopo dieci anni è rimasto al palo…

La storia è un po tutta qui, ma più che una trama il film mostra un personaggio e (come spesso nei film di Avildsen) lo sport è solo un McGuffin per parlare del protagonista. Ceto siamo davanti al classico film di riscatto all’americana, niente di più banale, a cui si aggiunge una storia d’amore, un poco di questione sociale dei sobborghi e un minimo di riscatto di tutta una società grazie al singolo… però prima di tutto questo rimane un film su un personaggio; e questo personaggio ha il volto di Stallone (la cui inespressività imbronciata delinea perfettamente il suo protagonista e non sarà mai più così espressiva). Ecco forse il vero valore aggiunto è questo, Stallone è un attorucolo senza soldi che è riuscito ad inserirsi in parti secondarie in alcuni film (tra cui un softcore) senza mai riuscire a sfondare ed ora, per la prima volta, gli viene consegnata una parte da protagonista, la sua grande possibilità… il personaggio e l’attore che lo interpreta sono esattamente la stessa cosa.

Se Stallone è un punto in più, il film però non è scevro di difetti. La regia di Avildsen è troppo spesso ininfluente, ha diverse ingenuità, tutta la prima metà è piuttosto lesta, eppure…. Eppure questa ennesima riproposizione del sogno americano alla Frank Capra, sentimentale ed emotiva regge bene per tutto il tempo; descrive perfettamente un protagonista che è uno specchio per una società, te lo fa amare per quello che è (un vero perdente che non fa nulla per venirne fuori) e quando il film arriva alle scene finali non ci si può non commuovere.

mercoledì 25 settembre 2013

Gravity - Alfonso Cuarón (2013)

(Id.)

Visto al cinema... in 3D.

Un gruppo di astronauti americani viene sorpreso da una pioggia di detriti artificiale, l squadra viene massacrata e gli unici due sopravvissuti devono riuscire a cavarsela senza attrezzi o navicelle di salvataggio (tutto è andato distrutto).

Si questo è il classico survival movie, quello in cui si è isolati e senza nulla e bisogna riuscire a cavarsela lo stesso... Per chi è stato sensibile a Open water (come il sottoscritto), questo film sarà la versione quintuplicata (almeno nel mezzo dell'oceano hai ossigeno all'infinito!).

Il plot è banalissimo e tutto il film gioca sporco sulle paure più ovvie e la storia sarà un susseguirsi di tentativi fortunosi di sopravvivere e un elenco di sfighe continue a distruggere ogni certezza (Armageddon in confronto sembra una passeggiata). Eppure il gioco sporchissimo Cuarón lo conduce perfettamente.
C'è da sottolineare la verosimiglianza dei fatti narrati, quindi questo non è lo spazio a gravità zero che ti fa volare, ma non ha conseguenze reali, qui l'assenza di gravità è un nemico temibile, è un susseguirsi di strattoni e botte pesanti, è un continuo aggrapparsi all'ultimo e un viaggiare roteando nel vuoto.

Come già detto Cuarón lavora benissimo con quello che ha e, sfruttando una CGI perfetta e la libertà di movimento che lo spazio gli concede, si trastulla in piani sequenza e inquadrature che continuamente alternano il punto di vista da uno esterno ad uno interno alla vicenda. Il tutto permette la creazione di un clima costantemente senza speranze (davvero ogni 15 minuti sembra che non ci sia più nulla da fare) e per tutta la prima metà credo che ci sia la più alta concentrazione di angoscia possibile.

...ma forse quello che più colpisce in questo film è come un'opera completamente costruita al computer possa essere così materica; il metallo è gelido ed inerte, la carne sensuale e fragilissima, il vuoto... beh veramente vuoto; ogni materiale trasuda le proprie caratteristiche e diventa parte integrante del film.