(Id.)
Visto qui.
In un mondo di omini di lana contrassegnati da un numero, nascere con uno Zero è di per sé una condanna sociale (non aiuta che la qualità del tessuto sia peggiore). Due numeri Zero si innamorano, ma il loro rapporto è proibito (per paura della diffusione del morbo) e il lui della coppia viene incarcerato. Ma un'inattesa complicanza risolverà la stasi mostrando a tutti che cosa significa essere Zero.
Interessante cortometraggio in stop motion di tale Kezelos, autore che, per ora, si limita solo a questo genere (ma con un ottimo successo, almeno in patria). Si tratta della sua seconda opera, ma la prima d'animazione (il suo primo corto è una pubblicità per la promozione... delle banane "A tasteful bunch" incredibilmente ambiguo) e si nota subito che questa deve essere la sua strada.
In primo luogo è una delle opere in stop motion con l'animazione migliore che ricordi e direi che è già qualcosa.
In secondo luogo la trama è piuttosto banale, con la classica storia di rivalsa del diverso con happyending; tuttavia gli ultimi 30 anni di Tim Burton non sono passati invano...
I protagonisti sono dei freak a tutti gli effetti, considerati negativi in quanto tali e discriminati, ma la loro inevitabile rivalsa arriva grazie alla creazione di un freak ancora più outsider di loro a cui, però, viene data una considerazione migliore. Ma anche la confezione esterna è totalmente timburtiana, i protagonisti sembrano venire dai suoi disegni e il mondo zuccheroso in cui si muovono dagli assunti iniziali di quasi ogni suo film.
Sinceramente è una scelta che mi sorprende, in positivo; si tratta infatti di uno dei primi film che vedo prendere così apertamente sia l'estetica che il contenuto dal regista americano.
Mi risulta invece inspiegabile la scelta di mettere una voce fuori campo in un film che è perfetto come opera muta.
venerdì 13 ottobre 2017
mercoledì 11 ottobre 2017
Io ti salverò - Alfred Hitchcock (1945)
(Spellbound)
Visto in DVD.
Una psichiatra scopre che il nuovo direttore dell'istituti dove lavora (e di cui si innamora immediatamente) non è chi dice di essere. Verrà ricercato dalla polizia per omicidio, ma lei, sicura della sua buona fede e certa che vi sia un trauma alla base della sua amnesia circa la propria indentità, lo aiuta a fuggire.
Un film dalla storia particolarmente inverosimile, progettato a tavolino per essere il primo a tema psicoanalitico. Di fatto si riduce tutto a una caccia all'uomo con l'uomo già presente (questa sì è un'idea buona) con molto chiacchiericcio (questa invece è la pecca fondamentale).
Al netto delle critiche che gli si possono muovere (molte dovute a Truffaut); questo è un film realizzato da dio.
Al di là degli hitchcockismi classici che rappresentano il minimo sindacale. Regia molto mobile e diverse soggettive (di cui quella della pistola nel finale è piuttosto brutta) sono solo la punta dell'iceberg; questo è, soprattutto, un film fatto di montaggio interno. Sembra che Hitchcock non sia riuscito a inquadrare Peck senza farlo muovere all'interno della scena; si va dall'incontro dei due protagonisti, con Peck in avvicinamento fino allo scambio di sguardi, al loro re-incontro in albergo; ma su tutte le scene è da enciclopedia la sequenza dell'incontro notturno con il vecchio professore in cui la macchina da presa si muove in maniera minima, ma, carica di un panfocus, passa dal campo medio al dettaglio del rasoio senza nessuno stacco... e lo vorrei sottolineare, se a volte queste chicche sono gesti di stile, in quella specifica sequenza tutto è funzionale.
Noto per la sequenza onirica realizzata da Dalì (che Hitchcock avrebbe voluto più lunga) devo ammettere che ha una fama immeritata; sicuramente interessante, ma senza idee fondamentali. Il film si pregia inoltre di una delle più brutte scene di sci della storia del cinema e di un'incursione brevissima di colore (rosso) nello sparo finale, efficace per rendere anche a livello visivo l'impressione dello sparo.
Buona come sempre la Bergman che fa il suo, terribile Peck per lo più inespressivo (e da giovane era sempre inquietante, anche quando faceva la vittima).
Visto in DVD.
Una psichiatra scopre che il nuovo direttore dell'istituti dove lavora (e di cui si innamora immediatamente) non è chi dice di essere. Verrà ricercato dalla polizia per omicidio, ma lei, sicura della sua buona fede e certa che vi sia un trauma alla base della sua amnesia circa la propria indentità, lo aiuta a fuggire.
Un film dalla storia particolarmente inverosimile, progettato a tavolino per essere il primo a tema psicoanalitico. Di fatto si riduce tutto a una caccia all'uomo con l'uomo già presente (questa sì è un'idea buona) con molto chiacchiericcio (questa invece è la pecca fondamentale).
Al netto delle critiche che gli si possono muovere (molte dovute a Truffaut); questo è un film realizzato da dio.
Al di là degli hitchcockismi classici che rappresentano il minimo sindacale. Regia molto mobile e diverse soggettive (di cui quella della pistola nel finale è piuttosto brutta) sono solo la punta dell'iceberg; questo è, soprattutto, un film fatto di montaggio interno. Sembra che Hitchcock non sia riuscito a inquadrare Peck senza farlo muovere all'interno della scena; si va dall'incontro dei due protagonisti, con Peck in avvicinamento fino allo scambio di sguardi, al loro re-incontro in albergo; ma su tutte le scene è da enciclopedia la sequenza dell'incontro notturno con il vecchio professore in cui la macchina da presa si muove in maniera minima, ma, carica di un panfocus, passa dal campo medio al dettaglio del rasoio senza nessuno stacco... e lo vorrei sottolineare, se a volte queste chicche sono gesti di stile, in quella specifica sequenza tutto è funzionale.
Noto per la sequenza onirica realizzata da Dalì (che Hitchcock avrebbe voluto più lunga) devo ammettere che ha una fama immeritata; sicuramente interessante, ma senza idee fondamentali. Il film si pregia inoltre di una delle più brutte scene di sci della storia del cinema e di un'incursione brevissima di colore (rosso) nello sparo finale, efficace per rendere anche a livello visivo l'impressione dello sparo.
Buona come sempre la Bergman che fa il suo, terribile Peck per lo più inespressivo (e da giovane era sempre inquietante, anche quando faceva la vittima).
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lunedì 9 ottobre 2017
Coeur fidèle - Jean Epstain (1923)
(Id.)
Visto in DVD.
Un'orfana viene proposta in matrimonio, da padre della cattiva famiglia adottiva, a un bruto locale; lei è ovviamente innamorata di un altro, ricambiata. In un momento dir abbia l'amato viene arrestato e durante la prigionia la ragazza viene costretta a sposarsi. Gli amanti continueranno a vedersi.
Jean Epstain è stato uno dei primi teorici del cinema e ha realizzato diverse opere ormai dimenticate dal tempo, ma assolutamente ragguardevoli. la più nota è certamente "La caduta della casa Usher" che è anche uno dei film muti più efficaci che abbia mai visto.
Anche questo "Cuore fedele" non è da meno. La storia è di una banalità sconfortante, ma è evidente che l'interesse del regista è nel come porla in essere.
Se la prima cosa che colpisce del film è la fotografia molto nitida, presto ci si rende conto che quest'opera ha un occhio di riguardo sul montaggio; uno dei più moderni di quel decennio.
Nel montare questo film, non ci si è accontentati di descrivere o dare ritmo, ma viene data profondità e significato a quello che viene inquadrato.
Gioca con una selva di inquadrature variegate che vanno dai primissimi piani ai campi lunghi (sempre utilizzati in maniera funzionale), spesso l'uno a intervallare l'altro; crea emozioni ed esalta ciò che avviene sulla scena come nel primo incontro fra i due uomini nel locale (una serie sempre più rapida di primissimi piani dei protagonisti e dettagli delle mani e delle bottiglie, tutti sempre più ravvicinati a mano mano che la velocità aumenta), questa scena è un vero capolavoro, ma l'intero film è costellato da scelte del genere (come la sequenza delle giostre o quella del musicista di strada); infine, con il montaggio, riesce a creare una delle prime sequenze di suspense vera e propria, con il marito che torna a casa ubriaco mentre i due amanti sono insieme.
Se il montaggio è la punta di diamante del film, la costruzione delle inquadrature è un secondo posta dignitosissimo. In quest'opera ci sono alcuni dei primi piani più intensi e più belli tra quelli pre-Dreyer; nelle inquadrature c'è un frequente uso di filtri, da quelli diegetici (pezzi di stoffa) all'uso delle veline, del fuori fuoco e della sovrapposizione di immagini, tutto per rendere la separazione, il distacco o, al contrario (nella scena dei due amanti con il mare), l'unione.
Visto in DVD.
Un'orfana viene proposta in matrimonio, da padre della cattiva famiglia adottiva, a un bruto locale; lei è ovviamente innamorata di un altro, ricambiata. In un momento dir abbia l'amato viene arrestato e durante la prigionia la ragazza viene costretta a sposarsi. Gli amanti continueranno a vedersi.
Jean Epstain è stato uno dei primi teorici del cinema e ha realizzato diverse opere ormai dimenticate dal tempo, ma assolutamente ragguardevoli. la più nota è certamente "La caduta della casa Usher" che è anche uno dei film muti più efficaci che abbia mai visto.
Anche questo "Cuore fedele" non è da meno. La storia è di una banalità sconfortante, ma è evidente che l'interesse del regista è nel come porla in essere.
Se la prima cosa che colpisce del film è la fotografia molto nitida, presto ci si rende conto che quest'opera ha un occhio di riguardo sul montaggio; uno dei più moderni di quel decennio.
Nel montare questo film, non ci si è accontentati di descrivere o dare ritmo, ma viene data profondità e significato a quello che viene inquadrato.
Gioca con una selva di inquadrature variegate che vanno dai primissimi piani ai campi lunghi (sempre utilizzati in maniera funzionale), spesso l'uno a intervallare l'altro; crea emozioni ed esalta ciò che avviene sulla scena come nel primo incontro fra i due uomini nel locale (una serie sempre più rapida di primissimi piani dei protagonisti e dettagli delle mani e delle bottiglie, tutti sempre più ravvicinati a mano mano che la velocità aumenta), questa scena è un vero capolavoro, ma l'intero film è costellato da scelte del genere (come la sequenza delle giostre o quella del musicista di strada); infine, con il montaggio, riesce a creare una delle prime sequenze di suspense vera e propria, con il marito che torna a casa ubriaco mentre i due amanti sono insieme.
Se il montaggio è la punta di diamante del film, la costruzione delle inquadrature è un secondo posta dignitosissimo. In quest'opera ci sono alcuni dei primi piani più intensi e più belli tra quelli pre-Dreyer; nelle inquadrature c'è un frequente uso di filtri, da quelli diegetici (pezzi di stoffa) all'uso delle veline, del fuori fuoco e della sovrapposizione di immagini, tutto per rendere la separazione, il distacco o, al contrario (nella scena dei due amanti con il mare), l'unione.
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venerdì 6 ottobre 2017
Il ragazzo selvaggio - François Truffaut (1970)
(L'enfant sauvage )
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.
1800, in un paese della Francia viene ritrovato un ragazzo, d'età apparente di circa 10 anni, che vive da solo allo stato brado; nudo, non parla, viene affidato alle cure di un educatore che cercherà di riportarlo alla "civiltà".
Vidi questo film oltre un decennio fa e tutto quello che mi rimase fu il gelo. Rivedendolo oggi non posso che confermare; questo è un film girato in maniera distaccata, frigida; ma più che per una scelta stilistica specifica, direi che questo è lo stile base di Truffaut. La questione non è il distacco del film, la questione è che oltre a questo distacco c'è molto di più, che dieci anni fa non colsi.
Lo stile quasi da documentario (aiutato da una fotografia in bianco e nero bellissima, scarsamente eguagliata nei lavori precedenti del regista) risulta particolarmente utile per rendere in maniera interessante, ma soprattutto non stucchevole, una storia di forti emozioni inespresse... anzi, espresse, ma non mutualmente intelligibili per la mancanza di un linguaggio comune. Lo stile secco permette di veicolare ogni più piccolo sussulto senza mai sfociare in un melodramma; riuscendo a far ottenere un profondo senso di frustrazione per ogni tentato vocalizzo che non va a buon fine (credo che Truffaut abbia goduto a disattendere le aspettative del pubblico) e realizzando una delle più tranquille scene madri di sempre (lo sguardo finale tra i due, neanche particolarmente espressivo, ma carico di tutti i sentimenti messi in gioco fino a quel momento).
A questo poi viene sempre associato il rilevante discorso sulla violenza del bene; sulla sofferenza causata dall'educatore a fin di bene, ma per un fine non strettamente necessario; ma tutti questi discorsi più intellettuali lasciano il passo a un film di emozioni in sordina.
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.
1800, in un paese della Francia viene ritrovato un ragazzo, d'età apparente di circa 10 anni, che vive da solo allo stato brado; nudo, non parla, viene affidato alle cure di un educatore che cercherà di riportarlo alla "civiltà".
Vidi questo film oltre un decennio fa e tutto quello che mi rimase fu il gelo. Rivedendolo oggi non posso che confermare; questo è un film girato in maniera distaccata, frigida; ma più che per una scelta stilistica specifica, direi che questo è lo stile base di Truffaut. La questione non è il distacco del film, la questione è che oltre a questo distacco c'è molto di più, che dieci anni fa non colsi.
Lo stile quasi da documentario (aiutato da una fotografia in bianco e nero bellissima, scarsamente eguagliata nei lavori precedenti del regista) risulta particolarmente utile per rendere in maniera interessante, ma soprattutto non stucchevole, una storia di forti emozioni inespresse... anzi, espresse, ma non mutualmente intelligibili per la mancanza di un linguaggio comune. Lo stile secco permette di veicolare ogni più piccolo sussulto senza mai sfociare in un melodramma; riuscendo a far ottenere un profondo senso di frustrazione per ogni tentato vocalizzo che non va a buon fine (credo che Truffaut abbia goduto a disattendere le aspettative del pubblico) e realizzando una delle più tranquille scene madri di sempre (lo sguardo finale tra i due, neanche particolarmente espressivo, ma carico di tutti i sentimenti messi in gioco fino a quel momento).
A questo poi viene sempre associato il rilevante discorso sulla violenza del bene; sulla sofferenza causata dall'educatore a fin di bene, ma per un fine non strettamente necessario; ma tutti questi discorsi più intellettuali lasciano il passo a un film di emozioni in sordina.
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mercoledì 4 ottobre 2017
Infedeltà - William Wyler (1936)
(Dodsworth)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Ricco americano decide, a malincuore, di andare in pensione e, con la moglie, parte per un lungo viaggio in Europa. Purtroppo la moglie, ora che può vedere il mondo e conoscere persone colte e raffinate (buffa e luogocomunista contrapposizione con gli USA) sente di meritare di più e comincia a flirtare come non ci fosse un domani. Fra litigi, separazioni oceaniche, ricongiungimenti e rispettivi innamoramenti con promesse di matrimonio la coppia scoppierà in maniera definitiva.
Interessante film che disserta a lungo sulla distruzione di una coppia che, con un certo coraggio, non concede nulla alla commedia e opta per dei protagonisti di mezza età per un argomento che ai giorni nostri potrebbe avere appeal solo se fossero dei giovani. In questo senso rimane una mosca bianca nel cinema che, forse, meriterebbe essere riscoperto. Anzi, meriterebbe maggiore attenzione anche per la conclusione; ovvio che l'amore dovrà trionfare, ma non riesce ad avere quel piglio consolatorio che hanno i drammi sentimentali contemporanei; dell'amaro rimane sempre.
Purtroppo le dissezioni hanno due problemi in pectore, quello di scadere nella didascalia e quelle di troppo nello specifico o nel ripetitivo. Il didascalismo non è di questo film, messo in mano a persone competenti nello sceneggiare suggerendo molto; il dettaglio, invece, ma soprattutto la ripetitività ci sono eccome, arrivando dopo la metà del film a far deragliare il ritmo. Peccato.
Affascinanti le location ricostruite con alcuni scorci potenti (Oscar per la scenografia), si pregia di una regia gradevole che si impegna, invisibile, a mettere in piedi alcune costruzioni sceniche. Niente di enorme, ma Wyler si prende anche la briga di costruire un finale che merita di essere ricordato con l'ultimo litigio fra i coniugi in mezzo alla folla che aumenta e l'urlo di lei smorzato dalla sirena della nave in partenza.
Dopo aver visto "Holiday", "L'orribile verità" e anche questo film, credo che l'opinione di Woody Allen sulle relazioni di coppia derivi dai melò anni '30.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Ricco americano decide, a malincuore, di andare in pensione e, con la moglie, parte per un lungo viaggio in Europa. Purtroppo la moglie, ora che può vedere il mondo e conoscere persone colte e raffinate (buffa e luogocomunista contrapposizione con gli USA) sente di meritare di più e comincia a flirtare come non ci fosse un domani. Fra litigi, separazioni oceaniche, ricongiungimenti e rispettivi innamoramenti con promesse di matrimonio la coppia scoppierà in maniera definitiva.
Interessante film che disserta a lungo sulla distruzione di una coppia che, con un certo coraggio, non concede nulla alla commedia e opta per dei protagonisti di mezza età per un argomento che ai giorni nostri potrebbe avere appeal solo se fossero dei giovani. In questo senso rimane una mosca bianca nel cinema che, forse, meriterebbe essere riscoperto. Anzi, meriterebbe maggiore attenzione anche per la conclusione; ovvio che l'amore dovrà trionfare, ma non riesce ad avere quel piglio consolatorio che hanno i drammi sentimentali contemporanei; dell'amaro rimane sempre.
Purtroppo le dissezioni hanno due problemi in pectore, quello di scadere nella didascalia e quelle di troppo nello specifico o nel ripetitivo. Il didascalismo non è di questo film, messo in mano a persone competenti nello sceneggiare suggerendo molto; il dettaglio, invece, ma soprattutto la ripetitività ci sono eccome, arrivando dopo la metà del film a far deragliare il ritmo. Peccato.
Affascinanti le location ricostruite con alcuni scorci potenti (Oscar per la scenografia), si pregia di una regia gradevole che si impegna, invisibile, a mettere in piedi alcune costruzioni sceniche. Niente di enorme, ma Wyler si prende anche la briga di costruire un finale che merita di essere ricordato con l'ultimo litigio fra i coniugi in mezzo alla folla che aumenta e l'urlo di lei smorzato dalla sirena della nave in partenza.
Dopo aver visto "Holiday", "L'orribile verità" e anche questo film, credo che l'opinione di Woody Allen sulle relazioni di coppia derivi dai melò anni '30.
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lunedì 2 ottobre 2017
Himizu - Sion Sono (2011)
(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Mentre sullo sfondo arrivano le notizie di una Fukushima distrutta dallo tsunami, un ragazzo che affitta barche su un lago e vive con la madre disadattata viene insidiato da una compagna di classe innamorata di lui (e anche lei con grossi problemi di socialità). Il ragazzo sarà perseguitato anche dal padre alcolizzato sempre alla ricerca di soldi e uno yakuza a cui il padre (che si da alla macchia) deve 6 milioni di yen.
Da "Cold fish" in poi (o forse prima, ma mi manca qualche pezzo) lo stile di Sono è cambiato; dal baraccone kitsch precedente lo stile si è fatto più raffinato, le storie più lineari, meno assurde e, forse, più dure, la fotografia diventa parte fondamentale del racconto, curata, ma non carica e sempre uguale. Qui poi c'è u interesse particolare per le luci, splendide quelle in notturna (soprattutto quelle fluo o le candele di alcuni interni e le lampadine degli esterni). Personalmente preferisco questa seconda vita di Sono.
A questo si aggiunge la regia affascinante di cui è spesso capace; splendidi carrelli (frontali o laterali) piuttosto lunghi, semplici, ma ben realizzati e almeno un dolly da urlo (quello della scena dell'omicidio con la pietra) lineare, ma enorme.
Cast eccezionale.
Anche la tram aè in linea con quella di "Cold fish" con una famiglia allo sbando come parafrasi del Giappone (e anche il disastro di Fukushima diventa una continua metafora). La storia regge molto bene nella prima parte, ma da almeno metà in poi ci si rende conto che Sono soffre dello stesso problema di sempre, non sa quando fermarsi. Il film diventa lungo, pesante e dispersivo, sembra non sapere dove andare a parare (c'è anche la sottotrama dei 6 milioni di yen recuperati dall'ex manager che è uno splendido inserto alla Fritz Lang, ma che è totalmente inutile ai fini della storia). Peccato.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Mentre sullo sfondo arrivano le notizie di una Fukushima distrutta dallo tsunami, un ragazzo che affitta barche su un lago e vive con la madre disadattata viene insidiato da una compagna di classe innamorata di lui (e anche lei con grossi problemi di socialità). Il ragazzo sarà perseguitato anche dal padre alcolizzato sempre alla ricerca di soldi e uno yakuza a cui il padre (che si da alla macchia) deve 6 milioni di yen.
Da "Cold fish" in poi (o forse prima, ma mi manca qualche pezzo) lo stile di Sono è cambiato; dal baraccone kitsch precedente lo stile si è fatto più raffinato, le storie più lineari, meno assurde e, forse, più dure, la fotografia diventa parte fondamentale del racconto, curata, ma non carica e sempre uguale. Qui poi c'è u interesse particolare per le luci, splendide quelle in notturna (soprattutto quelle fluo o le candele di alcuni interni e le lampadine degli esterni). Personalmente preferisco questa seconda vita di Sono.
A questo si aggiunge la regia affascinante di cui è spesso capace; splendidi carrelli (frontali o laterali) piuttosto lunghi, semplici, ma ben realizzati e almeno un dolly da urlo (quello della scena dell'omicidio con la pietra) lineare, ma enorme.
Cast eccezionale.
Anche la tram aè in linea con quella di "Cold fish" con una famiglia allo sbando come parafrasi del Giappone (e anche il disastro di Fukushima diventa una continua metafora). La storia regge molto bene nella prima parte, ma da almeno metà in poi ci si rende conto che Sono soffre dello stesso problema di sempre, non sa quando fermarsi. Il film diventa lungo, pesante e dispersivo, sembra non sapere dove andare a parare (c'è anche la sottotrama dei 6 milioni di yen recuperati dall'ex manager che è uno splendido inserto alla Fritz Lang, ma che è totalmente inutile ai fini della storia). Peccato.
venerdì 29 settembre 2017
L'inganno - Sofia Coppola (2017)
(The beguiled)
Visto al cinema.
Remake del film di Don Siegel di cui condivide completamente la trama. Durante la guerra di secessione americana, un soldato nordista, ferito e isolato in una foresta del sud trova rifugio in un istituto per ragazze dove troverà un microcosmo ricco di tensioni. Lui si inserirà cercando i punti deboli per sfruttare la situazione a suo vantaggio.
Questa versione del film risulta meno ambigua della precedente e meno sensuale; l'uomo è un manipolatore ambiguo mentre le donne sono alternativamente fragili, troppo giovani, ingenue o con troppa voglia di un minimo di normalità; sono donne con debolezze, ma sono innocenti. Viene eliminato del tutto quel manto di ambigua ambivalenza di tutti i personaggi che era il fulcro del film originale, addirittura la decisione estrema presa dalla istitutrice sulla frattura del soldato qui viene giustificata da motivi pragmatici senza quel dubbio (per usare un eufemismo) che la rendeva tanto orribile nell'opera precedente.
Un film smorzato, di molto. Tuttavia più che un'accusa alla superficialità dell'adattamento, mi sembra in linea con la poetica della Coppola (che ha ri-sceneggiato il film), sembra voler essere la stessa opera con un punto di vista più chiaro, rendendo la trama un'indagine alla "Teorema"; le dinamiche interne ad un gruppo chiuso con l'arrivo di un estraneo (in questo caso negativo).
Come dicevo, un'idea chiara e, in parte, interessante, ma che risulta sminuente rispetto all'originale che, purtroppo, adoro.
L'intero cambio di punto di vista è reso evidente anche dall'impianto estetico (già la sola locandina è lampante) che, come sempre nella Coppola, è magnifico: esterni grandiosi e decadenti, interni perfetti, ma algidi, colori tenui, luci di candela di notte e potenti fasci da fonti precise di giorno. Un impianto estetico dettagliato, curato, delicato e in rovina insieme.
Il vero problema però è altrove. La sceneggiatura si muove lenta, spesso a un passo dalla noia, ma riesce a fermarsi un attimo prima; tuttavia sembra perdersi in dettagli per poi dover recuperare con accelerazioni incaute in cui un personaggio dichiara ciò che poteva essere suggerito con una scena in più, rovinando poi in un lungo finale in cui i comportamenti sembrano esplodere senza un adeguato motivo, senza una preparazione sufficiente; più che il punto di vista, la sceneggiatura sembra aver problemi nel gestire sé stessa.
PS: buono il cast, con una nota particolare per la Dunst.
Visto al cinema.
Remake del film di Don Siegel di cui condivide completamente la trama. Durante la guerra di secessione americana, un soldato nordista, ferito e isolato in una foresta del sud trova rifugio in un istituto per ragazze dove troverà un microcosmo ricco di tensioni. Lui si inserirà cercando i punti deboli per sfruttare la situazione a suo vantaggio.
Questa versione del film risulta meno ambigua della precedente e meno sensuale; l'uomo è un manipolatore ambiguo mentre le donne sono alternativamente fragili, troppo giovani, ingenue o con troppa voglia di un minimo di normalità; sono donne con debolezze, ma sono innocenti. Viene eliminato del tutto quel manto di ambigua ambivalenza di tutti i personaggi che era il fulcro del film originale, addirittura la decisione estrema presa dalla istitutrice sulla frattura del soldato qui viene giustificata da motivi pragmatici senza quel dubbio (per usare un eufemismo) che la rendeva tanto orribile nell'opera precedente.
Un film smorzato, di molto. Tuttavia più che un'accusa alla superficialità dell'adattamento, mi sembra in linea con la poetica della Coppola (che ha ri-sceneggiato il film), sembra voler essere la stessa opera con un punto di vista più chiaro, rendendo la trama un'indagine alla "Teorema"; le dinamiche interne ad un gruppo chiuso con l'arrivo di un estraneo (in questo caso negativo).
Come dicevo, un'idea chiara e, in parte, interessante, ma che risulta sminuente rispetto all'originale che, purtroppo, adoro.
L'intero cambio di punto di vista è reso evidente anche dall'impianto estetico (già la sola locandina è lampante) che, come sempre nella Coppola, è magnifico: esterni grandiosi e decadenti, interni perfetti, ma algidi, colori tenui, luci di candela di notte e potenti fasci da fonti precise di giorno. Un impianto estetico dettagliato, curato, delicato e in rovina insieme.
Il vero problema però è altrove. La sceneggiatura si muove lenta, spesso a un passo dalla noia, ma riesce a fermarsi un attimo prima; tuttavia sembra perdersi in dettagli per poi dover recuperare con accelerazioni incaute in cui un personaggio dichiara ciò che poteva essere suggerito con una scena in più, rovinando poi in un lungo finale in cui i comportamenti sembrano esplodere senza un adeguato motivo, senza una preparazione sufficiente; più che il punto di vista, la sceneggiatura sembra aver problemi nel gestire sé stessa.
PS: buono il cast, con una nota particolare per la Dunst.
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mercoledì 27 settembre 2017
E la vita continua - Abbas Kiarostami (1992)
(Zendegi va digar hich)
Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un regista, alter ego di Kiarostami, torna sui luoghi di un suo vecchio film ("Dov'è la casa del mio amico?"); torna poiché in quei luoghi è appena avvenuto un terremoto e lui intende premurarsi che cercare il ragazzo che interpretò il protagonista del film stia bene.
Con questo film inizia a farsi conoscere il Kiarostami meta-cinematografico (grande leit motiv di tutto il cinema iraniano. Durante questo road movie atipico e dai tempi dilatati il finto regista incontrerà luoghi e personaggi del suo vecchio film che daranno il destro a dissertazioni sul rapporto tra realtà e finzione, ma soprattutto come i due mondi siano comunicanti e come gli oggetti, le persone o i fatti dell'uno possano e riescano a penetrare nell'altro (basti pensare alla casa dell'anziano). Di fatto l'intero film è una copia carbone di "Dov'è la casa del mio amico?", con il regista che si muove fra villaggi semisconosciuti, spaesato tra le indicazioni vaghe dei passanti cercando una persona che in ultimo neppure troverà.
Ma c'è anche un'altra lettura, un altro sottotesto. Come dice chiaramente il titolo c'è la dimostrazione di come le persone perseguano la normalità in ogni circostanza, della resilienza umana di fronte alle catastrofi. Il regista gira per villaggi colpiti dal terremoto e incontra persone che hanno perso poco o tutto, ma ognuno di loro dimostra di essere più proiettato verso il futuro che scornato dal presente; dai discorsi sulla morte fatti da un bambino a una donna che ha perso un neonato, da un giovane sposato il giorno stesso del terremoto fino al ragazzo che nel campo allestito per gli sfollati si preoccupa di montare un'antenna televisiva per vedere i mondiali.
Film dal ritmo lento, riesce a coinvolgere meno del precedente, ma a interessare di più.
Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un regista, alter ego di Kiarostami, torna sui luoghi di un suo vecchio film ("Dov'è la casa del mio amico?"); torna poiché in quei luoghi è appena avvenuto un terremoto e lui intende premurarsi che cercare il ragazzo che interpretò il protagonista del film stia bene.
Con questo film inizia a farsi conoscere il Kiarostami meta-cinematografico (grande leit motiv di tutto il cinema iraniano. Durante questo road movie atipico e dai tempi dilatati il finto regista incontrerà luoghi e personaggi del suo vecchio film che daranno il destro a dissertazioni sul rapporto tra realtà e finzione, ma soprattutto come i due mondi siano comunicanti e come gli oggetti, le persone o i fatti dell'uno possano e riescano a penetrare nell'altro (basti pensare alla casa dell'anziano). Di fatto l'intero film è una copia carbone di "Dov'è la casa del mio amico?", con il regista che si muove fra villaggi semisconosciuti, spaesato tra le indicazioni vaghe dei passanti cercando una persona che in ultimo neppure troverà.
Ma c'è anche un'altra lettura, un altro sottotesto. Come dice chiaramente il titolo c'è la dimostrazione di come le persone perseguano la normalità in ogni circostanza, della resilienza umana di fronte alle catastrofi. Il regista gira per villaggi colpiti dal terremoto e incontra persone che hanno perso poco o tutto, ma ognuno di loro dimostra di essere più proiettato verso il futuro che scornato dal presente; dai discorsi sulla morte fatti da un bambino a una donna che ha perso un neonato, da un giovane sposato il giorno stesso del terremoto fino al ragazzo che nel campo allestito per gli sfollati si preoccupa di montare un'antenna televisiva per vedere i mondiali.
Film dal ritmo lento, riesce a coinvolgere meno del precedente, ma a interessare di più.
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lunedì 25 settembre 2017
Il sangue della bestia - Georges Franju (1949)
(Le sang des bêtes)
Visto qui.
Se "Earthling" inserisce qualcosa di nuovo, il discorso di fondo è più vecchio di quanto ci si possa aspettare. Al di là della questione meramente alimentare, la violenza sugli animali perpetrata nell'industria della carne ha un antesignano illustre. Questo cortometraggio documentaristico di un, quasi, neofita Franju. Prima dei suoi splendidi lungometraggi surreali il regista francese si pose nella scia del documentario, direi, pionieristico. Lo è perché la sua opera prima è degli anni '30, lo è per le difficoltà di realizzare documentari veri e proprio in quei decenni, ma qui lo è soprattutto il tema, all'epoca decisamente poco mainstream.
Il documentario mostra il macello di alcuni animali (mucche, cavalli, maiali) in alcuni mattatoi della periferia parigina. Le sequenze delle uccisioni sono mostrate senza reticenze e con un distacco che evita il voyerismo (e devo ammettere che impressionano poco grazie al bianco e nero) e vengono introdotte da alcune brevi spiegazioni fatte con voice off mentre la macchina da presa mostra i quartieri dove sono presenti i macelli.
Questo corto è certamente originale per l'epoca, ma lo trovo molto più interessante per la sua realizzazione. Ci sono inserti arty con gli stacchi da una scena all'altra fatti tramite oggetti (un ventaglio che si apre), inquadrature dolcemente e tranquillamente surreali (il lampadario sospeso nel nulla, l'uomo seduto a tavola in mezzo a una spianata in esterni) che sembrano voler esaltare l'impatto visivo della macellazione a cui si assisterà poco dopo. Al di là della realizzazione però, c'è anche una certa intelligenza nel portare avanti il concetto (questo documentari non sono mai crudamente obiettivi); con una serenità incredibile, Franju, sembra voler fare dei paralleli fra la periferia urbana (dove sono costruiti i mattatoi) e quella umana; dove uomini allo sbando si concentrano attorni a luoghi non di orrore, ma di fredda indifferenza professionalità.
Visto qui.
Se "Earthling" inserisce qualcosa di nuovo, il discorso di fondo è più vecchio di quanto ci si possa aspettare. Al di là della questione meramente alimentare, la violenza sugli animali perpetrata nell'industria della carne ha un antesignano illustre. Questo cortometraggio documentaristico di un, quasi, neofita Franju. Prima dei suoi splendidi lungometraggi surreali il regista francese si pose nella scia del documentario, direi, pionieristico. Lo è perché la sua opera prima è degli anni '30, lo è per le difficoltà di realizzare documentari veri e proprio in quei decenni, ma qui lo è soprattutto il tema, all'epoca decisamente poco mainstream.
Il documentario mostra il macello di alcuni animali (mucche, cavalli, maiali) in alcuni mattatoi della periferia parigina. Le sequenze delle uccisioni sono mostrate senza reticenze e con un distacco che evita il voyerismo (e devo ammettere che impressionano poco grazie al bianco e nero) e vengono introdotte da alcune brevi spiegazioni fatte con voice off mentre la macchina da presa mostra i quartieri dove sono presenti i macelli.
Questo corto è certamente originale per l'epoca, ma lo trovo molto più interessante per la sua realizzazione. Ci sono inserti arty con gli stacchi da una scena all'altra fatti tramite oggetti (un ventaglio che si apre), inquadrature dolcemente e tranquillamente surreali (il lampadario sospeso nel nulla, l'uomo seduto a tavola in mezzo a una spianata in esterni) che sembrano voler esaltare l'impatto visivo della macellazione a cui si assisterà poco dopo. Al di là della realizzazione però, c'è anche una certa intelligenza nel portare avanti il concetto (questo documentari non sono mai crudamente obiettivi); con una serenità incredibile, Franju, sembra voler fare dei paralleli fra la periferia urbana (dove sono costruiti i mattatoi) e quella umana; dove uomini allo sbando si concentrano attorni a luoghi non di orrore, ma di fredda indifferenza professionalità.
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Documentario,
Georges Franju
Earthling - Shaun Monson (2005)
(Id.)
Visto in streaming, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Documentario shock contro lo sfruttamento animale in ogni campo delle attività umane, dall'industria della carne e quello dei vestiti, dagli esperimenti scientifici all'intrattenimento (i circhi).
Inutile discutere sulla tesi proposta; essere d'accordo o in disaccordo con il documentario è pura opinione e (Michael Moore ha reso evidentissimo che) ogni documentario è di per sé fazioso, dovendo partire da un'idea di base che non è mai pura obiettività giornalistica.
La struttura è piuttosto semplice. Immagini di repertorio (alcune troppo datate) per lo più disturbanti (la parte sull'industria alimentare è una delle sequenze più persuasive a favore del mondo vegan che abbia mai visto) e molto efficaci che che riportano a una sorta di Mondo movie con una voce narrante (Joaquin Phoenix) molto adatta, competente e convincente e con un intento educativo che i veri Mondo non avevano.
Quello che cambia rispetto ai precedenti documentari sullo stesso tema (che io abbia visto, ovviamente) è, in parte, proprio questo intento educativo. Più che cercare di convincere o svelare fatti nuovi e sconvolgenti, cerca di spiegare perché ha ragione, di insegnare le basi morali che sostengono la tesi proposta. Un insegnamento piuttosto didascalico nell'incipit e nel finale che si fonda sull'antispecismo; teoria tutt'altro che nuova o innovativa a livello filosofico, ma (per me) nuova a livello documentaristico (sicuramente per quello più mainstream); che, dunque, non si accontenta di mostrare le torture subite dagli animali (cosa che viene pedissequamente fatta almeno dai tempi di Franju in poi), ma le mette in prospettiva/relazione rispetto alle esperienze umane. Ecco, questa idea di fondo è la cosa migliore del film (e per quanto molto rigidamente aneddottica, all'inzio del film, viene anche ben spiegata).
Forse troppo didascalico (...senza forse), certamente troppo lungo (specie nell'assunto finale) e nella lunga porzione centrale mostra il festival da grand guingnol che ci si può aspettare da un film di questo genere (molto più efficace dei discorsi iniziali, ma non molto costruttivo), ma molto intelligente.
Visto in streaming, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Documentario shock contro lo sfruttamento animale in ogni campo delle attività umane, dall'industria della carne e quello dei vestiti, dagli esperimenti scientifici all'intrattenimento (i circhi).
Inutile discutere sulla tesi proposta; essere d'accordo o in disaccordo con il documentario è pura opinione e (Michael Moore ha reso evidentissimo che) ogni documentario è di per sé fazioso, dovendo partire da un'idea di base che non è mai pura obiettività giornalistica.
La struttura è piuttosto semplice. Immagini di repertorio (alcune troppo datate) per lo più disturbanti (la parte sull'industria alimentare è una delle sequenze più persuasive a favore del mondo vegan che abbia mai visto) e molto efficaci che che riportano a una sorta di Mondo movie con una voce narrante (Joaquin Phoenix) molto adatta, competente e convincente e con un intento educativo che i veri Mondo non avevano.
Quello che cambia rispetto ai precedenti documentari sullo stesso tema (che io abbia visto, ovviamente) è, in parte, proprio questo intento educativo. Più che cercare di convincere o svelare fatti nuovi e sconvolgenti, cerca di spiegare perché ha ragione, di insegnare le basi morali che sostengono la tesi proposta. Un insegnamento piuttosto didascalico nell'incipit e nel finale che si fonda sull'antispecismo; teoria tutt'altro che nuova o innovativa a livello filosofico, ma (per me) nuova a livello documentaristico (sicuramente per quello più mainstream); che, dunque, non si accontenta di mostrare le torture subite dagli animali (cosa che viene pedissequamente fatta almeno dai tempi di Franju in poi), ma le mette in prospettiva/relazione rispetto alle esperienze umane. Ecco, questa idea di fondo è la cosa migliore del film (e per quanto molto rigidamente aneddottica, all'inzio del film, viene anche ben spiegata).
Forse troppo didascalico (...senza forse), certamente troppo lungo (specie nell'assunto finale) e nella lunga porzione centrale mostra il festival da grand guingnol che ci si può aspettare da un film di questo genere (molto più efficace dei discorsi iniziali, ma non molto costruttivo), ma molto intelligente.
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