mercoledì 17 novembre 2010

Heliopolis - Ahmad Abdalla (2009)

(Id.)


Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale.


Il Cairo. Nel quartiere di Heliopolis si muovono diversi personaggi (il film per lo più mostra una receptionist, una coppia di fidanzati, un medico che vuol vendere il suo appartamento, uno studente universitario che fa una ricerca sulle minoranza etniche ed un militare in guardiola) che sprecano la loro giornata con lavori sterili, o in ricerche inutili, o con piccole bugie quotidiane. Tutti accomunati dall’insoddisfazione e dalla paralisi.
Per essere un’opera prima indipendente la regia è decisamente buona, fotografia pulita, una macchina da presa che inquadra il giusto e che gioca a fare la macchina a mano quando serve, un montaggio ben utilizzato e qualche inquadratura decisamente gustosa; quindi complimenti a Abdalla… chi è da insultare è lo sceneggiatore; quindi un vaffa ad Abdalla (maledetti questi registi che non sanno quando devono fermarsi)… si perché il film è devastante. La storia gira a vuoto, sterile come le vite dei protagonisti; e lo fa con un ritmo vertiginosamente lento e pesante…
Un film assolutamente da evitare, non da nulla, se non il sonno.

Il film è stato anticipato da un cortometraggi "El icha (Vivre)" di Walid Tayaa… questa è la storia di una donna tunisina costretta in un lavoro spersonalizzante, tra persone formali ma vuote, un figlio lontano che non ci pensa neanche a tornare e l’ottusità di una religione castrante…. E basta… Tutto qui…. Come a dire “giochiamo a fare un corto banale, ma che sembri intellettuale?”. Non brutto, ma inutile… ed in questo senso è adattissimo al film a cui è stato associato.

martedì 16 novembre 2010

Nha fala - Flora Gomes (2002)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso); in lingua originale.

Quest’anno al Festival di Cinema Africano di Verona hanno deciso di festeggiare il 30 anni con una rassegna dei più importanti film africani (a sentire loro almeno) degli ultimi 3 decenni.
Si comincia con questo Nha fala, film atipico del regista Flora Gomes; questo almeno è quello che dicono, io non ne ho mai visto uno, quindi non mi stupirà vedere frizzi e lazzi (a quanto pare Gomes è un tipo piuttosto uggioso).
Una ragazza dalla Guinea Bissau parte per Parigi dove ha vinto una borsa di studio per 5 anni; prima però saluta tutti e molla l’attuale moroso, un po perché la tradisce con tutte, e un po perché è diventato un ricco trafficone. A Parigi si fa ben volere da tutti, conosce una ragazzo, se ne innamora… i problemi arrivano adesso, perché pare che nella sua famiglia vi sia una maledizione che colpisce le donne, non possono cantare, pena la morte (uuuuhh)… il problema sorge perché il ragazzo la vuole far cantare, anzi la fa cantare, anzi le fa incidere un cd, che vende un casino in tutta Europa… e tutti a questo punti si chiederanno, lei muore? La risposta è no. E il problema allora dov’è? Che sua madre di lei ne soffrirà un casino… non che lei sia rimasta viva, ma che lei abbia infranto la promessa di non cantare mai… si vabbè, a questo punto il film si fa un po incomprensibile, ma la ragazza ha la grande idea di tornarsene a casa ed inscenare il proprio funerale, nel quale si metterà a cantare convincendo anche sua mamma a farlo…
Non una commedia, perché cantano troppo; non un musical, perché cantano troppo poco… in ogni caso è il mio primo mezzo musical africano e c’è da dirlo subito; le musiche sono belle. I testi non sempre e la metrica stride, ma la musica no. Il fatto più curioso è la danza; come nei musical americani classici, la gente all’improvviso si mette a ballare tutta insieme, solo che qui non c’è una coreografia ben delineata; sembra che sia stato detto loro di ballare, muoversi a ritmo della musica, e di fare certi movimenti solo durante il ritornello. Le scenografia, come i vestiti, sono coloratissime; peccato però che la regia non sia adeguata ad un musical e risulti incapace di inquadrare adeguatamente le scene di ballo.
Un peccato soprattutto perché Flora Gomes è tutt’altro che un cretino; sa quello che fa per la maggior parte del tempo, con un piano sequenza piuttosto interessante, un uso incessante del dolly, una fotografia non eccezionale, ma pulita e soprattutto un budget di tutto rispetto, si vede chiaramente.
Alla fin fine, tutto considerato, sarebbe un buon esperimento, un film quantomeno carino se non fosse per la sceneggiatura… è vero che lancia diverse frecciate ironiche alla speranza di vita in Guinea, ai rapporti di forza cambiati nel post-colonialismo, alla convivenza di cattolicesimo e animismo, ecc…, ma manca proprio la storia. La trama è assente per buona parte del film, e quando compare è confusa e assurda; intrisa di un metaforone urlato all’inizio, e di una morale buonista alla fine…
Spiace, ma la delusione è troppa.

lunedì 15 novembre 2010

Il diario di un curato di campagna - Robert Bresson (1951)

(Journal d'un curé de campagne)

Visto in VHS.

La storia in un neodiplomato prete che vien spedito in una parrocchia di periferia. Il che non sarebbe un problema se non fosse un alcolizzato con notevoli problemi di fede lui stesso (e altre disfunzioni morali) che si deve scontrare con alcuni ossi molto duri.

La storia non proprio scattante o attrattiva, trattata con una certa lentezza e qualche caduta di stile (personalmente non sopporto molto la voce fuori campo, che in questo caso dura per tutta la lunghezza del film…).

Se poi nel precedente film lo stile asciutto e geometrico di Bresson era un pregio, in questo caso non fa altro che eliminare la già scarsa empatia, rendere più freddo l’insieme e più lento lo svolgimento.

domenica 14 novembre 2010

eXistenZ - David Cronenberg (1999)

(Id.)

Registrato dalla tv.

Visto quant'è intricata la trama passo subito la parola al mio amico d'infanzia mymovies.

Detto ciò, credo vada sottolineato il momento in cui il film è stato realizzato. Se "Spider" rappresenta per Cronenberg il punto di svolta, il giro di boa oltre al quale cambierà decisamente il suo modo di fare cinema pur mantenendo sostanzialmente inalterate le tematiche fondamentali (un cambiamento coraggioso, che, dati i risultati, denota la grandezza creativa del regista canadese); questo eXistenZ rappresenta la quintessenza del suo cinema fino a quel punto.

Certo il film è un gingillo lucido lucido, edulcorato rispetto alle opere precedenti, ruffiano qb, non eccessivamente destabilizzante, anzi rassicurante il giusto perchè sia gradito al grande pubblico; eppure dentro ci sono tutti i film precedenti, tutte le ossessioni del regista, tutti i temi trattati. Infatti il film parla di mutazione del corpo; di rapporti tra organico e inorganico con la costruzione di macchine vive o fatte di elementi organici (su tutte vince la pistola fatta coi resti del pasto e in cui i proiettili sono fatti dal ponte dentario di Law); il sesso come costante, e tra l'altro il sesso visto di sbieco in un modo non convenzionale e non normale (per quanto possa essere un giocattolo mainstream c'è da dire che questo film presenta una scena in cui una donna penetra un uomo...); il rapporto tra realtà e finzione con la presentazione di più piani di realtà differenti di cui nessuno è il predominante (e questo credo che sia uno dei temi più importanti in questo film, l'assoluta impossibilità a stabilere quale delle molteplice realtà sia quella originaria, anzi forse la mancanza di unicità della realtà messa in scena con questo gioco a scatole cinesi); ecc...

Si insomma un bignami, un riassunto della sua carriera, così da poter poi ricominciare da zero.
Un esercizio di stile, non sono godibilissimo, ma realizzato da dio, con un cast all star (o quasi) degnissimo e una trama che è un gioco d'incastri senza soluzione. Personalmente un cult.

sabato 13 novembre 2010

Roma - Federico Fellini (1972)

(Id.)

Visto in DVD.

Un altro film apertamente dedicato ai ricordi, secondo d’una trilogia ideale. E di nuovo un film meta cinematografico con Fellini di nuovo in gioco nella parte di se stesso. Non c’è una trama in realtà, ma un susseguirsi di episodi, di spezzoni che nel loro insieme costituiscono un affresco che rimanda alla città eterna. Ovviamente tutto filtrato dalla memoria e dall’onirismo di Fellini.

Nel complesso il film non torna, non convince, soprattutto perché non è un film, ma una serie di episodi, ognuno dei quali, preso da solo presenta un fascino particolare, da sogno o da incubo , davvero invidiabile; ma che non si legano quasi per nulla.

Ogni episodio inventa un modo di vedere le cose che verrà successivamente cannibalizzato (il primo episodio, l’arrivo sul raccordo anulare, ad esempio mi ha ricordato sia Jodorowsky, sia il video di Everybody hursts, una similitudine più per assonanze che per copie).

Ogni scena, come dicevo, merita d’essere ricordata per la poesia (l’arrivo in autostrada, i sotterranei di Roma) o per l’ironia (l’avanspettacolo, i due lupanari, la passerella degli abiti di chiesa)

Non un film memorabile o fondamentale, ma un divertisment di classe.

venerdì 12 novembre 2010

Suspiria - Dario Argento (1977)

(Id.)

Visto in VHS.

Dopo "Profondo rosso" Argento si trova a doversi superare, o almeno provarci, quindi cambia finalmente registro, ambienta il film all’estero, cambia personaggi e dinamiche. Non ci si trova più di fronte ad un assassino dall’oscuro passato, ma ci si trova a metà via tra la casa stregata e la comunità demoniaca.

Il registra poi decide che stavolta non val la pena puntare sull’effetto diretto (che comunque c’è, e su tutte è magnifica la scena della ragazza che salta nella stanza piena di filo spinato), quanto di creare atmosfera puntando sull’accumulo. Accumulo di situazioni, di simboli, di simmetrie e di colori. Quindi si affida ad una scenografia geometrica al massimo (scelta azzeccata) e ad una fotografia dai colori violenti molto anni ’70 (scelta pessima), ci aggiunge poi continui momenti WTF come la sublime scena delle camole che cadono dal soffitto (scelta pessima).

A questo pout pourri di tentativi ci aggiunge pochi momenti di regia argentiniana, e quei pochi che ci sono affogati nell’eccesso delle immagini e non sempre vengono colti.

Il cast è abbastanza piatto, non sbagliato, semplicemente incolore. Anche se, come al solito, Argento si toglie il gusto di prendere un grande attore del passato in una parte importante (Alida Valli, mica cazzi).

Il film risulta irrilevanti, sostanzialmente innocuo ed inutile, con uno dei finali più scialbi di sempre (e mal realizzato a livello di effetti speciali), il che è un peccato.

PS: Ora ho capito da dove ha tratto ispirazione Sclavi per il suo numero 3.

giovedì 11 novembre 2010

Quella sporca dozzina - Robert Aldrich (1967)

(The dirty dozen)

Visto in VHS.

Se la "Sposa in nero" è l’origine di "Kill Bill", questa sporca dozzina è lo scheletro di "Bastardi senza gloria". C’è tutto, un manipolo di animali da galera vengono reclutati per una missione suicida, andare nella francia occupata dai nazisti e ammazzarne quanti più possono in un castello. Per farlo dovranno prima essere addestrati e dimostrare il loro valore.

Una sceneggiatura impeccabile, granitica, testosteronica e ironica crea personaggi perfetti e intramontabili; sorretti da un cast all star davvero invidiabile e all’altezza. Su tutti, ovviamente spiccano Lee Marvin (ma va?!) e il magnifico Charles Bronson (ma va?! di nuovo). Magnifico anche Savalas nella parte del maniaco sessul-religioso; se non avessi visto prima Kojak credo che assocerei la sua faccia solo a questo personaggio.

Aldrich poi si concentra sui personaggi, con una regia senza troppi vezzi, ma anche senza sbavature, assolutamente all’altezza dell’opera da realizzare.

Un pezzo di storia del cinema troppo poco considerato rispetto al suo reale valore. Puro intrattenimento di classe.

mercoledì 10 novembre 2010

L'ombra del dubbio - Alfred Hitchcock (1943)

(Shadow of a doubt)

Visto in DVD.

Magnifico film di Hitchcock che imbastisce una storia in cui il dubbio è più dello spettatore che non dei personaggi, la possibilità che Cotten sia colpevole o innocente sono quasi equilibrate e spesso disattese in un gioco continuo di giustificazioni.
A livello di regia H. mostra ciò che Scorsese farà decenni più tardi; realizza il film come un tripudio di carrelli ed inquadrature affatto banali, intarsiate in porte aperte e finestre, creando un film dalle scene mai banali.
Il cast in parte (ovviamente Cotten è sempre all’altezza del suo personaggio) rifinisce un film già buono di suo.
L’unica vera pecca è il doppiaggio italiano, che da la stessa verve di un cadavere (un cadavere molto irritante). Da vedere assolutamente in lingua.

martedì 9 novembre 2010

Da qui all'eternità - Fred Zinnemann (1953)

(From here to eternity)

Visto in VHS.
Cosa succede se si vuol fare un dramma tennesee-williamsiano (con sentimenti potenti ed oscuri, con rapporti interpersonali difficili ed esplosivi) senza Tennesee Williams? Un film che punta sulla noia sperando che lo renda profondo e sulla banalità pensando lo renda accettabile da tutti.
Negli anni 40, in una base militare USA nele Hawaii si incrociano i destini di un gruppo di militari e relative compagne, finchè l’attacco giapponese non rovina tutto… ecco, per gran parte del film ci si dimentica d’essere a Pearl Harbour, e ci si chiede perché abbiano voluto fare a tutti i costi questo film; quando finalmente arriva la scena clou, si capisce l’importanza mitopoietica dell’opera nonché il titolo.
Il film è completato da un M. Clift che sfoggia la sua espressione da cane bastonato preferita per 2 ore nette, da un B. Lancaster che più che recitare si muove col piglio giusto nelle scene, da un in utilissimo ed irritante F. Sinatra, da un negativo (ma sempre all’altezza) E. Borgnine, e da una irriconoscibile (almeno per me) D. Kerr.
Un film noioso e deludente che pone in cattiva luce l’altrimenti apprezzabile Zinnemann.

lunedì 8 novembre 2010

Il falcone maltese - John Huston (1941)

(The maltese falcon)
Visto in DVD.
Questo è il primo film realizzato da John Huston, un film in cui nessuno credeva particolarmente, fatto con 2 soldi (risulta infatti interamente girato in interni) e dal successo inaspettato.
Per ovvi motivi guardando l’opera prima di Huston non sono riuscito a togliermi di testa “Il grande sonno”. Ma mentre il film di Hawks risulta un opera organica ben realizzata sotto ogni punto di vista, ma decisamente superiore nella sceneggiatura; il film di Huston batte l’avversario nella regia. Non avendo i mezzi Huston ci mette le capacità, ed incastra i personaggi in sapienti movimenti di camera, sfrutta ogni angolo degli spogli interni, si concentra sulle ombre e sui corpi realizzando un film decisamente oltre le aspettative.
Se Spade è un Marlowe più spavaldo e disprezzabile (fa il figo in ogni inquadratura e alla fine risulta un banale buonista), l’interpretazione di Bogart risulta più convincente, o quantomeno più dinamica, che nel film tratto da Chandler.
La storia è decisamente cretina, a malapena decente; tuttavia questo riesce ad essere comunque un film imprescindibile nel genere noir.