lunedì 22 gennaio 2018

Godzilla - Gareth Edwards (2014)

(Id.)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.

In Giappone si risveglia un mostrone gigante ghiotto di energia nucleare; si sposterà verso le Hawai e poi San Francisco per incontrare, a metà strada un altro mostrone, fra i due si insinua Godzilla che vorrebbe risolverla in maniera violenta.
Senza perdere troppo tempo a spiegare la trama diciamo semplicemente che è un film di mostroni e militari.

Il primo film americano su Godzilla, quello del 1998, lo vidi al cinema, ma non me ne rimane una gran memoria. Ricordo solo l'impressione che gli amerigana fecero il loro solito film dove si ditrugge New York, con l'unica, assurda, aggiunta di un mostrone che venica dal Pacifico. Mi piacque abbastanza, ma senza enfasi.
Questo secondo film invece fa un'operazione completamente diversa. Distanziandosi da tutti i film di mostroni americani prende ciò che di meglio e di maggior successo aveva la primissima serie di film di Godzilla: la centralità del mostro, lo scontro fra kaiju, l'interesse focalizzato sugli effetti delle creature sulle città, ma soprattutto un tema di fondo ecologista (qui il nucleare non viene mai colpevolizzato, ma ne esce come problema e non come soluzione pretesa) e un Godzilla come pura forza della natura, senza accezione positiva o negativa se non quella che, di volta in volta gli viene attribuita.
La trama, infatti, si concentra sui kaiju; sulla distruzione che compiono, sulle loro fughe e i loro scontri, l'attesa per vedere ciò che fanno; gli esseri umani rimangono in secondo piano, giochicchiano a fare la guerra senza mai venire a capo del problema, anzi, proponendo soluzioni peggiori del pericolo da cui cercano rifugio. Gli esseri umani, qui, servono solo a rimpinguare la trama, creare empatia (c'è il family drama di default) e permettere a Edwards di far piovere aerei.

Sì, perché Edwards si trova per le mani uno script zeppo di scene piene di azione dal taglio epico e, ovviamente, porta a casa un facile risultato, raddoppiando la sfida (e il godimento per lo spettatore) riempiendo di dinamismo tutte le altre. I momenti di discussione e calcolo dei militari e gli scienziati vengono gestiti con la regia mobile e la frenesia dell'action, specie nella prima mezzora tutta concentrata sulla mitopoiesi.
Ciò che più impressione è l'incredibile capacità di questo regista di creare immagini: giocando con simboli riconoscibili (di San Francisco, Las Vegas e Honolulu), una tavolozza di colori essenziale (tesa fra lo spettrale grigio azzurro e tutte le variazione dei colori del fuoco), un'ottima gestione del vedo non vedo (buio, nebbia, nuvole, polvere e fumo la fanno da padroni) e una presenza pesante dei suoi 3 mostri, il regista è sempre a cavallo di un enfasi che è a un passo dall'eccesso senza superarlo mai.
Stavo per dimenticare di sottolineare l'amore per la distruzione di questo film che non si riflette mai per un mero spaccare tutto a caso, ma si cerca l'uso più emotivo possibile della pioggia d'aerei, delle navi sollevate o degli tsunami.

In aggiunta, va riconosciuta un disegno ottimale di Godzilla, modernizzato e credibile (ben fatti, ma meno interessanti gli altri mostri, piuttosto banali) e una computer grafica che si merita tutti i fantastilioni di paperdollari che dev'essere costata.

Un film molto bello, il cui unico difetto e di averlo visto in DVD e non al cinema.

venerdì 19 gennaio 2018

Tenshi no tamago - Mamoru Oshii (1985)

(Id, AKA Angel's egg)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una ragazzina che vive sola in una città gotica abbandonata, custodisce un uovo misterioso e colleziona ampolle piene d'acqua. Verrà raggiunta da un uomo che porta uno strumento in metallo a metà fra un arma e una croce; condividerà il suo tempo e la propria fiducia.

Primo film di animazione di Oshii completamente indipendente e si vede. Viene tolta completamente la chiarezza in favore di una narrazione fluidissima e quasi banale, ma completamente criptica utile solo a far muovere i personaggi in ambienti enormi e a trasmettere un mood più che a delineare una storia vera e propria.
Riferimenti biblici, personaggi ambigui, figure oniriche, ambientazioni europee postapocalittiche, tutto sembra essere solo mobilio in favore di un clima; mobilio di lusso che svolge egregiamente il suo lavoro e permette al film d'animazione di saltare la staccionata e avvicinarsi molto di più allopera di viedoart piuttosto che al lungometraggio d'intrattenimento.
Personalmente non ho amato il tratto dei disegni, ma questo dettaglio passa in secondo piano rispetto all'effetto d'insieme.
Il minutaggio contenuto non elimina completamente i momenti di stanca, ma evita che il film venga affossato dalla noia vera e propria.

Curioso il dettaglio che i tutti i personaggi sanno molte più cose su quanto è avvenuto prima del film rispetto allo spettatore; l'unica informazione che chi guarda conosce in anticipo è il contenuto dell'uovo (dato il titolo), anche se, pure questo dettaglio rimane senza una definitiva conferma.

mercoledì 17 gennaio 2018

Operazione Canadian Bacon - Michael Moore (1995)

(Canadian Bacon)

Visto in Dvx.

Finita la guerra fredda il presidente americano cerca un nuovo nemico a cui addossare le colpe di uan cattiva amministrazione; un nemico che potrebbe sostenere una nuova guerra fredda e quindi riaprire le fabbriche di armi e riassorbire la disoccupazione. Per motivi più buffi che sensati la scelta cade sula Canada.

Primo (e finora unico) film di fiction di Michael Moore, scritto e diretto, è una commedia che vorrebbe essere satirica e anche un poco grottesca, ma non riesce mai ed essere qualcosa di più di una farsa caciarona. Personaggi macchiettistici interpretati da attori sempre sopra le righe (l'imbolsito John Candy, qui alla sua ultima interpretazione, riesce ad essere il migliore). La regia è totalmente ininfluente, ma il vero problema è la scrittura. La sceneggiatura si lascia a dare molte frecciatine a temi che Moore svilupperà negli anni successivi (la sanità pubblica, la diffusione delle armi, ecc...), che però rimangono tali, solo frecciatine; troppo poco per essere raffinata satira sociale, troppo poco per essere almeno divertente. Quello che più di tutto sorprende è come, invece, nei documentari, Moore sia semplicemente geniale nel creare, satira, ironia e franco divertimento anche solo con un gioco di montaggio... Giustamente non ha più girato un film di ficition da allora.
Quello che ne vien fuori è un esagerato ed esagitato film farsesco che si lascia guardare quasi senza problemi (verso la fine la stanchezza può arrivare) e si fa dimenticare molto rapidamente.

lunedì 15 gennaio 2018

Le mura di Malapaga - René Clément (1949)

(Au delà des grilles)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Un fuggitivo dalla Francia fugge in Italia a bordo di una nave; vorrebbe raggiungere Napoli, ma a causa di un mal di denti è costretto a scendere a Genova. Tolto il dente viene raggirato e perde tutti i soldi; depresso e disilluso decide di costituirsi, ma la centrale di polizia sovraffollata sembra respingerlo. Decide quindi di andare a mangiare in una trattoria e non pagare (avendo solo 2000 lire false), così che sia la polizia a venire da lui. Nella trattoria conoscerà una donna separata dal marito e con una figlia che gli farà riconsiderare i piani per il futuro.

Dolce, ma mai stucchevole, storia di un uomo distrutto dalla vita (e dalle proprie scelte) che torna ad avere della speranza; ma è anche la storia di una donna distrutta dalla vita che torna ad aver speranza.
Non succede quasi nulla dopo l'incontro fra i due; non ci sono storie d'amore epocali; ma una storia di emozioni che tornano a nascere tra le rovine della seconda guerra mondiale.
Ovviamente è una coproduzione franco-italiana, non un film americano, quindi il finale non sarà dei migliori.

Opera osannata dalla critica dell'epoca (vincitrice di un Oscar come miglior film straniero e a Cannes), ma presto dimenticata. Forse non è il devastante capolavoro che sembrava all'epoca, ma certamente è un film da recuperare in quanto coniuga magnificamente il realismo poetico francese (i giochi di ombre, le strutture in notturna usate in maniera quasi espressionista, un certo gusto noir nel mood, il personaggio antieroico protagonista, nonché la faccia quasi patognomonica di Gabin) con il neorealismo italiano (situazioni di vita vera della protagonista e dei personaggi di contorno; le vere rovine della Genova post-bellica utilizzate come ambiente, ma anche come mezzo per creare il mood, i piccoli sentimenti che diventano protagonisti). Scelta questa che portò all'epoca a criticare Clément (stupidamente) per essersi lasciato trascinare dal modo italiano di fare film.
Quello che viene fuori è una storia magnificamente condotta su un doppio binario legato benissimo che prende il meglio dai due modi di raccontare una storia e da vita a minuscole situazioni che si lasciano ricordare per giorni (su tutte la scena in cui Gabin ordina due grappe e la cameriera si illude che sia per offrirne a lei; una scena tutta giocata con le immagini e non con le parole).

Gabin ovviamente ci sguazza in un personaggio del genere (non credo che potessero scegliere qualcun altro); come coprotagonista invece c'è una bilingue Isa Miranda, incredibilmente brava e non irritante (solo quando parla in italiano sembra non riuscire a trattenere il suo modo strascicato di parlare).

venerdì 12 gennaio 2018

La più bella serata della mia vita - Ettore Scola (1972)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un industriale italiano che porta, illegalmente, fondi in Svizzera, rimane bloccato su una strada secondaria per un guasto alla macchina; verrà accolto nel castello di un anziano conte e invitato a cena. Durante il lauto pasto il conte assieme a tre suoi anziani amici, metteranno in scena un processo contro l'italiano; dal gioco di ruolo dell'inizio, il processo sembra diventare sempre più serio.

Tratto da un'opera teatrale dell'ottimo Dürrenmatt, Scola ne trae un'opera comica, grottesca che si chiude come una farsa. Trasferisce tutta l'attenzione sul protagonista, interpretato dal solito Sordi che fa Sordi (bravo, ma scontato) e si adegua al suo registro e ai suoi tempi... Scelta non ottimale che rende il film discontinuo e che lo port sul registro del macchiettistico nel giro di pochi minuti rendendo totalmente non sfruttabile il mood d'inquietudine che la storia potrebbe dare.

La trama riesce comunque a muoversi attirando l'interesse dello spettatore (ma è merito dell'opera originale), nonostante la regia sia stata impostata con il pilota automatico (appare quasi impossibile che questo film sia stato realizzato tra "Dramma della gelosia" e "C'eravamo tanto amati").
Grandioso il cast di vecchie (letteralmente) glorie del cinema francese.

In definitiva un film impersonale e insipido che intrattiene senza sforzi con una storiella interessante buttata in vacca.

mercoledì 10 gennaio 2018

La spina del diavolo - Guillermo Del Toro (2001)

(El espinazo del diablo)

Visto in Dvx.

Durante la guerra civile spagnola il figlio di un ribelle ucciso in battaglia viene lasciato in un orfanotrofio tenuto da una coppia connivente che conserva anche l'oro dei ribelli. Nell'orfanotrofio il nuovo arrivato dovrà affrontare il bullismo dei più grandi, le reazioni violente del tuttofare, ma soprattutto un inquietante bambino fantasma.

Film che lanciò Del Toro e che, di fatto, mette insieme tutti i topos del regista in una storia ambientata durante il franchismo con dei regazzini per protagonisti; di fatto un tank inattaccabile dalla critica.

Qui c'è già tutto; i fantasmi come vestigia del passato e non come mostri; il soprannaturale incastrato in un ambiente perfettamente reale; il sottosuolo come luogo del perturbante; segreti nascosti e personaggi con più sfaccettature; inondazioni di luce e tagli color ambra; una fotografia impeccabile e pulitissima.

Tuttavia il film non mi è piaciuto. La storia è una rielaborazione non particolarmente fantasiosa di un whodunit con twist a metà, nel mezzo sentimenti e relazioni che si dipanano, un romanzo di formazione, per finire con un assedio. Seppure i personaggi risultano più originali della media, quello che non funziona è la storia troppo articolata che non riesce mai ad arrivare in fondo a nessuno dei mille rivoli aperti; non funziona come horror (anche se è evidente che non fosse questa l'intenzione principale), non funziona come giallo, né come film di sentimeniti, né come film d'assedio o di vendetta.
Quasi due ore per decidere cosa fare e alla fine decide di fare tutto, riuscendo bene solo nella messa in scena.

venerdì 5 gennaio 2018

L'uomo che prende gli schiaffi - Victor Sjöström (1924)

(He who gets slapped)

Visto in Dvx.

Un ricercatore mantenuto da un mecenate riesce a giungere a un'importante scoperta. Il giorno in cui dovrebbe presentarla ufficialmente scopre che il mecenate gli ha rubato studi e proprietà intellettuale; poco dopo scoprirà che gli ha rubato pure la moglie. Pubblicamente umiliato (e schiaffeggiato) sparirà dalla circolazione e si riciclerà come clown. Lo spettacolo che produrrà per il circo sarà una variante buffa (?) di quanto accaduto e diventerà famoso come "quello che viene schiaffeggiato".
Ovviamente il suo ex mecenate tornerà, vorrà sposare una ragazza innamorata di un altro e lui, cercherà di fermarlo.

Cercando nella filmografia di Lon Chaney incappo in questo, poco conosciuto film. Di fatto è poco conosciuto da me, dato che si tratta del primo film americano di Sjöström, il primo film prodotto dalla neonata MGM e primo grande successo per la nuova compagnia di produzione.

Il film poi è magnifico. Se si riesce ad accettare il volo pindarico che porti un ricercatore umiliato a fare il clown, allora il film diventa una densissima tragedia senza alcuna speranza nonostante i molti buoni sentimenti messi in gioco.

La regia di Sjöström fa il bello e il cattivo tempo. Utilizza un enfatico, ma efficace, montaggio parallelo fra la compravendita della ragazza e l'idillio fra gli amanti, per poi sfruttare un nuovo montaggio parallelo nello showdown finale e lo spettacolo degli amanti; sfrutta le sovrapposizioni e la simbologia del cuore di pezza (scontata, ma ancora una volta, calzante); ma soprattutto costruisce benissimo le inquadrature (specie nella prima parte) e inframezza i capitoli del film con un clown che ride ossessivo facendo girare una palla, simbolo perfetto del mood del film e del destino malato e inarrestabile. La scena da ricordare però è Lon Chaney da solo sulla pista del circo con le luci che si spengono e la faccia bianchissima che sfocata dalla macchina da presa.

Lon Chaney è a credibile nel folle ricercatore, ma risulta perfetto nei panni del clown per i quali sembra essere nato (aveva effettivamente fatto il clown e il mimo in gioventù); una giovane Norma Shearer è adatta alla parte, ma senza picchi di bravura; sono invece rimasto stupito dalla performance di McDermott, perfetto, in parte e con una recitazione controllatissima.

Unico neo il finale, troppo lungo; ma è un difetto perdonabile.