mercoledì 18 gennaio 2017

Bab el hadid - Youssef Chahine (1958)

(Id. AKA Cairo station)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Se dovessi raccontarla velocemente la trama direi che è una storia di un amore tormentato (tormentato perché lei non ci sta ed è pure stronza) fra un facchino e una venditrice ambulante presso la stazione. Il finale porterà a un rapido twist della situazione e del tono del film.

Un ambiente norealista con una storia con violenza, follia, pulsioni erotiche, un filo di politica e un accenno ironico alla religione... tutto quello che in un film egiziano del 1958 non mi aspetterei mai.
Invece c'è tutto questo e anche di più, almeno una storia nella storia accennata solo in tre momenti, ma che riesce ad avere uno sviluppo. Il tutto unito a una fotografia in bianco e nero davvero bellissima.
Lo stile della regia sarebbe stato bene sia in un film espressionista tedesco, sia in un film di Welles; con l'uso della profondità di campo per creare scene su più piani, un'abbondanza caotica di carrelli, inquadrature spesso ravvicinate, molte oblique (o leggermente rialzate o ribassate rispetto ai personaggi) e nel finale anche una serie di giochi d'ombre noireschi.
Una serie di stilemi che sembra essere la summa del meglio (per me) prodotto dal cinema fino a quel momento; messi insieme per mostrare un film che sembra partire con il tono del racconto di riscatto o romantico, per poi deragliare verso il thriller e la follia. Un'opera magnifica e originalissima.

lunedì 16 gennaio 2017

Good morning, Vietnam - Barry Levinson (1987)

(Id.)

Visto in VHS.

In Vietnam arriva un nuovo dj per la radio dei militari americani. Il nuovo arrivato è un comico nato, irriverente e irrispettoso delle gerarchie da anche notizie che dovrebbero essere tenute top secret (niente di abissale, semplicemente che c'è una guerra vera la fuori); a questo si aggiunge un suo coinvolgimento indiretto in un attentato. Sarà ovviamente avversato dai superiori, ma amato dai commilitoni.

Sicuramente va premiata l'idea di base di parlare di argomenti drammatici in un contesto scanzonato, però l'effetto finale mi è sembrato piuttosto scialbo. Una regia funzionale, ma inesistente; la comicità del primo Robin Williams (sicuramente ammazzata dal doppiaggio) non mi ha mai entusiasmata protesa fra l'irritante e il non comprensibile (devo ammettere che non mi ha mai divertito neanche per sbaglio); una fotografia quasi inesistente.
Di fatto un film originale sul Vietnam (e meno male), che mostra la guerra in maniera talmente obliqua da non sembrare un film di genere, ma che riesce comunque a cadere in tutti i cliché che avrebbe potuto evitare con facilità. La cornice regge, ma è irritante se non irrilevante.
Un film invecchiato utile solo a mostrare l'istrionismo del protagonista.

venerdì 13 gennaio 2017

Alcool - Augusto Tretti (1980)

(Id.)

Visto qui.

Un ragazzo veneto, padre di famiglia, è un'alcolista misconosciuto da una società che gli al pari. Tutti bevono in ogni contesto sociale, l'ubriachezza è tollerata, il vino un cibo, un medicinale e mezzo di socialità e viene utilizzato da tutti, bambini compresi. Il giovane, rendendosi conto del problema cercherà di porvi rimedio, ma il contesto sociale lavorerà contro di lui fino alle estreme conseguenze.

L'outsider totale da ogni classificazione, Tretti, venne contattato dalla provincia di Milano per fare un film a scopo sociale sull'alcolismo. Inutile dire che l'effetto finale è una lunga e laboriosa pubblicità progresso; più estrema di un film a tesi, più petulante e con una trama a sequenze distinte che mostrano la diffusione e la tolleranza nei confronti dell'alcol.

Il lavoro di Tretti però non cade nel vuoto. Ambienta la vicenda nel suo Veneto, e costruisce una galleria di personaggi di provincia grotteschi e senza speranza che sembrano creati da un Fellini con le coliche renali. L'effetto straniante (dovuto anche dagli attori, tutti non professionisti) sarebbe anche utile e calzante in un film migliore.
Ottime le sequenze della casalinga (un piccolo gioiello di montaggio che rende interessante eventi di una banalità sconcertante) o la realizzazione del delirium tremens nel finale.

Peccato per la gabbia imposta dal committenti che affossa un film potenzialmente interessante e certamente coraggioso (in anni in cui l'alcolismo endemico della zona era anche più misconosciuto di oggi).

mercoledì 11 gennaio 2017

Alba rossa - John Milius (1984)

(Red dawn)

Visto in Dvx.

L'URSS finalmente si decide a invadre gli USA. Lo fa con una manovra a sorpresa, interagendo con i cubani, sfruttando molta strategie e nessuna arma nucleare. Un gruppo di regazzini di una scuola superiore del profondo ovest ripara sulla montagne, vive alla giornata e decide di organizzare una resistenza strutturata. Questo è tutto il film.

Si, questo è un film fascista, o almeno un film guerrafondaio. Ma John Milius (che almeno guerrafondaio lo è) non si lascia etichettare buono buono.
Questo è un film dove degli adolescenti sparano e uccidono, dove nelle prime scene si mostra un ragazzo con un buco in fronte e dove le armi preferite sono fucili, pistole e coltelli, niente missili lanciati da chilomtri pigiando un bottone. Questo è un film patriottico, dove gli states vengono invasi, ma il popolo si organizza a costo di morire e di gravi privazioni, ma resiste.
Eppure non è tutto li. I comunisti invasori non sono solo animali cattivi senza volontà; c'è un capo cubano cavalleresco che da la caccia alla resistenza pur sentendosi a loro vicini (visto che anche lui ne fece parte); ci sono soldati russi che si chiedono il motivo di attentati anche contro persone sostanzialmente inermi e ci si chiede anche se non valga la pena andarsene visto l'odio della popolazione. E poi Milius è uno a cui i nativi americani son sempre stati simpatici; e cosa c'è di più ironico che non mettere gli statunitensi nei panni degli indiani? (i ragazzi bevono il sangue di un cervo ucciso, dei soldati russi discutono del massacro indiano avvenuto in quelle zone ecc...) e vista in quest'ottica, la voglia di sopravvivenza, la sete di vendetta cieca, tutte queste cose brutte, siamo sicuri di non comprenderle? (non voglio dire che saremmo addirittura disposti ad accettarle eh, non sia mai?).
Infine, (e questo Milius non so se possa averlo percepito, ma non mi stupirebbe) in una nazione, come l'Italia, dove la retorica della resistenza come un gruppo di cavalieri senza macchia che cvompivano anche azioni efferate, ma per un bene superiore, qui da noi, le azioni di quei ragazzi, non sono comprensibili e giustificabili? (se fossero gli italiani contro i nazi-fascisti, lo considereremmo duro, ma buono) L'unica cosa che cambia è che per una volta nella resistenza ci sono gli arroganti americani e questo infastidisce.

Di fatto un film su commissione che entra perfettamente nelle corde di Milius, in cui il regista ci sguazza a piene mani. Quello che ne vien fuori è un solidissimo film di guerra con molte scene d'azione (quasi tutte ben realizzate, tutte piuttosto verosimili), sentimentalismo (anche se l'empatia nelle scene drammatica latita troppo), agnizioni, e patriottismo a piene mani; un film che nella lunga mitopoiesi americani regala l'ultima figura che mancava, quella già citata della resistenza. Per farlo mette delle armi da fuoco in mano a degli adolescenti inaugurando il PG13!
Va inoltre fatto un'applauso alla concisione. Milius vuole parlare di resistenza, non gliene frega niente dei preamboli; quindi l'incipit sono una manciata di cartelli che spiegano lo stato (e quindi le motivazioni) dell'URSS, poi un minuto di lezione su Gengis Kahn, quindi una bellissima pioggia di apracadutisti sovietici, l'ammazzamento di un professore, una mitragliata contro la scuola, l'inquadratura dei morti, la fuga. Un incipit essenziale e perfetto che da il taglio a tutto il film, due minuti di chiacchere e poi gi con l’azione.

Ovviamente un film inadatto a chi non apprezza il genere, per gli altri ci sono solo alcuni momenti di stanca dove Milius vorrebbe creare quel sentimentalismo con le parole anziché farlo con le azioni (parte dove invece vince a piene mani).

Infine un appunto; a mio avviso il film rende un altro servizio. Di fatto i protagonisti hanno la stessa età di molti soldati della prima guerra mondiale, solo che se guardo (o leggo) "Niente di nuovo sulfronte occidentale" non riesco a capirne l’impatto generazionale e non ne vengo del tutto coinvolto, qui invece il gioco di coinvolgere riesce, Milius ce la fa ad attualizzare un'idea che oramai risulta stantia se mostrata sempre nelle stesso modo.




lunedì 9 gennaio 2017

Il danno - Louis Malle (1992)

(Damage)

Visto a un cineforum.

Un ministro inglese conosce la nuova ragazza del figlio, rimangono ognuno ammaliato dall'altro; diverranno amanti. Quando il figlio annuncerà l'imminente matrimonio il rapporto fra i due non si interromperà (anzi, lei ammetterà di aver accettato di sposarsi per stare più vicina possibile all'amante); l'uomo tenterà di rendere le cose accettabili (lasciare la moglie e stare in maniera ufficiale con la giovane), ma sarà la ragazza a non accettare. Il dramma è dietro l'angolo.

...ma quanto sesso c’era al cinema nella prima metà degli anni ’90? Ma quanto si è divertito Irons nella prima metà degli anni '90 a fare la parte del perfetto british con una perversione in più?                   
Malle da vita a un film algido, ma abbastanza coinvolgente nella prima parte in cui il rapporto dei due si mostra come una necessità, arida, ma implacabile; il distacco però non aiuta nelle scene di sesso (frequenti) che comunque riescono a essere efficaci nonostante tutto.

Credo sia Mereghetti che l'ha definito un film loseyano, personalmente lo trovo un dramma borghese pruriginoso in salsa inglese, ma senza il vago senso di perversione strutturale dei film di Losey e senza il suo evidente senso di disprezzo per la divisione in classi.

In definitiva un film lungo e autoindulgente, ti porta a un finale estremamente bello (tutto quello che c'è dallo showdown in poi), ma te lo fa pagare caro per una regia che fa di tutto per tenerti a distanza. A suo vantaggio ci sono una Canonero che aggiunge un 95% di classe in più e una coppia di protagonisti (Irons e la Binoche) che a me piacerebbero, ognuno per conto suo, anche se vendessero bibbie porta a porta alle 6 del mattino.

venerdì 6 gennaio 2017

Joshû sasori: Dai-41 zakkyo-bô - Shunya Itô (1972)

(Id. AKA Female Convict Scorpion: Jailhouse 41)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

La nostra Sasori è sempre in isolamento, ma le altre carcerate organizzano una rivolta che viene sedata rapidamente con terribili conseguenze per tutte... soprattutto Sasori. Mentre vengono riportate in carcere riescono a fuggire, ma tra le detenute in fuga ci saranno ovvi malumori (odiano sempre tutti la povera Sasori); arriveranno a rapire un autobus di turisti.

Grazie al successo del primo capitolo di questa serie, venne realizzato immediatamente dopo il precedente. Innegabile che la storia sia quello che sia; già nell'altro non era proprio il punto di forza, qui la trama è ripetitiva e noiosetta... ma meno dell'altro, il ritmo, spesso, c'è e funziona... si insomma ancora una volta non spicca e non sarà il motivo principale di interesse. In meno rispetto al precedente c'è da sottolineare una gravissima mancanza di tette.

Quello che, per fortuna, viene riconfermata, è la coppia Kaji/Itô. L'attrice e cantante riesce a mantenere la presenza scenica di sempre. Mentre Itô ritorna a giocare con la regia come un bambino: inquadrature da prospettive estreme, giochi di luci, macchina a mano, panoramiche circolari e attori che ruotano sulla scena... e tutto già nella prima mezzora (anzi 15 minuti). in più ci sono degli inserti favolistici (come la vecchia pazza con il coltello, l'intermezzo con la canzone e la morte con le foglie autunnali) o la scena sull'autobus che fa il paio alla scena del flashback nel primo film.

Si insomma, ha più o meno gli stessi difetti e lo stesso stile del precedente, ma ancora ci si diverte.

mercoledì 4 gennaio 2017

May - Lucky McKee (2002)

(Id.)

Visto in Dvx.

Una ragazza un poco sociopatica che lavora per un veterinario (e dunque abituata a scene crudeli), nel suo passato una famiglia castrante, nel suo presente grandi difficoltà di socializzazione. Si innamora di un ragazzo un poco weirdo, ma non tanto quanto lei vorrebbe e dopo aver ecceduto nelle effusioni lui se ne va senza spiegazioni. Tradita anche dalla collega la sua fragile mente deraglierà del tutto e comincerà un sano massacro con dovizia di idee creepy.

Il film parte da un'idea non nuovissima, ma abbastanza originale. La storia di un massacro che parte da prima, la storia di una killer da horror classico che ne racconta il background e i motivi. Al contrario di molti altri su questo genere, la via che viene percorsa per passare da un relativo equilibrio mentale alla follia non viene relegata ai primi 10 minuti, ma a oltre un'ora, una storia che si dipana lentamente e che arriva al finale con la rincorsa giusta senza per questo annoiare.

I lati positivi sono evidenti fin da subito nella costruzione delle sequenze che è piuttosto interessante, con alcuni picchi estetici magnifici (gli oggetti che volteggiano nell'aria su fondo nero; o la scena dei vetri rotti alla scuola per ciechi che è una versione surrealista di "Carrie, lo sguardo di Satana").

Il vero problema è che l'idea di partenza è gradevolmente semi-nuova, tuttavia viene violentata da un didascalismo imbarazzante (le ossessioni della protagonista sono urlate fin da subito) e da un'atteggiamento sopra le righe generalizzato che lo rende qui e la sciocco e generalmente poco empatico. Il finale poi è un florilegio di eccessi con scarse giustificazioni...

Per quanto sia un tantino eccessiva, Angela Bettis, mi è parsa in parte... tutto sommato se tutto il film è esagitato lei non poteva giocare stando sottotono (ammetto che la Bettis generalmente mi piace a prescindere).

PS: viene spesso sottolineato il femminismo della regista McKee (che ho già visto in "The woman"), personalmente vedo che questi due film si contraddistinguono per due donne messe all'angolo dalla società e abusate largamente, due donne che si ribellano in quanto messe alle strette. E in entrambi i casi, la donna che davvero è la vittima è sempre interpretata dalla Bettis...