venerdì 14 dicembre 2018

Cry Freetown - Sorious Samura (2000)

(Id.)

Visto qui.

Il regista di questo documentario di circa 30 minuti era un montatore di video per UNICEF, si ritrovò addosso la battaglia di Freetown (evento finale... più o meno, della lunga e terribile guerra civile sierraleonese); decise di scendere in strada e riprendere quello che successe. Montando il tutto il documentario che ne risultò venne reso pubblico dalla CNN e da lì i premi furono ad un passo.

Data la storia particolare non stupisce di trovarsi di fronte a un documentario che è più un documento, mostra eventi particolari e minimali (con troppa enfasi, blame insistiti e un portagonismo del regista che sa di tracotanza più che scelta di stile) che rimangono fini a sé stessi, non spiega gli eventi, la situazione più ampia o l'intera guerra, non spiega neppure la battaglia nella capitale; si limita mostrare immagini truculente che rimangono importanti quanto il filmato di Zapruder, ma con la stessa qualità che rimane costantemente a zero.

Niente più che un documento, solo immagini, nessun valore aggiunto, nessun chiarimento.

mercoledì 12 dicembre 2018

Il fantasma della libertà - Luis Buñuel (1974)

(Le fantôme de la liberté)

Visto in Dvx.

Film senza una trama, ma con una serie di episodi collegati dai vari protagonisti che si incrociano per poi lasciare spazio ai personaggi dell'episodio successivo.
Una serie di sketch disgiunti uniti dal ritmo della messa in scena, più che dal fluire di una storia; un lavoro simile a "La via lattea" per struttura e, in parte, per intenti (là era la critica alla religione, qui una critica alla società borghese e all'autorità, in parte anche ecclesiale). Ma il vero valore aggiunto è la declinazione dell'intento dissacratorio in chiave ironica che rende tutto meno urlato dal pulpito e più godibile.
Un surreale divertissement ricco di idee e di intuizioni (con altre francamente più scontate) splendidi agganci fra le sequenze. Un divertissement che intrattiene perfettamente più che far ricordare il film in sé (anche se diverse sequenze sono cult e molte sono davvero ben pensate e realizzate).
Il film è infine coronato da una galleria d'attori (usati per lo più in piccole parti) da fare invidia.

Interessante inoltre l'idea che il segmento del killer (che dopo aver ucciso diverse persone ed essere stato condannato, se ne va fra la folla festante) sia l'allegoria della carriera di Buñuel che, dopo aver passato decenni a destrutturare e distruggere, venne coronato da un Oscar.

lunedì 10 dicembre 2018

BlacKkKlansman - Spike Lee (2018)

(Id.)

Visto al cinema.

La storia vera di un infiltrato nel KKK... nero. Iniziato tutto con una telefonata e mantenuto in piedi da un collega bianco (ebreo) negli incontri dal vivo durante i turbolenti anni '70. Il confronto con la comunità afroamericana in subbuglio (che odia la polizia), con la politica che cerca di dare un aspetto pulito al razzismo vecchio stampo e i rapporti con i colleghi alle prese con il primo nero tra la fila delle forze dell'ordine.

Spike Lee al suo meglio crea film compattissimi e dal ritmo esaltante ("Inside man") anche se predicatori o morilazzanti o semplicemente sociali ("Fa la cosa giusta", "La 25a ora"). Al suo peggio realizza film interessanti, ma sfilacciati e torstuosi ("Bamboozeled") o del tutto fuori fuoco ("Lei mi odia")... e non ho mai visto "Miracolo a Sant'Anna" e non voglio parlare di "Oldboy".
Qui, finalmente, Lee torna in fase crescente della sua carriera e porta a termine un film con molti difetti, ma ben costruito; in cui la critica sociale (e razziale) non affoga la trama e i personaggi (il vero problema di "Bamboozled"); in cui la storia ha un suo ritmo, un suo sviluppo e una sua autonomia; in cui la molta carne messa al fuoco riesce a essere sfruttata quasi interamente (il co-protagonista che ritrova una sorta di identità culturale ebraica solo quando dovrà fingersi membro del KKK è una dei pochi argomenti buttati nella mischia senza uno sviluppo).
Per una volta Lee si mette al servizio del film creando una storia convincente e riuscendo a mettere i suoi topos (dalla passione per il cinema, Griffith, ai diritti civili) all'interno della vicenda e non appiccicati sopra.
La regia è, al solito, ottima, più curata nella fotografia (anche questa una cifra riconoscibile) che nel montaggio (comunque di livello).
Unico neo il genere. Il film comincia con l'atmosfera della commedia e un annuncio di comicità che non sarà mai realizzato e vira sempre più verso il dramma dando la sensazione di non aver mantenuto le promesse fatte.

venerdì 7 dicembre 2018

L'uomo che uccise Don Chisciotte - Terry Gilliam (2018)

(The man who killed Don Quixote)

Visto al cinema.

Un regista deve girare una pubblicità con protagonista Don Chisciotte; per farlo pretende di utilizzare come location la zona della Spagna dove realizzò un suo primo film indipendente 10 anni prima. L'occasione lo portarà a re-incontrare alcune del suo passato che lo porteranno in un viaggio lisergico fra fantasia e realtà.

Come spesso nel cinema di Gilliam l'intera vicenda è la descrizionedi un uomo sospeso fra due mondi, fra quello reale e quello allucinato causato dallo scollamento verso la realtà. Come (un pò meno) spesso nel cinema di Gilliam il film si muove con il passo del road movie, con sequenze slegate che fanno entrare sempre di più nel conflitto visionario fino ad un finale dove niente saarà chiaro prima dello scioglimento vero e proprio.
Come talvolta nel cinema di Gilliam la vicenda appare un patchwork di situazioni, un collage lungo (di minutaggio) e con continue accelerazioni e marce indietro che rendono la vicenda sempre meno appassionante, con in più l'aggravante (in questo caso) di non avere alla base un'idea mai raccontata (almeno con quella forza) come per "Paura e delirio a Las Vegas".

Si, insomma, tecnicamente un film ben realizzato, location fantastiche e un cast perfetto (la regia di Gilliam non discute neppur ein film meno riusciti di questo), eppure non mi è piaciuto...
ma improvvisamente un'epifania, tutto questo l'ho già vissuto la prima volta che vide proprio "Paura e delirio" e solo le visione successive riuscirono a darmi la visione d'insieme, una calvacata folle che nella struttura stessa cercava di ricreare il costante squilibrio dei protagonisti (oltre a un film divertente, profondo e realizzato come pochi altri). il mio dubbio, quindi, è se mi trovo di fronte a un film simile che apprezzerò e capirò a fondo dalle prossime visioni.

mercoledì 5 dicembre 2018

Treni strettamente sorvegliati - Jirí Menzel (1966)

(Ostre sledované vlaky)

Visto qui, in lingua originale sottotitolato.

Durante l'occupazione nazista della repubblica Ceca, un ragazzo viene assunto come ferroviere. la vita del ferroviere è invidiabile, poco lavoro, colleghi simpatici e l'occasione di fare sesso... purtroppo il ragazzo soffre di eiaculazione precoce e, dopo aver tentato il suicidio, verrà introdotto ai piaceri del sesso, da una donna della resistenza. In preda all'entusiasmo cercherà di far saltare un treno utile ai nazisti.

Incredibile come io sbagli sempre a giudicare un film. Se non ne leggo nulla e mi lascio trasportare dall'intuito fraintendo sempre. Quello che mi aspettavo essere un pesante film di guerra con melodramma è invece una divertente ed efficace commedia. Anzi, ancora più leggero di una commedia; è una fiaba piena di humor (e sensualità), una commedia si, ma incredibilmente tenera e delicata, un film di formazione sentimentale e umano realizzato con gli occhi di un ragazzo pieno di vita. Riesce dunque a trasmettere tantissimo intrattenendo con divertimento e riuscendo anche a cucire insieme un finale tragico senza far perdere punti, ma rimanendo quasi scanzonato.
Un bignami su come sia possibile rapportarsi con la vita in ogni circostanza, con l'ottusa passività del capostazione o con la scanzonata leggerezza di Hubicka.
Il tutto con momenti di lieve surrealtà (le reazioni al suicidio, la denuncia della madre della ragazza per aver visto un timbro sul sedere della figlia, ecc...) che lo fa sembrare un film di Anderson o di Pálfi... se, questi ultimi due, fossero meno pretenziosi.

Una fotografia pulittissima e una regia (un'opera prima!) tutta intenta a costruire scene perfette, di totale equilibrio o appositamente sbilanciate con oggetti o persone poste asimmetricamente da un lato dell'immagine.

Attori alla loro prima esperienza perfettamente utilizzati; gli occhi spiritati o impassibili del protagonista sono perfetti per il suo personaggio.

lunedì 3 dicembre 2018

Titanic - James Cameron (1997)

(Id.)

Visto al cinema.

Il film evento degli anni '90 con incassi maggiori anche del (successivo) Matrix; un esperimento sociale di fidelizzazione delle regazzine più che una mera sperimentazione artistica. Giustamente riportato al cinema per il ventennale... e io per la prima volta me lo vedo.

All'epoca, allergico al battage puntato tutto su un target molto preciso dell'epoca (ma che presto esondò colpendo un pubblico molto più diffuso) decisi, orgogliosamente e non senza un'enorme dose di narcisismo che non lo avrei mai visto. Ho portato pazienza fino ad ora, ma l'idea di vedere un film del genere al cinema, forse per l'ultima volta mi ha convinto. E mi è piaciuto, molto.

Ad uno sguardo attento, il film è un perfetto concentrato di quel decennio, suddiviso in tre parti (non equilibrate):
Il film che mostra il successo della scienza e della tecnica (tutta la prima parte con le immagini del Titanic originale) che è un'immagine perfetta dello zeitgeist di quell'epoca (di cui "Jurassic Park" rappresenta il capolavoro).
Il film d'amore impossibile che... beh è tipico di ogni periodo del cinema, ma che non demorse neppure nei 90s.
Il disater movie!
Ecco, quello che più mi ha colpito è che Cameron attira un pubblico specifico con la storia d'amore, lo seduce fino a convincerlo ad ossessionarsi al film, poi gli butta addosso più di un'ora di distruzione totale con patemi d'animo che "Twister" non potrà mai raggiungere.
E il comparto tecnico è fenomenale. In epoca selvaggia per la computer grafica la (lunghissima) sequenza finale è incredibile, la regia gestisce la tensione in maniera impeccabile e, immagino, per chi all'epoca ancora non sapesse nulla l'impressione che i due potessero non farcela fin dentro la nave era palpabile.

Comparto estetico è, ovviamente, anche migliore, con una cura nella ricostruzione degli interni e dei costumi come solo la Hollywood piena di soldi si può permettere.

venerdì 30 novembre 2018

Hunger Games: la ragazza di fuoco - Francis Lawrence (2013)

(The Hunger Games: catching fire)

Visto in Dvx.

Dopo aver vinto gli Hunger games dell'anno precedente con un colpo di mano che ha insinuato il tarlo della rivolta, katnyss viene assoldata dal governo per un giro di rappresentanza nei vari distretti dove dovrà mostrarsi connivente. Lo spettacolo, nonostante l'impegno, non funzionerà. Per sbarazzarsi di lei, il governo, organizzerà degli Hunger Games speciali dove si scontreranno solo i vincitori delle passate edizioni.

Al secondo capitolo della saga il film guadagna in una sceneggiatura con più colpi di scena e movimenti di trama che permettono di mantenere ancora alto il ritmo e, pur senza inventare più nulla (la potenza del massacro per divertimento è ormai affievolita), mantiene un certo grado di originalità. L'originalità è tutta negli elementi seminati nel primo film; la doppia storia d'amore/affetto della protagonista che comincia a diventare più strutturata, ma soprattutto la creazione di un'eroina.
Perchè in effetti tutto il film (anzi la saga), parlano della mitopoiesi, di come una ragazza diventi un vessillo di una ribellione nonostante a lei non importi molto della lotta, ma persegua solo obiettivi personali (certamente generosi, riferiti alle persone amate, ma comunque per il proprio bene); magnifico in questo senso il costante spaesamento della Lawrence, ma ancora di più tutta la prima mezzora in cui lei collabora volontariamente con il governo incrementando però la propria fama di rivoluzionaria. Che io ricordi, mai un'eroina è stata così ancti eroica e mai un'eroina è stata così passiva.

Il comparto estetico vive completamente delle scelte fatte nel primo capitolo, mentre il cast sembra voler giocare d'accumulo, dopo i Sutherland e i Tucci già presenti nel primo, ci aggiungono un insperato Philip Seymour Hoffman. Nel mentre la Lawerence continua con una recitazione incredibile che culmina con una primissimo piano finale tra i più convincenti della storia del cinema.

Il film, ovviamente, perde molto nel non essere un capitolo finito, con una storia verticale sufficiente per reggersi da solo come invece era il primo.