lunedì 25 settembre 2017

Il sangue della bestia - Georges Franju (1949)

(Le sang des bêtes)

Visto qui.

Se "Earthling" inserisce qualcosa di nuovo, il discorso di fondo è più vecchio di quanto ci si possa aspettare. Al di là della questione meramente alimentare, la violenza sugli animali perpetrata nell'industria della carne ha un antesignano illustre. Questo cortometraggio documentaristico di un, quasi, neofita Franju. Prima dei suoi splendidi lungometraggi surreali il regista francese si pose nella scia del documentario, direi, pionieristico. Lo è perché la sua opera prima è degli anni '30, lo è per le difficoltà di realizzare documentari veri e proprio in quei decenni, ma qui lo è soprattutto il tema, all'epoca decisamente poco mainstream.
Il documentario mostra il macello di alcuni animali (mucche, cavalli, maiali) in alcuni mattatoi della periferia parigina. Le sequenze delle uccisioni sono mostrate senza reticenze e con un distacco che evita il voyerismo (e devo ammettere che impressionano poco grazie al bianco e nero) e vengono introdotte da alcune brevi spiegazioni fatte con voice off mentre la macchina da presa mostra i quartieri dove sono presenti i macelli.
Questo corto è certamente originale per l'epoca, ma lo trovo molto più interessante per la sua realizzazione. Ci sono inserti arty con gli stacchi da una scena all'altra fatti tramite oggetti (un ventaglio che si apre), inquadrature dolcemente e tranquillamente surreali (il lampadario sospeso nel nulla, l'uomo seduto a tavola in mezzo a una spianata in esterni) che sembrano voler esaltare l'impatto visivo della macellazione a cui si assisterà poco dopo. Al di là della realizzazione però, c'è anche una certa intelligenza nel portare avanti il concetto (questo documentari non sono mai crudamente obiettivi); con una serenità incredibile, Franju, sembra voler fare dei paralleli fra la periferia urbana (dove sono costruiti i mattatoi) e quella umana; dove uomini allo sbando si concentrano attorni a luoghi non di orrore, ma di fredda indifferenza professionalità.

Earthling - Shaun Monson (2005)

(Id.)

Visto in streaming, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Documentario shock contro lo sfruttamento animale in ogni campo delle attività umane, dall'industria della carne e quello dei vestiti, dagli esperimenti scientifici all'intrattenimento (i circhi).
Inutile discutere sulla tesi proposta; essere d'accordo o in disaccordo con il documentario è pura opinione e (Michael Moore ha reso evidentissimo che) ogni documentario è di per sé fazioso, dovendo partire da un'idea di base che non è mai pura obiettività giornalistica.

La struttura è piuttosto semplice. Immagini di repertorio (alcune troppo datate) per lo più disturbanti (la parte sull'industria alimentare è una delle sequenze più persuasive a favore del mondo vegan che abbia mai visto) e molto efficaci che che riportano a una sorta di Mondo movie con una voce narrante (Joaquin Phoenix) molto adatta, competente e convincente e con un intento educativo che i veri Mondo non avevano.
Quello che cambia rispetto ai precedenti documentari sullo stesso tema (che io abbia visto, ovviamente) è, in parte, proprio questo intento educativo. Più che cercare di convincere o svelare fatti nuovi e sconvolgenti, cerca di spiegare perché ha ragione, di insegnare le basi morali che sostengono la tesi proposta. Un insegnamento piuttosto didascalico nell'incipit e nel finale che si fonda sull'antispecismo; teoria tutt'altro che nuova o innovativa a livello filosofico, ma (per me) nuova a livello documentaristico (sicuramente per quello più mainstream); che, dunque, non si accontenta di mostrare le torture subite dagli animali (cosa che viene pedissequamente fatta almeno dai tempi di Franju in poi), ma le mette in prospettiva/relazione rispetto alle esperienze umane. Ecco, questa idea di fondo è la cosa migliore del film (e per quanto molto rigidamente aneddottica, all'inzio del film, viene anche ben spiegata).

Forse troppo didascalico (...senza forse), certamente troppo lungo (specie nell'assunto finale) e nella lunga porzione centrale mostra il festival da grand guingnol che ci si può aspettare da un film di questo genere (molto più efficace dei discorsi iniziali, ma non molto costruttivo), ma molto intelligente.

venerdì 22 settembre 2017

Dunkirk - Christopher Nolan (2017)

(Id.)

Visto al cinema.

La ritirata senza gloria da Dunkerque viene mostrata con la triplice ottica dei soldati sulla spiaggia in attesa di salvezza, una nave civile che tenta di salvarli (i privati inglesi che attraversarono la manica per salvare il proprio esercito sono la pagina più commovente tra gli eventi della seconda guerra mondiale in UK) e un aereo che deve tenere il cielo pulito per evitare che le navi d'appoggio vengano affondate.
Come sempre Nolan ama giocare con il tempo del film e quello percepito dallo spettatore, ma, rispetto ai film precedenti, qui è una tecnica inutile per lo svolgimento della trama (così non era per "Memento" o per "Inception"), da un certo dinamismo (le battaglie aeree compensano la sostanziale stazionarietà della sequenza in mare), ma rimane comunque una scelta più per accattivarsi il pubblico che di sostanza.
Si aggiunga anche un'enfasi patriottica (per l'Inghilterra, Nolan in fondo fa parte del Commonwealth), non diffusa, anzi concentrata in due personaggi e in un finale che si rivela positivo (ma solo fino a un certo punto).
Ecco qui si concludono i due difetti del film, che difetti veri e propri non sono, sono solo cadute di stile.
Per il resto "Dunkirk" si rivela il solito film geometrico e perfetto (con i soliti virtuosismi invisibili alla regia), realizzato per sottolineare la presenza costante della morte sul campo di battaglia e la lotta per la sopravvivenza (in questo senza tutte le sequenze iniziale fino ai primi bombardamenti sono una serie di scene impeccabili e quasi didattiche). Senza usare parole (e con la trama con tendenze eroistiche) il film imbastisce un'opera totalmente permeata da un'epica del nulla, una guerra fatta di attese, file e viaggi, una guerra dove le battaglie sono proiettili improvvisi che non si capisce mai da dove arrivino, dove è facile morire per scelta dei propri commilitoni o per la disorganizzazione del proprio lato del fronte e dove le speranze vengono riposte nella società civile (non a casa il nemico vero, i nazisti, non sono mai nominati né visti). Nolan ha creato una trilogia di Batman sulla morte dell'eroe e dell'eroismo e in questo film continua il suo discorso anti retorico sull'assenza di grandiosità nelle vicende umane.

Da quasi 20 anni i film di guerra si stanno trasformando (di nuovo) in film che esaltano gli esseri umani degradando l'eroismo (specie del singolo); mai come in quest'opera, però, si era arrivati alla sostanziale assenza d'eroismo dovuta alla sostanziale casualità dell'esaltazione (una disfatta che viene festeggiata e spiegata come una vittoria, un uomo che ne ha salvati a decine che viene lasciato nelle mani del nemico senza fiatare e un ragazzino senza utilità alcuna viene esaltato dai giornali.

mercoledì 20 settembre 2017

Le faux magistrat - Louis Feuillade (1914)

(Id.)

Visto in Dvx.

Ultimo film della serie, ovviamente unito agli altri per contenuti e per stile.
Quest'ultimo, però, al apri del precedente quarto capitolo, è stato parzialmente rovinato. Qui va fatto un plauso per la scelta di restaurare, mantenendo l'unità di stile appena citata e mantenendo anche la fruibilità di un prodotto cinematografico; in definitiva non sono state usate foto di scena, ma le parti mancanti sonos tate rimpiazzate con spezzoni di altri film della serie, inserite in senquenze senza tagli os tacchi, rendendo, di fatto, impossibile per lo spettatore rendersi conto del cambiamento (i giannizzeri della purezza dell'opera d'arte potrebbero non apprezzare, tuttavia la possibilità in qualunque momento di rintracciare i fotogrammi aggiunti ed eventualmente eliminarli, rende la scelta totalmente revocabile). In questo quinto episodio però il danno è maggiore e dove non è stato possibile sostituire è stato inserito un cartello che spieghi lo svolgimento. In ogni caso un lavoro rispettoso dell'opera e della godibilità del prodotto.

A livello estetico, tornano, in un paio di occasioni, i movimenti di macchina laterali (ma sempre funzionali a quanto inquadrato) e tornano le riprese dal vivo, in mezzo ai passanti ignari di ciò che sta avvenendo.

A livello di gestione del mood va sottolineata (idea presente in tutta la serie e maggiore nel primo film), la quasi totale assenza di suspense. pur presentando sequenze dove c'è, molte di più sono quelle dove potrebbe esserci, o potrebbe venire sfruttata molto più a lungo, ma per scelta attiva viene smorzata. La questione è da ricercare, non tanto nell'idea di cinema di Feuillade, quanto nel suo pragmatismo. All'epoca, in Francia, tutti gli spettatori di Fantomas avevano già letto i libri, pertanto non c'era la necessità di far soffermare il pubblico su "cosa potrebbe succedere", ma su "come si farà a farlo succedere". L'eliminazione della suspense (di fatto inutile in quel contesto), credo abbia inoltre permesso di snellire il film e mantenere il ritmo adeguato.
come si farà.

lunedì 18 settembre 2017

Baby driver - Edgar Wright (2017)

(Id.)

Visto al cinema.

Un autista perfetto ha un grosso debito con un boss che lo costringe a gestire le fughe dalle rapine. Pagato il debito, essendo un bravo ragazzo dal cuore d'oro, vorrebbe andarsene, farsi una cameriera, rifarsi una vita... e invece è costretto a tornare, ma farà di tutto per chiudere definitivamente con il crimine.

Edgar Wright è un regista che ha già dimostrato di gestire un intero film con il montaggio, aggiungendo un paio di movimenti di macchina da presa e una fotografia di livello crea capolavori; figurarsi se la trama può essere un fattore determinante. La storia di questo film si può raccontare in 4 righe e, a conti fatti, nel film risulta fin troppo tortuosa. Per fortuna non conta molto.

Prendendo spunto dal "The driver" di Walter Hill per stravolgerlo e tirarci fuori tutto un altro film.
Inizia con due scene, la prima un inseguimento tutto gestito con un montaggio frenetico, la seconda un piano sequenza, entrambe a ritmo di musica che danno totalmente l'idea di cosa significa fare un musical. E in quelle due scene c'è già tutto.
C'è la fotografia curatissima e un ritmo pazzesco, c'è ironia fatta di trama e fatta con la regia. Ci sono i movimenti di macchina e il montaggio (di cui già si è detto, ma si potrebbe parlare ancora tantissimo) che non servono solo a creare ritmo, ma a gestire completamente la storia e, infine, c'è la musica. Il film è una lunga playlist realizzata in base al mood più che al gusto personale, lontana dai suggerimenti di spotify così come dai gruppi fondamentali o da generi specifici. Ecco, il grande valore aggiunto che ci regala Wright è il sonoro; le musiche utilizzate in maniera emotiva, il montaggio sonoro e l'utilizzo dei suoni, la loro presenza o la loro assenza, il linguaggio dei segni e i nomi pronunciati; utili ed efficaci quanto quello dei colori.
Un film non perfetto, ma muscolare al massimo, con un tecnica perfetta che porta ad altezze vertiginose un trama sempliciotta e un cast buono, ma non completamente a proprio agio.

venerdì 15 settembre 2017

Butch Cassidy - George Roy Hill (1969)

(Butch Cassidy and the Sundance Kid)

Visto in DVD.

Una coppia di banditi, dalla pistola infallibile, vengono traditi dalla loro stessa banda, ed essendo i più ricercati in diversi stati, viene messo alle loro calcagna il più coriaceo gruppo di sceriffi e guide indiane. Per poter sfuggire loro dovranno andarsene in Bolivia dove li attenderà un glorioso (non epr forza positivo) epilogo.

Film gradevolissimo che dimostra come, dopo l'avvento del western crepuscolare e dello spaghetti western degli anni '60 il genere cominciò una nuova vita sperimentando tutte le contaminazioni più ardite. "Piccolo grande uomo" è una parodia del western classico, "Corvo Rosso" un film larger than life che infarcisce una storia western di commedia, dramma e superomismo alla maniera di Milius; qui invece Hill realizza un godibilissimo buddy movie in ambiente westernato.

La regia vorrebbe ssere originale e azzecca diverse idee. Grande uso dei carrelli e di piccoli movimenti di macchina (bellissima, la semplice sequenza della bicicletta vista attraverso la staccionata), gioca con la messa e fuoco, ma utilizzando sempre una fotografia ottimale; inoltre si diverte a trattare l'inquadratura trasformandola di volta in volta in un finto film muto (solo per la qualità della pellicola, visto che la regia del film muto sarebbe modernissima), utilizzando il viraggio in seppia o un'intera sequenza realizzata solo con delle fotografie.

Il film vince molto con la costruzione dei due personaggi, divertenti, impeccabili e sfrontati il giusto, guadagna dalla performance del duo principale , soprattutto da Newman (ovvio, dunque, la riconferma dei due come protagonisti de "La stangata" sempre di Hill).
Il film, però, perde qualcosa per la durata, per la trama che la tira troppo per le lunghe, per il ritmo che cede al minutaggio.
In definitiva un esperimento ben riuscito, un film estremamente gradevole, ma non è il capolavoroi di cui ho letto in giro.


mercoledì 13 settembre 2017

Nata di marzo - Antonio Pietrangeli (1958)

(Id.)

Visto in Dvx.

Una ragazza a mala pena maggiorenne si innamora di un uomo di mezza età (per l'epoca). Dal carattere lunatico e precipitoso, decide di sposarsi, ma la vita coniugale diverrà presto usurata e tesa fino al breakdown.

L'intero film è raccontato tramite due o tre lunghi flashback a un amico anche lui innamorato di lei. Di fatto il film è una lunga e dettagliata storia di una crisi di coppia e, in quell'ottica, molto ben realizzato, con tutti gli elementi già presenti fin dall'inizio, ma che divengono problematici solo con il passare del tempo. Una sceneggiatura molto buona, ma priva di fantasia, una dissezione di un rapporto di coppia che va alla malora, ma senza grinta.
Per il resto il film è decisamente vittima di lungaggini, pur con dei personaggi interessanti, non riesce a mantenere un ritmo accettabile.

Alcuni vedono un motivo d'interesse per la descrizione dell'ennesimo personaggio femminile alla pietrangeli. Idea parzialmente vera, ma con qualche differenza. Seppure la protagonista è la stessa ingenuità di vivere della protagonista di "Io la conoscevo bene" e forse anche la superficialità de "Lo scapolo", questo personaggio non è un solitario, è un outsider, ma con un'evoluzione grazie alla quale riesce a rimanere all'interno di una società senza cercare scappatoie. Non sarà felice, ma è pur sempre accettata (ancora una volta vittima più di sé stessa che degli altri).

Interessante, invece, il contorno, con un certo gusto nel mostrare alcune architetture (il Sancarlone dell'inizio o il Pirellone in costruzione... tutto in one...). C'è pure un cameo di Dario Fo.