lunedì 23 ottobre 2017

Faust - Jan Švankmajer (1994)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una rielaborazione del "Faust" Gothiano con la tecnica del teatro nel teatro. Un impiegato di Praga viene invitato a recarsi a un indirizzo senza una spiegazione vera e propria; arrivato trova dei vestiti e dei trucchi che indossa; si ritroverà dietro le quinte di un teatro misto con attori in carne e ossa e burattini a grandezza naturale; inizia a quel punto un corto circuito fra personaggio reale e personaggio interpretato, fra palco ed edificio, fra racconto e vita reale.

A distanza di una manciata d'anni da "Alice", Švankmajer torna alla regia di un lungometraggio a tecnica mista spostando l'asse (come sarà poi sua abitudine) verso il live action; come nel precedente prende la sostanziale inutilità delle parole (tutta la prima parte, dove c'è l'incipit extra teatro, è completamente muta) che vengono utilizzate solo per far ripetere parti del testo originale; mentre risulta completamente stravolto l'assetto dell'opera di riferimento. Se "Alice" era una versione identica al libro originale, qui è totalmente rielaborato per poter mantenere lo spirito, ma l'impianto che ne viene tirato fuori è uno dei più complessi e articolati cortocircuiti fra realtà e finzione che abbia mai visto; il protagonista entra in un teatro all'inizio per non uscirne più, anche quando se ne andrà, fisicamente, dall'edificio. Descriverlo è sostanzialmente inutile, bisogna vederlo.

Dal punto di vista di messa ins cena siamo davanti al classico Švankmajer; c'è sempre un gusto particolare per il dettaglio (nel senso del tipo di inquadratura), anche se sembra meno programmatico che in "Little Otik", c'è sempre un impianto artigianale della messa in scena (e l'utilizzo di luoghi dismessi, squallidi, spersonalizzati e senza tempo) e c'è sempre un fantastico uso del sonoro, con un numero limitato di suoni rispetto a quello naturale, ma quei pochi vengono amplificati. Lo stile dunque è quello che ci si aspetterebbe conoscendo il regista, solo, forse, un poc meno compiuto o meno insistente.
L'unica pecca è, anche qui un classico per Švankmajer, la lungaggine; quando il gioco è ormai evidente, il regista sembra insistere troppo in alcune ripetizioni eccessive.

venerdì 20 ottobre 2017

Lion, La strada verso casa - Garth Davis (2016)

(Lion)

Visto a un cineforum.

Un bambino indiano che vive di espedienti segue il fratello in una missione in una stazione dei treni; si addormenterà perdendo le tracce del fratello e finirà per sbaglio in un treno in partenza. Finirà a centinaia di chilometri di distanza in una regione dove si parla una lingua diversa; considerato orfano verrà adottato da una famiglia australiana. 20 anni dopo rintraccerà il suo villaggio e la sua famiglia con google maps...

Tratto da una storia vera il film è nettamente diviso in due parti.
La prima parte riguarda gli avvenimenti che vive il bambino, il viaggio in treno e le avventure per sopravvivere in una città sconosciuta piena di persone che parlano una lingua ignota. Senza particolare invenzioni, ma con una costruzione scenica essenziale, il film regge benissimo e Davis costruisce lunghe sequenze prive di dialoghi mettendo in piedi un film quasi muto (i personaggi parlano, ma sono parole che non servono per lo sviluppo della trama). La vicenda riesce a snodarsi fluida e ricca di emotività senza sforare (troppo) nel sentimentalismo più basso.
La seconda parte è l'età adulta. Qui il film fa tutto ciò che non ha fatto prima; cerca l'agnizione a tutti i costi, il dolore trattenuto e lo sconforto fisico in ogni scena, le ossessioni rappresentate da stanze in disordine ecc... Il tutto realizzando un ottimo spot per google maps ampiamente mostrato. L'effetto è sminuente sull'efficacia della trama; la parte, in teoria, più emotiva si spegne miseramente in un compitino fatto un tanto al chilo per strappare lacrime facili, ma senza incidere davvero.

Un lavoro a metà che, a conti fatti, è più un fallimento che un successo. Ma la prima parte fa ben sperare per il futuro del regista.

mercoledì 18 ottobre 2017

Blade Runner 2049 - Denis Villeneuve (2017)

(Id.)

Visto al cinema.

Nei 30 anni successivi quanto raccontato nel film originale gli androidi sono andati incontro a una rivolta contro gli umani, una messa la bando totale, una distruzione terroristica di tutti i dati informatizzati, una nuova messa sul mercato (ma più longevi e più obbedienti) e un ritorno allo status quo iniziale a opera di un moderno Tyrrell.

Il nuovo Blade Runner ha l'intelligenza di colmare gli anni di distanza dall'opera originale e di riempirli di una mitologia propria senza la necessità di spiegarla (un paio di passaggi chiave sono mostrati nei cortometraggi fatti uscire prima di questo nuovo lungometraggio), dando profondità e il senso di epopea a un film che, altrimenti, ricalcherebbe troppo il già visto. Dall'altra parte, la sceneggiatura si ricongiunge direttamente al primo film ripartendo dalla coppia in fuga nel finale, aggiungendo dettagli sconosciuti all'ora, alo spettatore come ai personaggi. Tutto quello che si trova nel mezzo è qualcosa di normale in un film di fantascienza con dei replicanti e non si discosta molto dalla mitopoiesi di "Matrix" (anche lì spiegata, per lo più, con cortometraggi avulsi dalla trilogia originale) o, addirittura, a quella di "Terminator".
Indubbiamente sa di già visto, ma riesce a gestire bene l'effetto ridondanza collocandosi lontano dalle uscite ultime uscite di tutti gli altri brand e portando avanti una storia propria e abbastanza confusa da non lasciare il tempo di pensare ad altro.
La bontà della sceneggiatura in sé è tutt'altra cosa. La storia è piena di suggestioni e depistaggi, piani che si fondono, suggerimenti lasciati lungo la strada e piccoli colpi di scena; ripercorre quindi l'idea di noir del primo, ma mentre l'opera originale era un noir povero e semplice, questo vuole essere ampio e ricco; l'effetto finale è che l'altro era confuso, ma solido, questo è confuso, complesso e pieno di buchi.

Quello che realmente salva questo film è, al pari dell'altro, l'estetica. Incredibile aver trovato (e aver scelto) un regista come Villeneuve, così in linea con l'idea di cinema del Ridley Scott del 1982. I tempi lunghi e dilatati, un'interesse particolare per la fotografia (qui davvero la cosa migliore del film), ma soprattutto, una capacità magnifica nel creare ambienti, nel mostrare le location con uno sguardo più ampio (tutti gli ambienti inquadrati da Villeneuve sembrano grandi, anche gli appartamenti) e rendendo bello anche lo squallore de bassifondi. Villeneuve è stata la scelta più azzeccata di tutta la produzione.

Infine il minutaggio... questo è il blockbuster più lungo di sempre e, a dirla tutta, non si soffre troppo. Villeneuve è indubbiamente un abile narratore riuscendo a portare a casa il risultato senza far annoiare troppo lo spettatore nonostante alcuni passaggi obiettivamente di troppo e due sequenze con Jared Leto che rimane a pontificare in soliloqui per 10 minuti (i punti più bassi della sceneggiatura). Tuttavia uno script non rapidissimo, messo nelle mani di un regista slow può generare mostri; togliere 20-30 minuti a questo film era possibile senza intaccarne l'integrità.

PS: dal punto di vista filosofico cerca di buttare nuova carne al fuoco, tuttavia, seppure con molta intelligenza tocca un punto che si intreccia con un'idea quasi religiosa che potrà avere degli sviluppi, non riesce a toccare la profondità del prima; ancora una volta questo succede poiché è stato anticipato nelle serie fantascientifiche anni 90 e 00 con ben altri concetti e ben altri risultati. L'idea di fede e miracolo, tutta la  cristologia che viene spesso accennata (con una certa utilità e senza i manierismi dell'originale) potrà essere sfruttata meglio in un eventuale proseguimento della serie.

lunedì 16 ottobre 2017

Il paradiso delle fanciulle - Robert Z. Leonard (1936)

(The Great Ziegfeld)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

La vita di Florenz Ziegfield che da imbonitore da fiera riesce a scalare il successo fino a diventare un produttore di Broadway con 4 film in cartellone; purtroppo il suo genio produttivo, viene rallentato da un disperato amore per le donne (tutte) e per un'incredibile capacità nel perdere soldi (tutti).

Tre ore di film su uno sconosciuto (da noi) produttore teatrale e non annoiarsi?! Evidentemente c'è qualcuno che ci sa fare in questo film.
DI fatto il film risulta essere una strepitosa commedia, estremamente gustosa e molto holywoodiana (nel senso buono del termine) per tuta la prima parte; con una carrellata di personaggi, sicuramente stereotipati, ma raccontati bessimo; anche grazie a uno dei casting migliori di sempre. Nella seconda parte il film indubbiamente perde dei colpi; qui il romance e il melò (e anche un po di dramma) pretendono più spazio, a scapito del ritmo.
Complessivamente il film viene gestito come un'opera di Broadway; con una ouverture, un interludio e una exit music; e in aggiunta una serie di spettacoli teatrali titanici, mostrati in toto, che danno perfettamente il senso delle opere di Ziegfield, riuscendo anche a risultare le sequenze meglio gestite in termini di regia, più originali e dalla macchina da presa acrobatica, ma sempre utilitaristica.

Come dicevo però, gran parte del merito è anche del cast completamente in parte e assolutamente in forma. Innegabile che quasi tutto sia sulle spalle di un Powell splendido (la parte del signorile paraculo sembra essere stata inventata per lui e nessun altro); in un personaggio macchiettistico è infilata una magnifica Rainer (premio oscar per questo film) che non riesce a non esagerare nelle scene più importanti (la telefonata delle congratulazioni per il matrimonio), ma in tutte le altre sequenze rende perfettamente il suo buffo personaggio.

Godibile e realizzato da dio è, anche questo, una chiara rappresentazione di cosa fu capace la Hollywood classica.

venerdì 13 ottobre 2017

The maker - Christopher Kezelos (2011)

(Id.)

Visto qui.

Un coniglio di pezza deve realizzare un lavoro importante entro un tempo limite, dato da una clessidra (e scandito da dei violini), oltre quel tempo tutto finirà...

Tecnicamente appare leggermente inferiore al precedente "Zero", tuttavia è possibile che ciò sia dovuto alla creatura utilizzata come protagonista, realizzata in maniera più incongrua (ma con buoni motivi).
Quello che rimane inalterato è lo stile timburtiano, di cui viene aumentato molto l'effetto perturbante rispetto al precedente, ma permane una fortissima componente emotiva (e l'idea di fondo è di una tenerezza che spezza il cuore); tuttavia il lato oscuro è altrettanto rappresentato, anzi, è più rappresentato che nel precedente mentre viene eliminata gran parte della componente consolatoria.

Cambia, invece, la tipologia del cortometraggio; nel precedente c'era una storia completa, qui ci si inserisce in una serie di eventi già cominciati (chissà da quanto tempo) e si arriva in fondo senza ottenere una vera e propria fine (ma solo perché un finale vero e proprio è impossibile). Qui il corto vive solo dell'idea iniziale e nient'altro, dura la metà di "Zero", ma l'effetto è potente il doppio, senza bisogno (finalmente) di stampellarsi con una voce fuori campo.

Davvero un corto quasi perfetto. ambientazione impeccabile, estetica azzeccata, sentimenti al posto giusto, creazioni magnifiche, ritmo perfetto e un accompagnamento musicale (diegetico ed extradiegetico in base al momento) da applausi.

Zero - Christopher Kezelos (2010)

(Id.)

Visto qui.

In un mondo di omini di lana contrassegnati da un numero, nascere con uno Zero è di per sé una condanna sociale (non aiuta che la qualità del tessuto sia peggiore). Due numeri Zero si innamorano, ma il loro rapporto è proibito (per paura della diffusione del morbo) e il lui della coppia viene incarcerato. Ma un'inattesa complicanza risolverà la stasi mostrando a tutti che cosa significa essere Zero.

Interessante cortometraggio in stop motion di tale Kezelos, autore che, per ora, si limita solo a questo genere (ma con un ottimo successo, almeno in patria). Si tratta della sua seconda opera, ma la prima d'animazione (il suo primo corto è una pubblicità per la promozione... delle banane "A tasteful bunch" incredibilmente ambiguo) e si nota subito che questa deve essere la sua strada.

In primo luogo è una delle opere in stop motion con l'animazione migliore che ricordi e direi che è già qualcosa.
In secondo luogo la trama è piuttosto banale, con la classica storia di rivalsa del diverso con happyending; tuttavia gli ultimi 30 anni di Tim Burton non sono passati invano...
I protagonisti sono dei freak a tutti gli effetti, considerati negativi in quanto tali e discriminati, ma la loro inevitabile rivalsa arriva grazie alla creazione di un freak ancora più outsider di loro a cui, però, viene data una considerazione migliore. Ma anche la confezione esterna è totalmente timburtiana, i protagonisti sembrano venire dai suoi disegni e il mondo zuccheroso in cui si muovono dagli assunti iniziali di quasi ogni suo film.
Sinceramente è una scelta che mi sorprende, in positivo; si tratta infatti di uno dei primi film che vedo prendere così apertamente sia l'estetica che il contenuto dal regista americano.

Mi risulta invece inspiegabile la scelta di mettere una voce fuori campo in un film che è perfetto come opera muta.

mercoledì 11 ottobre 2017

Io ti salverò - Alfred Hitchcock (1945)

(Spellbound)

Visto in DVD.

Una psichiatra scopre che il nuovo direttore dell'istituti dove lavora (e di cui si innamora immediatamente) non è chi dice di essere. Verrà ricercato dalla polizia per omicidio, ma lei, sicura della sua buona fede e certa che vi sia un trauma alla base della sua amnesia circa la propria indentità, lo aiuta a fuggire.

Un film dalla storia particolarmente inverosimile, progettato a tavolino per essere il primo a tema psicoanalitico. Di fatto si riduce tutto a una caccia all'uomo con l'uomo già presente (questa sì è un'idea buona) con molto chiacchiericcio (questa invece è la pecca fondamentale).

Al netto delle critiche che gli si possono muovere (molte dovute a Truffaut); questo è un film realizzato da dio.
Al di là degli hitchcockismi classici che rappresentano il minimo sindacale. Regia molto mobile e diverse soggettive (di cui quella della pistola nel finale è piuttosto brutta) sono solo la punta dell'iceberg; questo è, soprattutto, un film fatto di montaggio interno. Sembra che Hitchcock non sia riuscito a inquadrare Peck senza farlo muovere all'interno della scena; si va dall'incontro dei due protagonisti, con Peck in avvicinamento fino allo scambio di sguardi, al loro re-incontro in albergo; ma su tutte le scene è da enciclopedia la sequenza dell'incontro notturno con il vecchio professore in cui la macchina da presa si muove in maniera minima, ma, carica di un panfocus, passa dal campo medio al dettaglio del rasoio senza nessuno stacco... e lo vorrei sottolineare, se a volte queste chicche sono gesti di stile, in quella specifica sequenza tutto è funzionale.

Noto per la sequenza onirica realizzata da Dalì (che Hitchcock avrebbe voluto più lunga) devo ammettere che ha una fama immeritata; sicuramente interessante, ma senza idee fondamentali. Il film si pregia inoltre di una delle più brutte scene di sci della storia del cinema e di un'incursione brevissima di colore (rosso) nello sparo finale, efficace per rendere anche a livello visivo l'impressione dello sparo.

Buona come sempre la Bergman che fa il suo, terribile Peck per lo più inespressivo (e da giovane era sempre inquietante, anche quando faceva la vittima).