venerdì 20 luglio 2018

Der siebente kontinent - Michael Haneke (1989)

(Id. AKA The seventh continent)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una normale famiglio austriaca si muove in una vita normale mostrata con minuzia. Il lavoro dell'uomo, la scuola della bambina, la cena con amici. Tutto è normale, solo un pò troppo silenzioso e un pò troppo gelido. Ma la famiglia sta pensando di mollare tutto per andarsene in Australia.
Quando finalmente si decideranno il loro progetto si dimostrerà molto diverso .... SPOILER ... distruggeranno, con attenzione, tutti gli oggetti dentro casa per poi suicidarsi uno dopo l'altro.

Il primo film per il cinema di Haneke già racchiude l'intero suo stile. Un distacco glaciale dai suoi personaggi; uno sguardo insistente nel mostrarne il dolore, una macchina da presa interessata ai dettagli, un ritmo lento, tempi dilatati, una trama dove non ci sono eventi devastanti, ma la sofferenza esplode improvvisa con un pianto durante una cena o l'estrema soluzione finale.
Quello che separa questo film dalle opere successive è una fotografia accettabile (qui modestissima, quando invece Haneke ci ha ormai abituato a una qualità altissima) e una maggior concretezza nei temi trattati successivamente.
Senza girarci intorno, questo è un film noioso che, se non fosse dell'Haneke che oggi conosciamo, probabilmente sarebbe snobbato da tutti. Un film a tesi che poteva essere un cortometraggi potente, ma ha preferito essere un lungometraggio pedante.

lunedì 16 luglio 2018

Io... e il ciclone - Charles Reisner, Buster Keaton (1928)

(Steamboat Bill Jr.)

Visto in Dvx.

Il goffo figlio di un gagliardo proprietario di una nave a vapore (ora messo in ombra da una nave più nuova a lussuosa) torna a trovare il padre. I due non si intenderanno quasi su nulla e il fatto che il giovane si innamori della figlia del concorrente non renderà le cose più semplice. Quando però arriverà il ciclone del titolo italiano, il ragazzo si dimostrerà all'altezza della situazione.

Il film si divide in due parti. Nella prima c'è il solito gioco degli equivoci di due persone diverse che devono convivere; le gag ancora reggono abbastanza, ma senza un trasporto particolare; per chi già apprezza la fisicità particolare i Keaton sarà una piacevole conferma.
Nella seconda parte, quella del ciclone, invece viene fuori il film vero e proprio. La tracotanza di Keaton, che farà radere al suolo una cittadina dalle raffiche di vento e farà navigare degli edifici nel fiume, darà vita al motivo per cui l'attore regista è giustamente famoso: i suoi stunt. Senza raggiungere i livelli di quel capolavoro di "The general", qui Keaton gioca con il vento e case che crollano con il tempismo e la fisicità che lo contraddistinguono (oltre che con la sua espressione sempre seria).
Da sottolineare che, anche nelle parti meno attuali, i film di Keaton rimangono ancora oggi tra i più godibili del cinema muto.

venerdì 13 luglio 2018

Sint - Dick Maas (2010)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in italiano.

Quando la notte di San Nicola è illuminata dalla luna piena, il vero vescovo da cui si origina la tradizione torna in vita (come zombi) per uccidere quante più persone possibili.
Trama semplice, decisamente poco originale, per un efficace horror olandese... se si dice horror olandese si dice Dick Mass. Redivivo, l'unico regista olandese di cui ricordi il nome porta in scena l'ennesimo horror ben incastrato all'interno di Amsterdam (l'unico che utilizzi in maniera drammatica quella città almeno dai tempi di "Amsterdamned") partendo da una base ormai consolidata.
In questo anni ha forse perso un pò il gusto innovatore (non siamo più dalle parti di un ascensore assassino) dimostra però di essere rimasto al passo coi tempi, costruisce scene variegate tutte ben realizzate, mantiene un ritmo sempre costante senza mai ripetersi; forse sfrutta poco la buona idea dissacratoria, ma i momenti da ricordare sono diversi (la caduta dal tetto con il cavallo ad esempio). Il film si sfilaccia un pò nel finale, ma alla fine il risultato è gradevole. Ottima anche la fotografia (tallone d'Achille del Maas degli anni '80) e bravi gli interpreti che non deludono.

lunedì 9 luglio 2018

Il rosso segno della follia - Mario Bava (1970)

(Id.)

Visto in Dvx.

Uno stilista di vestiti da sposa ama uccidere giovani donne alla prima notte di nozze. La sua vita scorre tranquilla tra una sfilata e un ammazzamento finché non uccide la moglie che, vendicativa, ritorna sotto forma di fantasma rovinandogli la piazza.

Buffo e raffazzonato thriller anni '70 che mette insieme una sfacciata storia di serial killer con quel gusto cormaniano per fantasmi e dannazione eterna senza rinunciare a un twist plot finale (totalmente inutile) come se questo salvasse la baracca.
In quel decennio film di questo tipo nascevano come funghi, quindi non si pretende originalità, ma almeno concretezza, un minimo di qualità nel gestire l'idea originale e portare a casa il risultato.
A livello di regia il povero Bava fa quello che può con un incremento del montaggio interno fatto di zoom che servono a dare dinamismo (ma talvolta danno fastidio) e la solita fotografia chiassosa di altissimo livello; però neppure lui riesce ad alleggerire il film accelerando il ritmo e sorvolando sulle parti ininfluenti della trama e il risultato finale sconta una sceneggiatura confusa e un Bava troppo impegnato a muovere la macchina da presa invece che l'intero film.

Di fatto se il film fosse stato spezzato in due il risultato sarebbe stato migliore. Un film con il punto di vista del serial killer anziché della vittima sarebbe stato interessante, ma vista la prima parte di quest'opera sarebbe ridicolo dire che sia mostrata la psicologia di un assassino. La seconda parte con un fantasma che perseguita una vittima con la sua sola presenza, una maledizione inalienabile, ma estremamente calma è anch'essa originale, ma viene fuori quasi per caso e in maniera poco incisiva.

venerdì 6 luglio 2018

Il figlio di Godzilla - Jun Fukuda (1967)

(Kaijûtô no kessen: Gojira no musuko)

Visto qui, doppiato in inglese.

Un gruppo di scienziati si trovano su un'isola del pacifico per alcuni esperimenti meteorologici; verranno raggiunti da un giornalista d'assalto, ma, sfortunatamente, anche da Godzilla, richiamato da una serie di onde prodotte da un uovo (spoiler: sarà il figlio di Godzilla). Più che con il lucertolone, gli umani, in questo caso, saranno messi a dura prova da una serie di mantidi religiose giganti e, nel finale da un altrettanto gigante ragno.

Per la seconda volta dietro la macchina da presa Fukuda riprende tutte le caratteristiche salienti del film precedente. Fotografia accesa, regia dinamica, un gusto spiccato per l'avventura e un tono leggero (che con le musichette pimpanti rischia talvolta di finire nella farsa).
L'effetto è piuttosto buono, ma, ci sono due ma. Il primo è l'ottima fattura degli altri kaiju, soprattutto le kamakuras, che rendono giustizia allo spirito disneyano che permea i film della serie diretti da Fukuda; il secondo però è il figlio di Godzilla (chiamato Minilla!)... e non ne ho un'opinione altrettanto positiva...
Minilla è l'idea più orribile dell'intera saga fino ad ora. Ridicolo e obiettivamente brutto, un pupazzo poco credibile dall'espressione cogliona che vorrebbe dare una componente più umana alla vicenda, ma riesce soltanto ad annacquarla. il suo contributo alla trama è il susseguirsi noioso della medesima dinamica ripetuto diverse volte: Minilla va in giro, viene molestato da un altro kaiju e chiama Godzilla in aiuto; ok voler motivare lo scontro fra kaiju, ma questa diluizione è deleteria.
Peccato per questa virata verso il ridicolo che affossa una coppia di film che avevano azzeccato finalmente il piglio scanzonato giusto per traghettare il franchise dall'horror puro al prodotto per famiglie.

PS: in realtà, all'epoca, fu u successo enorme (soprattutto fra i bambini) e il finale strappalacrime (che a me ha ricordato "Shining") commosse le platee.

lunedì 2 luglio 2018

Scipione l'africano - Carmine Gallone (1937)

(Id.)

Visto in Dvx.

Kolossal fortemente voluto dal fascismo per dare spessore mitico alla, già mitica, storia romana in una guerra vittoriosa nelle terre del nord Africa... l'intento politico è così ingenuamente sfacciato che non ha bisogno di sottolineature.

L'intento politico evidente e l'ancora più evidente sostegno fascista si notano anche nei ripetuti saluti romani e alle inquadrature insistite dell'ascia dentro alla fascina di legno e all'aquila romana.
Al netto dei dettami del regime quello che ne viene fuori è un vero e proprio kolossal.
Un enorme dispiego di comparse, di costumi dettagliati, di scenografie massicce e... pure di elefanti. Ma ancora di più viene fuori l'enorme capacità di Gallone di gestire tutto questo dando il meglio di sé nelle messe in scene di massa e raggiungendo picchi insperati nelle sequenze di battaglia (quella finale con gli elefanti è una delle migliori scene action del cinema degli anni '30 assieme a quelle finali di "Capitan Blood"). Meno interessanti, ma ben gestite le lunghe chicchierate fra una battaglia e l'altra che alternano battibecchi al senato (gestiti come scontri personali), altisonanti dimostrazioni di romanità e relief scene con due personaggi comici messi lì giusto per rendere il tutto più digeribile.
A fronte della modernità delle scene d'azione, invece, risultano invecchiate malissimo le scelte di casting (oggigiorno mai sarebbero stati scelti protagonisti di mezza età dai fisici così strabordanti), ma soprattutto una recitazione teatrale che declama tutto senza quasi mai recitare davvero.

venerdì 29 giugno 2018

Crimen - Mario Camerini (1960)

(Id.)

Visto in Dvx.

Sei coppie di italiani si ritrovano a Montecarlo. Un omicidio viene commesso e, per varie vicissitudini, i tre vengono tutti sospettati in una girandola di equivoci e segreti reciproci. La vicenda sarà ricostruita a distanza.

Commedia riuscitissima di Camerini che si sporca di giallo senza esserne mai sovrastata. Di fatto un mix di due generi dove, entrambi, hanno il loro spazio, per lo più disgiunto, ma con un occhio di apprezzamento maggiore alle risate.
Il film si pregia di una serie di interpretazioni eccellenti fatte dal cast stellare coprotagonista dove ognuno ha uno spazio equilibrato per muoversi e dare il meglio di sé, particolarmente apprezzabili Manfredi nei suoi panni migliori, un Sordi macchiettistico, ma adatto e una Mangano a cui viene dato lo spazio giusto per spiccare.
Il film invece non riesce mai a dosare in maniera corretta le varie componenti o le tre storie che, di fatto, prima del finale, sono degli episodi disgiunti; ma ha il vantaggio di architettare un plot a incastro totalmente imprevedibile costringendo lo spettatore a rimanere incollato al video fino alla fine per l'impossibilità di prevedere cosa verrà dopo. Non un capolavoro tout court, ma un capolavoro di imprevedibilità.