lunedì 15 giugno 2020

Irrational man - Woody Allen (2015)

(Id.)

Visto su netflix.

Un professore di filosofia dell'università si trova in una profonda depressione a causa della propria sensibilità (e una vita con un passato impegnativo). Non servirà a aiutarlo la relazione con una giovane studentessa, ma il loro rapporto lo aiuterà a prendere una decisione, uccidere un uomo che non conosce per una sorta di "bene superiore". Questo atto diretto con conseguenze reali (che lui ritiene positive) gli fa riscoprire il gusto della vita.

Questo film è la classica riproposizione di topos allenniani (quelli più della fase depressiva) rimescolati, il caso che decide delle vite delle persone, l'impossibilità di rapporti stabili, le sovrastrutture sociali e filosofiche utili solo a sopportare la vita ecc...
Il film riesce in maniera particolare a far uscire i personaggi, meno caricaturali e più incisivi del solito (il protagonista maschile, quantomeno, magnifico nella sua depressione e la moglie del professore suo amico).
Il problema è la trama; sicuramente interessante, ma piuttosto superficiale nello svolgimento, leggera nelle fasi gravi e sfuggente in quelle leggere, non riesce mai a creare il pathos giusto neppure nella scena dell'omicidio o quella negli ascensori del finale dove l'emotività andrebbe incanalata e fatta esplodere. Forse è più un problema di distacco e mancanza di empatia, ma il risultato non cambia, il film si fa guardare, ma scivola via facilmente.
Da sottolineare invece il finale, fugace e leggero come il resto del film, ma, incredibilmente (per Allen, soprattutto in un film del genere), ricco di speranza.

giovedì 11 giugno 2020

La battaglia di Alamo - John Wayne (1960)

(The Alamo)

Visto su NowTv, in lingua originale sottotitolato.

Il racconto (che molti ci tengono a sottolineare essere non accurato dal punto di vista storico... ma va?!) delle vicende che hanno portato i colonnello Bowie e il più noto Davy Crockett a combattere dentro a Fort Alamo per dare il tempo all'esercito texano (all'epoca parte del Messico) di organizzarsi per combattere quello messicano ufficiale. Il sacrificio di meno di 200 persone per dare il tempo ad altri di vincere.

Fortemente voluto da John Wayne per anni questo è il primo (di due) film da lui interpretato, diretto e prodotto. Fu un investimento gigantesco e un fiasco al botteghino che precluse a Wayne di bissare per quasi un decennio.

Il film è un polpettone sentimentale (in senso di sentimenti machisti, poco romanticismo) inserito nel genere western classicissimo che di li a pochi anni sarebbe stato buttato a gambe all'aria da Leone.
Enfatico nei toni e manierista nella recitazione (bisogna riconoscere a Wayne di essere quello più controllato, ma d'altra parte lui è stato uno dei più grandi caratteristi d sempre) è un inno al cinema più passatista e patriottico che sarebbe stato accettabile almeno dieci anni prima o più.
Posto tutto questo rimane un film molto godibile.
Accettando che la battaglia vera e propria sia solo negli ultimi 10 minuti (ma è solo il titolo italiano che è fuorviante) è un film classicheggiante che nelle sue due ore e mezza si concede solo un paio di momenti di stanchezza.
Togliendo infatti i due o tre monologhi più patetici (su tutti quello di Wayne al fiume con la donna che manderà via) il film si muove con un ritmo costante, rilassato, ma preciso, intrattiene con garbo, diverte il giusto e mette insieme i pezzi giusti per arrivare al climax finale.

In verità, in tutto questo marasma di già visto, è affascinante che il film su Alamo sia un gioco a tre fra i colonnelli, un film con intrighi di palazzo (poco elaborati) e diplomazia (sempre con piglio divertito), dopo circa un'ora si avvicina a  una "La sfida del samurai" scanzonata.

PS: un encomio agli sceneggiatori che hanno dovuto inventarsi tre morti eroiche senza che ognuna facesse sfigurare quella degli altri.

lunedì 8 giugno 2020

Chi ha paura delle streghe? - Nicolas Roeg (1990)

(The witches)

Visto su Netflix.

Un ragazzo rimasto orfano viene allevato dalla nonna che gli racconta storie e aneddoti sulle streghe come si trattasse di un corso di sopravvivenza. In ferie sulla costa inglese finiranno nello stesso albergo di un gruppo di donne che si scopriranno essere (rullo di tamburi) delle streghe, con un piano, tanto diabolico quanto inutilmente complicato per sbarazzarsi dei bambini. Trasformato in topo inizierà l'avventura vera.

C'è stato un tempo in cui i film per regazzini non erano accomodanti sugli scopi dei villain e neppure sulla loro estetica, anzi erano apertamente repulsivi; e personalmente ancora rimpiango quel periodo.
Ovviamente il character design non è tutto e una trama tra il dozzinale e il ridicolo affoga fin dall'inizio un film che è si per bambini, ma non per questo dev'essere idiota. C'è poi una vera e proprio mancanza di competenza nella scrittura che si dilunga per oltre la metà con la preparazione degli eventi per lasciare alla parte dell'avventura un minutaggio limitato (serviva un convengo così lungo?).
L'ultima aprte, quella più dinamica rimane godibile e si concede un finalone che riecheggia (per uso degli effetti protesici, delle inquadrature sghembe e delle metamorfosi) "Splatters".

Quello che però più colpisce di un filmetto del genere è la qualità del cast artistico messo in mezzo.
la Zetterling era (ed è) ormai una semisconosciuta, ma la Huston era all'apice, ma soprattutto c'è alla regia un insospettabile Roeg. Irriconoscibile, pagato per mettere il pilota automatico e rimanere il pi possibile lontano dalla sua comfort zone.

giovedì 4 giugno 2020

Il sacrificio del cervo sacro - Yorgos Lanthimos (2017)

(The killing of a sacred deer)

Visto su Amazon prime.

A un cardiochirurgo muore un paziente durante un intervento (per dolo?). Per il senso di colpa si occupa in segreto del figlio adolescente. Quando finalmente lo mostra alla propria famiglia (moglie e due figli piccoli), il ragazzo scatena su di loro una maledizione da tragedia greca: ad uno ad uno moriranno tutti se il padre non uccide uno dei familiari.
Ovviamente prenderanno tutti sottogamba la cosa finché non cominceranno i sintomi; inizierà allora una corsa convulsa a ingraziarsi il padre con ogni mezzo, riaversi sul ragazzo in una lenta spirale di abiezione.

Al suo secondo film americano Lanthimos abbandona il perturbante grottesco e metaforico per addentrarsi in un mondo a là Haneke dove l'idillio borghese viene improvvisamente distrutto da una minaccia esterna.
Come Haneke si compiace della sofferenza che causa ai suoi personaggi, ma al contrario dell'autore austriaco ha un gusto per il comico (certo, virato al grottesco come sempre) che scaturisce molto spesso nel film (dal rapporto fra marito e moglie a letto, i tentativi di ingraziarsi il padre dopo la maledizione o il finale per scegliere chi eliminare), non si ride quasi mai di quelle persone, ma ci si imbarazza per loro, per la loro goffaggine e la loro inettitudine (cosa che con Haneke sarebbe impensabile).
Inoltre il gelo dei film dell'austriaco (cifra stilistica anche di Lanthimos) qui pervade anche i personaggi. L'ambiente è algido, il punto di vista del regista distaccato e freddo, ma i personaggi sono respingenti e anempatici anche nelle scene di agnizione, lavorano per sottrazione per concedere il meno possibile allo spettatore.
L'effetto finale è particolare e quasi unico, non melodrammatico come potrebbe, ma colpisce, in maniera meno efficace che in altri film del regista greco, ma sicuramente si fa ricordare.

lunedì 1 giugno 2020

Lola darling - Lola Darling (1986)

(She's gotta have it)

Visto su Netlfix, in lingua originale sottotitolato.

Il primo vero e proprio film Spike Lee è una commedia sentimentale su una giovane donna indipendente che intrattiene tre relazioni stabili alla luce del sole. Dato che tutti sanno tutto, la maggior parte del tempo è impiegato dai tre uomini per convincerla a mollare gli altri due.

Alla sua opera prima Lee vuole già dimostrare molto. Realizza un film chiacchieratissimo dove i personaggi parlano in camera consapevoli di far parte di un film (nella seconda metà un personaggio ne incontra un altro che sta parlando in camera e chiede se lo disturba a sedersi sulla sua stessa panchina); le loro confessioni sono parte integrante del film (che anzi, si apre e si chiude su Lola a letto che parla agli spettatori) delineano i rapporti e plasmano i personaggi.
la macchina da presa però non si limita ad essere un confessionale, ma si muove, cerca inquadrature particolari porta avanti la storia con immagini fisse (come fosse una Jetée qualsiasi) e si appoggia completamente a una fotografia curata con un bianco e nero molto contrastato che rende densissime le scene in notturna e inserisce una sequenza di ballo a colori (pretestuosa le scena di ballo, ma lo switch fra B/N e il colore è invece motivato e goliardicamente citazionista).
Il vero punto di forza, però, è la sua protagonista; un personaggio leggero e liberatorio, ma estremamente sfaccettato, non banale che sarebbe una mosca bianca anche nel cinema attuale, figuriamoci negli anni '80.

Il neo, invece è il ritmo. Essendo parlatissimo il ritmo parte già svantaggiato, ma la scrittura non esperta (con molte sequenze ripetitive o scene tenute troppo a lungo) rende difficoltosa e strascicata la visione di un film dal minutaggio contenuto.

giovedì 28 maggio 2020

Gimme danger - Jim jarmush (2016)

(Id.)

Visto su Mubi, in lingua originale sottotitolato.

Era quasi inevitabile che Jarmush, facesse un documentario sugli Stooges, dato il suo precedente su Neil Young e la sua amicizia, quasi venerazione, per Iggy Pop.
E non c'è che dire, Jarmush si conferma un grande utilizzatore d'immagini. Dovendo attingere a molte foto, qualche raro filmato, riesce a mantenere una qualità e un colpo d'occhio magnifici. Soprattutto con le fotografie d'epoca, sembra sempre avere quella giusta per la situazione (di solito al limite) raccontata, come se fosse stata presa proprio per essere utilizzata in questo documentario. Dove non arriva lo storico si ripiega su un'animazione bidimensionale molto semplice, veloce ed efficacie.
Le interviste attuali invee si limitano al normale lavoro con camera fissa e una scelta delle location che sembra casuale; è evidente che al regista interessa di più gestire il resto.

Il vero limite del documentario però è un altro e lo condivide con la maggior parte dei biopic: tutto viene mostrato come inevitabile, tutta la giovinezza è un prodromo fatale del futuro che rappresenta il gruppo. ma ancora di più pesa l'edulcorante Jarmush.
Il fattore urticante, non accomodante, repulsivo degli Stooges e Iggy Pop in particolare, il loro appetito per la (auto)distruzione, il loro gigiallinare sul palo ben prima dell'eponimo GG è toccato qua e la di sfuggita, per lo più in maniera veloce e secondaria, arrivando a relativizzare collari e nazismo, istrionismo lesionista e droga in favore una più rassicurante invenzione dello stage diving o della disintossicazione.
Togliere tutto questo agli Stooges è togliere la loro anima e la potenza del loro impatto, fare tutto questo facendo sentire in totale 3-4 canzoni per lo più di sottofondo è quasi criminale.

lunedì 25 maggio 2020

Voglio tornare a casa - Alain Resnais (1989)

(I want to go home)

Visto su Mubi, in lingua originale sottotitolato.

Un fumettista americano va a Parigi per una mostra sul fumetto dov'è stato invitato (come ripiego); nelle sue intenzioni c'è la possibilità di riallacciare i rapporti con la figlia trasferitasi proprio nella capitale francese. Sarà però catturato da un professore universitario, suo grande fan, che lo inviterà nella sua casa di campagna.

Resnais alla sua prima prova commedia totale (nessun dramma, se non in versione comica) riesce a fallire in maniera imbarazzante.
Il film è orribile. Una trama pretestuosa, che disegna i personaggi in maniera monodimensionale (sono solo maschere per muovere la storia), li fa agire sostanzialmente a caso senza una reale motivazione con scenette scollegate, dei dialoghi ripetitivi e completamente vuoti, l'idea di mettere i personaggi dei fumetti che dialogano con i protagonisti è pretestuosa e insignificante ai fini del film. E tutto questo senza che la commedia diverta mai.
Ovviamente il film è particolarmente insopportabile se si considera che lo stesso regista di "Hiroshima mon amour" o  "Cuori" non riesce in nessun momento ad azzeccare un tempo, dare un ritmo, mantenere l'attenzione; strascica, si muove con indolenza, conclude alla tarallucci e vino senz aun minimo di nerbo.
Cast intollerabile (Depardieu bravo anche se umiliato in una macchietta inutile).