martedì 13 ottobre 2020
Peluca - Jared Hess (2003)
Visto qui, in lingua originale.
Per cercare di dimenticare (il comunque dimenticabilissimo) "Masterminds" ho cercato l'unico film di Hess che ancora mi manca, "Don Verdean".
Non trovandolo ho ripiegato su "Peluca", il primo corto da cui tutto è nato. Di fatto l'ispirazione per il primo lungoimetraggio "Napoleon Dynamite".
Opera a basso costo, girata in bianco e nero con una trama breve ed esilissima (la ricerca di una parrucca per uno dei coprotagonisti).
Il corto serve al regista a veicolare due cose il suo mondo di emarginati e il suo personaggio principale.
Il mondo è accennato, c'è una sorta di world building realizzato unicamente dai personaggi principali che lo popolano, le loro dinamiche, la loro presenza scenica; meno invece la regia, meno incisiva (siamo agli inizi, non ha ancora una voce propria) e assente la messa in scena che arriverà dopo.
I personaggi sono assolutamente in linea con i successivi; il protagonista è già identico a quello del lungometraggio (letteralmente identico anche per l'aspetto) e le due spalle delineano perfettamente l'outsider dolce e sfigato di Hess.
Se non fosse il prodromo di qualcosa di più sarebbe carino, ma poca roba; materiale insospettabile per un lungometraggio, coraggiosa MTV a finanziarlo all'epoca.
lunedì 8 luglio 2019
Comandante - Oliver Stone (2003)
Visto in Dvx.
Oliver Stone realizzò questo documentario in una 3 giorni a Cuba nel 2002 passando circa 10 ore al giorno con Fidel Castro facendogli domande su tutto, gli eventi cubani, gli USA,la vita privata, la filosofia, la storia.
Da quei 3 giorni di interviste continue (ci sono molte scene a tavola e in macchina, ma anche durante visite a musei o università) vengono ritagliati questi (poco più di) 90 minuti.
Il documentario è molto lontano (e precedente) a "South of the border", il documentario su Chavez, ma ne è anche lontano come tipologia di racconto. Quello partiva da Chavez per raccontare un particolare periodo storico di rivincita del socialismo in Sud America; qui invece l'unico intento è parlare con (e di) Castro.
Data la compattezza dell'intento (niente sbrodolamenti didattici) l'effetto è decisamente migliore e, per fortuna, anche la regia ne guadagna. Stone infatti realizza un documentario ricco di immagini (sono almeno 3 le videocamere che tallonano Castro in ogni momento) intercalate con un gioco di montaggio estremamente filmico figlio dei migliori lavori anni '90 del regista. Il montaggio postmoderno con immagini enfatiche ma non direttamente collegate e minimale, spesso vengono intercalate alla voce di Fidel immagini di repertorio che mostrano ciò che sta dicendo, ma ancora più spesso le immagini sono affiancate per paragone (lo stesso movimento, la stessa dinamicità), lo stesso vale per il sonoro, talvolta sovraimpresso su immagini di Castro intento a pensare, ascoltare o discutere di altro.
Se la regia è interessante (e per fortuna dato che questo documentario monografico morirebbe d'inedia data la scarsa dinamicità del racconto) il contenuto è opinabile. Stone non è interessato a fare un ritratto storico obiettivo, né vuole portare a galla elementi particolari. L'intento sembra quello di un fan che cerca solo di sapere tutto di un suo idolo, senza soluzione di continuità e con poco interesse ai lati oscuri (le domande scomode sono poche, tutte montate insieme rapidamente nel finale e le risposte superficiale non vengono ulteriormente indagate).
L'effetto finale è quello di un documentario parziale (e di parte), ma estremamente interessante, con il punto di vista cubano non solo sui fatti che li vedono direttamente interessati, ma anche su altre questioni più intimamente americane e raccontate da un uomo che, per la prima volta, da pezzo di storia appare come un "personaggio" a tutto tondo; un vecchio ironico, sicuro e furbo che vive in un passato fatto di battaglie e di gloria che utilizza per capire il presente (che, come sempre in queste tipologie umane, vede in costante peggioramento).
mercoledì 21 novembre 2018
Two sisters - Kim Ji Woon (2003)
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Due sorelle tornano nella casa paterna dopo un ricovero. Con loro vivrà anche l'odiata matrigna che, a onor del vero, sembra tentare davvero di ricucire il rapporto, ma la testardaggine di tutti e i problemi mentali che sembrano avere tutti renderanno i rapporti sempre più tesi... e l'impressione che ci sia anche qualcun altro nella casa si farà sempre più insistente.
Film coreano fatto di twist plot (almeno due) dosati nella maniera standard per l'oriente, e cioè ammazzando il movimento in tre atti della sceneggiatura a cui siamo abituati rendendo semplicemente imprevedibile il finale (non tanto per la svolta, quanto per il modo e i tempi con cui ci arriva).
Il pacchetto è, come sempre in questi casi, perfetto; con una location bellissima e adatta (una casa barocheggiante e gigantesca), una fotografia nitida, attori belli e distanti e vestiti pulitissimi; un insieme perfetto per ospitare il male e l'oscuro e ancora migliore per essere sporcato con il sangue.
Il punto fondamentale è, ovviamente la trama. Non si tratta di un horror anche se flirta con il genere; personalmente ho trovato efficace per suspense solo la scena del dopo cena con gli amici epilettici (assolutamente ben realizzata con continui cambi di prospettiva e la regia che gioca con le aspettative del pubblico). Il resto del film è a metà strada fra il dramma familiare e il thriller psicologico.
Il problema a mio avviso è che, un film del genere, con la sua vera forza nella trama che ribalta la situaizione per almeno due volte, deve essere perfetto nel descrivere ciò che accade; la storia, invece, mi è parsa piuttosto confusa, tutti gli elementi del finale sono rintracciabile, ma tirare le fila nel dettaglio è un lavoro più complicato di quanto non dovrebbe.
lunedì 10 ottobre 2016
Le invasioni barbariche - Denys Arcand (2003)
Visto qui.
Quindici anni dopo le vicende de "Il declino dell'impero americano" il protagonista del precedente film scopre di avere un tumore; è terminale. Il figlio, con il quale non ha mai avuto un rapporto torna dall'Inghilterra (dove lavora nella finanza) per assisterlo. Metterà a disposizione tutti i suoi soldi per ottenere stanze migliori, eroina (da usare al posto della morfina) e per portare vicino al padre il gruppo di amici di vent'anni prima.
Sembra che Arcand abbia atteso un evento per potersi permettere di realizzare un seguito al cult degli anni '80; quell'evento è stato l'attacco alle torri gemelle che all'inizio del film viene considerato l'inizio delle invasioni barbariche. Tolto questo breve accenno tutto il dissertare su declini e imperi viene lasciato da parte e il bellissimo titolo è solo una scusa per creare un collegamento intellettuale con il precedente lavoro di Arcand.
In realtà questo è un film sulla morte e sull'amore per la vita.
Un uomo innamorato della vita (o del ricordo della vita) deve morire; pur nel panico più totale affronterà la cosa con un piglio allegro, discuterà ancora dei massimi sistemi con gli amici di un tempo, noterà come la vecchiaia incipiente spazzi via le passioni della gioventù, con il distacco degli anni sottolineerà la ridicolaggine di cui si circondavano nel passato e tenterà di riavvicinarsi ai familiari più stretti, ognuno a suo modo distante (la moglie divorziata, il figlio antagonista e la figlia su una barca in mezzo all'oceano).
Inoltre viene suggerito in maniera continua il cambiamento nel rapporto di forza fra le professioni; se 15 anni fa i migliori della loro generazione erano gli intellettuali (intellettuali ipocriti che mostravano il loro potere chiacchierando con supponenza), i nuovi miti sono i finanzieri che mostrano i muscoli con atti di violenza sociale fatti a suon di quattrini (l'apertura di un piano dell'ospedale solo per ospitare il padre, lo sfruttamento della tossicodipendenza, ecc..).
Come stile di regia Arcand è molto cambiato, gioca molto di più con il montaggio (sembra abbia appena imparato a usare il fade to black visto che lo usa continuamente in questo film) e con la fotografia dai colori curati; riuscendo a dare un senso di movimento maggiore che nel precedente pur muovendo meno la macchina da presa.
venerdì 29 gennaio 2016
Gacy - Clive Saunders (2003)
Visto in Dvx.
In origine era Gacy, prima dei "Balada triste de trompeta" o dei "Clown", prima che Johnny Depp dicesse di soffrire di Coulrofobia (come dci spiega bene l'affidabile sito holahollywood); prima di tutto questo, naturalmente, viene Pennywise; ma anche lui si era ispirato a Gacy, in origine dunque, c'è sempre stato Gacy.
Gacy era un amichevole omone di Chicago il cui nome completo era John Wayne Gacy (applausi ai genitori), che amava rallegrare i bambini vestendosi da clown nel tempo libero (Pogo il clown), omosessuale represso, in una notte un po' matta scoprì che ciò che lo eccitava di più non era il sesso, ma uccidere i suoi partner. Ne uccise parecchi sotterrandoli in cantina, e quando venne arrestato passò diversi anni a disegnare clown... per maggiori informazioni wikipedia è fornita di molti aneddoti utili a sostenere una conversazione durante una cena formale.
Questo film, direct to video, vorrebbe essere un biopic interessante su un interessante serial killer. Purtroppo è un filmetto senza capacità; i mezzi ci sarebbero anche visto che la ricostruzione degli anni '70 è decisamente buona e (fatto salvo per i vermi in cantina) non ci sono scene palesemente finte. Il problema è che alla sua prima (e finora ultima) prova su un lungometraggio Saunders dimostra di non sapere cosa fare. La storia è piatta (il soggetto e la sceneggiatura sono anch'essi di Saunders), senza enfasi, inquietudine o emozioni di sorta, le cose avvengono in maniera scomposta, i personaggi sono figurine senza spessore, molte situazioni sono poco comprensibile se non proprio ridicole (non si capisce come sia riuscito a sfuggire alla polizia così a lungo visto che sospettano di lui fin da subito e semplicemente non perquisiscono la casa), gli attori sono mediocri come p mediocre pure il doppiaggio e ci sono pure alcune parti della sua vita che sono risolte con scritte lette da una voce fuori campo. Quel che è peggio è che non riesce a sfruttare la mitopoiesi del personaggio, il motivo per cui il film deve essere stato realizzato è proprio che ci si trova davanti a un clown assassino, ma la cosa si risolve in un paio di battute e in una sequenza dove Pogo fa del waterboarding a un ragazzo.
Film totalmente inutile.
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| Ciao bambini; Pogo il clown vi saluta |
venerdì 11 luglio 2014
Duplex, Un appartamento per tre - Danny DeVito (2003)
Visto in tv.
Una coppia decide di comprare in nuda proprietà una appartamento a Brooklyn; coabitando con l'anziana proprietaria precedente fino alla di lei morte. La delicata vecchina si dimostrerà essere una stronza pazza e piena di salute. L'anziana rovinerà a poco a poco la loro vita sotto ogni punto di vista (soprattutto lavorativo). Arrivati allo stremo della sopportazione decideranno di ucciderla; prima in autonomia (ma ovviamente la vecchietta si dimostrerà, abile, pericolosa e fortunata) poi rivolgendosi ad uno specialista.
Commedia grottesca, cinica e velata di nero; genere in cui DeVito (qui regista) ci sguazza ampiamente (è evidente che deve avere accettato questa sceneggiatura con gioia). Ricca di situazioni al limite dell'assurdo, del già citato grottesco, ma anche dello schifo; ci si sguazza qui a maltrattare i protagonisti, come se fossimo in un film comico girato da Haneke.
Di fatto DeVito si dimostra un serio e originale mestierante; inquadra con dovizia di originalità, non lascia niente al sottinteso (che sarebbe sembrata mancanza di palle più che buon gusto) nell'umiliare Stiller e azzecca perfettamente il ritmo.
Quello che manca, purtroppo, è la comicità. Il film si segue bene, intrattiene e personalmente ero molto curioso di vedere come poteva concludersi senza scadere nel politicamente corretto, nell'accomodante o nel già visto (in questo senso il finale non è sensazionale, ma devo dire che ha scartato con stile tutte le mie preoccupazioni); però non si ride, ci si diverte, ma in un film comico la risata conta.
La Barrymore è una buona spalla, ma niente di più; Stiller fa se stesso come al solito, forse con il pilota automatico...
venerdì 27 giugno 2014
Fratelli per la pelle - Bobby Farrelly, Peter Farrelly (2003)
Visto in tv.
Due fratelli congiunti che vivono in Massachusetts, sono le celebrità locali per la loro abilità nel condurre un fast food e per le loro performance nell'hockey. L'equilibrio si rompe quando uno dei due decide di provare a fare l'attore a Hollywood; verrà ingaggiato da Cher per cercare di far fallire il programma in cui è incastrata; ovviamente (invece) avrà successo, ma tra i due fratelli qualcosa si romperà.
I Farrelly sono stati la coppia di registi comici più coglioni, onnivori e divertenti di metà anni '90; hanno sempre preso di mira i veri punti deboli della società con un'ironia grottesca ed estrema, hanno sempre rimasticato gli stilemi della tv (con il SNL è stato un do ut des); questo unito ad attori sempre di calibro (anche se spesso ancora scarsamente famosi... lanciandoli in maniera definitiva) pronti a tutto. Ecco, con tutto ciò sono spesso riusciti a fare film imperfetti, ma stupidamente divertenti.
Ma dopo "Tutti pazzi per Mary" c'è stato un progressivo declino che li ha portati ad essere l'ombra di sé stessi. In mezzo a questo declino si posiziona questo film ed è un'eccezione.
Non è un film perfetto; di fatto c'è un'idea di base semplice ma ottima che presto si svilisce nel politicamente corretto e nel consolatorio; il ritmo è altalenante; i numerosi camei sono un fiore all'occhiello, ma talvolta riescono anche ad appesantire per nulla; i personaggi sono sostanzialmente inesistenti, macchiettistici in maniera quasi eccessiva. Quello che però funziona è la comicità idiota, in poche parole si ride (e personalmente ho aprticolarmente apprezzato le parti in cui compare Cher).
giovedì 23 gennaio 2014
Una hosstess tra le nuvole - Bruno Barreto (2003)
Visto in tv.
Una ragazza della provincia americana sogna di andarsene dal suo paesino, si innamora del ruolo dell'hotess, riesce a sfondare (?!) in quel campo, ma dovrà scegliere fra la carriera e l'amore (sic).
Colori sgargianti, vestiti stilosi, trama consueta (is the new banale) e zuccherosa, location pulite e lucide, canzoni pop anni '80. Un film già visto molte volte e patinato, sembra di leggere Cosmopolitan...
C'è pura una fastidiosa voice off...
La trama scorre via liscia e tranquilla, sbanda (vorrebbe sbandare) verso il comico con un inutile Mike Myers. Un film che si fa guardare nel sopore del dormiveglia o nella noia della tv italiana. Ci sta e non fa del male.
Unico brivido una mezzo catfight (senza tette ) con la Paltrow.
mercoledì 6 novembre 2013
Battle royale II: Requiem - Kinji Fukasaku, Kenta Fukasaku (2003)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
lunedì 29 luglio 2013
Un tocco di zenzero - Tassos Boulmetis (2003)
Visto in Dvx.
venerdì 17 maggio 2013
PTU - Johnnie To (2003)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
mercoledì 14 dicembre 2011
Buppha Rahtree - Yuthlert Sippapak (2003)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in italiano.
Tahilandia, una ragazza estremamente sulle sue viene sedotta da un ricco ragazzotto locale, lei non sa che lui lo fa solo per una sfida fra i ricchi ragazzotti locali. Quando però lei rimane in cinta, lui, pieno di rimorso la convince ad abortire… ripeto, è pieno di rimorso ed in quel momento, probabilmente, comincia ad innamorarsi di lei, ma il di lui padre lo manda a studiare in Inghilterra. Lei si rinchiude nel suo appartamento dove muore a causa dell’aborto… se fosse tutto qui non sarebbe niente di che. Quando la proprietaria del condominio si accorge che la ragazza è morta e chiama la polizia, beh, la ragazza fa capire a tutti che non ha intenzione d’andarsene. Esatto! È un fantasma! Uno di quei fantasmi orientali fatti tutti di trucco in faccia e camminata strana (a meno che quella non sia una corsetta normale in Thailandia… non so, non conosco il background). Dopo il melodramma dell’inizio parte la seconda porzione di film, la parte horror/comica. Le varie apparizioni del fantasma, il rapporto con i vari inquilini, i reiterati tentativi di liberarsene (ci provano con monaci locali, con un prete cattolico che cita apertamente L’esorcista e pure con un monaco cambogiano) e le reazioni della proprietaria sono gli elementi di questo secondo tempo. Poi il ragazzo torna dall’Inghilterra. Va nell’appartamento della ragazza, che non sa essere morta, e le chiede scusa e decide di stare li da lei. Però la vita di coppia non è idilliaca, i due non si capiscono del tutto e lui va a farsi la ragazza del chiosco vicino. Il fantasma non ne sarà affatto contento e concluderà la vicenda deragliando verso Audition. Poi colpo di scena, prevedibile, ma comunque buono.Applausi ai thailandesi, il film è dignitosamente realizzato, non troppo stupido e non è mai noioso. Per carità in se niente di male, ma è fantastico come l’horror e lo splatter vengano immersi in una storia prima d’amore, quindi comica, quindi melodrammatica! Non è un film fondamentale, ma mostra la versatilità di un genere che da noi è tenuto solo di nicchia.
martedì 29 novembre 2011
Memories of murder - Bong Joon Ho (2003)
Visto in DVD.
Metà anni ottanta, Corea del Sud, un serial killer uccide alcune donne, di notte, mentre piove e mentre in radio suona una canzone… Ai poliziotti di provincia, brutali e grossolani, viene affiancato un ispettore di Seul, più raffinato come ragionamenti e come modi. La storia è quella delle indagini del primo serial killer della Corea ed il film vorrebbe essere una cronaca quasi esatta (nelle intenzioni del regista) anche se a conti fatti piuttosto ironica e divertente.Il film è veramente bello, ben realizzato e ben costruito con alcune sequenze su più piani notevoli (come la famosa scena della festa con il il capo della polizia e un poliziotto in secondo e terzo piano mentre nel primo ci sono i due protagonisti che discutono).
Ma la vera forza del film è nella sceneggiatura, in parte perché accosta un argomento tragico con modi farseschi e divertenti che alleggeriscono il tono, ma soprattutto perché non è un giallo classico, il punto centrale di questo film non è la scoperta del colpevole, ma il dipanarsi delle indagini in se. Il finale poi, pur non essendo un colpo di genio ha dell’originale dato che l’unico altro racconto/film che ricordo finire allo stesso modo è “La promessa” e forse “Zodiac”.
giovedì 3 novembre 2011
Il tempo dei lupi - Michael Haneke (2003)
Visto in Dvx.
In un ambiente contemporaneo, ma post apocalittico (qualche evento disastroso è successo anche se mai dichiarato, tanto che acqua e cibo scarseggiano e la gente fugge dalle città in cerca di una qualche salvezza. In questo ambiente si muove la famiglia di Isabelle Huppert, che dopo la morte del marito si ritrova a tirare a campare con i figli in mezzo ad un’umanità varia e violenta.Questo film è un po’ la quintessenza delle opere di Haneke, c’è tutto; il gelo e la violenza.
Ogni film di Haneke presenta infatti un algido distacco, un freddo glaciale sia nel modo in cui il regista (e quindi chi guarda il film) si pone nei confronti dei personaggi (in questo la fotografia nelle opere del regista è sempre molto ben definita), sia nel modo in cui i personaggi si muovono gli uni attorno agli altri. Anche in questo film infatti nei rapporti interpersonali c’è una distanza siderale fra i protagonisti, anche tra i famigliari stessi (la morte improvvisa del padre ne è un esempio, i famigliari pur se colpiti dalla cosa non sembrano aver subito il colpo e reagiscono comunque con il silenzio).
In ogni film di Haneke poi viene raccontata la violenza, tanto fisica quanto psicologica, insita nel sistema sociale raccontato. Una violenza mantenuta il più possibile invisibile quando il sistema funziona, ma nel momento in cui qualche pezzo viene perduto tutto diviene evidente. Proprio in questo film ogni sistema sociale viene perduto (per poi essere ricostruito in diversi tentativi di vita in comune, dall’isolamento egoistico del ragazzo al sistema estremamente gerarchico del gruppo di persone che abitano nella stazione, fino al sistema quasi socialista del gruppo che arriva in un secondo momento) e quello che ne viene fuori è la reazione scomposta di reazione dei vari personaggi (non si esageri nell’intendere la mia frase, non viene mai mostrato un solo momento di vera e propria anarchia, ogni film di Haneke è un’operazione matematica precisa e riproducibile). Su tutti spiccano ancora una volta l’omicidio del padre/marito tanto improvviso quanto immotivato nonché lo stupro silenzioso fatto in mezzo al gruppo dormiente.
Poi beh, Haneke si diverte a non spiegare mai nulla; non si sa assolutamente come origini il tutto ne è chiaro come finisca. D’altra parte il regista non punta a raccontare una storia compiuta, ma a mostrare una situazione, un ambiente.
PS: bravissima la Huppert che in ogni film riesce ad essere completamente diversa dal precedente (rimanendo in ambiente Haneke si veda, ad esempio, La pianista).
mercoledì 5 ottobre 2011
Freddy vs. Jason - Ronny Yu (2003)
Visto in Dvx.
Quando qualcuno ha avuto l’idea di fare un film con Freddy Krueger e Jason Voorhees credo gli siano stati dati un paio di schiaffi e sia stato fatto tornare al suo posto a continuare a studiare la geografia… poi però qualcuno a Hollywood deve avere avuto la soffiata e deve aver gridato “Pure io!”. Ed eccoci qua:Freddy vuol tornare ad uccidere solo che lo può fare solo se la gente ha paura di lui, quindi manda Jason come suo emissario a fare un po di copycatting così che il nome Krueger torni a serpeggiare fra gli adolescentelli. Ecco già l’idea in se, più che brutta è proprio buffa ed è qui il problema il film non è brutto, è buffo (il primo omicidio farà certamente scattare una serie di LOL incontrollati fra i ggiovani).
L’incipit non è malvagio e fa ben sperare, c’è un mix del meglio dei film precedenti di Nightmare che si conclude su due tette di tutto rispetto, ma succede di tutto; sogni che sembrano una via di mezzo fra un Jhorror e The haunting e che non inquieterebbero neppure se fossimo negli anni ’80; c’è un proliferare di maniaci, ai due mostri classici si associa il medico pazzo, aumentando solo la confusione generale; la storia viene buttata avanti a caso con evidenti incongruenze o vere e proprie vaccate; il CG viene utilizzato come fosse l’idea del millennio, ma è pessimamente realizzato; inoltre il regista pensa di essere un genio, fa di tutto, inquadrature particolari, movimenti di camera, ralenty, tutto in maniera talmente casuale da sembrare sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato, poi mi sbaglia pure la base del montaggio…
Le cose positive ci sono; sangue a fiumi come se non ci fosse un domani, un ragguardevole WTF con il Freddy-Brucaliffo, l’attore che ha interpretato quel mattacchione del protagonista di Rampage, comicità involontaria come fossimo in un programma della Clerici e poi toh! Quel paio di tette che non ti aspetti (SPOILER, non è vero, te le aspetti); ma il tutto risulta comunque estremamente noioso; che è la cosa peggiore in un film horror.
PS: in una delle innumerevoli idee alternative per il finale doveva pure esserci una comparsata del mostro di Hellraiser, perfettamente in linea con l’idea che più butti su meno si sente il sapore di vaccata.
venerdì 9 settembre 2011
Fear X - Nicolas Winding Refn (2003)
Visto in DVD.
Un uomo rimane ossessionato dall’omicidio della moglie in un parcheggio avvenuto per motivi ignoti, cerca il colpevole visionando di nascosto le registrazioni delle telecamere di sicurezza. Più grazie al caso che non al proprio acume riuscirà a trovare una pista che lo porterà in un altro stato e lo invischierà in questioni interne alla polizia locale.Prima prova americana di Refn e quanto di più diverso da Pusher si possa immaginare, se quello era adrenalinico questo è lento, se quello era grezzo questo è curatissimo in ogni dettaglio. Quello che ne viene fuori è un film dalle atmosfere sospese ed inquietanti, dove l’ambiente esterno è tanto perfetto quanto gelido, dove gli edifici e i luoghi trasudano fantasmi, visioni e ricordi che ossessionano il protagonista, tutto è distaccato, il protagonista è chiuso in se stesso e nella sua inutile ricerca di un colpevole tanto da impazzirne e l’intero film risulta non spiegato e senza risposte perché le uniche immagini autentiche sono quelle della sicurezza, tutte le altre possono essere solo il frutto della fantasia. Una fotografia piena e profondità di campo come se piovessero rendono l’ambiente ancora più solido facendolo diventare parte integrante della storia e, in un certo senso, un personaggio (Refn è proprio un regista di luoghi).
Inutile dire che Refn in questo film trasuda Lynch da tutti i pori; le atmosfere sospese di cui sopra, gli ambienti presentati come non-luoghi, la provincia americana dei corridoi d’albergo e delle tavole calde, le risposte che non arrivano se non per dare altre domande, l’impossibilità a credere a nella realtà mostrata, l’insistito utilizzo del rosso ecc, tutto porta a Lynch, anzi tutto porta a Twin Peaks.
Poi il film ha i tempi dilatati come mezzo per raccontare una storia fatta di spazi, però questo certamente non aiuta l’andamento della trama. Di per se un buon film, ma non eccezionale. Ma soprattutto c’era da aspettarsi il fiasco al botteghino che ha ottenuto, il che di per se non è un male, visto che ha portato al fallimento la casa di produzione di Refn costringendolo a dirigere gli altri due Pusher per fare cassa.
PS: non so che farci, ma io quando vedo Turturro, mi vien sempre da ridere. È comico di suo.
venerdì 19 agosto 2011
I'll sleep when I'm dead - Mike Hodges (2003)
Visto in DVD.

Che dire...
Film inutile. Non è bello, non è particolamente fatto bene; come storia di vendetta è troppo noioso (davvero, davvero troppo); si sa già tutto prima, non è neppure un film sovrannaturale/metafisico c'è solo quella visioncina li.... boh, fatico anche a capire bene per quale motivo l'abbiano fatto. L'unico motivo d'appeal è il cast, ma pare che li abbiano scongiurati tutti di non recitare che sennò rovinavano la noia.
mercoledì 6 luglio 2011
Il ritorno di Cagliostro - Daniele Ciprì, Franco Maresco (2003)
Registrato dalla tv.
Un mockumentary sulla peggior casa di produzione siciliana degli anni ’40 dalla nascita fino alla realizzazione del film che ne determinerà la morte definitiva.lunedì 4 luglio 2011
Impressioni dal profondo - Leni Riefenstahl (2003)
Visto in DVD.
A 100 anni esatti la Riefenstahl realizza questo documentario frutto delle sue ripetute immersioni al largo delle coste keniote (effettuate con un’età compresa tra i 97 ed i 100, mi pare). Come dichiara la stessa regista ad inizio del documentario, questo film non vuol essere altro che una sorta di incitamento alla difesa delle meraviglie dei fondali marini, una presa di coscienza su quello che si sta per perdere e nulla più.Il filmato relega il compito di rendere belle le immagini alla bellezza in se di quel mondo e alla stranezza dei suoi personaggi. Il compito della Riefentahl sembra solo quello di essere una spettatrice e proprio da spettatrice inquadra, senza soluzione di continuità e blando filo conduttore, una galleria di pesci, rettili, alghe e coralli. La regia si limita solo all’inquadratura… se come documentario può anche essere affascinante, come film non è niente di che.
lunedì 23 maggio 2011
Ong bak, nato per combattere - Prachya Pinkaew (2003)
Visto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in inglese.
Ong bak è il fratello povero di The protector (ed è anche il fratello maggiore visto che viene prima); se la rubavano due elefanti interi, qui rubano solo una testa di Buddha; se la viaggiavano fino all’Australia, qua viaggiano fino a Bangkok; se la il cattivo era un transessuale mafioso, qui è solo un vecchio tracheotomizzato.
Complessivamente però il risultato non cambia. Pinkaew ci da dentro quanto può con la dinamicità in regia, crea situazioni irreali e sfrutta al massimo le potenzialità di Jaa (combattimenti esagerati, una scena di fuga tra ostacoli improponibili, ecc…) fino all’eccesso (vero la fine il film accusa un po di stanchezza e la ripetitività che è insita in ogni film di combattimenti supera il limite) e, purtroppo, si lascia condurre dai suoi leit motiv, i ralenty e le moviole (!) delle scene più riuscite (!). Ovviamente si può permettere meno piani sequenza.
Il risultato non cambia anche perché Tony Jaa è sempre Tony Jaa e fa cose che neanche Jackie Chan… Un film complessivamente buono anche se inferiore al successivo per il minor investimento, la minor esperienza e per il quantitativo esorbitante di persone con voci irritanti.











