mercoledì 30 settembre 2015

Boxing Helena - Jennifer Chambers Lynch (1993)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un chirurgo con una vita impeccabile e un matrimonio solido ha una rapporto sessuale con la Helena del titolo; quel singolo rapporto lo farà innamorare perdutamente rendendolo completamente assoggettato alla donna che però lo respinge. Quando Helena sarà investita di fronte a casa sua e perderà l'uso delle gambe sarà lui a prendersene cura costringendola alla prigionia in casa propria.

Si questo è il film che costò a Kim Basinger la bancarotta (la Bansinger aveva affermato che lo avrebbe girato pur senza firmare nulla, poi si rimangiò la parola, in tribunale fu costretta a pagare diversi milioni di dollari anche s epoi il ricorso fu a favore dell'attrice). E direi che giustamente questo film viene ricordato più per la questione legale che non per quella artistica.

Sulla scia dei vari thriller erotici che impazzarono a fine anni '80 e inizio '90 la signora Lynch (figlia di un ben più famoso Lynch) decide di farne uno pure lei, ma non ci si aspetti un punto di vista femminile delicato; anzi, la Lynch alza il tiro e costruendo un film più sulla scia di Cronenberg che delle precedenti opere sul genere (o alla surrealtà inquietante del padre); dal regista canadese importa direttamente un interesse per la carne, per il corpo, molto morbosa, sia che si occupi dell'erotismo (con lunghe sequenze di sesso specie nella prima parte) sia che si tratti di deformazioni (che, come in Cronenberg non sono atti di odio, ma d'amore, sono fortemente volute e aumentano la componente erotica, anziché diminuirla); ma lei evita molto rapidamente un grottosco che sarebbe stato auspicabile e limita l'inventiva, la forza e l'essenzialità istintuale che caratterizza le opere di David Cronenberg.
Quello che ne viene fuori è un drammino onirico (non surreae), vagamente segaiolo e molto patinato, che sostituisce il grottesco con luci forti e colori allegri.

PS: terribile e fuori parte l'imbambolato Sands; bellissima la Fenn, ma incapace di trasmettere qualcosa in più rispetto a qualunque pubblicità di un telefono erotico d'altri tempi.

lunedì 28 settembre 2015

Fuoco fatuo - Louis Malle (1963)

(Le feu follet)

Visto a un cineforum.

Un giovane borghese fa il giro di amici e conoscenti alla ricerca di un rifugio, di un gesto umano o semplicemente di un'opinione sulla vita che gli faccia cambiare idea... infatti lui vuole suicidarsi.

A soli tre anni di distanza da quel capolavoro di anarchia di "Zazie nel metrò" Malle torna alla moda del momento, la Nouvelle vague. E dalla Nouvelle vague attinge il peggior difetto: una buona regia che corona il cazzeggio intellettuale,
Si perché la regia è buona, con una macchina da presa sempre in un delicato movimento, pedina e circonda il protagonista senza mai farsi notare (una sorta di Godard degli inizi con le mani di fata)
...però la storia è di un intellettualismo supponente che fa spavento, di una pretenziosità imbarazzante sul senso della vita e sul distacco fra le persone... ma tutto sommato neppure questo è il vero problema; il problema è che se ti capita di addormentarti al cinema e quando ti svegli riesci comunque a capire tutto quello che sta succedendo allora vuol dire che il ritmo non è lento, ma immobile; il problema è che se passi più tempo a guardare l'orologio che lo schermo allora vuol dire che anche un Sector regalato da tua nonna per il tuo diciottesimo compleanno ha più appeal del film!

venerdì 25 settembre 2015

Un disastro di ragazza - Judd Apatow (2015)

(Trainwreck)

Visto al cinema.

La storia di una ragazza newyorkese e di una sua porzione di vita, del suo rapporto con l'altro sesso, con la famiglia e con il lavoro. Ok, di fatto nel finale si deraglia nella storia sentimentale classica (lei deve scrivere un articolo su un noioso chirurgo e nel frequentarlo se ne innamora).

Di fatto dopo "40 anni vergine" non ho più visto un film diretto da Apatow, ma ho visto quintali di film da lui prodotti; i tratti distintivi pensavo di averlo ormai interiorizzati e sono andato a colpo sicuro a vedere questo film nonostante i titolisti italiani si confermino delle brutte persone.
Indubbiamente avevo ragione, il film non è quello che ci si può aspettare dal titolo. Ma ho frainteso la cifra stilistica di Apatow; lui non è caratterizzabile per la comicità pesante, l'elevazione del nerd a personaggio a tutto tondo, il mostrare la realtà "borghese" americana con l'occhio del perdente. No, a quanto pare Apatow delinea sempre storie convenzionali con personaggi anticonvenzionali che arrivano allo status quo consolatorio classico passando per vie personali. Tutto il resto è solo arredamento.
In quest'ottica questo film è esemplare e perfetto, ma ha anche un valore aggiunto; è un film femminile senza che questo significhi cliché alla Julia Roberts. La protagonista è una donna estremamente femminile che ha però comportamenti non classicamente attribuibili al suo genere, anche nella storia d'amore quello su cui viene messo l'accento non è il banale sdilinquirsi, ma il come lei (personaggio a tutto tondo e non donna da cinema sentimentale) si rapporta con i personaggi in gioco. Di fatto più che una commedia romantica è un film su un pezzo di vita di un personaggio sopra le righe e basta. Il suo rapportarsi con gli altri è sempre figlio del proprio genere, ma non ne è mai condizionato in maniera banale, lei è donna e come tale si comporta, ma non rimane oppressa dai luoghi comuni cinematografici.

Ecco, dopo aver detto tutto questo spiace dover dire che il film non funziona. Troppo lungo per la storia raccontata; troppi scontri tra i due coprotagonisti per lo più di nessun significato; troppo banale lo scioglimento finale (con una serie assurda di scene madri stucchevoli oltre l'accettabile). Ma soprattutto questa è una commedia molto sbilanciata verso il comico, ma a parte le prime sequenza la comicità viene relegata a gag isolate dal contesto della storia principale, ammazzando il ritmo e eliminando la serietà dell'operazione.

Da encomio però la selva di comprimari, dagli attori che accettano il gioco (su tutti una Swinton difficilmente riconoscibile), ai camei di lusso che rappresentano anche le migliori spalle comiche di sempre (da un Cena non perfetto nella recitazione, ma che si mette in gioco al 100% a un James con un personaggio perfettamente disegnato sulla persona).

mercoledì 23 settembre 2015

La notte di San Lorenzo - Paolo Taviani, Vittorio Taviani (1982)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un paesino toscano sta per essere bombardato; i fascisti invitano la popolazione a riunirsi in chiesa; ma parte degli abitanti vuole andare incontro agli americano che sanno essere in arrivo. Comincia quindi una lunga marcia in mezzo alle campagne con il rischio costante di essere trovati.

Un film sentimentale dal piglio passatista e dal tema apparentemente canonico, ma in realtà guarda la guerra non dal punto della resistenza (il modo in cui in Italia si fanno film sulla WWII), ma dal punto di vista della popolazione normale che, semplicemente, cerca di sopravvivere; con un coro di personaggi che si muovono ognuno con i propri crucci e le proprie ambizioni, tutti rappresentanti senza prendere il sopravvento sugli altri. Il sentimentalismo è spinto, ma riesce a non essere mai fastidioso; anzi è quasi sempre efficace, basandosi su un pietà enorme per i protagonisti e su una poesia fatta di niente (il ragazzo che vede arrivare degli americani che non ci sono, i pensieri e le preghiere contraddittorie mentre si aspetta che saltino in aria le case).

Dal punto di vista tecnico i Taviani fanno quello che possono con una fotografia azzoppata dalla qualità della pellicola dell'epoca. Il lavoro che fanno è però magnifico; singole inquadrature che riescono ad avere un effetto emotivo enorme ben oltre al dettaglio inquadrato (il dettaglio degli orecchi mentre si attendono le esplosioni), carrelli (soprattutto in avvicinamento) e un ottimo uso del montaggio che rende (anche da solo) più dinamiche le scene (si pensi al discorso fatto dall'anziano protagonista nel rifugio); talvolta utilizzano inquadrature fisse, ma caricate di significato trasformando scene semplici in un quadro lirico (come le due mani protese verso la candela accesa). Poi ci sono veri e propri tocchi di genio come la lunga scena nel campo di grano, una serie di sequenze molto belle che rappresentano però un campionario di agnizioni di guerra senza mai essere enfatico o stucchevole (con la scena finale dei troiani che uccidono il fascista che riesce a dare un'aura di fantastico alla vicenda alleggerendo il tono).

Un particolare e bellissimo che utilizza la guerra come ambientazione per muovere dei personaggi; non è un film di guerra, ma un film sugli esseri umani.                           

lunedì 21 settembre 2015

Quelle due - William Wyler (1961)

(The children's hour)

Visto in Dvx.

Una coppia di amiche ha fondato una scuola con dormitorio. Sono amate dalle bambine e apprezzate dalle famiglie; una delle due desidera quindi sposarsi. Un pò di agitazione e la cattiveria di una bambina abituata alla menzogna getteranno un sospetto terribile sulle due amiche. Che oltre all'amicizia non ci sia anche dell'amore? L'anziana bigotta che verrà a sapere della voce non potrà accettarlo.

Wyler è un regista che ha trovato la sua spalla migliore sul direttore della fotografia Gregg Toland, uno che riusciva a fornirgli tutta la profondità di campo di cui aveva bisogno per le sue costruzioni a strati. Ovviamente Toland non prese parte a questo film dato il lieve problema della sua morte 15 anni prima; ma è come se ci fosse; pur senza la sua maestria Wyler utilizza la profondità di campo che qui viene usata per mettere in contatto due personaggi di cui uno si sta rivolgendo all'altro o per metterli in contrapposizione (molto bella l’immagine della bambina in primo piano mentre dovrebbe confessare, con le due protagoniste al suo fianco in secondo piano). A questo vengono aggiunti movimenti di macchina efficaci (il gioco di sguardi con carrelli laterali delle due bambini durante la confessione a casa della nonna) e un qualche gioco di montaggio "sbagliato" (si pensi alla corsa finale della Hepburn verso la casa).

Se a livello tecnico è un grande film a livello di contenuti è piuttosto altalenante. Tratto da un'opera teatrale, lo stesso Wyler l'aveva già portato sullo schermo negli anni '30 con il titolo inglese che riecheggia quello italiano attuale "These three"... però per farselo produrre dovette togliere la tematica omosessuale in favore di un più piatto triangolo amoroso. Potendo riprendere in mano il materiale nei più liberi anni '60 l'opera originale viene ripresa in maniera integrale, il che è forse uno dei limiti; la teatralità della messa in scena appesantisce il ritmo e forse è anche una delle cause dell'empatia a tratti latitante e dell'agnizione a volte eccessiva. Tuttavia funziona. Il dramma viene gestito in maniera impeccabile dal cast (che coppia di attrici!) che si dividono le scene madri in modo perfetto. Bellissimo anche il frequente gioco di sguardi e di non detto, di non espresso.
Non tutto quello che avviene sulla scena è credibile, ma lo show down finale estremamente efficace.                

venerdì 18 settembre 2015

La regola del gioco - Jean Renoir (1939)

(La règle du jeu)

Visto in Dvx.

Per festeggiare un famoso aviatore appena tornato dalla sua ultima impresa, un nobile offre un weekend di caccia e divertimenti in una sua villa in campagna; alla festa verrà invitata anche la sua amante e l'aviatore si scoprirà presto essere innamorato della padrona di casa; a complicare il quadro vi sarà anche l'amore fedifrago della servetta moglie del guardiacaccia. In mezzo a questo romanzo d'appendice rimane sospesa la tragedia del finale.

Film sui generis; Renoir molla il suo verismo cinematografico e si da alla farsa o, per meglio dire, alla "fantasia drammatica". In effetti alla fine della visione quello che rimane più impresso è come in questo feuilleton si inserisce un dramma autentico e non smorzato dal tono avuto fino a quel momento; un twist nel ritmo che potrebbe giustificare in parte il fiasco al botteghino all'epoca.
Il film per tutta il resto del minutaggio sembra la base su cui verrà costruito anni dopo "Gosford Park"; nobili e servitù sotto lo stesso tetto, amori e intrighi che si intrecciano, comicità smaccata affiancata a un'ironia più sottile, il tutto condito con qualche personaggio più sfaccettato degli altri consapevole di ciò che accade e con negli occhi la tristezza (la Gregor ovviamente).

Durante la visione però quello che colpisce è altro; dialoghi rapidi e ben costruiti pur senza sfociare nella logorrea delle screwball comedy; montaggio da elogiare per la perfezione nonostante la rapidità; ma su tutto vince la libertà di Renoir con la macchina da presa, panoramiche a schiaffo e circolari, carrelli improvvisi e secchi, inquadrature dal basso, primissimi piani perfetti e densissimi, fuoco molto profondo con scene costruite su più piani, macchina da presa a inseguire i personaggi fino al gioco delle coppie durante la recita in cui la macchina da presa sembra letteralmente danzare con i personaggi in fuga.
Paragonare a Welles non è del tutto calzante, ma certamente qui c'è gran parte di quella libertà che di li a tre anni il regista americano vorrà prendersi.

PS: Renoir recita nella parte Octave, l'amico di tutti.

mercoledì 16 settembre 2015

Rocky II - Sylvester Stallone (1979)

(Id.)

Visto in tv.

Dopo il grande impatto mediatico della sua vittoria (tutta morale, per carità) su Apollo Creed, Rocky viene contattato per fare pubblicità e capitalizzare il successo... ovviamente è troppo onesto e troppo naif per farcela. Cerca quindi un lavoro di scrivania, ma non ha le competenze. Torna al macello, ma gli permettono di coprire i buchi e potrà venir licenziato per primo. Intanto Adriana rimane incinta, finisce in coma, Apollo non riesce a gioire della vittoria perché tutti gli dicono "avrebbe meritato di vincere Rocky". Le due cose insieme portano ad un'unica soluzione, rifare l'incontro, per poter guadagnare abbastanza soldi per mantenere la famiglia e per zittire Apollo. Se poi ci aggiungiamo la cecità da un'occhio che aumenta il pathos abbiamo un film di Stallone.

Il film regge bene, viene condotto con più sicurezza e velocità del primo capitolo, di fatto risulta più scorrevole e meno noioso... Però questo è una fotocopia dell'altro; Rocky è salito in alto solo per schiantarsi ed ora che è a terra deve ritornare a dimostrare quanto vale; dato l'handicap dell'occhio, dovrà vincere con il cuore prima ancora che con la braccia. Film già visto, ma condotto meglio. Tuttavia non è il primo Rocky, il ragazzo che aveva tutto da dimostrare, che era uno sfigato in un mondo di sfigati, che era solo se non per due tartarughe ora è un padre di famiglia, viene screditato, ma è stato quasi campione sul ring, i suoi amici e conoscenti ora gli danno credito e c'è chi ha avuto successo. Si insomma si vuol rifare Rocky imbrogliando, mettendo la stessa trama senza metterci lo stesso cuore. Il film scorre, ma non potrà che deludere rispetto al precedente (fastidiose le scene di boxe dove per la metà del tempo Rocky le prende e basta... ci avessero messo un pò di equilibrio sarebbe stato più credibile e godibile).

Che poi sembra che Stallone stia imitando Rocky, con questa seconda chance cerca di capitalizzare il successo del primo ripetendo lo stesso incontro nelle stesse modalità. Ad entrambi, per fortuna loro, il piano funzionerà.

lunedì 14 settembre 2015

Irina Palm, Il talento di una donna inglese - Sam Garbarski (2007)

(Irina Palm)

Visto in tv.

Nonna inglese con nipotino morente bisognoso di cure in Australia decide di guadagnare i soldi necessari ad inviare il bimbo nell'altro emisfero. Per un eufemismo nelle offerte di lavoro si propone in un locale di lap dance. Decisamente troppo poco invitante per poter ballare sui tavoli, ma con mani morbide abbastanza le viene proposto di stare dietro un glory hole per masturbare i clienti; l'offerta monetaria è talmente ghiotta che non può dire di no. La sua vita viene rivoluzionata; si fa negare a parenti ed amici, le viene una epicondilite da seghe, riesce a mettere insieme i soldi per le cure, perde il rispetto del figlio, ma guadagna quello della nuora (con cui era in rotta)... lo dico? massì, alla fine troverà pure l'amore.

Insipido film inglese che pensa di aver già vinto l'interesse del pubblico solo per la storia originale; in realtà la trama è molto pretestuosa ed in più punti fa proprio acqua. La Faithfull recita per sottrazione ("recita per sottrazione" is the new "non cambia mai espressione") e ce ne vuole per riuscire a darle un po di empatia.
La regia si limita ad essere il solito cinema verità senza aggiungere nulla.

Il film si lascia guardare, anche perché, nonostante la ripetitività delle scene, riesce mantenere un certo ritmo, e il tono consolatorio scalda sempre. Però non lascia nulla.

venerdì 11 settembre 2015

Zazie nel metrò - Louis Malle (1960)

(Zazie dans le métro)

Visto ad un cineforum, in lingua originale sottotitolato.

Una ragazzina viene lasciata a Parigi alle cure dello zio (la madre deve passare un weekend con un uomo). Lo zio vorrebbe far visitare la città alla nipote che però è interessata unicamente alla metropolitana. La storia si complica quando della vicenda si interessa un poliziotto piuttosto pedante e la visita alla città costringe lo zio a portare tutti alle prove del suo spettacolo dove interpreta una ballerina.

Personalmente apprezzo Queneau a singhiozzo (l'autore dell'opera omonima alla base del film) e comunque ho sempre considerato ogni suo libro intrasportabile sul grande schermo. Partito quindi con le peggiori premesse mi sono dovuto ricredere fin da subito.
Il libro è una viaggio surreale con una trama piuttosto vaga, dal mood comico e dalla scrittura letteralmente vorticosa, un tour de force letterario per lo stile di scrittura paradossale. Malle si dimostra all'altezza del compito e traforma la scrittura in un caleidoscopio di immagini; l'ironia è continua nelle scene con personaggi utilizzati per la loro fisicità prima che per la recitazione (fantastico un Noiret mai così mastodontico), nei personaggi di contorno che arricchiscono ogni scena di dettagli comici creando un intero ecosistema (si pensi solo al borseggiatore onnipresente), una recitazione sopra le righe e una serie di gag e movimenti eccessivi degni dei Looney tunes, un susseguirsi di scene cucite insieme più per ritmo che per senso (c'è un lungo inseguimento centrale, completamente cartoonistico, solo in parte utile per la vicenda; beh è una serie di scene realizzate benissimo. Inoltre Malle utilizza la macchina da presa in maniera dinamica e con inquadrature particolari (e spesso assurde o deformate); ma soprattutto lavora tantissimo di montaggio, muovendo i personaggi sulla scena, spostando o sostituendo oggetti, affiancando scene paradossali.

Un capolavoro di surrealtà e una delle migliori trasposizioni cinematografiche di un'opera letteraria.

mercoledì 9 settembre 2015

Coherence - James Ward Byrkit (2013)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un gruppo di amici si ritrova a cena a casa di uno di loro... proprio la sera in cui una cometa passa particolarmente vicino alla terra. Tutto sembra andare normalmente finché non salta la luce... da quel momento in poi sarà un delirio continuo pieno di colpi di scena e gatti di Schrödinger (che poi credo che Schrödinger non potesse aspettarsi di essere il fisico più quotato dalla cinematografia sci-fi; ben più di Einstein!).
Non dico molto di più per non spoilerare; basti sapere che questo è un thriller basato sulla fisica quantistica.

Nel decennio attuale, grazie alla passione per la fantascienza di qualche nome grande o grandissimo (Nolan, Jones, ma anche Bay in un certo senso, ecc) il genere sembra essere tornato in auge, e questo permette di godersi qualche film enorme al cinema, ma da anche vita a un'esplosione di film minori (a volte direct to video o direct to syfy). Probabilmente "Coherence" ce l'avrebbe fatta lo stesso (negli anni '90 il low budget di "The cube" convinse qualche illuminato a produrlo), ma sicuramente la strada in discesa non l'avrebbe trovata.

Questo "Coherence" è a tutti gli effetti un thriller; un thriller efficacissimo dove la tensione è spesso palpabile, gioca con l'ansia in maniera facile, ma gestisce bene anche diversi momenti di suspense.
Girato come un Dogma (ma senza l'ossessione narcisista per l'assenza di fronzoli) o un mumblecore (ma senza la faciloneria cretina) costruisce il primo quarto d'ora come una realistica cena fra amici... ottenendo di far sembrare quei 15 minuti lunghi un'ora... eppure già da li comincia a seminare elementi che torneranno durante il resto del film. A partire dal blackout in poi lo stile di regia sarà fondamentale per mantenere la verosimiglianza di un film fantascientifico che ha la sua forza nell'assenza di effetti speciali; tutto è realistico.
Il lungo finale è il fiore all'occhiello di un film molto intelligente; il finale è una serie di colpi di scena buttati a piene mani e si conclude in maniera perfetta; non tranquillizza nessuno, non svilisce quanto fatto fino a quel momento, non ti fa venir voglia di picchiare lo sceneggiatore.

lunedì 7 settembre 2015

Ballet mécanique - Fernand Léger, Dudley Murphy (1924)

(Id.)

Visto qui.

Una serie di immagini che danno il senso di movimento; di una danza. Immagini di meccanismi in movimento, oggetti mobili, inquadrature spezzate da degli specchi, sequenze ripetute in loop, lettere e numeri.

Questo balletto meccanico non è un film in senso stretto; è un'opera di videoarte decenni prima che la videoarte venga anche solo presa in considerazione.
Artisti che vollero esplorare il nuovo mezzo ce ne furono negli anni precedenti (i futuristi appena descritti) e poco dopo di questo film ci si immerse anche Duchamp e dopo un lustro anche Dalì; inoltre a pochi anni di distanza sarebbe anche stato realizzato il capolavoro di Vertov, vera e propria sinfonia di immagini in movimento che dimostrava la vera forza della macchina da presa. Ma qui siamo ai primi passi dell'idea che il cinema si arte indipendente, disgiunta da ciò che racconta; i già nominati futuristi o anche gli espressionisti tedeschi che fecero di un modello estetico pervasivo un marchio di fabbrica, non riuscirono mai a evitare di dover raccontare una storia; Léger invece decide che, come nei quadri cubisti, è il come si realizza che conta e non il cosa si realizza. E devo dire che riesce perfettamente nell'intento; senza mai raggiungere le vette di godibilità e poesia delle opere migliori di Vertov, qui il movimento è il padrone della scena con oggetti che si muovono, giochi di specchi, ma soprattutto l'uso di una macchina da presa a mano (nella sequenza dello scivolo) e un insistito utilizzo del montaggio rapido per "far muovere" immagini ferme. Una prova muscolare delle possibilità dell'arte nata da una trentina d'anni.
Inoltre è anche molto più piacevole di quanto non immaginassi, pur rimanendo un corto di videoarte e non di cinema.

Curioso che, con il passare dei decenni la videoarte sia diventata una branca indipendente e l'esperimento di Léger sia divenuto lo standard a livello dei musei, mentre l'abitudine dell'epoca di avere artisti nati in altri campi e prestati al cinema vero e proprio sia andata via via scomparendo (mi vengono in mente giusto SchnabelŠvankmajer, ma pure quest'ultimo da prendere con le pinze).

Thaïs - Anton Giulio Bragaglia (1917)

(Id. AKA Perfido incanto)

Visto qui.

La solita vamp (che andava di moda all'epoca) seduce ogni uomo che incontra, compreso il marito dell'amica che muore misteriosamente (forse un suicidio), la protagonista impazzirà.

Film sperimentale che vale la pena sempre di ricordare essendo l'unico esempio rimasto di film futurista; unico per la perdita dei pochi esempi realizzati e perché la grande guerra si mangerà il futurismo senza alcuna pietà.

Dati i presupposti (e data la trama d'annunziana senza molta inventiva) la parte del leone la fa il comparto estetico che si sbizzarrisce negli interni, soprattutto in quelli dell'inizio e del finale. La tendenza è quello ai contrasti di colori netti (bianco e nero) forme geometriche solide e chiare, per lo più linee dritte e angoli evidenti o spirali, con una tendenza alla simmetria antinaturalistica. Una sorta di versione dell'espressionismo tedesco raddrizzato, speculare e senza sbavature. C'è pure qualche concessione all'ironia come la tappezzeria con gli occhi. Le scenegrofie furono tutte opere di Prampolini, già pittore di successo.
Purtroppo tutto questo è fortemente azzoppato da un filmato di qualità infima difficilmente sopportabile.
Alla regia non ci sono idee epocali, ma qualche soluzione ben trovata (come la cavalcata in controluce) e un paio di sequenze meno convenzionali (le inquadrature dal riprese dal basso e dall'alto attraverso la grata che ci sono nel finale).
Il meglio delle soluzione è tutto concentrato nei 10 minuti che deliranti che chiudono il film.

venerdì 4 settembre 2015

Le parapluies de Cherbourg - Jacques Demy (1964)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Storia d'amore e disamore classica; lei si innamora di lui e lui di lei, vorrebbero sposarsi; ma sono ragazzi e la madre di lei no vorrebbe. Poi lui deve partire militare, si promettono amore eterno, lei si scopre incinta, ma le lettere fra i due si diradano e lei si guarda in giro (non senza sofferenza).
Si ecco, la storia è piuttosto stucchevole... più cinematografico di così è difficile.

Non un musical in senso stretto, ma un film cantato. La struttura è quella di un film normale e non ci sono scene musicali, ma tutti i dialoghi sono cantati, recitati normalmente, ma cantati.

Realizzato con colori accesi e pastello come (e oltre) in un film di Tim Burton (questo è il classico ambiente borghese che il buon Tim ha cercato spesso di smascherare); la macchina da presa però ci sguazza, continuando a mantenersi in movimento come fosse uno squalo con una passione per i carrelli, specie se circolari.

Quello che viene fuori non è un'esperimento vero e proprio, ma solo un diverstissement; un gioco che alla lunga annoia (i dialoghi cantati rallentano il film, la mancanza di canzoni vere rende impossibile trovare un motivo trascinante o orecchiabile). Un film carino (molto bello per il comparto estetico in realtà; basta solo l'incipit per capirlo), vincitore di un esagerato Grand Prix a Cannes.

mercoledì 2 settembre 2015

Il delitto di Giovanni Episcopo - Alberto Lattuada (1947)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un uomo semplice viene circuito da un abile truffatore che lo inserisce in un ambiente di profittatori. Il truffatore è costretto a fuggire, ma intanto il protagonista si innamora e si sposa con una donna della nuova cricca; inutile dire che il matrimonio non sarà felice.

Una storia solidissima tratta da D'Annunzio (peccato per il finale che si dilunga troppo disperdendo parte del pathos). Splendida la regia che spesso aggiunge guizzi grandiosi che preannunciano quello che arriverà nei decenni successivi (l’incipit in soggettiva; piccoli carrelli alla Scorsese; uso dei piani per costruire scene più articolate; la voce fuori campo che recita il dialogo che dovrebbe avere luogo mentre in realtà gli attori rimangono silenziosi; uso delle luci, anche se non enorme ma si pensi alle fiamme dei cerini; per non parlare dei fuochi d'artificio per rappresentare l'amplesso!).

Il comparto attoriale è discreto, ma il protagonista è un Fabrizi a cui finalmente è permesso di recitare, molto distante dalla solita macchietta buonista delle commedie; qui fa una parte castrante nella fase iniziale, ma sempre più spessa a mano a mano che il film si sviluppa.

Non è il film migliore di Lattuada, ma rimane uno dei più interessanti per il suo respiro internazionale (e la distanza enorme con il neorealismo di quegli anni); il tono, l'ambiente, la trama (l'uomo comune che, quasi involontariamente, si ritrova protagonista di un delitto), tutto fa sembrare questo un film langiano.

PS: c'è pure un giovane Sordi in una parte marginale, ma lui si bravo.