lunedì 30 maggio 2016

Il colpo di spugna - Bertrand Tavernier (1981)

(Coup de torchon)

Visto in Dvx.

Africa francese, anni '30, il capo di polizia del villaggio; un bambacione su cui pochi fanno vero affidamento e di cui tutti si prendono gioco o sfruttano apertamente.
Data la serie di personaggi impuniti e protetti dall'altro il poliziotto escogita un piano per eliminarli senza essere accusato di nulla.

Film perfetto, nella trama scontata che nel finale però devia all'improvviso gettando una luce nuova su tutto il senso del film che diviene una sorta di racconto sul male perpetrato dai buoni. Un colpo di scena finale che è tutto nella psicologia del protagonista che si rivela male interpretata fino a quel punto. L'effetto complessivo è quello di un divertente noir nichilista (con un tono mai veramente comico, ma con il mood spesso vicino alla farsa più ancora che al grottesco).

Tavernier governa bene un film intelligente, senza particolari guizzi (e affossato da una qualità della pellicola dell'epoca nona adeguata), ma con buon ritmo.
Infine, il vero valore aggiunto del film (nonché uno dei motivi di riuscita) è la presenza di Noiret nella parte principale. Col suo fisico importante e la sua espressione persa è la tela ideale su cui disegnare il bambacione manipolatore perfetto.

venerdì 27 maggio 2016

Sweet Charity: Una ragazza che voleva essere amata - Bob Fosse (1969)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una ragazza che per vivere fa la taxi girl (la ballerina a pagamento) in un locale di New York sogna l'amore ideale, ma soprattutto, il riscatto sociale. Positiva ed entusiasta si ritroverà più spesso a essere osteggiata dalla vita e dalla fortuna che non a esserne aiutata.

Tratto da un musical teatrale a sua volta ispirato a "Le notti di Cabiria" è una versione edulcorata, zuccherosa e chiassosa dell'opera di Fellini... che in effetti si ravvisa molto poco (giusto qualche episodio...e il finale con gli hippy al posto della processione religiosa risulta particolarmente ridicolo e svilente).

Il film però è diretto da Bob Fosse (alla sua opera prima) che nei musical ha pochi concorrenti. Un'opera colorata e sincopata, non ai livelli di "All that jazz" (che comunque profumava di Fellini anche a distanza), ma ha di buono che l'intero film è organizzato per essere musicalo, creando ritmo con le immagini e il montaggio prima ancora che con la voce o la danza degli attori (basti vedere "Big spender"). prende evidente spunto dai swinging '60 inglesi per evolvere con il ritmo che si imparerà a conoscere più tardi e con una ironia smaccata che riporta tutto a un livello di kitsch fresco e accettabile (si pensi ai balli nel locale dove viene portata Charity dall'attore che sfottono direttamente la swinging London).
Di fatto il film proietta la Cabiria originale in un mondo favolistico distante dalla realtà; qui l'effetto di agnizione non può essere dato dal contrasto tra ambiente e aspirazioni personali (non è una prostituta e di fatto non vive nello squallore); tutto viene buttato sulla spalle della MacLaine; lei è bravissima, si da anima e corpo e voce con risultati sorprendenti, però l'effetto non può risultare potente e viscerale come nell'originale. Ma è un limite che sta nell'idea base.

PS: quasi tutte le sequenze musicali sono da manuale (beh, se si considera il manuale personale di Fosse); tutte meritevoli; sottolinea solo il cameo di Sammy Davis Jr nella parte del santone Big Daddy.

mercoledì 25 maggio 2016

Il lenzuolo viola - Nicolas Roeg (1980)

(Bad timing)

Visto in DVD.

Un professore di psicanalisi di Vienna intrecci una relazione con una donna fuggita dall'Europa orientale. Il rapporto idilliaco devia continuamene verso l'idiosincrasia (i due amanti sono diversi in maniera abissale) e la paranoia continuamente; si arriverà (ma è la sequenza iniziale) a un tentativo di suicidio della ragazza... un tentativo piuttosto dubbio. A tirare le fila di un rapporto ingarbugliato sarà un ispettore di polizia.

Film atipico (ovviamente di un genere sempre diverso dai precedenti di Roeg), l'anatomia di un rapporto di coppia disfunzionale con la lente d'ingrandimento dell'indagine appena velata di thriller. Un film molto austero e completamente calato nell'ambiente in cui è ambientato; è estremamente elegante come lo è Vienna ed è estremamente geometrico (per costruzione della storia e delle psicologie, ma anche per regia e montaggio) come lo sono i secessionisti austriaci (citati in apertura di film).
La regia di Roeg è, come sempre, interessante; molti zoom; inquadrature da diversi punti anche nei più normali campi e contro campi; utilizzo utilitaristico della messa a fuoco con pan focus, o personaggi isolati in contesti sociali con sfocature enormi del secondo piano. Ma soprattutto, come sempre, Roeg gioca di montaggio e ci gioca da dio; cambiando punto di vista repentinamente, ma soprattutto con un montaggio alternato continuo fra l’indagine e le cure alla protagonista facendo interagire le scene (nonostante la distanza temporale) o affiancandole per similitudine.
Ottime anche le musiche, calzanti e ben modulate.
Garfunkel (che non amo molto) è piuttosto anonimo, ma risulta sempre in parte e porta a casa un buon lavoro; Theresa Russell (mai così bella) è bravissima e rende perfettamente il personaggio più importante.                             

Purtroppo non è un film che suggerirei a chiunque; troppo austero e distante, una durata che affossa l'interesse iniziale e una seconda parte che sfilaccia la storia imbastita in precedenza dura troppo e nella seconda parte si sfilaccia                                               

lunedì 23 maggio 2016

Hellraiser VIII - RIck Bota (2005)

(Hellraiser: Hellworld)

Visto in Dvx.

Un gruppo di ragazzi (dopo la morte di un loro amico) viene invitato alla festa di Hellworld, un videogioco ispirato alla serie di Hellraiser (urlando metacinema ogni secondo). Ovviamente in quella villa (progettata da Lemarchand... METACINEMA) succederanno cose brutte, ammazzamenti brutti e pure qualche brutto cenobita.

Di nuovo un film diretto da Bota (ormai il decano del progetto Hellraiser), di nuovo la coproduzione rumena (qui piuttosto inutile), di nuovo una sceneggiatura indipendente a cui vengono incollati i cenobiti (molto pochi a dire il vero, mai così ininfluenti), di nuovo gli sceneggiatori di "Hellseekers" (e si vede).
Di fatto è un paciugo di idee (riutilizzate). All’inizio sembra voler fare il "Nightmare 7" in versione 2.0, poi si avvicina ai film sui genius loci come "Session 9" (paragone umiliante per il film di Anderson), verso la fine sembra suggerire di essere Lost all’inferno, il tutto però si conclude con un improbabile colpo di scena finale che ricalca molto quello di "Hellseekers" (dimostrando come degli sceneggiatori mediocri non riescano neanche ad avere due idee diverse).    

Musica pervasiva messa nei momenti e nei modi sbagliati; una serie di attori non entusiasmanti dove primeggia un Cavill imbarazzante (una via di mezzo fra Ashton Kutcher standard e Johnny Depp che fa le faccette buffe) e in cui sguazza un Henriksen che spiace vedere ridotto così male (e comunque interpreta bene l'unico personaggio realmente perturbante della vicenda, in un film dove anche Pinhead ha ormai perso ogni appeal).

In definitiva un film insipido che cerca di lavorare sui colpi di scena e sui momenti più inquietanti (in un paio di situazioni si; c'è inquietudine; un Bota ormai più esperto riesce anche a dare un poco di inquietudine), ma non ha il perturbante del precedente "Deader" (brutto comunque) né la surreale originalità del già ampiamente citato 6 capitolo della saga.                                         

venerdì 20 maggio 2016

13 assassini - Takashi Miike (2010)

(Jûsan-nin no shikaku)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un samurai deve uccidere il fratello dello shogun (che è proprio uno stronzo), per farlo mette insieme un gruppo di 13 colleghi per tendere un agguato dentro a un paesino.

Teoricamente è il remake di un film di Eiichi Kudô, a sua volta realizzato raddoppiando il numero di protagonisti del celebre "I sette samurai" di Kurosawa (sperando di raddoppiarne l'interesse).
Dico ideale perché pur prendendo una sceneggiatura già fatta, Miike la manipola per metterci del suo.

Il film è diviso idealmente in due parti; più di un'ora di preparativi, sviluppo della storia e dei personaggi, poi, circa un'ora di guerra, violenza e sangue (una vera e propria cascata che in una scena cade dal tetto di un edificio).
Tutto però è perfetto, tutto è d'altri tempi, anzi, senza tempo, una costruzione visiva che sarebbe stata impeccabile anche ai tempo d'oro del miglior Kurosawa così come l'anno scorso. Si sa che Miike è un esteta, ma qui punta a creare una sequenza di immagini bellissime senza mai strafare nell'eccesso di patinatura. Tecnicamente perfetto, condotto con una regia molto funzionale e molto pragmatica disegnando in maniera formale alcuni momenti potenti e alcune immagini bellissime (la ragazza mutiliata, le spade piantate nel giardino in preparazione della battaglia, la scena dell’incontro fra i due capi rivali con gli altri samurai nascosti, ecc..).

Questo per il comparto estetico (che non è poco), ma il tocco di Miike si intuisce anche in alcuni dei contenuti; il personaggio del cacciatore di frodo che combatte senza una vera ragione e mostra la stupidità della lealtà dei samurai; fa ammirare l'eleganza della lotta sottolineata dal personaggio peggiore del film; e poi c'è il finale... una chiusura semplice, misurata, un relief perfetto, uno scioglimento genuino che, però, fa crollare completamente la farraggisona impalcatura morale ed etica dei samurai (alla fine, meglio la vita della lotta). Si ok, hanno tutti combatutto per quegli ideali, però contano poco o nulla e 23 anni dopo l’intero sistema verrà distrutto. Questo si chiama sabotare un genere dall’interno.  

mercoledì 18 maggio 2016

Incontriamoci a Saint Louis - Vincente Minnelli (1944)

(Meet me in Saint Louis)

Visto in Dvx.

Una felice famiglia di Saint Louis si muove tra palpiti del cuore e canzoni fino al terribile giorno in cui il padre di famiglia decide di trasferirsi a New York per lavoro; il grande ballo e l'apertura dell'Expo (che nel 1904 si svolse effettivamente a Saint Louis) riporteranno la pace in famiglia (che ovviamente non si sposterà dal Missouri).

Un film zuccheroso con una famiglia degna del Mulino Bianco pre Banderas realizzato con un technicolor dai colori chiassosi; il tutto si conclude con alcune scene madri durante il periodo natalizio (dove viene cantata la celebre "Have yourself a merry little Christmas")... Di fatto un film di Natale per famiglie.

Un musical dalle canzoni ormai invecchiate che non funzionano più, molto ingessato e pesantemente fotografato. Minnelli lo conosco poco e per quello che ho visto finora si divide tra il genio("Il bruto e la bella") e il mestierante con il pilota automatico ("Il padre della sposa"), qui, a parte qualche guizzo, sembra più il secondo; porta a casa un lavoro impacchettato in maniera splendida, ma senza nerbo (unica scena che mi è piaciuta è quella durante Halloween, nella sua scarna semplicità rende, con il dovuto rispetto che spesso non viene dato, il gioco della bambina; niente di eccezionale però l'effetto è superiore alla media).

Brava la Garland nella parte di una ragazzina vanitosa ed entusiasta; da questo film scaturì la relazione che portò al matrimonio con Minnelli da cui nacque Liza.

In definitiva uno scorrevole vecchio film sull'idillio borghese di un periodo storico, già all'epoca, sepolto sotto due guerre.

lunedì 16 maggio 2016

La casa dalle finestre che ridono - Pupi Avati (1976)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un restauratore è chiamato a sistemare un (brutto) affresco di un pittore locale; un pazzo scomparso nel nulla sconosciuto ai più, ma che il paese vorrebbe sfruttare per provare ad aver un po' di pubblicità ("come è stato fatto con Ligabue"). Durante i restauri incontra un suo vecchio amico, sconvolto e paranoico che, immancabilmente, muore male poco prima di dirgli un terribile segrete. Usando gli appunti dell'amico il restauratore si mette a indagare e, più per fatalità che per capacità, scoprirà lo stesso terribile segreto.

Sulla scia dei thriller all'italiana resi fondamentali dal genio di Argento viene realizzato un film inquietante e paranoico (come i suoi personaggi). Come in Argento, la componente locale ha un peso enorme; se nelle celebri pellicole del Dario la tentacolare città storica italiana (spesso un Torino romanizzata) è il labirinto in cui si muovono i personaggi, in questo film è la bassa padana a fare da sfondo. Ecco qui credo stia l'idea principale; un territorio inesplorato dal punto di vista filmico, fatto di nebbia, acqua, fango, umidità e solitudine è la scenografia ideale in cui ambientare una vicenda di marcescenza morale nascosta. Sfruttando ambientazioni distanti (tra cui una Comacchio perfetta per la parte) viene fuori una geografia ideale per un thriller del genere (chiunque sia passato da queste parti nel tardo autunno si sarà accorto di quanto risuoni il concetto di provincia per come la intende Lynch).

Ecco ho detto tutto questo senza mai citare il regista: Pupi Avati. Avati è un mestierante che conosco solo per i suoi film degli ultimi 15 anni... e pertanto disprezzo ampiamente considerandolo solo un mediocre creatore di fiction pieno di encomi non meritati. Ma in questo film si rivela tutt'altro. Una storia imperfetta (buona, originale quanto basta, ma lontana dal 10 e lode) viene sostenuta magnificamente dalle giuste immagini dello sfacelo che circonda il protagonista; gioca benissimo con lo spettatore inducendolo a diffidare prima di uno, poi di un altro a suo piacimento; mantiene un ritmo rilassato, non lento, proprio con i suoi tempi, sempre presente e con picchi ben gestiti e riesce a inquietare quanto basta.
Infine il cast è fatto da protagonisti non all'altezza sorretti da comprimari ottimi per recitazione, tic e fisici (la scelta estetica degli attori è evidentemente molto curata).
Un cult meritevole della propria fama.

venerdì 13 maggio 2016

Watang! Nel favoloso impero dei mostri - Ishirô Honda (1964)

(Mosura tai Gojira)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Dopo un maremoto un uovo gigante viene trovato su una spiaggia, un gruppo di speculatori vi costruisce un parco attorno per guadagnare il più possibile. L'uovo si schiude e ne esce Mothra, un farfallone ecologista. La scossa però ha risvegliato pure Godzilla, per fortuna il farfallone difende il Giappone.

Terzo seguito del primo "Godzilla" realizzato a dieci anni esatti. Ormai dal primo seguito il gioco è sempre quello di far affrontare a Godzilla un nemico temibile; questa però è la prima volta in cui l'antagonista del nostro rettile è un kaiju buono che interviene attivamente con l'intento di difendere Tokyo.
A parte questo l'altra innovazione (se così la vogliamo definire) è l'introduzione di un messaggio apertamente anticapitalista ed ecologista a fianco del solito principio anti atomico... Un po' poco per fare la differenza.
L'altra grande introduzione è il mood; l'horror del primo film e il clima fantasy più serio dei successivi è completamente perduto in favore di un fantasy più infantile: le fatine gemelle cantanti, l'intervento di Mothra (già noto all'epoca per un precedente film da protagonista) il farfallone che odia le ingiustizie e una recitazione sopra le righe.

Carino, ma l'idea originale già è denaturata e cerca una via di fuga in generi più mainstream.

mercoledì 11 maggio 2016

I grandi magazzini - Mario Camerini (1939)

(Id.)

Visto in Dvx.

Due dipendenti di un grande magazzino di Milano si innamorano, ma, ovviamente, all'inizio si respingono. Lui la insegue, lei si allontana e viene avvicinata dal capo del personale. Nel mentre si inseriscono una serie di furti di cui lei viene accusata; sarà lui a tirarla fuori d'impaccio.

Ennesimo film della coppia Camerini/De Sica con il ricongiungimento della già nota Assia Noris. Insomma viene costruita la solita commedia romantica molto leggera fatta di innamoramenti improvvisi e segreti, di avvicinamenti e allontanamenti, di crisi finale e del più classico scioglimento consolatorio. Non c'è molta inventiva, ma molta professionalità e un'idea ben precisa di quello che si sta facendo. Non c'è la tenerezza di Capra, la classe di Lubitsch o le sceneggiature alla Borzage, ma il film è onesto ed efficace; abbastanza diretto e compatto che riesce a rendere secondarie le ingenuità.
Non ci sono le idee visive di alcuni dei film precedenti di Camerini anche se diverse buone sequenze sono garantite. Quello che però fa la differenza è l'esperienza di chi sta lavorando.
De Sica ormai è un esperto della parte del ragazzo di buone speranze da quasi 10 anni, la Noris risulta molto brava nelle emozioni trattenute... curiosamente sbraga (e male) in quelle dove le emozioni sono più schiette. Inoltre c'è un'ottima risma di comprimari (da applausi la prestazione di Riento).

Non il migliore della solita coppia, ma una commedia rosa che avercene.

lunedì 9 maggio 2016

La macchina nera - Elliot Silverstein (1977)

(The car)

Visto in Dvx.

Una macchina nera comparsa dal nulla e (apparentemente) senza pilota, semina il panico in una cittadina nel deserto americano. La polizia darà vita a una caccia al mostro per poter riportare la normalità.

Un film horror anni '70 che si inserisce nella serie dei film con oggetti assassini? Una serie di chicche di sceneggiatura tra cui uno dei dialoghi più idioti di sempre (quello fra il trombettista…ok è un corno inglese e il marito violento) e qualche picco tocco politically uncorrect  (il padre che non mette il casco e dice alle figlie di fare quello che dice e non quello che fa, o le telefonate di insulti nei confronti dell’agente nativo americano).

Al di là dei dettagli, questo è il classico film dal presupposto idiota che siamo tutti pronti a deridere e disprezzare; ma una volta accettata la balzana idea di base (che comunque di li a poco darà vita a Christine) si nota che il film non è gestito come un horror classico  (momenti paurosi non ce ne sono neanche per sbaglio; ma direi che è una scelta consapevole), ma più sul modello de “Lo squalo” di Spielberg: , la macchina solo accennata all’inizio e mostrata da metà film in poi, la caccia di questo squalo di terra che sembra sbucare dal nulla, il suo annunciarsi da distante senza doversi per forza mostrare, l’effetto da thrilling degli inseguimenti o della minaccia in attesa (come per la scena della scolaresca tenuta sotto assedio dentro al cimitero). Il film sposta completamente il proprio asse su un genere diverso (e piuttosto nuovo) azzeccandone tutti i crismi e il ritmo.
Le scene sono inoltre ben realizzate nonostante il budget limitato e l'estetica della macchina è vincente (ha proprio "un'espressione" demoniaca) tanto da essere citata nei decenni a venire fino a Futurama.

Non un capolavoro, ma un’ottima sorpresa.

PS: il protagonista è il padre del, più fortunato, Josh Brolin.

venerdì 6 maggio 2016

Anomalisa - Charlie Kaufman, Duke Johnson (2015)

(Id.)

Visto al cinema.

Un guru della gestione dei clienti di mezza età deve tenere una convention a Cincinnati. Trovandosi da solo in albergo decide di chiamare una sua vecchia fidanzata lasciata in malo modo; l'incontrò finirà malamente e in poco tempo. Tornando in albergo incontrerà due sconosciute arrivate in città proprio per assistere al suo discorso. Una delle due sarà completamente diversa dalle altre persone; passeranno la notte insieme, ma la mattina dopo sarà diventata come tutti gli altri.

Partiamo dall'essenziale. Il livello di animazione è perfetto, l'animazione stessa è utilizzata come mezzo espressivo e non come mera idea per dare un twist alla carriera. I pupazzi con un pezzo di volto sempre uguale, con la parte della bocca che può staccarsi e con la loro naturale fissità, danno senso al film prima ancora della trama.
La regia è buona, piuttosto invisibile, ma incredibile nel lavoro di rendere interessante e non noioso una trama che per almeno metà gira a vuoto senza far succedere nulla.

....perché poi, ovviamente, Kaufman è uno sceneggiatore, e rimanendo dalle parti dei film precedenti, qui si stacca dalle ellissi e dalle metafore esagerate e descrive una storia minima in maniera minimale. Per oltre metà si segue la serata solitaria di un uomo in preda alla sua solitudine, l'ansia per le decisioni sbagliata nel suo passato, l'ansia per il suo presente vuoto, ma soprattutto alla ricerca di qualcosa di diverso, di qualcosa che gli dia speranza. Quello che fa vincere questo film è che Kaufman non da risposte, non allevia l'ansia, la vive, la accetta, e prosegue.
Quello che fa vincere questo film è che la serata noiosa di un uomo minuscolo a Cincinnati riesce ad avere l'ariosità di una trama universale.
Quello che fa vincere il film è l'incredibile concentrazione di sentimenti che permea ogni inquadratura senza essere mai stucchevole.

Non avrà l'inventiva di "Eternal sunshine", il titanismo di "Synecdoche", il gioco a incastri di "Essere John Malkovich", ma riesce a concentrare gli stessi sentimenti in una storia più semplice e incredibilmente verosimile.

mercoledì 4 maggio 2016

Changeling - Peter Medak (1980)

(The changeling)

Visto in Dvx.

Appena trasferitosi in una casa sperduta e inquietante nella sperduta e inquietante città di Seattle, George C. Scott viene insidiato da oscure presenza, musiche fanciullesche, sedute spiritiche e stanze nascoste non faranno altro che infittire il mistero,; vuoi vedere che l'anziano politico è coinvolto? (i politici sono sempre coinvolti).

Film horror d'atmosfera ben realizzato... e basta. La casa è realmente ben costruita, la storia (troppo arzigogolata per la verità) sembra precorrere i tempi anticipando "The ring" e, perché no, pure un poco "The grudge". Il campionario horrorifico è piuttosto usuale e sembra prendere il gioco dei suoni da "Gli invasati", seppur con meno capacità a cui viene aggiunta la seduta spiritica e una venatura di giallo su un vecchio caso di omicidio da riaprire.
Non inventa nulla, non dice nulla di nuovo, cerca di mettere il già visto (ma forse per l'epoca ancora non era un immaginario usurato) in un contesto di perfezione formale. Niente da eccepire, ma quello che manca è l'inquietudine e più ancora il ritmo.
Che un film horror non inquieti è piuttosto grave, ma che annoi a morte, lo è decisamente di più. i begli interni della casa o uno Scott piuttosto convinto della parte non possono nulla contro la stasi.
Unico guizzo di ritmo, idee e realizzazione è il fiammeggiante finale. Ma pochi minuti riusciti non salvano ore di nulla.

PS: l'anziano politico è interpretato da un anzianissimo Melvyn Douglas.

lunedì 2 maggio 2016

Frida - Julie Taymor (2002)

(Id.)

Visto in Dvx.

La vita di Frida Kahlo vista, soprattutto, attraverso il suo rapporto con Diego Rivera.

Un film bellissimo dove la regia la fa da padrone. Se i movimenti di macchina che tanto mi piacciono ci sono a bizzeffe, il vero colpo di genio è il continuo cambio di fotografia anche durante scene contigue molto simili; il bordone è formato da colori chiassosi e molto presenti con luci forti e calde; ma spesso questo coro di sottofondo viene interrotto da colori desaturati alla Eastwood (con inserti di colore mantenuti normali come in "Sin city"... questo per capirci, visto che questo film è stato realizzato 3 anni prima); con luci crude e dirette contro la macchina da presa o con giochi di ombre da Hollywood classica; o con sequenze prese di peso dall'espressionismo tedesco (l'omicidio di Trockij). A questo si deve aggiungere una voglia di giocare con gli stili cinematografici continua, con sovraimpressioni di immagini su quelle principali per rendere il pensiero della protagonista (Empire state building in vasca da bagno), collage, animazioni, spezzoni che mimano immagini d'epoca (e non sono la rivisitazione di "King Kong"), o inserzioni dei quadri della Kahlo che si animano per dare continuità alle scene del film (splendido l'intrecciarsi delle immagini con le canzoni in sequenze oniriche); ma ancora di più bisogna sottolineare l'enorme gusto per l'estetica enorme che continuativamente viene proposta in ogni scena (arrivando appunto ai picchi di mostrare i quadri per delineare i sentimenti in quel momento o per mostrare una scena che sta avvenendo), sia d'esempio anche soltanto la scena dell'incidente al rallentatore che  si conclude con una pioggia dorata sopra al corpo sanguinante della protagonista.

Un film bellissimo condotto con una voglia di rendere un clima prima che una storia biografia; utilizzando Frida Kahlo come un personaggio cinematografico (la donna forte che ama un uomo fisiologicamente incapace di essere fedele) riesce a rendere il servigio migliore al personaggio storico; inserisce riferimenti alla sue opere che si intersecano con le emozioni che devono essere rappresentata riuscendo a mostrare la pittrice senza bisogno né di tesserne le lodi, né di spiegare il genio.