mercoledì 30 novembre 2011

La porta dell'inferno - Teinosuke Kinugasa (1953)

(Jigokumon) aka La via dell'inferno, aka Gate of hell

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
XII secolo, per mettere in salvo la sorella dell'imeperatore, diverse dame di compagnia vengono fatte uscire dal castello scortate dalle guardie per non far capire agli aggressori quale sia quella autentica. Una volta tornata la pace l’imperatore chiede a tutti i soldati più valorosi che premio desiderano; il protagonista chiede la mano della dame che scortò. Purtroppo però pare essere già sposata. La cosa non fermerà il protagonista, ma lo porterà alla follia. Minaccerà la ragazza per farsi aiutare ad uccidere il di lei marito, ma all’ultimo la donna si sostituirà allo sposo facendosi ammazzare.

Drammone in costume sulla follia derivante dall'amore, cupo e definitivo come pochi. Avrebbe tutte le carte in regola per essere un gran film… invence no ovviamente. Lento, noioso, enfatico ed inutilmente parlottato rallenta ogni scena come se volesse addormentare anche il macchinista, il tecnico del suono e quello delle luci. Impossibile guardarlo di filato.
Belle invece le scenografie ed i costumi esaltati dai colori chiassosi, unico motivo di vanto e probabile unico motivo per la caterva di premi vinti (palma d’oro a Cannes e oscar al miglior film straniero!!) che stupirono pure il regista stesso, che considerava pessimo il film, fatto su commissione…

martedì 29 novembre 2011

Memories of murder - Bong Joon Ho (2003)

(Salinui chueok)

Visto in DVD. Metà anni ottanta, Corea del Sud, un serial killer uccide alcune donne, di notte, mentre piove e mentre in radio suona una canzone… Ai poliziotti di provincia, brutali e grossolani, viene affiancato un ispettore di Seul, più raffinato come ragionamenti e come modi. La storia è quella delle indagini del primo serial killer della Corea ed il film vorrebbe essere una cronaca quasi esatta (nelle intenzioni del regista) anche se a conti fatti piuttosto ironica e divertente.

Il film è veramente bello, ben realizzato e ben costruito con alcune sequenze su più piani notevoli (come la famosa scena della festa con il il capo della polizia e un poliziotto in secondo e terzo piano mentre nel primo ci sono i due protagonisti che discutono).
Ma la vera forza del film è nella sceneggiatura, in parte perché accosta un argomento tragico con modi farseschi e divertenti che alleggeriscono il tono, ma soprattutto perché non è un giallo classico, il punto centrale di questo film non è la scoperta del colpevole, ma il dipanarsi delle indagini in se. Il finale poi, pur non essendo un colpo di genio ha dell’originale dato che l’unico altro racconto/film che ricordo finire allo stesso modo è “La promessa” e forse “Zodiac”.

lunedì 28 novembre 2011

La ballata di Cable Hogue - Sam Peckinpah (1970)

(The ballad of Cable Hogue)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.
La storia di un self-made man, che trova l’acqua in mezzo al deserto e ne ricava un business, si innamora di una prostituta e la porta con se, ma dopo un poco la donna, pure innamorata, decide di andarsene…

E ora: sigla.
La storia di un self-made man, che trova l’acqua in mezzo al deserto e ne ricava un business, si innamora di una prostituta e la porta con se, ma dopo un poco la donna, pure innamorata, decide di andarsene…

Film realizzato subito dopo Il mucchio selvaggio, ma Peckhinpah decide di cambiare completamente tono e realizza una commedia. Impensabile!

Il film riesce da dio nella prima parte, nel descrivere il solito crepuscolo del west dal punto di vista in un uomo più astuto nello fruttare le occasioni che non intelligente e più fortunato che capace. Mostrandone anche la calma voglia di vendetta che coltiva senza enfasi e senza pretese per anni… il problema del film arriva con la storia d’amore. Con il personaggio della prostituta il film si appiattisce sulla solita storia da romanzetto perdendo completamente la carica iconoclastica della parte iniziale. E neppure l’assurdo finale riesce a rialzare in questa il film, pigiando solo sull’acceleratore del grottesco.

PS: davvero all’epoca le accelerazioni dei movimenti facevano ancora ridere?! Davvero ce n’era bisogno?!

PPS: curioso come nè il testo della canzone, nè il video centrino alcunchè con il film...

venerdì 25 novembre 2011

L'ultima spiaggia - Stanley Kramer (1959)

(On the beach)

Visto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in inglese.
La terra è stata distrutta da una guerra atomica dalle origini sconosciuto, tutto quello che si sa è che l’ultima zona adatta alla vita (cioè con poche radiazioni) è l’Australia (perché è lontano da tutto), ma i movimenti delle masse d’aria potrebbero presto porre fine alla vita umana anche li. Un sottomarino in missione cercherà di capire se qualcuno si è salvato a San Francisco (c’è un insistente e regolare messaggio morse che proviene da la) e se rimane qualche speranza.

Uno dei primi film catastrofisti sul nucleare dell’epoca (prima dei vari Dottor Stranamore o Fail safe). Tra i primi, Kramer, si cimenta nel genere e lo fa con un cast all star (Perkins, Peck, Astaire e Gardner sono i quattro coprotagonisti).
Il film si distingue per la nota amarissima, per la totale assenza di speranza ed il senso di morte ineluttabile che aleggia su tutti sin dalle prime scene. In definitiva viene mostrata la razza umana posta di fronte all’apocalisse… e devo dire che gli australiani reagiscono in maniera fin troppo garbata.

Il film le prova tutte per spingere sul melodrammatico, l’amore interrotto fra la Gardner e Peck perché lui deve seguire i suoi uomini (tutti facenti parte della marina USA) che vogliono tornare a morire a casa; la famigliola appena formata e già distrutta di Perkins; la distribuzione pubblica di pillole per una dolce morte con lunghe file d’attesa; ecc… eppure non riesce mai a cogliere nel segno. Non bastano gli occhi da cane bastonato di Perkins per rendere più empatico un film distaccato e gelido, che cerca il coinvolgimento aumentando l’entità del dolore e basta.
In definitiva due ore di ghiaccio per vedere la versione dell’apocalisse vista dal Commonwealth.

giovedì 24 novembre 2011

L'uomo che sapeva troppo - Alfred Hitchcock (1956)

(The man who knew too much)

Visto in tv.


Chissà com’è vedere un film di Hitchcock senza conoscerne già il finale… forse rende di più….

Questo film è un noto auto remake di un film inglese degli anni ’30 e ci presenta Doris Day e James Stewart in vacanza in Marocco con il figlioletto. Accidentalmente vengono a conoscenza di un attentato che avverrà a Parigi e da quel momento ci sarà un gioco di spie che rapirà il figlio per farli tacere, ma obbligherà la coppia e cercare di risolvere la situazione da soli.

Classicissimo film di Hitchcock che mette in campo perfettamente la sua capacità di regia, di messa in scena della tensione e di ironia (fantastica la scena dal tassonomista). Come dicevo è un film che già ho visto, ma credo che il colpo di scena (almeno in inglese) sia notevole e possa effettivamente rendere il film un buon thriller di livello.

Su tutto va reso onore al suono. Questo è un film fatto totalmente sugli elementi sonori, dal grido che salva la vita al primo ministro, al concerto che dovrebeb coprire lo sparo, dalla canzone di Doris Day, al fischiettio del bambino. Credo fosse dai tempi di M che il sonoro non aveva un'importanza capitale nello svolgimento di un film.

Poi la regia... Le attenzioni dietro le macchine da presa sono mille e se, l’ingresso nella stanza d’hotel dei protagonisti in Marocco del personaggio che scopriremo poi essere il killer, risulta essere la miglior entrata in scena della filmografia di Hitchcock; mentre la canzone (Que sera sera, canzone realizzata proprio per questo film) che raggiunge i piani superiori della ambasciata è il miglior uso del montaggio; la scena che però nel complessa risulta la migliore per efficacia e originalità è quella del tentato omicidio durante il concerto; stupenda.

mercoledì 23 novembre 2011

800 balas - Alex de la Iglesia (2002)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in italiano.

Un ragazzo, orfano di padre e oppresso da madre e nonna scopre di avere ancora il nonno in vita. Lo cerca e lo trova in un villaggio del west ricostruito utilizzato negli anni ’70 come set degli spaghetti western. Li il nonno fa spettacoli per i turisti, ma una volta ero lo stuntman ufficiale di Clint Eastwood. Quando la madre del ragazzo scopre dov’è finito, per vendicarsi decide di distruggere il villaggio per farci… un qualcosa che non ho ben capito (è a capo di una ditta). I figuranti decidono di chiudersi nel villaggio e resistere con le armi contro le ruspe. E qui il film diventa veramente un western a tutti gli effetti con le dinamiche che prima sono state raccontante che si innescano ad una ad una fino al duello finale.

De la Iglesia passa di genere in genere e stavolta tocca il western e lo fa nel migliore dei modi. Non si accontenta di realizzare un film citazionista nelle scene, no, lui dichiara chi vuole imitare, fa i nome ed i cognomi, racconta quello che c’è stato e poi porta la storia a dover per forza diventare identica ad uno spaghetti western, imitandone anche alcune scene (la sequenza del ragazzo sotto le travi presa da Per un pugno di dollari), ma de la Iglesia ci è arrivato alla citazione, l’ha cercata e se l’è meritata. Non cita per mancanza di idee, ma per motivi di regia. Bravo…

Complessivamente poi il film è divertente e abbastanza movimentato, con la regia classica dello spagnolo… però manca completamente il classico cinismo delle opere precedenti e successive. I personaggi non sono brutti sporchi e cattivi come al solito, si limitano ad essere solo brutti e sporchi, ma sotto sotto sono degli eroi tout court, senza macchia e senza colpa. Il film intrattiene da dio, ma manca quel lato negativo dei protagonisti che rendono i film di de la Iglesia qualcosa di originale e di unico.

Buffo comunque l'aspetto totemico che ha assunto la figura di Clint Eastwood in ambito westerniano e questo mentre è ancora in vita (non per tirargliela), neppure Marlon Brando... questo film e Rango sono solo gli esempi più recenti.

PS: non sono sicuro che sia del tutto legale la scena in cui la prostituta insegna al bambino a toccare le tette

PPS: le 800 pallottole del titolo sono quelle che vengono comprate per difendere il villaggio del west.

martedì 22 novembre 2011

La fontana della vergine - Ingmar Bergman (1960)

(Jungfrukällan)

Visto in DVD. L’unica figlia di una coppia di possidenti della Svezia medievale viene violentata e uccisa mentre se ne va a portare dei ceri alla Madonna. I tre vagabondi responsabili del delitto cercano rifugio proprio nella casa dei genitori della ragazza e provano a vendere alla madre i vestiti rubati dal cadavere della figlia. La vendetta sarà terribile.

Che film enorme. La trama è di una semplicità e una banalità impressionanti, ma tutto quello che ci gira intorno lo rende titanico.

Bergman ci imbastisce una storia densa di significati metafisici, ragiona sulla ragione e sui sentimenti, ma soprattutto (come sempre nei suoi film) su Dio, anzi in questo caso sugli dei. Il rapporto principale in questo film è quello fra il paganesimo della cameriera e l’insistente religiosità cristiana della famiglia. Entrambe verranno messe alla prova, entrambi gli dei risponderanno alle chiamate, ognuno a modo suo.

Inoltre la fotografia del film è quella perfetta di Nykvist quando gioca con il bianco e nero e la regia si mette a posizionare la macchina da presa in posizioni sopraelevate e in primissimi piani come poche volte aveva fatto in precedenza. Le scene sono costruite con un’estetica maggiore rispetto agli altri film di Bergman… inoltre questo è l’ultimo film del regista svedese in cui Dio risponderà alla chiamata di Max von Sydow.

lunedì 21 novembre 2011

Togetherness supreme - Nathan Collett (2010)

(Id.)

Vistoal Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.
Il vincitore del festival di quest'anno è un brutto film.

La storia è quella che precede le elezioni del Kenya del 2007, quando più che uno scontro politico si assiste fra lo scontro di due tribù. Due amici che vivono nella baraccopoli di Kibera (possibile che tutti i film kenioti che ho visto siano ambientati sempre li?!) sono, ovviamente, delle due opposte tribù, ma combattono sullo stesso fronte, quello della tribù che subisce e che cerca il riscatto... più o meno tutto qui... ah già, sono innamorati della stessa donna.

Quello che sorprende in negativo non è la banalità della trama (mica possono essere tutti originali i film), nè l'incompetenza degli attori (che sono presi dalla strada e in quest'ottica non sono proprio malvagi...) e neppure la regia (che tutto sommato si difende e nella parte iniziale regala anche qualche momento veramente riuscito); il problema qui è la storia, la sceneggiatura. Le situazioni si susseguono caotiche, i personaggi si comportano in maniera stupida o esagerata in ogni momento e i fatti importanti sono spesso eclissati dalle banalità (qualora non siano proprio stati momentaneamente dimenticati dalla sceneggiatura). Il problema non è che in un film del genere si pretende un capolavoro in ogni ambito della realizzazione, ma il minimo sindacale si!

venerdì 18 novembre 2011

Les Barons - Nabil Ben Yadir (2009)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.
Bruxelles, la seconda generazione di origine magrebina ha ormai 30anni, tra di loro ci sono tre amici, “i baroni” del quartiere, un trio di nullafacenti che tira a campare con i soldi altrui, macchine comprate in comune e dormendo nel negozio di verdure di un amico. Tra loro Hassan, ha il sogno di diventare cabarettista (ma il padre la considera una professione poco dignitosa) e ama la sorella di un amico che, come tale, è però intoccabile.

Commedia fantastica ricca di gag, ironia e autoironia, trovate sceniche e di regia favolose che avvicinano il film a “Il favoloso mondo di Amelie” al netto della componente fantastica.
Il film funziona perfettamente, mostrando un gruppo di figli di emigrati integrati in una società in di cui fanno parte senza esserne castrati, anzi guardandola con tutto il cinismo e l’ironia di cui sono capaci.
Ma come ho detto, la parte del leone la fa la regia, che gioca con i canoni del cinema (per introdurre un flashback, il protagonista cambia stanza seguendo una freccia su cui c’è scritto proprio “flashback”; o i ripetuti monologhi del protagonista mentre guarda in camera) e li adatta ad un ambiente cartoon esco, creando esattamente quel misto fra commedia e cartone animato che ha reso grandioso il film di Jeunet.

Bello e godibilissimo il film, bravo senza “se” e senza “ma” Nabil Ben Yadir (soprattutto perché riesce a non esagerare mai). Unico neo; le battute che fa il protagonista sul palco del cabaret non fanno ridere; ma proprio per niente.

Il film è stato preceduto dal corto d’animazione “The legend of Gong Hill” di Kwame Nyon’g. la storia è tratta da una leggenda Masai (Kenia) sulle origini delle colline del titolo ad opera di un orco ucciso grazie all’astuzia di una donna. L’animazione non è esattamente felice, ma i disegni hanno il tratto chiaro e semplificato dei più recenti cartoni della Disney; la storia non è memorabile, ma rimane impresso soprattutto perché è il primo film d’animazione decente africano.

giovedì 17 novembre 2011

Tamantashar yom - AAVV (2011)

(Id.) aka "18 days".

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.




Film collettivo, a episodi, che racconta la rivolta di piazza Tahrir e la caduta di Mubarak. Il film raccoglie un po il meglio della manovalanza cinematografica egiziana tra cui gli unici due registi che conosco. Complessivamente il risultato è ottimo.
Solitamente in un film ad episodi il risultato è buono, nella migliore delle ipotesi, facendo al media fra le varie parti; in questo caso invece la qualità di realizzazione del film è mediamente eccezionale e a stabilire la superiorità di un episodio dagli altri è unicamente la trama.
Anche dal punto di vista delle storie raccontate è curioso come tutti i registi abbiano preferito parlare indirettamente di quanto è accaduto; solitamente i personaggi vivono ciò che avviene nella piazza dalla propria abitazione o dal negozio (o dal manicomio) e nessuno, se non la ragazza del secondo episodio è coinvolto direttamente fin dall’inizio. Una scelta curiosa che si fa estrema nel fantastico pezzo realizzato da Abdalla.
Altro fatto curioso, ma lodevole, pur essendo un film decisamente schierato contro Mubarak e quindi favorevole alla rivolta, non prende mai una posizione netta, mostrando in quasi tutti gli episodi i lati positivi di chi difendeva il presidente ed i lati negativi, le paura o le piccole vigliaccherie di chi protestava. Incredibilmente super partes nel dare torti e ragioni pur essendo schierato e pur essendo a pochissima distanza dai fatti raccontati.
Nel dettaglio:

RETENTION: di Sherif Arafa. Divertente descrizione della rivolta filtrata attraverso un gruppo di ospiti di un manicomio nei pressi di piazza Tahrir; ovviamente i personaggi sono un campione dell’intero popolo egiziano e si dividono in favorevoli a ciò che accade (per le più disparate ragioni) e contrari. Divertente, realizzato benissimo (soprattutto la presentazione dei personaggi), ma sostanzialmente inconcludente.

GOD’S CREATION: di Kamla Abu Zekry. Uno dei più tragici, una ragazza ortodossa mussulmana che si tinge i capelli, ma rimane comuqnue schiacciata dal senso di colpa per averlo fatto (Allah non vuole che si cambi il proprio aspetto) e che rimane coinvolta per sbaglio nella guerriglia in piazza Tahrir e mentre viene picchiata dai poliziotti si chiede se quello è un martirio ed in quel caso, se potrà andare in paradiso o se i capelli tinti la porteranno comunque all’inferno. Bello, uno dei più drammatici.

19-19: di Marwan Hamed. Un ragazzo si trova in una prigione del regime, è accusato di essere uno dei promotori della rivolta e torturato per avere informazioni che non sembra avere. Anche in questo caso, come nel primo episodio, la bella realizzazione non sopperisce alla mancanza di una conclusione vera e prorpio, o meglio, non sopperisce alla mancanza di un obbiettivo.

WEHN THE FLOOD HITS YOU…: di Mohamed Aly. L’unica vera e propria commedia del film; un gruppo di persone ragionano su come si possa sfruttare economicamente la situazione, vendendo bandiere ai rivoltosi o immagini del presidente ai difensori del regime; tutto indipendentemente dalle proprio opinioni politiche. Decisamente positivo il risultato che alleggerisce un po il clima generale.

CURFEW: di Sherif Bendary. Nonno e nipote di ritorno dall’ospedale sono bloccati fuori dal loro quartiere dal coprifuoco indetto dalla polizia, vagheranno tutta la notte in cerca di una via di accesso fino a desistere e dormire in macchina. Finale francamente immotivato (il bambino sul carro armato), ma l’episodio è simpatico e riesce bene.

REVOLUTION COOKIES: di Khaled Marei. Un sarto ha il negozio nei pressi di piazza Tahrir è appena uscita dall’ospedale dopo un coma diabetico, non sa nulla della rivolta scoppiata due giorni prima, andato al lavoro sarà vittima involontaria dei lacrimogeni della polizia e si barricherà nel proprio negozietto, con poche medicine, qualche biscotto e delle cassette su cui registrerà le sue impressioni su quanto sta accadendo (lui ipotizza una guerra contro l’Egitto). Deciderà di uscire poco prima della fine di tutto, ma verrà scambiato per un poliziotto… Amaro e in certa misura prevedibile, ma l’idea è buona e, anche se non sfruttata a dovere, rende piuttosto bene.

#TAHRIR 2/2: di Mariam Abou Ouf. Un uomo senza molti mezzi e con famiglia a carico viene ingaggiato da un amico per fare il figurante in una manifestazione in favore di Mubarak, rimarrà coinvolto negli scontri. Ben realizzato, anche se meno dei primi, non aggiunge nulla di nuovo, ma sottolinea ancora una volta come non sia importante la partecipazione diretta a ciò che è successo, ma conta il rapporto indiretto con le manifestazioni, gli affetti e le emozioni legate a quegli scontri e la tv (diciamo le immagini) come mezzo di informazioni di ciò che accadeva a poca distanza.


WINDOW: di Ahmad Abdalla. Decisamente il più originale fra tutti gli episodi è diretto dal regista del bello, ma inutile, “Heliopolis”. La rivolta è raccontata attraverso la vita di un ragazzo che vede ciò che accade attraverso i movimenti della vicina di casa (attivista di piazza), le immagini di youtube e gli aggiornamenti di messenger, oltre che attraverso qualche titolo dei giornali. La rivolta è vista attraverso gli occhi del computer (o attraverso la cecità del computer nei giorni in cui internet fu oscurato), senza nessun dialogo. Originale, perfetto e decisamente la miglior descrizione di ciò che è stato quel periodo.

INTERIOR/EXTERIOR: di Yousry Nasrallah. Una ragazza vuole partecipare alle rivolte di piazza, ma il marito non glielo permette…Quando lei fuggirà, lui la seguirà e si uniranno alla folla… probabilmente il più inutile fra tutti gli episodi, qui i motivi di interesse sono praticamente nulli, peccato perché dietro la macchina da presa c’è il regista dello stupendo “Sheherazade”.

ASHRAI SEBERTO: di Ahmed Alaa. Un giovane barbiere ha il proprio negozio proprio a due passi dagli scontri tra manifestanti e polizia, suo malgrado diventerà il rifugio dei feriti e lui stesso sarà costretto a curare e cucire. Ultimo episodio della serie, decisamente buono, anche se inferiore a molti altri, credo sia stato messo qui per il messaggio positivo e di incoraggiamento che lancia.

Il film è stato preceduto dal corto “La priere” di Hyacinthe Nyong’o. È uno sketch di 3 minuti (il film credo fosse l’esame finale del regista), in cui ad un sontuoso pranzo d’affari in Cameroon, uno degli ospiti innalza una preghiera in lingua bamileke affinchè possa spiegare all’amico come utilizzare le posate in maniera corretta, senza che gli altri lo capiscano.

mercoledì 16 novembre 2011

Africa united - Debs Peterson (2010)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso); in lingua originale sottotitolato.
Un ragazzino che vive in una baraccopoli in Ruanda è amico di un giovanissimo asso del calcio (di famiglia ricca) che viene notato e scelto per rappresentare lo stato all'apertura dei mondiali di calcio in Sud Africa. I due ragazzi si mettono in viaggio verso Kigali, ma un problema con l'autobus li porterà invece al di la del confine del Congo. Sfumata la possibilità di presentarsi per tempo alle selezioni decidono di andare direttamente in Sud Africa per cercare di trovare il talent scout e farsi dare una seconda possibilità. Durante il percorso attraverso 7 stati africani incontreranno altri ragazzi che si uniranno al gruppo.

Un film due volte di genere visto che si tratta di un film per ragazzi e in più un film di viaggio. Ma nonostante questo la giovane regista riesce a dribblare tutti i difetti base insiti nelle due nicchie.
I ragazzi che vengono presentanti non sono bambini che si comportano da adulti né sono ragazzotti incredibilmente più intelligenti degli adulti che riescono a battere ad ogni costo.
Inoltre il film, che è un film ad episodi disgiunti come tutti i film di viaggio, riesce comunque ad avere un aspetto unitario e a non sembrare spezzato.
Inoltre (altro rischio enorme) non risulta eccessivamente metaforico. In un film in cui i ragazzi che rappresentano diversi stati africani e che sono pure un ex bambino soldato, una prostituta minorile e un sieropositivo, riescono comunque a toccare l’argomento, trattarlo brevemente in maniere evidente, ma non rimanerci sopra per rendere i personaggi delle figure allegoriche senza personalità. Ecco forse questo è il più grande pregio del film, descrive degnamente i personaggi.

La sceneggiatura è davvero ottima, divertente, rapida e mai banale nel reiterare i meccanismi ridondanti di un film di viaggio (partenza, arrivo in un nuovo ambiente, contatto con gli autoctoni, ecc…) e crea personaggi completi, su tutti il giovane protagonista, vero mattatore del film. Dei difetti ovviamente li ha, quando deve a tutti i costi creare uno strappo tra i due amici nel momento del cambio di banconote o nella partita a calcio alla frontiera (immagine molto bella comunque) che sono situazioni veramente tirate fuori a forza. Però complessivamente il risultato è decisamente positivo.

Infine la regia. Fantastica. Debs Peterson fa tutto quello che ne ha voglia, ritaglia un paio di momenti efficacissimi (l’incipit con il bambino che spiega come costruire un pallone da calcio con un preservativo e nel farlo spiega i pregi del sesso sicuro; o ancora la falsa entrata nello stadio di Kigali dei due amici creata con un montaggio parallelo ben utilizzato) e per il resto si comporta in maniera dignitosa azzeccando pure degli innesti di animazione con unione fra stop motion e disegni.

Incredibilmente il migliore dei film visti finora.

Il film è stato anticipato dal corto "Mwansa the great" di Rungano Nyoni che si sposa perfettamente con il film, raccontando la storia di un bambino della dello Zambia, orfano di padre che si perde nella propria fantasia modellando con essa il mondo che lo circonda; la fusione fra le immagini reali e quelle create dal bambino risulta perfetto ed il film funziona alla perfezione. Bello.

martedì 15 novembre 2011

Pegase - Mohamed Mouftakir (2010)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.
Marocco. Una psichiatra è richiamata ad occuparsi di una ragazza trovata in stato confusionale di notte, con segni di collutazione. Deve capire chi è e che cosa è successo. La situazione che ne viene fuori è quella di una ragazza nata in una famiglia "complicata", con il padre che tenta di far credere a tutti che lei sia un maschio per nona vere il disonore di essere un capo tribù senza discendenti e ne ostacola l'amore nei confronti di un coetaneo e... beh farà di peggio... Ma questa che sembra essere una conclusione non è che l'inizio di un film che, del twisted plot finale, ne fa l'epicentro della vicenda.

Si c'è un colpone di scena finale che costringerà a riconsiderare quanto visto fino a quel momento.
L'idea in se non è esattamente originale (credo che nell'ultimo decennio sia stata usata a annualmente in almeno 2 o 3 pellicole), ma in realtà la tratta bene; dissemina indizi fin dalle prime scene, lambisce l'argomento in più di un momento quel tanto per tenere desta l'attenzione, ma senza mai lasciare intedere troppo... No perchè il colpo di scena è iper abusato, ma io mica c'ero arrivato prima che lo dicessero apertamente.
Pure la messa in scena merita un encomio, fotografia di prim'ordine, gelida per le scene in città e caldissima per quelle ambientate nel deserto; tutto girato in interni o quasi (e pure gli esterni non danno sfogo alle scene che risultano comuqneu claustrofobiche) con una conoscienza e una comprensione di quello che si fa invidiabile.
Tutto questo unito al fatto che viene ricostruito un ambiente ambiguo e straniante fin da subito, una sorta di città fantasma dove a muoversi sono solo gli ambigui protagonisti della vicenda; tutto questo dicevo dovrebbe far propendere per considerarlo un grand e film...
Purtroppo il regista sembra essersi preoccupato troppo della forma per ricordarsi del ritmo ed il film soffre di una lentezza eccessiva che in più punti sfocia nel tentativo di addormentare il pubblico... Peccato.

Il film è stato preceduto dal corto "Tinye so" film del malinese Daouda Coulibaly che parla in maniera tutta sua dell'ultimo avvertimento degli antenati (gli spiriti degli antenati che proteggono i viventi) ad una città del Mali per convincere la popolazione tornare al passato...
Il film è tutto improntato su colori pienissimi e guidato da una macchina da presa che per essere più mobile doveva solo essere allacciata dulla schiena di un canguro (fa davvero di tutto e sempre con competenza); esteticamente bello sotto ogni punto di vista, come spesso succede latita in comprensione...

lunedì 14 novembre 2011

La voyage à Alger - Abdelkrim Bahloul (2009)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.
Algeria post rivoluzione anti-francese. Appena ottenuta l'indipendenza una vedova di guerra ed i suoi sei figli si vedono regalata una casa di un ex dignitario francese. Purtroppo la stessa casa è stata addocchiata da un ex collaborazionista riciclatosi tra le fila dei vincitori; l'uomo farà di tutto per cacciarli dall'edificio utilizzando metodi leciti, utilizzando le sue conoscienze e cercando di ostracizzare l'intera famiglia (compreso il fratello della donna). La donna si deciderà ad un'azione di forza interpellando direttamente il neo presidente dell'Algeria, Ben Bella; essendo lei analfabeta partirà per Algeri per incontrarlo con uno dei soui figli. Ovviamente non riuscirà a parlare con il presidente, ma la sua storia, la sua convinzione e la sua forza di volontà la porteranno fino al ministro della difesa che si preoccuperà di inviare qualcuno per risolvere il probelma.

Intanto bisogna subito dire che il film è ben realizzato. Stavolta sia alla sceneggiatura, sia dietro la macchina da presa c'è qualcuno che come minimo conosce il proprio lavoro. La confezione è ben fatta.
La storia poi non spicca per originalità; è la solita storia del singolo contro un sistema, della giustizia personale portata avanti dalla sola forza di volontà che, ovviamente, si scopre essere vincente... però in questo film il finale tira fuori qualcosina di nuovo. Solitamente il politicamente corretto è sempre presente in questo genere, invece qui la giustizia finale viene ottenuta con la minaccia, la forza, il rischio di omicidio legalizzato e soprattutto una violenza mai realizzata, ma sempre sul punto di esplodere; in fondo siamo comunque in un dopo guerra. Per carità è solo un accenno che poi si stempera nel lieto fine classico... però è qualcosa in più rispetto alla norma.

Il film è stato anticipato dal corto "Garagouz" di Abdenour Zahzah. La storia è quella di un burattinaio e suo figlio in viaggio verso un villaggio dell'Algeria dove dovranno fare uno spettacolo per dei bambini. Durante il viaggio però, ad uno ad uno i burattini vengono regalati, usati come tangente o distrutti da dei fondamentalisti. Rimarranno senza spettacolo e dovranno inventarsi qualcosa... Per carità non è proprio malvagio, ma ha il difetto di molti cortometraggi, non ha un vero e proprio obbiettivo e si limita a mostrare una serie di eventi.

sabato 12 novembre 2011

Black gold - Jeta Amata (2011)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.





Il film di presentazione del festival è un film con un budget direi cospicuo di Nollywood che racconta la vita di una sostenitrice dei diritti umani nata nel delta del Niger (Nigeria) in un ambiente corrotto dove una compagnia petrolifera dirige e distrugge tutto ciò che tocca.
Questo in buona sostanza può essere il riassunto della trama.

Lo voglio dire subito, il film è pessimo. A renderlo un brutto film non è la recitazione mediocre, le scene di massa con poche comparse, l'uso insistito del CG per fuoco e sangue (che tutto sommato mi sembra anche venuto bene), l'utilizzo di ex quasi-glorie del cinema USA come richiamo (che tra l'altro avere Eric Roberts, Tom Sizemore, Michale Madsen e un pelatissimo Billy Zane, è un motivo di vanto senza se e senza ma), la noia che aleggia leggera in tutta la parte centrale e direi che neppure è la veicolazione insistita del "messaggio" del film (la critica nei confronti dello stato del delta del Niger e della corruzione è urlato addosso allo spettatore nella prima scena! Poi viene urlato pure nella secona! Nella terza no. Ma nella quarta di nuovo! e così via... ma in fondo lo si potrebbe magari passare per ingenuità)... quello che davvero mi ha dato fastidio è la totale mancanza di competenza tecnica in ogni ambito, la totale mancanza di idee e comunque della capacità di mettere in scena il lungo elenco di idee abusate dal cinema di tutti i tempi. Quello che mi infastidisce è la completa incapacità di dirigere e di scrivere del regista-sceneggiatore, che non pago di non essere in grado di fare una cosa, pretende di non farne bene due!

Se i soldi (pochi immagino) che hanno dato a Eric Roberts (che comunque son sompre soldi ben spesi) li avessero usati per pagare uno sceneggiatore decente (o un correttore di bozze) e quelli per Billy Zane li avessoro usati per pagare un regista mediocre sarebbe anche potuto venir fuori un buon film.

Questo film è la più grande dimostrazione che i soldi non sono un elemento determinante la qualità di un'opera.


Edit: sarebbe bastato che mi informassi per 5 minuti in più e avrei trovato che il film è un low budget come pochi altri (e col senno di poi dico anche: è evidente, solo un idiota non riuscirebbe a notarlo), a quanto pare solo 300.000 (dollari? euro? non ricordo già più). Quindi onore al mertio ai vari Billy Zane e compagni che devono aver lavorato per la gloria. Il film rimane comunque un fallimento.

venerdì 11 novembre 2011

Die Tür - Anno Saul (2009)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Che film bislacco… Mads Mikkelsen è un artistoide con problemi coniugali che decide sia meglio andare a somministrare del sesso alla dirimpettaia piuttosto che acchiappare farfalle con la fiogliletta di X anni. Proprio mentre lui si impegna con la vicina, la bimbetta muore affogata nella piscina di casa in maniera abbastanza bislacca. Stacco a cinque anni dopo, lui c’è rimasto male, la sua ormai ex moglie c’è rimasta peggio e non lo vuol più vedere evar. Lui disperato passeggia nella neve dove vede una farfalletta, seguendola scopre una porta, che porta ad un tunnel che porta ad un’altra porte e li! Toh, vede se steso che va dalla dirimpettaia proprio nel giorno della morte della figlioletta. Non ci pensa due volte e la salva. Poi però il Mads Mikkelsen che era andato dalla dirimpettaia, vede il Mads Mikkelsen più vecchio, c’è una colluttazione e per sbaglio quello vecchio ammazza il giovane, ovviamente nasconde il cadavere e ne prende il posto. A questo punto uno può dire, bislacco si, ma più di così è difficile. E invece no! Perché presto si scoprirà che c’è un fortissimo flusso migratorio unidirezionale dall’altro mondo al mondo fotocopia, in cui tutti tutti, vengono, ammazzano se stessi e ne prendono il posto! Poi i nodi verranno al pettine quando la moglie di Mads Mikkelsen attraverserà pure lei la porta…

Film bislacco quindi, ma parecchio. Ad ogni svolta narrativa equivale u n malcelato WTF, fino al finale che svacca senza possibilità di recupero, e infatti tutti se ne fregano del casino degli ultimi 10 minuti e l’immagine di chiusura sono i due coniugi che si stringono la manina…

Mah, inutile dirlo, il film si fa seguire senza troppi intoppi, ma c’è da chiedersi se si ha voglia di perdere un’ora e quaranta per vedere tutte le declinazioni del volto di MAds Mikkelsen comprese tra lo spaesato ed il confuso.

giovedì 10 novembre 2011

Au hasard Balthazar - Robert Bresson (1966)

(Id.)

Visto in DVD. Che buffo Bresson che fa un film su un asino… ovviamente però è buffo sulla carta, non c’è proprio un cazzo da ridere in un film di Bresson su un asino, anzi, la parabola negativa dell’animale diventa metafora della mesta vita umana. Ma andiamo con ordine…
La storia di un asino dalla nascita in una fattoria in cui, cucciolo pucciosissimo viene utilizzato solo per scopi ludici dai bambini, all’età adulta in cui viene continuamente picchiato, sfruttato e bistrattato da tutti, in ogni ambito ed in ogni situazione fino ad una fine dolorosa ed indecorosa… come dicevo la storia di questo asino si affianca alla storia della sua prima padroncina, Marie, figlia di un uomo con problemi di debiti non suoi, innamorata di un coglioncello locale che con la sua gang di sociopatici maltratta animali e persone, uccide e contrabbanda. I due fuggono, si respingo, fanno cose e vedono gente, finchè lei non tornerà a casa dai suoi genitori, ritroverà un vecchio amore, ma ormai sarà svuotata da ogni possibilità di sentimento, inoltre il suo ex e la sua gang non gli va giù d’esser stati abbandonati e si vendicheranno.

Le due storie in realtà non hanno molto in comune, l’asino (che è assolutamente il protagonista) incontra più e più volte, per tutta la sua vita, Marie, ma i due non hanno eventi in comune molto importanti. Quello che le due storie rappresentano è, al solito, la condizione umana filtrata dal pessimismo cosmico di Bresson.

L’asino mostra l’impossibilità di discernimento, l’inesistenza del libero arbitrio, l’asino non ha mai la possibilità di scegliere il suo destino, quando si rifiuta di eseguire gli ordine viene picchiato più del solito, quando li esegue viene malmenato in maniera standard; quando tenta la fuga viene ripreso e sfruttato nuovamente, non c’è alcuna possibilità di scelta, ne di salvezza. Le scene più rappresentative sono (come dice Farinotti) quella del “gioco di sguardi” tra animali al circo, dove l’asino fissa gli animali nelle gabbie, poi ovviamente la scena della morte, ucciso dagli uomini senza avere responsabilità, muore fra le pecore, le quali al contrario degli uomini non lo maltrattano, semplicemente se ne disinteressano (a loro volta però le pecore subiscono la coercizione dei cani da pastore che le obbliga ad allontanarsi dall’asino).
La storia di Marie invece è più emblematica del giansenismo (secondo cui l’uomo è portato a fare il male in ogni frangente, a meno che non giunga la grazia di Dio) e mostra un lungo susseguirsi di situazione dove quasi ogni personaggio agisce nel peggiore dei modi. Marie stessa, persona sfortunata e vessata dagli eventi, si prodiga per causare dolore in chi le sta accanto.
Due visioni della vita umana, entrambe decisamente negative.

mercoledì 9 novembre 2011

Denti - Mitchell Lichtenstein (2007)

(Teeth)

Visto in Dvx. Una ragazza della lega anti sesso scopre di essere la portatrice del più atavico degli incubi maschili; la vagina dentata. Ovviamente non sarà lei a farne le spese…

Il film ha il punto di forza di trattare seriamente la cosa. Certamente fa ridere in più di un punto, raggiungendo alcuni picchi di grottesco davvero notevole (su tutte, la lunga scena della visita ginecologica, vince senza contendenti). Tutto sommato il film è però trattato come uno pseudo-drammucolo, con derive comiche e alcune pennellate di splatter. Non si può proprio chiedere altro.

Tutto è eccessivo in questo film, è vero, tutto, dalla descrizione dei personaggi (lei bigotta in maniera esagerata, il fratello di lei esageratamente “contro”), all’ambientazione (la centrale nucleare dietro casa), alle scelte nella descrizione delle scene (con battute storiche come “non posso trattenermi, non mi masturbo da pasqua” o il grido del già citato ginecologo che disperato avverte “la vagina dentata esiste!”) o nell’indugiare della macchina da presa su simboli ginecologici o odontoiatrici. Tutto, come dicevo è eccessivo, me proprio per questo evita che il film scada nel ridicolo e lo aiuta ad essere divertente. Bravi tutti.

martedì 8 novembre 2011

Tutti gli uomini del re - Robert Rossen (1949)

(All the king's men)

Visto in DVD. Un giornalista segue fin dai primi passi l’ascesa di un “giovane” politico, una sorta di rottamatore degli anni ’40 che si pone in maniera aperta e chiara contro i poteri forti. Ovviamente non avrà successo, finchè le sue accuse non si concretizzeranno nel crollo colposo di una scuola, con diversi bambini rimasti uccisi, per la scarsa qualità delle materie prime. Inizierà una carriera che lo porterà nel tempo a divenire sempre più cinico e disilluso, nell’utilizzare il potere acquisito solo per averne di più, arriverà ad una violenza morale e fisica sia ambito politico che privato, passando sopra a chiunque ed utilizzando metodi ben peggiori dei suo predecessori. Finirà malamente.

La parabola politica del self made governatore che viene contagiato dalla follia del potere una volta insediatosi non sarà originale (credo neanche all’epoca), ma sarebbe decisamente funzionante e agghiacciante nella costruzione per il deraglio morale estremo a cui arriva quasto Willie Stark; purtroppo però il film ebbe qualche problema in post produzione. Il montaggio venne rimaneggiato più e più volte da persone diverse con il risultato di rendere la trama meno scandita, a tratti lenta e a tratti saltando porzioni, trasformando la lenta trasformazione dell’uomo buono in cattivo con improvvisi cambi di personalità. Questo problema, più un certo eccesso d’enfasi abbastanza diffuso fanno soffrire terribilmente il film.

lunedì 7 novembre 2011

Non è più tempo di eroi - Robert Aldrich (1970)

(Too late the hero)

Visto in DVD. WWII, in un’isola del pacifico condivisa fra inglesi e giapponesi, viene inviato un militare USA che conosce il giapponese per una missione pericolosa. Il film mostra il manipolo di militari che compiono il lungo percorso attraverso la giungla, mettendo in evidenza l’inadeguatezza dei superiori, il menefreghismo e l’opportunismo dei subalterni ed in generale l’antieroismo militanti di tutti i personaggi.

Diciamolo subito, il film intrattiene senza eccessiva noia, e questa è la sua dote principale. Le scene (all’inizio e alla fine) degli uomini nella terra di nessuno dove i compagni al sicuro li incitano come in un gioco sono lodevoli; l’idea del duello a distanza fra il comandante giapponese ed i suoi annunci con gloi altoparlanti ed il manipoli di inglesi, nonché diversi guizzi di amaro cinismo sparsi qui e la sono assolutamente pregevoli… ma a conti fatti sono solo un buon incartante per un film mediocre nella realizzazione, che si fa scudo di un antieroismo fin dal titolo per poi sfociare nella più banale glorificazione del working class hero, mostrando che in situazioni di vera necessità tutti sono in grado di dare il meglio ecc…

Si insomma, una film sbagliato in partenza.

venerdì 4 novembre 2011

Gli uccelli - Alfred Hitchcock (1963)

(The birds)

Visto in tv. L’uomo e la natura secondo Hitchcock si risolve in una apocalisse imprvvisa, ben organizzata ed immotivata ai danni della California… e come dargli torto.

La storia è nota. Senza motivo, in una piccola comunità in riva all’oceano, gli uccelli cominciano ad attacare gli esseri umani, dapprima in episodi singoli e senza particolari conseguenze, fino ad un escalation che porterà ad un assalto organizzato alla scuola cittadina e alla casa dei protagonisti.
Diciamo subito i difetti. Tippi Hedren. Non ci posso far molto, mi viene da disprezzarla a priori, anche se stavolta è decisamente più in parte che non in Marnie… comuqnue sia Tippi Hedren mi rimane come difetto principale. Il secondo, il film è piuttosto verboso, più del solito per un film di Hitchcock (come succederà con il già citato Marnie… che sia sempre colpa di Tippi Hedren?!).

In ogni caso è un gran film. Intanto per l’idea originale assolutamente inattesa per uno come Hitchcock (trivia alla imdb; la sceneggiatura originale sarebbe stata scritta da Matheson, ma pare che Hitchcock non l’abbia approvata perché lo scrittore aveva previsto di realizzare “Gli uccelli” senza dover mai inquadrare un uccello). Poi ovviamente Hitchcock creerebbe tensione con l’elenco del telefono, figuriamoci con dei corvi impazziti. Il film si pregia del miglior climax ascendente fino ai tempi di Spielberg. Si inizia con attacchi singoli assolutamente non inquietanti, informazioni di comportamenti non abituali tra i volatili domestici, esiti di attacchi da parte di sconosciuti; poi si passa all’apocalisse vera e propria. Fantastico.

Inoltre Hitchcock ha un’enorme capacità di creare immagini ed in questo film realizza momenti cult, dai corvi sui giochi dei bambini nel cortile della scuola, alla pompa di benzina in fiamme e le scene nella cabina telefonica… poi c’è il finale, surreale e senza spiegazioni. Di nuovo, fantastico.

giovedì 3 novembre 2011

Il tempo dei lupi - Michael Haneke (2003)

(Le temps du loup)

Visto in Dvx. In un ambiente contemporaneo, ma post apocalittico (qualche evento disastroso è successo anche se mai dichiarato, tanto che acqua e cibo scarseggiano e la gente fugge dalle città in cerca di una qualche salvezza. In questo ambiente si muove la famiglia di Isabelle Huppert, che dopo la morte del marito si ritrova a tirare a campare con i figli in mezzo ad un’umanità varia e violenta.

Questo film è un po’ la quintessenza delle opere di Haneke, c’è tutto; il gelo e la violenza.

Ogni film di Haneke presenta infatti un algido distacco, un freddo glaciale sia nel modo in cui il regista (e quindi chi guarda il film) si pone nei confronti dei personaggi (in questo la fotografia nelle opere del regista è sempre molto ben definita), sia nel modo in cui i personaggi si muovono gli uni attorno agli altri. Anche in questo film infatti nei rapporti interpersonali c’è una distanza siderale fra i protagonisti, anche tra i famigliari stessi (la morte improvvisa del padre ne è un esempio, i famigliari pur se colpiti dalla cosa non sembrano aver subito il colpo e reagiscono comunque con il silenzio).

In ogni film di Haneke poi viene raccontata la violenza, tanto fisica quanto psicologica, insita nel sistema sociale raccontato. Una violenza mantenuta il più possibile invisibile quando il sistema funziona, ma nel momento in cui qualche pezzo viene perduto tutto diviene evidente. Proprio in questo film ogni sistema sociale viene perduto (per poi essere ricostruito in diversi tentativi di vita in comune, dall’isolamento egoistico del ragazzo al sistema estremamente gerarchico del gruppo di persone che abitano nella stazione, fino al sistema quasi socialista del gruppo che arriva in un secondo momento) e quello che ne viene fuori è la reazione scomposta di reazione dei vari personaggi (non si esageri nell’intendere la mia frase, non viene mai mostrato un solo momento di vera e propria anarchia, ogni film di Haneke è un’operazione matematica precisa e riproducibile). Su tutti spiccano ancora una volta l’omicidio del padre/marito tanto improvviso quanto immotivato nonché lo stupro silenzioso fatto in mezzo al gruppo dormiente.

Poi beh, Haneke si diverte a non spiegare mai nulla; non si sa assolutamente come origini il tutto ne è chiaro come finisca. D’altra parte il regista non punta a raccontare una storia compiuta, ma a mostrare una situazione, un ambiente.

PS: bravissima la Huppert che in ogni film riesce ad essere completamente diversa dal precedente (rimanendo in ambiente Haneke si veda, ad esempio, La pianista).

mercoledì 2 novembre 2011

L'inizio del cammino - Nicolas Roeg (1971)

(Walkabout)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Una ragazza ed il suo fratellino si ritrovano perduti n mezzo al deserto australiano a causa della follia del padre. Dopo una stentata sopravvivenza di qualche giorno incontreranno un giovane aborigeno, senza avere modo di comunicare verbalmente i 3 si metteranno in cammino insieme condividendo tutto.

Un film più sulla comunicazione ed i rapporti tra persone al netto delle sovrastrutture sociali (rappresentate dall’onnipresente rumore di fondo delle trasmissioni radiofoniche) realizzato con un gusto dell’immagine molto anni ’70 ma ancora efficace, con montaggio serrato, dettagli, fermo immagini (inutili), grandangoli e montaggio intellettuale, oltre ad un vero impegno nel descrivere lo scenario australiano ed un maniacale intento programmatico nel mostrare la fauna locale.
Il film non è esattamente un capolavoro, voglio dire, non intrattiene con spensieratezza, ma neppure risulta eccessivamente noioso. Senza che succeda molto si fa seguire senza troppi intoppi… direi che ridefinisce il concetto di noia…

Roeg dal canto suo si impegna a rendere immagini gratificanti in ogni scena, ma non è che in questo riesca molto; il suo vero successo non è quello di riuscire a comunicare con le inquadrature (il film ha pochissimi dialoghi, per lo più inutili), con le single immagini, ma parla attraverso l’accumulo di immagini. Il susseguirsi di paesaggi e animali, di dettagli dei corpi e inquadrature del sole acquisiscono un significato per il reiterarsi in rapporto con il trio di protagonisti.

martedì 1 novembre 2011

Ong bak 2, La nascita del dragone - Tony Jaa, Panna Rittikrai (2008)

(Ong bak 2)

Visto in DVD.
Ok, la storia stavolta cambia radicalmente dai primi film con Tony Jaa, stavolta nessuno ruba il Buddha/elefante a nessuno (c’è giusto un elefante nella battaglia finale), semplicemente Tony Jaa è un ragazzotto combattivo che ammazza i coccodrilli a uso ridere che viene adottato da dei briganti del luogo, ma che ha pure un passato tormentato fatto di famigliari uccisi dell’attuale re e da grandi amori mai sbocciati e bla bla bla.

Veniamo al punto. Se in un film di pacche ci sono poche pacche la cosa è piuttosto grave, ma quel che è peggio è che quelle poche che ci sono siano noiose/ridicole. Questo Ong Bak 2 ha l’indubbio vantaggio di riunire dentro di se tutti questi difetti, uniti ad una storia che non è più solo un pretesto per menare le mani (come era, molto onestamente, nel primo film), ma diventa pretesto per acchiappare fette di pubblico che comunque non andranno a vedere un film del genere.

Per carità è evidente che avevano un pacco di soldi in più, infatti la confezione è decisamente migliorata (il film è, tecnicamente, un film in costume), purtroppo devono aver speso tutto per gli orecchini d’oro dei protagonisti maschile e non è rimasto niente per le coreografie o la fantasia o la voglia di tirare grattoni.

Peccato.

PS: la lavorazione del film è alquanto gustosa, a quanto pare il povero Jaa ha litigato con il suo amichetto di sempre Pinkaew alla fine di The protector; quindi ha fatto armi e bagagli, si è trasferito dal sig. Rittikrai e si mette a girare il seguito di Ong bak. Quello che succede poi è storia; Jaa si sopravvaluta pensa di riuscire a far tutto invece no, da di matto, fugge frignando nella giungla, torna indietro frignando riesce con sforzo e fatica a finire il film… ma dura 4 ore e ha poco capo e poca coda. La produzione lo smezza e decide di fare seduta stante Ong bak 2 e 3 (ciò spiega l’eccezionale finale di questo in cui una voce fuori campo dichiara “Tony Jaa è morto, ma se unirete le vostre menti potrebbe rivivere. THE END. Applausi a scena aperta) e Tony Jaa si chiude in monastero.