(Revenant)
Visto su Netflix.
Selvaggio west (solo più a nord della media dei film di genere), lo scout di una spedizione rimane ferito da un orso, il gruppo lo lascia indietro accudito dal figlio (mezzo indiano) da un ragazzo e dall'uomo che lo odia di più (bella idea). L'antagonista ucciderà il figlio e abbandonerà l'uomo lasciando che freddo e animali facciano il lavoro sporco... spoiler, non lo faranno, e lui tornerà redivivo solo per ucciderlo.
Gigantesco e lussureggiante film di vendetta che impiega quasi un'ora per perpetrare l'abbrivio e il resto si dilunga i una lotta contro la natura per rimanere vivi.
Inutile nascondere che il pensiero viaggia subito a "Corvo rosso non avrai il mio scalpo", ma li differenzia la trofia, ipertrofico il film di Iñárritu, asciutto e diretto quello di Pollack.
Se il difetto è proprio nell'eccesso e nell'accumulo costante senza troppi motivi che gonfia il minutaggio in maniera artificiale; il film vince per il tono cupissimo che riesce a creare (dando vita ad un ambiente permeato dalla morte che viene dagli uomini, dagli animali, dal clima e dagli elementi naturali inerti) aumentando il titanismo dello scontro fra l'uomo e il resto del creato.
La messa in scena poi è perfetta (e con un'interesse maniacale alla verosimiglianza tramite CGI) per dare la giusta voce a questo scontro; una serie di inquadrature incredibili degli sfondi naturali (con l'occhio clinico di chi sa inserire ogni elemento su più piano) fotografato con Malick in mente (e infatti in entrambi c'è Lubezki).
Sineddoche del film la scena dello scontro iniziale con gli indiani, morte ovunque, che si muove senza un ordine preciso, fango, acqua alberi e frecce che trasudano violenza e che si muovono con il disinteresse e la rapidità di una valanga.
Fosse stato più stringato e con mezz'oretta in meno, sarebbe un film di vendetta perfetto.
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giovedì 15 ottobre 2020
giovedì 11 giugno 2020
La battaglia di Alamo - John Wayne (1960)
(The Alamo)
Visto su NowTv, in lingua originale sottotitolato.
Il racconto (che molti ci tengono a sottolineare essere non accurato dal punto di vista storico... ma va?!) delle vicende che hanno portato i colonnello Bowie e il più noto Davy Crockett a combattere dentro a Fort Alamo per dare il tempo all'esercito texano (all'epoca parte del Messico) di organizzarsi per combattere quello messicano ufficiale. Il sacrificio di meno di 200 persone per dare il tempo ad altri di vincere.
Fortemente voluto da John Wayne per anni questo è il primo (di due) film da lui interpretato, diretto e prodotto. Fu un investimento gigantesco e un fiasco al botteghino che precluse a Wayne di bissare per quasi un decennio.
Il film è un polpettone sentimentale (in senso di sentimenti machisti, poco romanticismo) inserito nel genere western classicissimo che di li a pochi anni sarebbe stato buttato a gambe all'aria da Leone.
Enfatico nei toni e manierista nella recitazione (bisogna riconoscere a Wayne di essere quello più controllato, ma d'altra parte lui è stato uno dei più grandi caratteristi d sempre) è un inno al cinema più passatista e patriottico che sarebbe stato accettabile almeno dieci anni prima o più.
Posto tutto questo rimane un film molto godibile.
Accettando che la battaglia vera e propria sia solo negli ultimi 10 minuti (ma è solo il titolo italiano che è fuorviante) è un film classicheggiante che nelle sue due ore e mezza si concede solo un paio di momenti di stanchezza.
Togliendo infatti i due o tre monologhi più patetici (su tutti quello di Wayne al fiume con la donna che manderà via) il film si muove con un ritmo costante, rilassato, ma preciso, intrattiene con garbo, diverte il giusto e mette insieme i pezzi giusti per arrivare al climax finale.
In verità, in tutto questo marasma di già visto, è affascinante che il film su Alamo sia un gioco a tre fra i colonnelli, un film con intrighi di palazzo (poco elaborati) e diplomazia (sempre con piglio divertito), dopo circa un'ora si avvicina a una "La sfida del samurai" scanzonata.
PS: un encomio agli sceneggiatori che hanno dovuto inventarsi tre morti eroiche senza che ognuna facesse sfigurare quella degli altri.
Visto su NowTv, in lingua originale sottotitolato.
Il racconto (che molti ci tengono a sottolineare essere non accurato dal punto di vista storico... ma va?!) delle vicende che hanno portato i colonnello Bowie e il più noto Davy Crockett a combattere dentro a Fort Alamo per dare il tempo all'esercito texano (all'epoca parte del Messico) di organizzarsi per combattere quello messicano ufficiale. Il sacrificio di meno di 200 persone per dare il tempo ad altri di vincere.
Fortemente voluto da John Wayne per anni questo è il primo (di due) film da lui interpretato, diretto e prodotto. Fu un investimento gigantesco e un fiasco al botteghino che precluse a Wayne di bissare per quasi un decennio.
Il film è un polpettone sentimentale (in senso di sentimenti machisti, poco romanticismo) inserito nel genere western classicissimo che di li a pochi anni sarebbe stato buttato a gambe all'aria da Leone.
Enfatico nei toni e manierista nella recitazione (bisogna riconoscere a Wayne di essere quello più controllato, ma d'altra parte lui è stato uno dei più grandi caratteristi d sempre) è un inno al cinema più passatista e patriottico che sarebbe stato accettabile almeno dieci anni prima o più.
Posto tutto questo rimane un film molto godibile.
Accettando che la battaglia vera e propria sia solo negli ultimi 10 minuti (ma è solo il titolo italiano che è fuorviante) è un film classicheggiante che nelle sue due ore e mezza si concede solo un paio di momenti di stanchezza.
Togliendo infatti i due o tre monologhi più patetici (su tutti quello di Wayne al fiume con la donna che manderà via) il film si muove con un ritmo costante, rilassato, ma preciso, intrattiene con garbo, diverte il giusto e mette insieme i pezzi giusti per arrivare al climax finale.
In verità, in tutto questo marasma di già visto, è affascinante che il film su Alamo sia un gioco a tre fra i colonnelli, un film con intrighi di palazzo (poco elaborati) e diplomazia (sempre con piglio divertito), dopo circa un'ora si avvicina a una "La sfida del samurai" scanzonata.
PS: un encomio agli sceneggiatori che hanno dovuto inventarsi tre morti eroiche senza che ognuna facesse sfigurare quella degli altri.
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venerdì 26 ottobre 2018
Kill Bill: Vol. 2 - Quentin Tarantino (2004)
(Id.)
Visto in DVD in lingua originale sottotitolato in spagnolo.
"Kill Bill" l'ho visto al cinema e da allora l'ho visto oltre la decina di volte, ma in effetti non mi era mai capitato di vedere il secondo senza vedere prima il Vol.1.
Questo secondo capitolo si caratterizza per un ritmo più rilassato, una predominanza dei dialoghi sull'azione e su una sorta di resa di conti interna ai vari personaggi. Le dinamiche tra i vari caratteri permettono alla vicenda di avere dinamismo senza scadere nel già visto (la sposa non arriverà a uccidere tutti e non è infallibile), assieme alla divisione in capitolo senza ordine cronologico è il vero motore del movimento interno del film.
Il chiacchiericcio (che ha fatto allontanare diverse persone dal film) è anche questo un buon sistema per non diventare la fotocopia del primo, mentre lo scontro finale tutto giocato sui dialoghi, pur essendo un poco frustrante, riesce a rendere il climax che con uno scontro "normale" si sarebbe rischiato di sprecare; in poche parole, quanto difficile è rendere lo scontro finale dopo 4 ore di hype? Tarantino supera il problema con uno showdown emotivo e un duello di parole.
In ogni caso i momenti d'azione non mancano, lo scontro de La sposa con Elle dentro la roulotte è obiettivamente bellissimo (da applausi la parte iniziale in cui Elle non riesce a estrarre la katana) e la breve scaramuccia tra La sposa e Bill entrambi da seduti è un magnifico momento di giocoleria marziale.
L'estetica rimane quella altissima di Tarantino che, per questa coppia di film, raggiunge vette incredibile, semplicemente più polverosa e accaldata per l'ambientazione western. Ecco lo switch principale tra i due film, lo sanno anhce i sassi, è questo passaggio dal wuxia al western. Al di là delle citazioni dirette e ossessive ("Sentieri selvaggi" e Morricone sono presenze costanti) e quelle più sottili e spesse volte forzate; al di là di tutto questo quello che rimane è lo spirito di "Duello al sole", base americana per ogni film di amore e odio (in stile western) che sarebbe scontato ritenere il padre putativo di questo "Kill Bill: Vol. 2", ma che rimane sottotraccia per il dinamismo della trama riuscendo però a esplodere enormemnte nello showdown finale (per questo così efficace) esemplificato dal perfetto primissimo piano piano di Uma Thurman mentre abbraccia sua figlia guardando Bill, un misto di amore e rabbia che sarebbe da mettere in un museo.
Dopo molte visioni per la prima volta mi è sembrato di vedere qualche momento di invecchiamento del film, in alcuni abiti della Thurman ancora anni '90 così come in certe dissolvenze incrociate; ammesso che ciò sia vero (e non una scleta precisa), rimane comunque un film senza tempo, un film magnifico che ha da invidiare al primo le coreografie quanto il primo deve invidiare a questo i dialoghi.
Visto in DVD in lingua originale sottotitolato in spagnolo.
"Kill Bill" l'ho visto al cinema e da allora l'ho visto oltre la decina di volte, ma in effetti non mi era mai capitato di vedere il secondo senza vedere prima il Vol.1.
Questo secondo capitolo si caratterizza per un ritmo più rilassato, una predominanza dei dialoghi sull'azione e su una sorta di resa di conti interna ai vari personaggi. Le dinamiche tra i vari caratteri permettono alla vicenda di avere dinamismo senza scadere nel già visto (la sposa non arriverà a uccidere tutti e non è infallibile), assieme alla divisione in capitolo senza ordine cronologico è il vero motore del movimento interno del film.
Il chiacchiericcio (che ha fatto allontanare diverse persone dal film) è anche questo un buon sistema per non diventare la fotocopia del primo, mentre lo scontro finale tutto giocato sui dialoghi, pur essendo un poco frustrante, riesce a rendere il climax che con uno scontro "normale" si sarebbe rischiato di sprecare; in poche parole, quanto difficile è rendere lo scontro finale dopo 4 ore di hype? Tarantino supera il problema con uno showdown emotivo e un duello di parole.
In ogni caso i momenti d'azione non mancano, lo scontro de La sposa con Elle dentro la roulotte è obiettivamente bellissimo (da applausi la parte iniziale in cui Elle non riesce a estrarre la katana) e la breve scaramuccia tra La sposa e Bill entrambi da seduti è un magnifico momento di giocoleria marziale.
L'estetica rimane quella altissima di Tarantino che, per questa coppia di film, raggiunge vette incredibile, semplicemente più polverosa e accaldata per l'ambientazione western. Ecco lo switch principale tra i due film, lo sanno anhce i sassi, è questo passaggio dal wuxia al western. Al di là delle citazioni dirette e ossessive ("Sentieri selvaggi" e Morricone sono presenze costanti) e quelle più sottili e spesse volte forzate; al di là di tutto questo quello che rimane è lo spirito di "Duello al sole", base americana per ogni film di amore e odio (in stile western) che sarebbe scontato ritenere il padre putativo di questo "Kill Bill: Vol. 2", ma che rimane sottotraccia per il dinamismo della trama riuscendo però a esplodere enormemnte nello showdown finale (per questo così efficace) esemplificato dal perfetto primissimo piano piano di Uma Thurman mentre abbraccia sua figlia guardando Bill, un misto di amore e rabbia che sarebbe da mettere in un museo.
Dopo molte visioni per la prima volta mi è sembrato di vedere qualche momento di invecchiamento del film, in alcuni abiti della Thurman ancora anni '90 così come in certe dissolvenze incrociate; ammesso che ciò sia vero (e non una scleta precisa), rimane comunque un film senza tempo, un film magnifico che ha da invidiare al primo le coreografie quanto il primo deve invidiare a questo i dialoghi.
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lunedì 11 giugno 2018
L'uomo dai setti capestri - John Huston (1972)
(The Life and Times of Judge Roy Bean)
Visto in Dvx.
Un fuorilegge fugge al di là del confine degli USA nella terra di nessuno dove costruisce una città sotto la propria giurisprudenza. Giudice e tenutario del saloon, ma anche eminenza grigia dietro alle esistenze e ai gusti di tutti.
Film su un self made man estremo e folle scritto da John Milius (e nel plot si sente la sua presenza), ma virato verso la commedia dalla mano pesante di un Huston che si mette in secondo piano nella sua regia ottima, ma senza svolazzi. Il risultato finale disgustò Milius (lui voleva lacrime e sangue), ma non può che soddisfare lo spettatore.
L'effetto è quello di una farsa allucinata appena al di qua dal distruggere la sospensione dell'incredulità. Non è un western è un film su un uomo larger than life fuori posto in ogni società che si crea la propria società fuori posto anch'essa e che sopravviverà a tutto, ma non alla modernità che ingloberà tutto.
Il film permette a un Paul Newman perfetto per la parte di gigioneggiare come se non ci fosse un domani e, nonostante questo, di risultare perfetto per la parte.
La sceneggiatura, anche se enormemente cambiata presenta il suo punto di forza (oltre che nel personaggio principale) nei dialoghi, divertenti, rapidi e modernissimi.
Un film che è una sorpresa allucinata e non un western bello, ma canonico, come ci si aspetterebbe.
Finale al fulmicotone che è l'apocalisse di un mondo, più che l'ultimo fuoco dello stesso.
Visto in Dvx.
Un fuorilegge fugge al di là del confine degli USA nella terra di nessuno dove costruisce una città sotto la propria giurisprudenza. Giudice e tenutario del saloon, ma anche eminenza grigia dietro alle esistenze e ai gusti di tutti.
Film su un self made man estremo e folle scritto da John Milius (e nel plot si sente la sua presenza), ma virato verso la commedia dalla mano pesante di un Huston che si mette in secondo piano nella sua regia ottima, ma senza svolazzi. Il risultato finale disgustò Milius (lui voleva lacrime e sangue), ma non può che soddisfare lo spettatore.
L'effetto è quello di una farsa allucinata appena al di qua dal distruggere la sospensione dell'incredulità. Non è un western è un film su un uomo larger than life fuori posto in ogni società che si crea la propria società fuori posto anch'essa e che sopravviverà a tutto, ma non alla modernità che ingloberà tutto.
Il film permette a un Paul Newman perfetto per la parte di gigioneggiare come se non ci fosse un domani e, nonostante questo, di risultare perfetto per la parte.
La sceneggiatura, anche se enormemente cambiata presenta il suo punto di forza (oltre che nel personaggio principale) nei dialoghi, divertenti, rapidi e modernissimi.
Un film che è una sorpresa allucinata e non un western bello, ma canonico, come ci si aspetterebbe.
Finale al fulmicotone che è l'apocalisse di un mondo, più che l'ultimo fuoco dello stesso.
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mercoledì 18 aprile 2018
Il tesoro della Sierra Madre - John Huston (1948)
(The Treasure of the Sierra Madre)
Visto in Dvx.
Una coppia di americani senza soldi decide di associarsi con un vecchio conosciuto in una paese messicano per mettersi a cercare oro nelle montagne. Nonostante il vecchio li avesse messi in guardia circa i rischi del mestiere (la fame d'oro che porta tutti a dubitare di tutti) si mettono in marcia; ovviamente il vecchio avrà ragione.
Huston confeziona un perfetto film d'avventura dall'andamento più da commedia che da dramma, ma dai risvolti tragici (anche se sarebbe meglio definirli amari).
Se l'effetto finale non è memorabile come altre opere del periodo, sicuramente il film gode di un ritmo perfetto, con un susseguirsi di eventi disgiunti, ma a ritmo continuo che non riescono mai a far cadere l'attenzione. L'interesse per la commedia aiuta a rendere gradevole l'insieme, ma los cavo psicologico è aiutato dal sottotesto melodrammatico che esplode in un finale beffardo (anche se speranzoso) ai limiti del noiresco.
La regia ben calibrata aiuta senza svolazzi eccessivi, ma con il solito occhio attento, soprattutto nei confronto della profondità di campo.
Il cast è tutto tra il buono e l'impeccabile, con un Bogart in grande spolvero in una parte (finalmente) non noir; credibile, ampio nella gamma di emozioni e sempre sul pezzo da vita a una delle sue interpretazioni migliori.
Visto in Dvx.
Una coppia di americani senza soldi decide di associarsi con un vecchio conosciuto in una paese messicano per mettersi a cercare oro nelle montagne. Nonostante il vecchio li avesse messi in guardia circa i rischi del mestiere (la fame d'oro che porta tutti a dubitare di tutti) si mettono in marcia; ovviamente il vecchio avrà ragione.
Huston confeziona un perfetto film d'avventura dall'andamento più da commedia che da dramma, ma dai risvolti tragici (anche se sarebbe meglio definirli amari).
Se l'effetto finale non è memorabile come altre opere del periodo, sicuramente il film gode di un ritmo perfetto, con un susseguirsi di eventi disgiunti, ma a ritmo continuo che non riescono mai a far cadere l'attenzione. L'interesse per la commedia aiuta a rendere gradevole l'insieme, ma los cavo psicologico è aiutato dal sottotesto melodrammatico che esplode in un finale beffardo (anche se speranzoso) ai limiti del noiresco.
La regia ben calibrata aiuta senza svolazzi eccessivi, ma con il solito occhio attento, soprattutto nei confronto della profondità di campo.
Il cast è tutto tra il buono e l'impeccabile, con un Bogart in grande spolvero in una parte (finalmente) non noir; credibile, ampio nella gamma di emozioni e sempre sul pezzo da vita a una delle sue interpretazioni migliori.
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venerdì 15 settembre 2017
Butch Cassidy - George Roy Hill (1969)
(Butch Cassidy and the Sundance Kid)
Visto in DVD.
Una coppia di banditi, dalla pistola infallibile, vengono traditi dalla loro stessa banda, ed essendo i più ricercati in diversi stati, viene messo alle loro calcagna il più coriaceo gruppo di sceriffi e guide indiane. Per poter sfuggire loro dovranno andarsene in Bolivia dove li attenderà un glorioso (non epr forza positivo) epilogo.
Film gradevolissimo che dimostra come, dopo l'avvento del western crepuscolare e dello spaghetti western degli anni '60 il genere cominciò una nuova vita sperimentando tutte le contaminazioni più ardite. "Piccolo grande uomo" è una parodia del western classico, "Corvo Rosso" un film larger than life che infarcisce una storia western di commedia, dramma e superomismo alla maniera di Milius; qui invece Hill realizza un godibilissimo buddy movie in ambiente westernato.
La regia vorrebbe ssere originale e azzecca diverse idee. Grande uso dei carrelli e di piccoli movimenti di macchina (bellissima, la semplice sequenza della bicicletta vista attraverso la staccionata), gioca con la messa e fuoco, ma utilizzando sempre una fotografia ottimale; inoltre si diverte a trattare l'inquadratura trasformandola di volta in volta in un finto film muto (solo per la qualità della pellicola, visto che la regia del film muto sarebbe modernissima), utilizzando il viraggio in seppia o un'intera sequenza realizzata solo con delle fotografie.
Il film vince molto con la costruzione dei due personaggi, divertenti, impeccabili e sfrontati il giusto, guadagna dalla performance del duo principale , soprattutto da Newman (ovvio, dunque, la riconferma dei due come protagonisti de "La stangata" sempre di Hill).
Il film, però, perde qualcosa per la durata, per la trama che la tira troppo per le lunghe, per il ritmo che cede al minutaggio.
Visto in DVD.
Una coppia di banditi, dalla pistola infallibile, vengono traditi dalla loro stessa banda, ed essendo i più ricercati in diversi stati, viene messo alle loro calcagna il più coriaceo gruppo di sceriffi e guide indiane. Per poter sfuggire loro dovranno andarsene in Bolivia dove li attenderà un glorioso (non epr forza positivo) epilogo.
Film gradevolissimo che dimostra come, dopo l'avvento del western crepuscolare e dello spaghetti western degli anni '60 il genere cominciò una nuova vita sperimentando tutte le contaminazioni più ardite. "Piccolo grande uomo" è una parodia del western classico, "Corvo Rosso" un film larger than life che infarcisce una storia western di commedia, dramma e superomismo alla maniera di Milius; qui invece Hill realizza un godibilissimo buddy movie in ambiente westernato.
La regia vorrebbe ssere originale e azzecca diverse idee. Grande uso dei carrelli e di piccoli movimenti di macchina (bellissima, la semplice sequenza della bicicletta vista attraverso la staccionata), gioca con la messa e fuoco, ma utilizzando sempre una fotografia ottimale; inoltre si diverte a trattare l'inquadratura trasformandola di volta in volta in un finto film muto (solo per la qualità della pellicola, visto che la regia del film muto sarebbe modernissima), utilizzando il viraggio in seppia o un'intera sequenza realizzata solo con delle fotografie.
Il film vince molto con la costruzione dei due personaggi, divertenti, impeccabili e sfrontati il giusto, guadagna dalla performance del duo principale , soprattutto da Newman (ovvio, dunque, la riconferma dei due come protagonisti de "La stangata" sempre di Hill).
Il film, però, perde qualcosa per la durata, per la trama che la tira troppo per le lunghe, per il ritmo che cede al minutaggio.
In definitiva un esperimento ben riuscito, un film estremamente gradevole, ma non è
il capolavoroi di cui ho letto in giro.
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domenica 11 giugno 2017
Corvo Rosso non avrai il mio scalpo - Sydney Pollack (1972)
(Jeremiah Johnson)
Visto in Dvx.
Un ex militare si rifugia nel west inesplorato degli USA per ricostruirsi una vita in un ambiente selvaggio, ma indipendente. Dopo un laborioso apprendistato e la costruzione di una famiglia involontaria (una moglie "regalata" da un capo indiano e un figlio "adottato" dopo averlo trovato in casa con il cadavere del padre e in mano a una madre pazza) sembrerà aver trovato un suo posto nel mondo. La distruzione di tutto quello che si era costruito per mano di un gruppo di indiani lo scatenerà in una follia di vendetta estrema.
Tratto da una leggenda locale (in teoria una storia vera, ma data la distanza temporale e i contorni mitici direi che ormai è più nella leggenda che nei libri di storia) questo è un western che definire atipico è un eufemismo.
Sceneggiato da un Milius muscolare, ma stemperato da (ampi) stralci del plot originale e addolcito dalla regia serafica di Pollack, il risultato finale poteva essere facilmente un'oscenità; invece miracolosamente il film funziona.
La prima metà è un ironico road movie ambientato nel west; la seconda diventa un dramma di vendetta, poco sanguinario, ma molto emotivo. Entrambe le parti sono ampiamente descritte con totali o campi lunghi, con costruzioni sceniche pittoriche (inficiate solo dalla scarsa qualità della pellicola utilizzata in quegli anni).
Ma dove la manona pesante di Milius si riesce ancora a vedere (nonostante le ampie modifiche del testo originale) è dove il film rende di più. I rapporti nel west più selvaggio sono onesti e di virile affetto. La dignità viene equamente divisa fra tutti i conterranei, fra i nativi americani (attenzione però, non c'è una ragione attribuita a loro aprioristicamente e neppure una lacrimevole pietà) che vengono mostrati come popoli guerrieri con regole ed etica; fra gli esploratori solitari, che sono uomini veri che cercano una vita più autentica abbandonando la città; ma anche fra l'esercito degli
USA (la cavalleria che va ad aiutare la carovana bloccata e che per farlo deve passare in un cimitero indiano), un mondo ancora puro, non fatto di ordini, ma di doveri morali e rispetto.
Un film che riesce a essere divertente e profondamente etico, con un finale poetico e dalle pretese enormi che vengono immancabilmente centrate.
Visto in Dvx.
Un ex militare si rifugia nel west inesplorato degli USA per ricostruirsi una vita in un ambiente selvaggio, ma indipendente. Dopo un laborioso apprendistato e la costruzione di una famiglia involontaria (una moglie "regalata" da un capo indiano e un figlio "adottato" dopo averlo trovato in casa con il cadavere del padre e in mano a una madre pazza) sembrerà aver trovato un suo posto nel mondo. La distruzione di tutto quello che si era costruito per mano di un gruppo di indiani lo scatenerà in una follia di vendetta estrema.
Tratto da una leggenda locale (in teoria una storia vera, ma data la distanza temporale e i contorni mitici direi che ormai è più nella leggenda che nei libri di storia) questo è un western che definire atipico è un eufemismo.
Sceneggiato da un Milius muscolare, ma stemperato da (ampi) stralci del plot originale e addolcito dalla regia serafica di Pollack, il risultato finale poteva essere facilmente un'oscenità; invece miracolosamente il film funziona.
La prima metà è un ironico road movie ambientato nel west; la seconda diventa un dramma di vendetta, poco sanguinario, ma molto emotivo. Entrambe le parti sono ampiamente descritte con totali o campi lunghi, con costruzioni sceniche pittoriche (inficiate solo dalla scarsa qualità della pellicola utilizzata in quegli anni).
Ma dove la manona pesante di Milius si riesce ancora a vedere (nonostante le ampie modifiche del testo originale) è dove il film rende di più. I rapporti nel west più selvaggio sono onesti e di virile affetto. La dignità viene equamente divisa fra tutti i conterranei, fra i nativi americani (attenzione però, non c'è una ragione attribuita a loro aprioristicamente e neppure una lacrimevole pietà) che vengono mostrati come popoli guerrieri con regole ed etica; fra gli esploratori solitari, che sono uomini veri che cercano una vita più autentica abbandonando la città; ma anche fra l'esercito degli
USA (la cavalleria che va ad aiutare la carovana bloccata e che per farlo deve passare in un cimitero indiano), un mondo ancora puro, non fatto di ordini, ma di doveri morali e rispetto.
Un film che riesce a essere divertente e profondamente etico, con un finale poetico e dalle pretese enormi che vengono immancabilmente centrate.
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lunedì 27 marzo 2017
Piccolo grande uomo - Arthur Penn (1970)
(Little big man)
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.
La vita di un bambino sopravvissuto ad un massacro da parte degli indiani da cui verrà adottato; da ragazzo sopravviverà a un attacco da parte degli statunitensi e verrà riportato alla civiltà; la sue esistenza sarà un continuo cambio di residenza fra questi due mondi, fino alla battaglia di Little Big Horn.
Uscito lo stesso anno di "Soldato blu", "Piccolo grande uomo" condivide con quello il punto di vista inedito sugli indiani d'America. Non più i nemici senza volto che assaltano le diligenze nei film di John Wayne, ma dei personaggi a tutto tondo, con una certa dose d'attenzione maggiore verso le vessazioni subite. Certo, al giorno d'oggi è quasi banale l'immagine del vecchio capo indiano saggio e bonario, ma è nata in questo anno.
Personalmente non sono mai stato appassionato al genere declinato in questa ottica e ho impiegato molto tempo prima di vedere questo film; ed è stato uno sbaglio. Questo film aveva per me un'aura seriosa ed epica che in realtà non possiede. Questo film è una splendida satira nei confronti dell'epica del west sotto ogni punto di vista; nessuno si salva; da Custer (che è un pallone gonfiato, buffo e arrogante coglione) agli indiani stessi (dove younger bear è il primo nemico del protagonista, ma si rivela un relief comico con picchi di assurdo) tutti sono sfottuti. Viene mantenuta un manto di serietà solo per il vecchio indiano e per i momenti maggiormente crudi del finale; ma fino a quel momento anche i massacri sono fatti con un piglio strafottente (si pensi all'assalto della diligenza iniziale).
Se si considera poi che questo è un film di oltre due ore che scorre senza mai stancarsi, significa che c'è una capacità di raccontare notevolissima; purtroppo Arthur Penn è uno di quei registi che, nonostante diversi tentativi, ho sempre evitato per pure fatalità; ora mi toccherà recuperarlo.
Belle alcune sequenze, soprattutto quelle di sesso (sempre nascosto, come quello della signora Pendrake di cui si vedono solo i piedi o i fade out con inquadrature dall'alto del protagonista che si concede alle tre sorelle della moglie) o di seduzione (tra cui la scena del re-incontro con Mrs Pendrake che cita "Il laureato").
Simaptico, divertente e regge ancora una visione.
Uscito lo stesso anno di "Soldato blu", "Piccolo grande uomo" condivide con quello il punto di vista inedito sugli indiani d'America. Non più i nemici senza volto che assaltano le diligenze nei film di John Wayne, ma dei personaggi a tutto tondo, con una certa dose d'attenzione maggiore verso le vessazioni subite. Certo, al giorno d'oggi è quasi banale l'immagine del vecchio capo indiano saggio e bonario, ma è nata in questo anno.
Personalmente non sono mai stato appassionato al genere declinato in questa ottica e ho impiegato molto tempo prima di vedere questo film; ed è stato uno sbaglio. Questo film aveva per me un'aura seriosa ed epica che in realtà non possiede. Questo film è una splendida satira nei confronti dell'epica del west sotto ogni punto di vista; nessuno si salva; da Custer (che è un pallone gonfiato, buffo e arrogante coglione) agli indiani stessi (dove younger bear è il primo nemico del protagonista, ma si rivela un relief comico con picchi di assurdo) tutti sono sfottuti. Viene mantenuta un manto di serietà solo per il vecchio indiano e per i momenti maggiormente crudi del finale; ma fino a quel momento anche i massacri sono fatti con un piglio strafottente (si pensi all'assalto della diligenza iniziale).
Se si considera poi che questo è un film di oltre due ore che scorre senza mai stancarsi, significa che c'è una capacità di raccontare notevolissima; purtroppo Arthur Penn è uno di quei registi che, nonostante diversi tentativi, ho sempre evitato per pure fatalità; ora mi toccherà recuperarlo.
Belle alcune sequenze, soprattutto quelle di sesso (sempre nascosto, come quello della signora Pendrake di cui si vedono solo i piedi o i fade out con inquadrature dall'alto del protagonista che si concede alle tre sorelle della moglie) o di seduzione (tra cui la scena del re-incontro con Mrs Pendrake che cita "Il laureato").
Simaptico, divertente e regge ancora una visione.
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venerdì 6 novembre 2015
Il mio corpo ti scalderà - Howard Hughes (1943)
(The outlaw)
Visto in Dvx.
La storia di Pat Garrett e Billy the Kid rivisitata per farli diventare due uomini che combattono per un'amicizia distrutta e che verranno a compromessi. Nel mezzo una donna che ama le scollature per tenere desta l'attenzione.
Hughes dirige un western basato su una storia mitica, ma in veste atipica, come una commedia delle parti con un sottotesto omosessuale (l'affetto di Garrett per Doc che scatena tutta la vicenda raggiunge picchi di parossismo che non sembra scaturire dalla semplice amicizia) e un vago disprezzo (o quanto meno fastidio) per la presenza, sessualmente ingombrante, delle donne (beh, della donna).
Da parte sua, alla seconda regia, Hughes muove bene la macchina da presa sui dettagli che gli interessano (l'incipit con la porta dello sceriffo, la partita di poker), usa le ombre per nascondere quello che non può mostrare (la colluttazione nella stalla... e quello che ne segue)... va detto che Hawks aiutò nella regia pur senza accreditamento finale; e direi che è credibilissimo.
Nonostante la ripetitività della trama (è un continuo allontanarsi e riavvicinarsi) e i continui mix di toni (dramma virile, storia d'amore, commedia, western) il film si muove bene e non annoia mai; ma non riesco a non considerarlo ingenuo e superficiale, una sorta di farsa sul genere.
Titolo italiano che, pur parlando di una sequenza marginale, coglie perfettamente il senso del film che ebbe problemi di censura (da vedere "The aviator" per conoscere la versione scorsesiana della scollatura della Russell).
Visto in Dvx.
La storia di Pat Garrett e Billy the Kid rivisitata per farli diventare due uomini che combattono per un'amicizia distrutta e che verranno a compromessi. Nel mezzo una donna che ama le scollature per tenere desta l'attenzione.
Hughes dirige un western basato su una storia mitica, ma in veste atipica, come una commedia delle parti con un sottotesto omosessuale (l'affetto di Garrett per Doc che scatena tutta la vicenda raggiunge picchi di parossismo che non sembra scaturire dalla semplice amicizia) e un vago disprezzo (o quanto meno fastidio) per la presenza, sessualmente ingombrante, delle donne (beh, della donna).
Da parte sua, alla seconda regia, Hughes muove bene la macchina da presa sui dettagli che gli interessano (l'incipit con la porta dello sceriffo, la partita di poker), usa le ombre per nascondere quello che non può mostrare (la colluttazione nella stalla... e quello che ne segue)... va detto che Hawks aiutò nella regia pur senza accreditamento finale; e direi che è credibilissimo.
Nonostante la ripetitività della trama (è un continuo allontanarsi e riavvicinarsi) e i continui mix di toni (dramma virile, storia d'amore, commedia, western) il film si muove bene e non annoia mai; ma non riesco a non considerarlo ingenuo e superficiale, una sorta di farsa sul genere.
Titolo italiano che, pur parlando di una sequenza marginale, coglie perfettamente il senso del film che ebbe problemi di censura (da vedere "The aviator" per conoscere la versione scorsesiana della scollatura della Russell).
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venerdì 19 settembre 2014
Sfida infernale - John Ford (1946)
(My darling Clementine)
Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.
La storia di Wyatt Earp e dei suoi fratelli; giunti a Tombstone con la loro mandria saranno derubati ed il più giovane verrà ucciso; Wyatt diventerà sceriffo per trovare gli assassini, nel frattempo si legherà ad un tormentato (e solo parzialmente onesto) Doc Holliday.
Un film western che ha l'andamento calmo e sicuro del classico con poche idee nuove, in realtà del western canonico centra poco; anzi a dirla tutta del western in generale ha poco. La sparatoria finale (quella sfida all'O.K. Corral che qui viene portata sullo schermo per la prima volta) è solo il pretesto per far finire alcuni personaggi, per far muovere il protagonista in quell'ambiente e, credo, anche per giustificare l'ambientazione di frontiera; tutto si conclude in 10 minuti. Il resto del film è il rapporto conflittuale di amicizia virile fra il classico impeccabile protagonista americano e un poco di buono locale con più scheletri che armadi, ma fortemente morale.
Se le battute migliori (e quelle più divertenti) sono tutte di Fonda, l'unico personaggio con un minimo di spessore è quello di Mature (che mi sconvolge non vedere con addosso una tunica)... va detto che comunque non ce n'è per nessuno, Fonda si mangia tutti a uso ridere.
Il film è gradevolissimo nello sviluppo e nel ritmo e riesce magistralmente a gestire le luci e le ombre (soprattutto nelle scene in notturna) dimostrando le capacità di un ottimo John Ford.
Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.
La storia di Wyatt Earp e dei suoi fratelli; giunti a Tombstone con la loro mandria saranno derubati ed il più giovane verrà ucciso; Wyatt diventerà sceriffo per trovare gli assassini, nel frattempo si legherà ad un tormentato (e solo parzialmente onesto) Doc Holliday.
Un film western che ha l'andamento calmo e sicuro del classico con poche idee nuove, in realtà del western canonico centra poco; anzi a dirla tutta del western in generale ha poco. La sparatoria finale (quella sfida all'O.K. Corral che qui viene portata sullo schermo per la prima volta) è solo il pretesto per far finire alcuni personaggi, per far muovere il protagonista in quell'ambiente e, credo, anche per giustificare l'ambientazione di frontiera; tutto si conclude in 10 minuti. Il resto del film è il rapporto conflittuale di amicizia virile fra il classico impeccabile protagonista americano e un poco di buono locale con più scheletri che armadi, ma fortemente morale.
Se le battute migliori (e quelle più divertenti) sono tutte di Fonda, l'unico personaggio con un minimo di spessore è quello di Mature (che mi sconvolge non vedere con addosso una tunica)... va detto che comunque non ce n'è per nessuno, Fonda si mangia tutti a uso ridere.
Il film è gradevolissimo nello sviluppo e nel ritmo e riesce magistralmente a gestire le luci e le ombre (soprattutto nelle scene in notturna) dimostrando le capacità di un ottimo John Ford.
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lunedì 5 maggio 2014
El topo - Alejandro Jodorowsky (1970)
(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
Un pistolero salva un gruppo di frati da 5 banditi, li abbandona il figlio per prendere con se la donna del capo dei banditi. Persi in mezzo al deserto la donna chiede al pistolero di battere i 4 maestri nell'arte del duello che li vivono. Il pistolero accetta e riuscirà a vincerli tutti tranne l'ultimo che si opporrà al duello. Sconfitto fuggirà, sarà inseguito e colpito a morte. Ancora vivo, in realtà, verrà soccorso da un gruppo di freaks che lo porteranno nella loro città sotterranea dove rimarrà in coma per anni e loro lo adoreranno come un loro dio. una volta rinvenuto uscirà dalla città sotterranea con una nana per aprire (da fuori) una galleria per permettere a tutti di uscire ed entrare nella città vicina. Ma proprio nella città vicina entrerà in contatto con il peggio creato dall'uomo, e li incontrerà il figlio abbandonato.
Film western (biblico) surrealista più che surreale. Una storia simbolica fino all'eccesso, dove tutto è prepotentemente simbolo (oggi definibile new age, ma all'epoca stava tra l'hippie e l'originale), spesse volte comprensibile, molte altre personale del regista. Per essere un film surrealista di 2 ore è incredibilmente godibile, grazie ad una storia fatta di personaggi strani, ma assolutamente lineare nello sviluppo, latita solo un po nel ritmo.
Jodorowsky dimostra, come regista, di aver visto Sergio Leone, ma di utilizzarlo il meno possibile. Per il resto si dimostra un ottimo disegnatore di immagini, con i mezzi a disposizione, tira fuori alcuni shot notevolissimi (il colonnello nella stanza circolare dell'inizio, quasi tutta la preparazione del primo maestro al duello, i conigli morti nel recinto, tutto l'incredibile incipit), un personaggio epico nel suo essere un filosofo/frate/pistolero silenzioso e una serie di sequenze incredibili per forza e visione (per me su tutte vince la roulette russa in chiesa per dimostrare la fede). A questo si aggiunge una certa immobilità della macchina da presa compensata da un montaggio sincopato utilizzato al posto dei movimenti (carrellate all'indietro sostituite con zoom negativi, montaggio parallelo di scene in sequenza). Quello che manca è una maggior cura nella fotografia.
Esperimento riuscito.
PS: El topo è interpretato dal Jodorwsky stresso ed il bimbo dell'incipit da suo figlio; anni dopo il regista (poeta, filosofi, psicologo, ecc...) sarà costretto a sottoporre il primogenito ad un atto di psicomagia per chiudere la ferita aperta da quello che viene obbligato a fare nel film. True story.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
Un pistolero salva un gruppo di frati da 5 banditi, li abbandona il figlio per prendere con se la donna del capo dei banditi. Persi in mezzo al deserto la donna chiede al pistolero di battere i 4 maestri nell'arte del duello che li vivono. Il pistolero accetta e riuscirà a vincerli tutti tranne l'ultimo che si opporrà al duello. Sconfitto fuggirà, sarà inseguito e colpito a morte. Ancora vivo, in realtà, verrà soccorso da un gruppo di freaks che lo porteranno nella loro città sotterranea dove rimarrà in coma per anni e loro lo adoreranno come un loro dio. una volta rinvenuto uscirà dalla città sotterranea con una nana per aprire (da fuori) una galleria per permettere a tutti di uscire ed entrare nella città vicina. Ma proprio nella città vicina entrerà in contatto con il peggio creato dall'uomo, e li incontrerà il figlio abbandonato.
Film western (biblico) surrealista più che surreale. Una storia simbolica fino all'eccesso, dove tutto è prepotentemente simbolo (oggi definibile new age, ma all'epoca stava tra l'hippie e l'originale), spesse volte comprensibile, molte altre personale del regista. Per essere un film surrealista di 2 ore è incredibilmente godibile, grazie ad una storia fatta di personaggi strani, ma assolutamente lineare nello sviluppo, latita solo un po nel ritmo.
Jodorowsky dimostra, come regista, di aver visto Sergio Leone, ma di utilizzarlo il meno possibile. Per il resto si dimostra un ottimo disegnatore di immagini, con i mezzi a disposizione, tira fuori alcuni shot notevolissimi (il colonnello nella stanza circolare dell'inizio, quasi tutta la preparazione del primo maestro al duello, i conigli morti nel recinto, tutto l'incredibile incipit), un personaggio epico nel suo essere un filosofo/frate/pistolero silenzioso e una serie di sequenze incredibili per forza e visione (per me su tutte vince la roulette russa in chiesa per dimostrare la fede). A questo si aggiunge una certa immobilità della macchina da presa compensata da un montaggio sincopato utilizzato al posto dei movimenti (carrellate all'indietro sostituite con zoom negativi, montaggio parallelo di scene in sequenza). Quello che manca è una maggior cura nella fotografia.
Esperimento riuscito.
PS: El topo è interpretato dal Jodorwsky stresso ed il bimbo dell'incipit da suo figlio; anni dopo il regista (poeta, filosofi, psicologo, ecc...) sarà costretto a sottoporre il primogenito ad un atto di psicomagia per chiudere la ferita aperta da quello che viene obbligato a fare nel film. True story.
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martedì 20 dicembre 2011
Gli spietati - Clint Eastwood (1992)
(Unforgiven)
Visto in DVD.
Rimando alla sempre quasi-affidabile wikipedia per la trama.
Che film! Eastwood termina la sua parabola western nel modo migliore. Un film du un vecchio ex renegade ormai bollito e portato sulla buona strada che riprende in mano la pistola per una buona causa ed un mucchio di soldi. Esatto! Quel vecchio che non uccide nessuno da 11 anni è Eastwood, che non realizzava un western da 10 anni, che mostra il tramonto dell’epoca d’oro del west con un western atipico sugli ultimi giorni dei pistoleri come categoria sociale. Proprio i pistoleri vengono continuamente sbeffeggiati, ne vengono spiegate le regole e gli ideali solo per distruggerli poco dopo, vengono messi a nudo e rivelati come degli incalliti mentitori (è italiano, giuro) costantemente sotto gli effetti del whiskey. Si insomma un finale perfetto per l’intero genere.
Ovviamente Eastwood è lo stesso texano dagli occhi di ghiaccio di qualche decennio prima, deve solo riprenderci la mano e una volta che questo è avvenuto riuscirà in tutto ciò che poco prima rimaneva impensabile. Il tutto condito con un sentimentalismo spinto in ogni direzione (la moglie che l’ha salvato dalla sua stessa vita, morta ormai da anni; il legame con il ragazzo che vorrebbe essere un pistolero; l’intera parabola del personaggio di Morgan Freeman; ma anche la sete di pace e dello sceriffo Hackman; ecc…) che non solo non eccede mai, ma anzi eleva il film al di sopra di molti altri (non necessariamente di questo stesso genere).
Il tutto poi è visto con un taglio noir, affascinante, disincantato e perfetto nel sottolineare il personaggio (in fondo i due generi hanno tantissimo in comune, la lotta contro un destino già scritto, la morte costantemente presente, l’amore impossibile, la solitudine…).
Visto in DVD.
Rimando alla sempre quasi-affidabile wikipedia per la trama.Che film! Eastwood termina la sua parabola western nel modo migliore. Un film du un vecchio ex renegade ormai bollito e portato sulla buona strada che riprende in mano la pistola per una buona causa ed un mucchio di soldi. Esatto! Quel vecchio che non uccide nessuno da 11 anni è Eastwood, che non realizzava un western da 10 anni, che mostra il tramonto dell’epoca d’oro del west con un western atipico sugli ultimi giorni dei pistoleri come categoria sociale. Proprio i pistoleri vengono continuamente sbeffeggiati, ne vengono spiegate le regole e gli ideali solo per distruggerli poco dopo, vengono messi a nudo e rivelati come degli incalliti mentitori (è italiano, giuro) costantemente sotto gli effetti del whiskey. Si insomma un finale perfetto per l’intero genere.
Ovviamente Eastwood è lo stesso texano dagli occhi di ghiaccio di qualche decennio prima, deve solo riprenderci la mano e una volta che questo è avvenuto riuscirà in tutto ciò che poco prima rimaneva impensabile. Il tutto condito con un sentimentalismo spinto in ogni direzione (la moglie che l’ha salvato dalla sua stessa vita, morta ormai da anni; il legame con il ragazzo che vorrebbe essere un pistolero; l’intera parabola del personaggio di Morgan Freeman; ma anche la sete di pace e dello sceriffo Hackman; ecc…) che non solo non eccede mai, ma anzi eleva il film al di sopra di molti altri (non necessariamente di questo stesso genere).
Il tutto poi è visto con un taglio noir, affascinante, disincantato e perfetto nel sottolineare il personaggio (in fondo i due generi hanno tantissimo in comune, la lotta contro un destino già scritto, la morte costantemente presente, l’amore impossibile, la solitudine…).
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lunedì 28 novembre 2011
La ballata di Cable Hogue - Sam Peckinpah (1970)
(The ballad of Cable Hogue)
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.

E ora: sigla.
La storia di un self-made man, che trova l’acqua in mezzo al deserto e ne ricava un business, si innamora di una prostituta e la porta con se, ma dopo un poco la donna, pure innamorata, decide di andarsene…
Film realizzato subito dopo Il mucchio selvaggio, ma Peckhinpah decide di cambiare completamente tono e realizza una commedia. Impensabile!
Il film riesce da dio nella prima parte, nel descrivere il solito crepuscolo del west dal punto di vista in un uomo più astuto nello fruttare le occasioni che non intelligente e più fortunato che capace. Mostrandone anche la calma voglia di vendetta che coltiva senza enfasi e senza pretese per anni… il problema del film arriva con la storia d’amore. Con il personaggio della prostituta il film si appiattisce sulla solita storia da romanzetto perdendo completamente la carica iconoclastica della parte iniziale. E neppure l’assurdo finale riesce a rialzare in questa il film, pigiando solo sull’acceleratore del grottesco.
PS: davvero all’epoca le accelerazioni dei movimenti facevano ancora ridere?! Davvero ce n’era bisogno?!
PPS: curioso come nè il testo della canzone, nè il video centrino alcunchè con il film...
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mercoledì 23 novembre 2011
800 balas - Alex de la Iglesia (2002)
(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in italiano.
Un ragazzo, orfano di padre e oppresso da madre e nonna scopre di avere ancora il nonno in vita. Lo cerca e lo trova in un villaggio del west ricostruito utilizzato negli anni ’70 come set degli spaghetti western. Li il nonno fa spettacoli per i turisti, ma una volta ero lo stuntman ufficiale di Clint Eastwood. Quando la madre del ragazzo scopre dov’è finito, per vendicarsi decide di distruggere il villaggio per farci… un qualcosa che non ho ben capito (è a capo di una ditta). I figuranti decidono di chiudersi nel villaggio e resistere con le armi contro le ruspe. E qui il film diventa veramente un western a tutti gli effetti con le dinamiche che prima sono state raccontante che si innescano ad una ad una fino al duello finale.
De la Iglesia passa di genere in genere e stavolta tocca il western e lo fa nel migliore dei modi. Non si accontenta di realizzare un film citazionista nelle scene, no, lui dichiara chi vuole imitare, fa i nome ed i cognomi, racconta quello che c’è stato e poi porta la storia a dover per forza diventare identica ad uno spaghetti western, imitandone anche alcune scene (la sequenza del ragazzo sotto le travi presa da Per un pugno di dollari), ma de la Iglesia ci è arrivato alla citazione, l’ha cercata e se l’è meritata. Non cita per mancanza di idee, ma per motivi di regia. Bravo…
Complessivamente poi il film è divertente e abbastanza movimentato, con la regia classica dello spagnolo… però manca completamente il classico cinismo delle opere precedenti e successive. I personaggi non sono brutti sporchi e cattivi come al solito, si limitano ad essere solo brutti e sporchi, ma sotto sotto sono degli eroi tout court, senza macchia e senza colpa. Il film intrattiene da dio, ma manca quel lato negativo dei protagonisti che rendono i film di de la Iglesia qualcosa di originale e di unico.
Buffo comunque l'aspetto totemico che ha assunto la figura di Clint Eastwood in ambito westerniano e questo mentre è ancora in vita (non per tirargliela), neppure Marlon Brando... questo film e Rango sono solo gli esempi più recenti.
PS: non sono sicuro che sia del tutto legale la scena in cui la prostituta insegna al bambino a toccare le tette
PPS: le 800 pallottole del titolo sono quelle che vengono comprate per difendere il villaggio del west.
Visto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in italiano.
Un ragazzo, orfano di padre e oppresso da madre e nonna scopre di avere ancora il nonno in vita. Lo cerca e lo trova in un villaggio del west ricostruito utilizzato negli anni ’70 come set degli spaghetti western. Li il nonno fa spettacoli per i turisti, ma una volta ero lo stuntman ufficiale di Clint Eastwood. Quando la madre del ragazzo scopre dov’è finito, per vendicarsi decide di distruggere il villaggio per farci… un qualcosa che non ho ben capito (è a capo di una ditta). I figuranti decidono di chiudersi nel villaggio e resistere con le armi contro le ruspe. E qui il film diventa veramente un western a tutti gli effetti con le dinamiche che prima sono state raccontante che si innescano ad una ad una fino al duello finale.
De la Iglesia passa di genere in genere e stavolta tocca il western e lo fa nel migliore dei modi. Non si accontenta di realizzare un film citazionista nelle scene, no, lui dichiara chi vuole imitare, fa i nome ed i cognomi, racconta quello che c’è stato e poi porta la storia a dover per forza diventare identica ad uno spaghetti western, imitandone anche alcune scene (la sequenza del ragazzo sotto le travi presa da Per un pugno di dollari), ma de la Iglesia ci è arrivato alla citazione, l’ha cercata e se l’è meritata. Non cita per mancanza di idee, ma per motivi di regia. Bravo…
Complessivamente poi il film è divertente e abbastanza movimentato, con la regia classica dello spagnolo… però manca completamente il classico cinismo delle opere precedenti e successive. I personaggi non sono brutti sporchi e cattivi come al solito, si limitano ad essere solo brutti e sporchi, ma sotto sotto sono degli eroi tout court, senza macchia e senza colpa. Il film intrattiene da dio, ma manca quel lato negativo dei protagonisti che rendono i film di de la Iglesia qualcosa di originale e di unico.
Buffo comunque l'aspetto totemico che ha assunto la figura di Clint Eastwood in ambito westerniano e questo mentre è ancora in vita (non per tirargliela), neppure Marlon Brando... questo film e Rango sono solo gli esempi più recenti.
PS: non sono sicuro che sia del tutto legale la scena in cui la prostituta insegna al bambino a toccare le tette
PPS: le 800 pallottole del titolo sono quelle che vengono comprate per difendere il villaggio del west.
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venerdì 16 settembre 2011
Vera Cruz - Robert Aldrich (1954)
(Id.)
Visto in DVD.
Data la mia alta professionalità ecco un CTRL-V da wikipedia con la trama, fatto con tutti i crismi.
La vicenda si svolge in Messico nel 1866, durante il breve impero (1864 – 1867) di Massimiliano d'Asburgo, contrastato dalle forze rivoluzionarie dell'ex presidente messicano Benito Juárez, detronizzato dalle truppe francesi di Napoleone III, al seguito del sovrano austriaco. Al gruppo di sbandati statunitesni, ex combattenti nella Guerra civile americana, guidati dall'acrobatico e sorridente a trentadue denti Joe Erin (Burt Lancaster), decisi ad offrire le loro capacità militari, quali mercenari, all'imperatore Massimiliano, si unisce Benjamin Trane (Gary Cooper), anch'egli ex ufficiale sudista fuggiasco dagli Stati uniti d'America a causa di alcune pendenze irrisolte. Al gruppo, sfuggito abilmente alle trappole tese loro dai rivoltosi juaristi, cui farebbero comodo le capacità d'azione dei transfughi americani, viene offerto dall'ambiguo diplomatico marchese Henry de Labordère (Cesar Romero), dietro congruo compenso, l'incarico di scortare, insieme ad un plotone di dragoni francesi comandati dall'antipatico capitano Danette (Graham Stark), la carrozza della contessa Duvarre (Denise Darcel) fino al porto di Vera Cruz. Accettato l'incarico, i due leader del gruppo si accorgono presto che in realtà non è la contessa l'oggetto della scorta, bensì un carico d'oro, celato nel doppio fondo della carrozza e destinato, apparentemente, ad essere imbarcato al porto della città e quindi inviato in Europa per l'acquisto di armi. Ma più d'uno ambisce a papparsi l'oro: in primis, il marchese de Labordère con il suo scherano Danette, poi la contessa Duvarre, che cerca in Erin un alleato ed un sostegno (ed a prima vista anche un amante), e da buoni ultimi Trane, Erin ed i suoi uomini. Ma anche i rivoltosi del generale Ramírez (Morris Ankrum) gradirebbero che l'oro entrasse nelle casse della rivoluzione. Alla resa dei conti finale, con l'attacco delle forze rivoluzionarie volto al recupero dell'oro alla loro causa, Trane, innamoratosi della pasionaria juarista Nina (Sara Montiel), pretende di consegnare ai rivoltosi il ricco carico: Joe Erin non è ovviamente d'accordo e, dopo che il gruppo di mercenari nordamericani, capi esclusi, è stato fisicamente eliminato, la questione viene risolta fra i due a pistolettate.
Certamente il film è per molti versi originalissimo per essere un western “classico”, l’ambientazione è particolare, i protagonisti sono due e non uno solo, entrambi sono moralmente riprovevoli, solo uno lo è più dell’altro, ma entrambi non possono non attirare simpatia. Tuttavia il film non mi ha preso molto, tutto teso in un girare intorno lento e un’azione anni 50 che non soddisfa più, per carità sarà stato anticipatore di almeno un decennio all’epoca, ma oggigiorno appare comunque invecchiato. L’ultima mezzora però è una bella sorpresa, diventa una sorta di noir, un tutti contro tutti, un lavoro di tradimenti e voltafaccia continui fino allo scontro finale. Se anche il ritmo rimane lo stesso di quello della prima ora almeno la trama comincia a dare soddisfazioni.
Bravi gli attori, con un Lancaster che gigioneggia per tutto il tempo ed un Cooper un poco imbolsito per la parte…
Visto in DVD.
Data la mia alta professionalità ecco un CTRL-V da wikipedia con la trama, fatto con tutti i crismi.La vicenda si svolge in Messico nel 1866, durante il breve impero (1864 – 1867) di Massimiliano d'Asburgo, contrastato dalle forze rivoluzionarie dell'ex presidente messicano Benito Juárez, detronizzato dalle truppe francesi di Napoleone III, al seguito del sovrano austriaco. Al gruppo di sbandati statunitesni, ex combattenti nella Guerra civile americana, guidati dall'acrobatico e sorridente a trentadue denti Joe Erin (Burt Lancaster), decisi ad offrire le loro capacità militari, quali mercenari, all'imperatore Massimiliano, si unisce Benjamin Trane (Gary Cooper), anch'egli ex ufficiale sudista fuggiasco dagli Stati uniti d'America a causa di alcune pendenze irrisolte. Al gruppo, sfuggito abilmente alle trappole tese loro dai rivoltosi juaristi, cui farebbero comodo le capacità d'azione dei transfughi americani, viene offerto dall'ambiguo diplomatico marchese Henry de Labordère (Cesar Romero), dietro congruo compenso, l'incarico di scortare, insieme ad un plotone di dragoni francesi comandati dall'antipatico capitano Danette (Graham Stark), la carrozza della contessa Duvarre (Denise Darcel) fino al porto di Vera Cruz. Accettato l'incarico, i due leader del gruppo si accorgono presto che in realtà non è la contessa l'oggetto della scorta, bensì un carico d'oro, celato nel doppio fondo della carrozza e destinato, apparentemente, ad essere imbarcato al porto della città e quindi inviato in Europa per l'acquisto di armi. Ma più d'uno ambisce a papparsi l'oro: in primis, il marchese de Labordère con il suo scherano Danette, poi la contessa Duvarre, che cerca in Erin un alleato ed un sostegno (ed a prima vista anche un amante), e da buoni ultimi Trane, Erin ed i suoi uomini. Ma anche i rivoltosi del generale Ramírez (Morris Ankrum) gradirebbero che l'oro entrasse nelle casse della rivoluzione. Alla resa dei conti finale, con l'attacco delle forze rivoluzionarie volto al recupero dell'oro alla loro causa, Trane, innamoratosi della pasionaria juarista Nina (Sara Montiel), pretende di consegnare ai rivoltosi il ricco carico: Joe Erin non è ovviamente d'accordo e, dopo che il gruppo di mercenari nordamericani, capi esclusi, è stato fisicamente eliminato, la questione viene risolta fra i due a pistolettate.
Certamente il film è per molti versi originalissimo per essere un western “classico”, l’ambientazione è particolare, i protagonisti sono due e non uno solo, entrambi sono moralmente riprovevoli, solo uno lo è più dell’altro, ma entrambi non possono non attirare simpatia. Tuttavia il film non mi ha preso molto, tutto teso in un girare intorno lento e un’azione anni 50 che non soddisfa più, per carità sarà stato anticipatore di almeno un decennio all’epoca, ma oggigiorno appare comunque invecchiato. L’ultima mezzora però è una bella sorpresa, diventa una sorta di noir, un tutti contro tutti, un lavoro di tradimenti e voltafaccia continui fino allo scontro finale. Se anche il ritmo rimane lo stesso di quello della prima ora almeno la trama comincia a dare soddisfazioni.
Bravi gli attori, con un Lancaster che gigioneggia per tutto il tempo ed un Cooper un poco imbolsito per la parte…
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giovedì 14 luglio 2011
Il cavaliere pallido - Clint Eastwood (1985)
(Pale rider)
Visto in VHS.
Remake più o meno ufficiale di “Il cavaliere della valle solitaria”. Qui però c’è Eastwood (che è tutta un’altra cosa rispetto a Alan Ladd) che fa il pastore (!) e il pistolero, si installa nella famiglia di un cercatore d’oro e li difenderà dai cattivi di turno.
Se il film è esteticamente inferiore ai precedenti western eastwoodiani (soprattutto al chiassosissimo “Lo straniero senza nome”) il contenuto si fa più etereo. Il film all’idea originale aggiunge una dose di sovrannaturale e di misticismo. Non è tanto il fatto che Eastwood sia un prete a dare adito a letture secondarie, ma il personaggio che interpreta che compare nel film mentre la ragazza (personaggio messo al posto del bambino del film originale) prega Dio di far giungere loro un miracolo; il fatto che si presenti alla famiglia nel momento in cui vengono letti dei passi dell’apocalisse, ma soprattutto le cicatrici che ricalcano la forma delle pallottole dei fuorileggi ingaggiati dai cattivi ed il fatto che il capo di quei mercenari ritiene d’avere già ucciso Eastwood una volta. Niente viene spiegato, non vengono neppure date certezze, alcune cose vanno assunte, altre sono proposte, ma mai confermate, dando comunque alla storia un sapore più instabile.
Altra grande differenza rispetto al film originale, anche se l’ho già detta, è che il bimbetto idiota è stato sostituito dalla ragazza adolescente. La sostituzione permette di raddoppiare il rapporto complesso tra il cavaliere senza nome interpretato da Eastwood e la famiglia da salvare; se nel “Cavaliere della valle solitaria” la moglie si innamora dell’eroe senza mai mostrarlo, in questo sono in due ad innamorarsene, ma mentre la donna è ancora un personaggio compito la ragazza permette di rendere palese i sentimenti e, anzi, permette di creare rivalità fra madre e figlia.
Complessivamente comunque un gran film, probabilmente il migliore dei tre western di Eastwood con Eastwood.
Visto in VHS.
Remake più o meno ufficiale di “Il cavaliere della valle solitaria”. Qui però c’è Eastwood (che è tutta un’altra cosa rispetto a Alan Ladd) che fa il pastore (!) e il pistolero, si installa nella famiglia di un cercatore d’oro e li difenderà dai cattivi di turno.Se il film è esteticamente inferiore ai precedenti western eastwoodiani (soprattutto al chiassosissimo “Lo straniero senza nome”) il contenuto si fa più etereo. Il film all’idea originale aggiunge una dose di sovrannaturale e di misticismo. Non è tanto il fatto che Eastwood sia un prete a dare adito a letture secondarie, ma il personaggio che interpreta che compare nel film mentre la ragazza (personaggio messo al posto del bambino del film originale) prega Dio di far giungere loro un miracolo; il fatto che si presenti alla famiglia nel momento in cui vengono letti dei passi dell’apocalisse, ma soprattutto le cicatrici che ricalcano la forma delle pallottole dei fuorileggi ingaggiati dai cattivi ed il fatto che il capo di quei mercenari ritiene d’avere già ucciso Eastwood una volta. Niente viene spiegato, non vengono neppure date certezze, alcune cose vanno assunte, altre sono proposte, ma mai confermate, dando comunque alla storia un sapore più instabile.
Altra grande differenza rispetto al film originale, anche se l’ho già detta, è che il bimbetto idiota è stato sostituito dalla ragazza adolescente. La sostituzione permette di raddoppiare il rapporto complesso tra il cavaliere senza nome interpretato da Eastwood e la famiglia da salvare; se nel “Cavaliere della valle solitaria” la moglie si innamora dell’eroe senza mai mostrarlo, in questo sono in due ad innamorarsene, ma mentre la donna è ancora un personaggio compito la ragazza permette di rendere palese i sentimenti e, anzi, permette di creare rivalità fra madre e figlia.
Complessivamente comunque un gran film, probabilmente il migliore dei tre western di Eastwood con Eastwood.
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martedì 28 giugno 2011
Il cavaliere della valle solitaria - George Stevens (1953)
(Shane)
Visto in DVD.
Una famigliola di condadinotti è insidiata da un gruppo di possidenti locali dalle mire rapaci, cercano di resistervi, ma il morale si fa sempre più nero. Poco prima che le cose vadano a rotoli compare per caso un cavaliere solitario, che usa bene la pistola e fa a pugni… beh incassa da dio. Il pistolero si insedia nella casa dei contadinotti e darà loro una mano a vincere i cattivi, attirando le simpatie di tutti.
Enfatico, prevedibile e stucchevole western anni ’50 che punta tutto sui buoni sentimenti e su qualche scazzottata oggettivamente ben realizzata (con stacchi continui e inquadrature a ruota libera); soffre però del suo essere così compito e della lunghezza eccessiva con troppi momenti di stanca, come se non bastasse poi il bambinetto (figlio dei contadinotti, che è un personaggio abbastanza importante) ha la faccia da ritardato ed espressioni ancora più ebeti. D’altra parte c’è da dire che il film chiarisce bene che la moglie del contadinotto è oltremodo attratta dallo straniero e che non ci combina nulla solo perché dedita alla famiglia (e per via della censura, immagino), il che comunque è qualcosa di nuovo nel cinema western classico solitamente molto più puritano di quanto dovrebbe.
Inoltre c’è da dire che questo è il primo film che introduca il pistolero solitario e misterioso che arriva, risolve i problemi e se ne va, con un passato oscuro e molti dubbi sula sua rettitudine; ovviamente da qui prenderà forma Eastwood in tutte le sue declinazioni. (ok, ok, già da Ombre rosse si crea il pistolero come mito, ma a mio avviso è da qui che si crea il pistolero come semi divinità, che diventerà onnipotente quando verrà incarnato dal texano dagli occhi di ghiaccio).
Visto in DVD.
Una famigliola di condadinotti è insidiata da un gruppo di possidenti locali dalle mire rapaci, cercano di resistervi, ma il morale si fa sempre più nero. Poco prima che le cose vadano a rotoli compare per caso un cavaliere solitario, che usa bene la pistola e fa a pugni… beh incassa da dio. Il pistolero si insedia nella casa dei contadinotti e darà loro una mano a vincere i cattivi, attirando le simpatie di tutti.Enfatico, prevedibile e stucchevole western anni ’50 che punta tutto sui buoni sentimenti e su qualche scazzottata oggettivamente ben realizzata (con stacchi continui e inquadrature a ruota libera); soffre però del suo essere così compito e della lunghezza eccessiva con troppi momenti di stanca, come se non bastasse poi il bambinetto (figlio dei contadinotti, che è un personaggio abbastanza importante) ha la faccia da ritardato ed espressioni ancora più ebeti. D’altra parte c’è da dire che il film chiarisce bene che la moglie del contadinotto è oltremodo attratta dallo straniero e che non ci combina nulla solo perché dedita alla famiglia (e per via della censura, immagino), il che comunque è qualcosa di nuovo nel cinema western classico solitamente molto più puritano di quanto dovrebbe.
Inoltre c’è da dire che questo è il primo film che introduca il pistolero solitario e misterioso che arriva, risolve i problemi e se ne va, con un passato oscuro e molti dubbi sula sua rettitudine; ovviamente da qui prenderà forma Eastwood in tutte le sue declinazioni. (ok, ok, già da Ombre rosse si crea il pistolero come mito, ma a mio avviso è da qui che si crea il pistolero come semi divinità, che diventerà onnipotente quando verrà incarnato dal texano dagli occhi di ghiaccio).
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martedì 21 giugno 2011
Il texano dagli occhi di ghiaccio - Clint Eastwood (1976)
(The outlaw Josey Wales)
Visto in VHS.
Un texano a cui un gruppo di nordisti sterminano la famiglio, si arruola nei sudisti per vendicarsi. Non solo non ci riuscirà ma (spoiler) perderà la guerra, ma anziché arrendersi fuggirà per cercare di riguadagnare la vendetta fino a quel momento sfuggita. I nordisti gli daranno la caccia. Nella fuga raccoglierà con se una serie di personaggi che con lui formeranno dapprima una sorta di armata Brancaleone e poi una specie di kibbutz.
Il secondo film western di Eastwood è decisamente più classicheggiante, meno leoniano nello stile, tutto proteso a mettere i suoi personaggi all’interno di un ambiente (anzi a decine di ambienti). Eastwood però non rinuncia all’ironia e tira fuori una serie di sequenze al limite della comicità; e va detto che il film funziona decisamente bene grazie alla serie di comprimari, di spalle comiche, che danno spessore alla storia e danno il la alle battute (dall’indiano civilizzato, al venditore di elisir). Ciononostante il film riesce los tesso ad essere moraleggiante ed enfatico e ad andare avanti con il freno a mano tirato (per lo più all’inizio).
Meno fantasioso e surreale del predecessore è inferiore a quello anche per la fotografia (decisamente più contenuta) mentre inserisce alcune sequenze di regia molto anni ’70 qui e la (come il montaggio serrato in avvicinamento al volto di Eastwood quando si allena con la pistola all’inizio) che modernizzano un poco senza mai scadere nella zoommata da film hongkongese.
Come si diceva, decisamente più canonico de “Lo straniero senza nome”, ma decisamente gradevole.
Visto in VHS.
Un texano a cui un gruppo di nordisti sterminano la famiglio, si arruola nei sudisti per vendicarsi. Non solo non ci riuscirà ma (spoiler) perderà la guerra, ma anziché arrendersi fuggirà per cercare di riguadagnare la vendetta fino a quel momento sfuggita. I nordisti gli daranno la caccia. Nella fuga raccoglierà con se una serie di personaggi che con lui formeranno dapprima una sorta di armata Brancaleone e poi una specie di kibbutz.Il secondo film western di Eastwood è decisamente più classicheggiante, meno leoniano nello stile, tutto proteso a mettere i suoi personaggi all’interno di un ambiente (anzi a decine di ambienti). Eastwood però non rinuncia all’ironia e tira fuori una serie di sequenze al limite della comicità; e va detto che il film funziona decisamente bene grazie alla serie di comprimari, di spalle comiche, che danno spessore alla storia e danno il la alle battute (dall’indiano civilizzato, al venditore di elisir). Ciononostante il film riesce los tesso ad essere moraleggiante ed enfatico e ad andare avanti con il freno a mano tirato (per lo più all’inizio).
Meno fantasioso e surreale del predecessore è inferiore a quello anche per la fotografia (decisamente più contenuta) mentre inserisce alcune sequenze di regia molto anni ’70 qui e la (come il montaggio serrato in avvicinamento al volto di Eastwood quando si allena con la pistola all’inizio) che modernizzano un poco senza mai scadere nella zoommata da film hongkongese.
Come si diceva, decisamente più canonico de “Lo straniero senza nome”, ma decisamente gradevole.
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sabato 11 giugno 2011
Il pistolero - Don Siegel (1976)
(The shootist)
Visto in VHS.
Stupendo. Assieme a Mezzogiorno di fuoco, “Il buono, il brutto e il cattivo” e “Ombre rosse” uno dei migliori western di sempre.
Wayne è un vecchio pistolero malato e morente che ha visto cambiare il mondo dei cowboy fino a diventare un mondo a metà tra la modernità e le vecchie regole (non a caso il film inizia con la notizia della morte della regina Vittoria, la fine di un'era); torna per farsi giustizia del passato e chiudere i conti prima che sia troppo tardi.
Prima i dettagli tecnici:
il cast è deicsamente all star con un Wayne stupendo, con il fisique du role adatto e con la sua miglioro interpretazione. La regia dinamica e violenta di Siegel poi è perfetta, non lesinando né sul sangue né sulle inquadrature curate.
Detto ciò… Wayne aveva realmente un cancro, ed questo film sarà l’ultimo della sua carriera e rappresenta anche l’ultimo del suo personaggio, oltre che di un genere (splendido in questo senso che cominci con spezzoni dei vecchi film di Wayne).
Un film che si incastra perfettamente nel suo anno; dopo dieci anni di Peckinpah e Leone il western classico è definitivamente morto (ultimo rigurgito proprio quel “Il Grinta” che darà a Wayne il suo Oscar) e Siegel lo sancisce, non senza rimpianto ed un buona dose di patinatura, con questo film. Wayne e Stewart, i due ultimi rappresentanti di quell’epoca del cinema, ormai finita, interpretano i due ultima rappresentanti di quel west ormai finito; anacronistici e ormai non compresi più da una città che non sa più cosa farsene dei pistoleri, che è attratta dal sangue, ma atterrita dall’idea di ingiustizia che esso comporta… Siegel poi mostra come il cambiamento non sia esattamente in positivo; Wayne ha le sue regole ed ha ucciso molto, ma solo “per giustizia”, mentre i nuovi abitanti di questo west rifuggono la violenza, ma cercano tutti di sfruttare un “dead man walking”.
Come dicevo è decisamente patinato, ma il dramma è palpabile e magnificamente orchestrato e ogni espediente melodrammatico si inserisce alla perfezione.
Alla fine poi Wayne non sarà battuto dagli uomini ne dalla natura, ma solo dalla vigliaccheria di questa nuova epoca; ed il suo sacrificio sarà da esempio, certo, ma solo idealmente perché la scena finale lo dice di nuovo; il vecchio west è morto, non c’è più spazio per i vecchi pistoleri. Fine.
Visto in VHS.
Stupendo. Assieme a Mezzogiorno di fuoco, “Il buono, il brutto e il cattivo” e “Ombre rosse” uno dei migliori western di sempre.Wayne è un vecchio pistolero malato e morente che ha visto cambiare il mondo dei cowboy fino a diventare un mondo a metà tra la modernità e le vecchie regole (non a caso il film inizia con la notizia della morte della regina Vittoria, la fine di un'era); torna per farsi giustizia del passato e chiudere i conti prima che sia troppo tardi.
Prima i dettagli tecnici:
il cast è deicsamente all star con un Wayne stupendo, con il fisique du role adatto e con la sua miglioro interpretazione. La regia dinamica e violenta di Siegel poi è perfetta, non lesinando né sul sangue né sulle inquadrature curate.
Detto ciò… Wayne aveva realmente un cancro, ed questo film sarà l’ultimo della sua carriera e rappresenta anche l’ultimo del suo personaggio, oltre che di un genere (splendido in questo senso che cominci con spezzoni dei vecchi film di Wayne).
Un film che si incastra perfettamente nel suo anno; dopo dieci anni di Peckinpah e Leone il western classico è definitivamente morto (ultimo rigurgito proprio quel “Il Grinta” che darà a Wayne il suo Oscar) e Siegel lo sancisce, non senza rimpianto ed un buona dose di patinatura, con questo film. Wayne e Stewart, i due ultimi rappresentanti di quell’epoca del cinema, ormai finita, interpretano i due ultima rappresentanti di quel west ormai finito; anacronistici e ormai non compresi più da una città che non sa più cosa farsene dei pistoleri, che è attratta dal sangue, ma atterrita dall’idea di ingiustizia che esso comporta… Siegel poi mostra come il cambiamento non sia esattamente in positivo; Wayne ha le sue regole ed ha ucciso molto, ma solo “per giustizia”, mentre i nuovi abitanti di questo west rifuggono la violenza, ma cercano tutti di sfruttare un “dead man walking”.
Come dicevo è decisamente patinato, ma il dramma è palpabile e magnificamente orchestrato e ogni espediente melodrammatico si inserisce alla perfezione.
Alla fine poi Wayne non sarà battuto dagli uomini ne dalla natura, ma solo dalla vigliaccheria di questa nuova epoca; ed il suo sacrificio sarà da esempio, certo, ma solo idealmente perché la scena finale lo dice di nuovo; il vecchio west è morto, non c’è più spazio per i vecchi pistoleri. Fine.
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martedì 31 maggio 2011
Lo straniero senza nome - Clint Eastwood (1973)
(High Plains Drifter)
Registrato dalla tv.
In un paesino tre balordi uccisero uno sceriffo (a quell’omicidio tutto il paese assistette senza muovere un dito) e furono poi acchiappati, giurarono pure di vendicarsi dei paesani una volta usciti e di li a pochi giorni verranno scarcerati. Tutti sono inquieti, finchè non arriva uno straniero che, dopo aver dimostrato il suo valore alla pistola, viene convinto ad aiutarli, in cambio chiede carta bianca in ogni ambito della vita sociale e legale del paese. Fa diventare sceriffo e sindaco un nano, fa tingere tutte le case di rosso, fa allestire un banchetto luculliano per i tre fuorilegge che vengono a vendicarsi, smembra edifici, insidia tutte le donne che gli capitano a tiro (non che loro non siano contente comunque…), nel finale ucciderà i tre malviventi, e poi se ne andrà, lasciando un paese distrutto dietro di se.
Magnifco film sulla vendetta totale che fonde il western con il surreale in alcune delle sequenze più assurde che si ricordino. Eastwood alla sua seconda regia torna dalle parti dello spaghetti western (nel suo personaggio e nella descrizione dell’ambiente coi volti prima che con gli scenari), ma ci aggiunge molta più ironia, il gusto del bizzarro, un poco di spiritismo e tanti colori accesi.
Il film sulla carta dovrebbe piacermi (vendetta, surrealtà, nani) eppure non mi ha convinto. La storia è affascinante, ma si muove con lentezza e senza una direzione precisa. Si intuisce subito tutto, eppure non si sa mai dove voglia andare a parare. Carino e originale, ma personalmente niente di più.
Registrato dalla tv.
In un paesino tre balordi uccisero uno sceriffo (a quell’omicidio tutto il paese assistette senza muovere un dito) e furono poi acchiappati, giurarono pure di vendicarsi dei paesani una volta usciti e di li a pochi giorni verranno scarcerati. Tutti sono inquieti, finchè non arriva uno straniero che, dopo aver dimostrato il suo valore alla pistola, viene convinto ad aiutarli, in cambio chiede carta bianca in ogni ambito della vita sociale e legale del paese. Fa diventare sceriffo e sindaco un nano, fa tingere tutte le case di rosso, fa allestire un banchetto luculliano per i tre fuorilegge che vengono a vendicarsi, smembra edifici, insidia tutte le donne che gli capitano a tiro (non che loro non siano contente comunque…), nel finale ucciderà i tre malviventi, e poi se ne andrà, lasciando un paese distrutto dietro di se.Magnifco film sulla vendetta totale che fonde il western con il surreale in alcune delle sequenze più assurde che si ricordino. Eastwood alla sua seconda regia torna dalle parti dello spaghetti western (nel suo personaggio e nella descrizione dell’ambiente coi volti prima che con gli scenari), ma ci aggiunge molta più ironia, il gusto del bizzarro, un poco di spiritismo e tanti colori accesi.
Il film sulla carta dovrebbe piacermi (vendetta, surrealtà, nani) eppure non mi ha convinto. La storia è affascinante, ma si muove con lentezza e senza una direzione precisa. Si intuisce subito tutto, eppure non si sa mai dove voglia andare a parare. Carino e originale, ma personalmente niente di più.
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