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domenica 14 marzo 2021

La truffa dei Logan - Steven Soderbergh (2017)

 (Logan lucky)

Visto su Raiplay.


Soderbergh ha la fissa dei film indipendenti, ogni tanto si sveglia la mattina e prova ribrezzo per sé stesso per aver accettato di fare, di nuovo, il seguito di "Ocean's elven" e decide che deve essere più indie, più libero, più autoriale.

All'ennesima prova produttiva indipendente che fa Soderbergh? Rifà "Ocean's eleven", ma con i redneck... vabbè a quel punto chiedi i soldi alla Warner no? (ok, a onor del vero la Warner fu solo distributore della saga di Ocean).

Comunque sia, Soderbergh sa di essere sempre sul pezzo negli hesit movie ironici, vagamente adrenalinici e inutilmente complicati; è il suo mondo, ci sguazza, porta sempre a casa il risultato e si allontana sempre di più dall'idea di autor classico per cui poi va espiare con un biopic sul "Che".

Al di là degli aspetti morali e i miei pregiudizi sul regista il film è più camp del suo predecessore; ha un gusto per l'intrico che è una posa chiramente voluta più che il tenjtativo di trovare una soluzione originale a un problema complesso e ha pure un finale scalda cuore che ci saremmo risparmiati. 

Si, insomma, è un film molto più banale, manierista e scontato rispetto a "Ocean's eleven", ma il ritmo regge, il divertimento rimane (e i pregiudizi sul suo regista pure).

domenica 10 gennaio 2021

El bar - Alex de la Iglesia (2017)

 (Id.)

Visto su Netflix.


Un gruppo di persona si trova ostaggio in un bar, fuori un cecchino sembra sparare a chiunque si muova. All'arrivo dell'esercito la situazione degenererà.

LA quasi ultima fatica di De la Iglesia è un ritorno in grande stile alla sua idea di commedia nera action (se ne era mai allontanato veramente?). Il film inizia con il passo del thriller (un nemico invisibile sconosciuto dalle intenzioni ignote) che diventa a tinte quasi horror quando la situazione interna al bar scadrà in un tutti contro tutti, nel lungo finale nella fogne l'atmosfera horror non verrà mai eliminata, ma si passerà all'azione vera e propria. E come sempre nei film del regista spagnolo il thriller e l'azione sono parte integrante della trama, portano avanti o sviluppano i personaggi e i rapporti fra di loro quanto i dialoghi, senza mai perdere l'afflato ironico che in questo film si fa fra i più neri e grotteschi di sempre.

Di fatto niente di nuovo, ma qui De la Iglesia da sfogo all'altra sua grande passione, il volto e i corpi. I cast è tutto i aficionados del regista, tute facce già viste per chi lo conosce, tutte da freak (borghesi o meno) fatto salvo per la coppia di giovani bellissimi; ma tutti verranno tormentati fisicamente, martoriati, portato allo stremo sul paino più epidermico possibile. Perché alla fine De la Iglesia è un regista che maltratta i suoi personaggi quanto Haneke (letteralmente in ogni suo film) e ne vive la fisicità (da plasmare e formare) quanto un Cronenberg (si veda la trasformazione dei protagonisti di "Balada triste"), solo che è più divertente. Ecco allora che la coppia bellissima dovrà gettarsi nei liquami, cospargersi di olio, strizzarsi per passare in pertugi minuscoli, lottare, prendere botte e sanguinare quanto tutti gli altri. Perché per De la Iglesias tutti sono orribili (e lo mostra nei dialoghi) e tutti meritano il martirio a cui li sottopone.

mercoledì 2 dicembre 2020

Good time - Benny Safdie, Josh Safdie (2017)

 (Id.)

Visto su Netflix.


Due fratelli fanno una rapina, quello con un lieve ritardo viene arrestato e pestato in carcere. Quello rimasto fuori cercherà di farlo uscire pagando la cauzione, ma una serie di eventi avversi lo costringeranno a scegliere un'altra strada: farlo fuggire dall'ospedale.

Un film con macchina da presa a mano che ha dimostrato di aver ormai digerito il nuovo stile urbano derivato da Refn e i suoi colori fluo, ma portato in un ambiente più sporco, più realistico, più malato.

Un film che prendendo un'estetica decisa, ma realista si immerge con godimento nel lato oscuro della vita. Nella storia di questi fratelli scapestrati (e sfortunati) c'è una sola regola, tutto quello che può andare male ci andrà. Una volta iniziata la rapina inizia un gioco a seviziare i protagonisti facendo succedere ogni possibile evento avverso in una sorta di lunghissima fuga dal destino che dura tutta una notte (a chi venissero in mente di Coen, direi di si, anche con ironia, ma con un nichilismo estremizzato). Non c'è quasi mai una scena action o crime vera e propria, ma la suspense è continua e l'abiezione (o la semplice sensazione di disagio per quanto sta succedendo) è continua. Un lavoro sul lato oscuro che è magnifico e ossessivo.

Pattinson, ormai rivalutato grazie a Nolan, ha il volto perfetto per il trasandato (possibile) tossicodipendente di quartiere, lo sguardo spaventando e i lineamenti tirati adatti per quella che è un'interpretazione impeccabile.

giovedì 1 ottobre 2020

Mom and dad - Brian Taylor (2017)

(Id.)

Visto su Amazon prime.

Come fossimo in un film di zombi anni '60, un'ondata di follia omicida contagia l'america, ma è una follia omicida molto circoscritta: i genitori vogliono uccidere i propri figli, di qualsiasi età.
Prendendo a piena mani da Romero (la fuga dalla scuola, le notizie tramite la tv, addirittura certe inquadrature all'ospedale) Taylor vuol mettere in scena la sua versione dell'apocalisse horror, ma senza intento politico o sociologico, solo con tanta voglia di divertire e prendere in giro.
la trovata della follia genitoriale da l'assist per una serie di scelte grottesche, potenzialmente fino allo stremo, che Taylor decide di sfruttare solo in parte per poi ripiegarsi in una sorta di home invasion.
se l'idea di fondo è potenzialmente esplosiva così non è il risultato finale. Il film ha un enorme problema di scrittura. Non c'è un collante unico vero e proprio, inizia con una serie di scene più o meno efficaci (bene, ma migliorabile la scuola, bene l'ospedale, unica sequenza di vera tensione) meno bene la casa dell'amica ecc...) che però risultano sempre claudicanti, gestite con troppa fretta come a voler passare all'idea successiva, ma soprattutto slegate. Quando poi si arriva al gioco del gatto col topo in casa ci si infila in un anticlimax che ammazza l'ultima parte e il finale che non conclude niente sa solo di pigrizia e non di finale aperto.
Il film è simpatico, porta a casa il risultato di minima... e poi diciamoci la verità, il film si salva e risulta godibilissimo grazie a Cage.
Non mi sono reso conto i quale momento Cage sia diventato attore apprezzato per il suo overactig (certo l'ha sempre avuto, ma non credo che fosse la prima scelta per le sue faccette all'epoca), qui però è chiaramente la scelta più azzeccata e viene chiaramente chiamato a salvare la baracca (e si mangia pure una Blair obiettivamente brava).

lunedì 21 settembre 2020

Un sogno chiamato Florida - Sean Baker (2017)

(The Florida project)

Visto su Netflix.

La vita di una bambina che vive con la madre single in un motel (riconvertito in appartamenti di case popolari) nel quartiere che Walt Disney aveva pensato come residenziale per i lavoratori (e turisti) di Disneyworld. Di questo esperimento sociale architettonico è rimasto un quartiere fieramente kitsch, tutto colori pastello, nomi buffi ed edifici a forma di maghi o gelati, dove i turisti hanno paura d'andare e dove la povertà è endemica.
In questo contesto la bambina vive le sue giornate con gli amici del posto e aiuta la madre nelle piccole truffe che danno loro da vivere.

Un piccolo film europeo nella realizzazione, girato con i ritmi, le location e il tono americano. Un connubio che immerge il cinema documentaristico dei Dardenne dentro la classica epopea degli outsiders americani.
Il film è realizzato benissimo con alcuni picchi di regia (per lo più concentrati nel finale) che si fanno ricordare (l'ultimo vaffanculo della madre ho letto in giro sia stato paragonato a Spike Lee prima maniera, paragone perfetto) e con una piccola protagonista che sembra non recitare, ma vivere quella vita (un pò tutti gli attori bambini del film sono bravissimi).
Il film è appesantito dal suo stesso registro con un didascalismo esagerato che porta le singole scene a essere slegate le une dalle altre e ad assumere senso per accumulo, le cui fila vengono tirate nel finale. Più che una scelta coraggiosa, è proprio il limite dal documentarismo utilizzato in questo modo.
Ottima la prestazione di Dafoe (che è incredibilmente composto e preciso) che si avvale dell'unico personaggio tridimensionale del film, l'unico con un animo complesso che viene descritto dalle sue azioni e non dalle dichiarazioni.
Su tutto però il vero valore aggiunto di un film comunque buono è il tono complessivo. Questo film di diseredati immersi in un mondo grottesco è virato nell'ottica della sua piccola protagonista; questo è un film realizzato con lo sguardo di una bambina, senza sentimentalismi o sconti, ma con tutta la leggerezza del caso.

giovedì 4 giugno 2020

Il sacrificio del cervo sacro - Yorgos Lanthimos (2017)

(The killing of a sacred deer)

Visto su Amazon prime.

A un cardiochirurgo muore un paziente durante un intervento (per dolo?). Per il senso di colpa si occupa in segreto del figlio adolescente. Quando finalmente lo mostra alla propria famiglia (moglie e due figli piccoli), il ragazzo scatena su di loro una maledizione da tragedia greca: ad uno ad uno moriranno tutti se il padre non uccide uno dei familiari.
Ovviamente prenderanno tutti sottogamba la cosa finché non cominceranno i sintomi; inizierà allora una corsa convulsa a ingraziarsi il padre con ogni mezzo, riaversi sul ragazzo in una lenta spirale di abiezione.

Al suo secondo film americano Lanthimos abbandona il perturbante grottesco e metaforico per addentrarsi in un mondo a là Haneke dove l'idillio borghese viene improvvisamente distrutto da una minaccia esterna.
Come Haneke si compiace della sofferenza che causa ai suoi personaggi, ma al contrario dell'autore austriaco ha un gusto per il comico (certo, virato al grottesco come sempre) che scaturisce molto spesso nel film (dal rapporto fra marito e moglie a letto, i tentativi di ingraziarsi il padre dopo la maledizione o il finale per scegliere chi eliminare), non si ride quasi mai di quelle persone, ma ci si imbarazza per loro, per la loro goffaggine e la loro inettitudine (cosa che con Haneke sarebbe impensabile).
Inoltre il gelo dei film dell'austriaco (cifra stilistica anche di Lanthimos) qui pervade anche i personaggi. L'ambiente è algido, il punto di vista del regista distaccato e freddo, ma i personaggi sono respingenti e anempatici anche nelle scene di agnizione, lavorano per sottrazione per concedere il meno possibile allo spettatore.
L'effetto finale è particolare e quasi unico, non melodrammatico come potrebbe, ma colpisce, in maniera meno efficace che in altri film del regista greco, ma sicuramente si fa ricordare.

giovedì 21 maggio 2020

Pelle - Eduardo Casanova (2017)

(Pieles)

Visto su Netflix.

3-4 storie in parallelo caratterizzate da freak (per lo più fisicamente, ma spesso anche moralmente) che tentano di sopravvivere e fare i conti con il proprio essere.

L'opera prima di Eduardo Casanova è figlia diretta dei suoi cortometraggi, se "Eat my shit" (ben costruito, ma puerile limitandosi all'idea del tratto gastrointestinale invertito) è preso per intero in una delle storie (e rappresenta un involontario teaser del film), mentre "La hora del bano" ha già tutti gli elementi estetici che ritorneranno successivamente e una capacità di mettere in scena il suo mondo, zuccheroso e grottesco, che è quasi perfetta.
Purtroppo questo film non è come i cortometraggi.
le storie si intersecano fra di loro in maniera parziale e talvolta pretestuosa, evidenziando che il lungometraggio è stato fatto cucendo assieme una manciata di corti che avrebbero potuto avere un senso da soli; unendoli non ne viene amplificato il significato, ma ne viene smorzato l'effetto, dato che tutti vogliono insistere sul grottesco e sul ripugnante e dato che un corto con un finale sospeso è un conto, una serie mischiata insieme con finali parziali fa tutt'altro effetto (negativo).

La messa in scena è alla Tim Burton, ma esagerata, il rosa come colore dolce e zuccheroso utilizzato in maniera estrema per stridere contro le deformità e l'abiezione morale; interessante, ma utilizzato così è stucchevole e rende fino a un certo punto.
Per quanto esagerata la cosa migliore è sicuramente la scena d'apertura, lievemente sopra le righe (come sempre in Casanova) riesce però a introdurre in un mondo terribile, ma gestito in maniera professionale e pragmatica e con un colpo d'occhio da casa di barbie, ma è obiettivamente troppo poco. Meglio tornare ai corti.

lunedì 9 marzo 2020

Downsizing. Vivere alla grande - Alexander Payne (2017)

(Downsizing)

Visto su netflix.

Viene inventato il sistema per rimpicciolire gli esseri umani senza alcun effetto collaterale. Il sistema è stato pensato per abbattere l'impronta ecologica umana e diventare più sostenibile; ma a fianco di queste nobili motivazioni c'è il minor costo della vita che eprmette anche a chi ha bassi risparmi di poter vivere da milionario.
Con questa idea base il film sviluppa un mondo coerente dove gli uomini a dimensioni normali si avvicinano all'idea della diminuzione di dimensioni con tutti i pregiudizi del caso (minori consumi significa minor gettito fiscale quindi in teoria meno servizi, la difficoltà di rivedere parenti e amici normali, ecc...); ma viene creato anche il microcosmo della riserva dove vivono i rimpiccioliti e dove c'è ricchezza ci vuole qualcuno più indigente a svolgere i lavori che nessuno vuole fare.

Il marketing di questo film sembrava indirizzare verso la commedia divertente e se l'impressione rimane il mood è rapidamente portato verso il basso per poi diventare una commedia amara, ma ricca di speranza.
Amara perché Payne (regista e sceneggiatore) sembra avere chiara l'idea che la società (qualunque società, anche quelle fondate su idee nobili) non può essere magnanima, ma avrà sempre con se zone oscure, in qualche maniera, presto o tardi o anche solo per qualche categoria, sarà comunque matrigna. Contro la società, ma senza sovvertirla, possono lavorare i singoli che compensano le mancanze sociali e quelle personali di altri meno sensibili.
A fianco di una visione cupa (ma, appunto, speranzosa grazie allo sforzo dei singoli) il film intrattiene bene, con una gestione dall'idea fantascientifica di base ottima, non rimane solo come un McGuffin superficiale, ma cerca di essere razionalizzata e sviluppata il più possibile. Non tutti gli sviluppi possibili vengono colti, ma, d'altra parte, non sono queste le intenzioni iniziali e da metà film il risvolto sociale ha il sopravvento.

PS: comparsata di Udo Kier che fa sempre piacere vedere

giovedì 20 febbraio 2020

XX, Donne da morire - Registe varie (2017)

(XX)

Visto su Netflix.

Film horror a episodi legati da sequenze in stop motion; raccoglie il lavoro di 5 registe donne (una per ognuno dei 4 episodi più una per le scene di raccordo).

Il lavoro risulta nel complesso molto altalenante (cosa sempre presente nei film a episodi, ma non ha la continuità né nell'estetica né nel mood dei film italiani anni '60 e '70) che va giudicato pezzo a pezzo.

The Box di Jovanka Vuckovic. Un segmento degno di "Twilight zone" per impianto narrativo (un bambino guarda nella scatola di uno sconosciuto in treno reagirà in maniera imprevedibile), presenza del perturbante basato in parte sul sovrannaturale, ma molto sulle reazioni delle persone, ma soprattutto per il sottile intento moraleggiante (in questo caso anti-capitalistico; che a onor del vero è molto strisciante e poco fastidioso). Il mood però è tutt'altro, più dalle parte di un film di Kelly.
Ben condotto, esteticamente inappuntabile, manca molto in grip. Alla fine dell'episodio si ha l'impressione che sia un vuoto esercizio di stile, un'idea interessante senza una trama attorno (il rischio insito nel lateral thinking di "Twilight zone"). Bene, ma attendiamo sulla prova lunga.

The birthday party di St. Vincent, AKA Annie Clark. Opera prima di una musicista è una commedia nera (nerissima, ma senza splatter) sui preparativi di una festa di compleanno per bambini che finiscono male (per una morte improvvisa). Scelta coraggiosa (la commedia nera), godibile e scorrevole, ma obiettivamente poca cosa. Non c'è mai tensione né un divertimento scrosciante. Aiutata dal minutaggio breve la storia intrattiene senza annoiare, ma se fosse dovuta durare più a lungo avrebbe rischiato di far soffrire parecchio.

Don't fall! di Roxanne Benjamin. Qui si gioca sul sicuro, con i soliti quattro amici in mezzo al niente che verranno massacrati (in questo caso da un demone random). Niente di originale, ma un grande classico con regole ben codificate. Nello sviluppo vince qualche inquadratura dal basso del finale e riesce anche un momento di tensione. Il film però ha pochissimo tempo per svilupparsi e la tensione non può essere obbligata in pochi secondi, merita di più per potersi sviluppare. Carino.
la Benjamin è quella di maggior esperienza alla regia (dopo la Kusama), ma non posso negare di non conoscere ancora nient'altro di suo.

Her only living son di Karyn Kusama. Il migliore fra i corti. Un'idea di base interessante (si comincia con problemi di relazione fra una madre sola in un paese nuovo e il figlio quasi 18enne che vorrebbe fuggire/incontrare il padre; ma poi verrà fuori ben altro) che meriterebbe un nfilm suo, ma che sa essere adeguatamente sviluppata anche nel corto. Pochissime ingenuità (che purtroppo ci sono) e un'ottima capacità di conduzione del gioco fino a uno showdown finale che, per mancanz adi soldi, non può far succedere molto, ma riesce comunque efficacissimo come conclusione perfetta per il mood impostato fin dall'inizio.
Qui però devo fare le mie scuse. Kusama non la conosco ancora come regista per pigrizia, sono mesi (o più) che ho a disposizione, almeno "The invitation" e "Jennifer's body"... ma ancora non ho trovato l'abbrivio. Dovrò riparare.

Sofia Carrillo, si occupa delle scene di raccordo in slow motion in una casa fatiscente con oggetti animati. Un mood oscuro e torbido pur senza efferatezze sulla scia dei Fratelli Quay. Sono un giannizzero di questo tipo d'animazione, ma il materiale è troppo poco per poter giudicare.

giovedì 13 febbraio 2020

The devil and Father Amorth - William Friedkin (2017)

(Id.)

Visto su Netflix, visto in lingua originale sottotitolato.

Un documentario fatto dal regista de "L'esorcista" su un vero esorcista (il noto, in Italia, e buffo, padre Amorth) non può non attirare l'attenzione.
Si compone di una parte iniziale in cui Friedkin ripercorre le location del suo stesso film, passa quindi a descrivere sommariamente Padre Amorth, descrive e riprende un caso di esorcismo (la signora in questione riferisce che le capitano spesso delle piccole sfighe e che quello è segno di possessione); si sposta poi in giro per il mondo a sentire le opinioni di molti neurochirurghi sul video dell'esorcismo (che giustamente non sanno cosa dire non essendo materia loro) e di alcuni psichiatri (che invece spiegano abbastanza nei pochi minuti a loro concessi), poi un altro paio di interviste a vescovi e scrittori circa la presenza del maligno...

Inutile nascondercelo, il documentario è deludente. Non c'è nulla di interessante nella sua realizzazione. Friedkin è un grande regista di corpi umani che usa, abusa e sfrutta in ogni suo film; qui però non c'è nulla di tutto questo, non c'è nessuna idea di regia che vada oltre il documentario televisivo più banale con il solo protagonismo del regista a rendere l'impianto più "moderno" (se questo si possa definire ancora moderno è tutto da discutere).
Dall'altro lato non è neppure chiaro l'obiettivo nel contenuto del documentario. Chiaramente verto attorno alla figura di Padre Amorth, che però ne viene fuori a metà; poco raccontata la sua vita e il suo personaggio. Viene spiegata la grande impressione che provoca su Friedkin, ma non viene mostrata né motivata, di fatto è solo il regista che dice (a parole) che è un grande e tu gli devi credere.
Non c'è un focus vero sull'esorcismo (che è, come prevedibile poco interessante) e c'è solo un accenno di indagine sull'argomento portata avanti da alcuni addetti e da molti chiacchieroni.

Complessivamente è solo il documentario delle vacanze di un regista ossessionato dall'occulto.

lunedì 27 gennaio 2020

Verónica - Paco Plaza (2017)

(Id.)

Visto su Netflix.

Da metà degli autori dell'ottimo "REC" viene il nuovo horror spagnolo che ha fatto dire a  Wikipedia che si trattava de "L'horror più spaventoso di sempre". Ecco non è così, a amala pena è spaventoso.

Tratto dall'inevitabile storia vera è una ragazza che viene perseguitata dal maligno perché ha usato la tavola ouija durante un eclissi.
Niente di nuovo, la trama non aggiunge nulla e, anzi, si appoggia solo a quanto già visto decine di volte in passato. Poco male, finora.
Lo script soffre anche del solito problema dei film con il maligno, la necessità di dare un background delle possibilità di salvezza, dei riti, dei simboli, delle storie. Tutto questo in amni poco competenti si tramuta in un accozzaglia di luoghi comuni e buchi di trama che fanno spavento. Ecco qui si che "Veronica" sembra davvero il film horror più spaventoso di sempre.
Si può aggiungere una scelta della fotografia degna di una telenovela sudamericana anni '90 e un gruppo di bambino incapaci a recitare a cui vengono affidati primi piani e azioni importanti.
Su tutto però il vero dramma è la totale incapacità di sfruttare anche solo mezza idea (rubata ad altri) per creare tensione. I tentavi sono continui, per lo più fatti malissimo (ila ouja che cade, la suora cieca), ma in un paio di sequenza sembra essere sulla strada giusta (la sagoma che si muove dietro ai vetri del soggiorno), ma riesce a far finire in nulla lo sforzo.

Un film incredibilmente mal fatto che sembra opera di un esordiente incapace mentre invece è fatto da metà degli autori di "REC"... il che spiega a chi dare i meriti di quel film...

giovedì 23 gennaio 2020

madre! - Darren Aronofsky (2017)

(mother!)

Visto in tv.

Una coppia (con una buona differenza d'età) abita nella ristrutturata casa di lui (ma è stata lei ha rimetterla a nuovo dopo un incendio). Lui è uno scrittore e viene visitato da un uomo che si insedia a casa loro rivelandosi un fan, dopo di lui arriverà la moglie  i due figli fino a un'invasione di amici e parenti che si concluderà con uno scontro e del sesso riparatore. Lei rimane incinta.
Lui scriverà una nuova opera che porterà nuova fortuna e una nuova home invasion da parte di centinaia di fan proprio verso il nono mese di gravidanza.

Film allegorico di Aronofsky, così ricco di rimandi, situazioni paradossali, un finale estremo e riferimenti biblici da renderne la comprensione al di là delle umane capacità. Col senno di poi, leggendone, il significato appare lampante, ma durante la visione si viene catturati da altro.

La prima parte è un thriller surreale perfetto, un home invasion atipico e particolarissimo che, con una degna conclusione, potrebbe resistere come film a parte. forte di un gusto per il perturbante che è la vera dote del regista (mettere i personaggi in situazioni insopportabili e far provare lo stesso fastidio allo spettatore) e un cast ottimo che si avvale della migliore Pfeiffer che abbia visto da anni.

La seconda parte invece è una folle cavalcata nel caso. Partendo sempre da una situazione paradossale, ma quasi realistica diventa una carrellata di atrocità vagamente collegate fra loro, fino al picco del post partum. Ecco qui il film si perde maggiormente, volendo mostrare moltissimo in poco tempo il film non riesce a stare dietro alle sue stesse intenzioni e depotenzia scena dal possibile effetto esplosivo (nulla paragonabile a quella finale che riesce quasi alla perfezione... quasi); se lo si prende solo come il tentativo di rendere per immagine il caso il risultato è vincente.
Chiaro però che non è quello l'intento di Aronofsky.

Le due parti del film poi dialogano solo nell'idea allegorica complessiva che, se sfugge, rende il film un collage mal realizzato.
Il film non può dirsi completamente riuscito, troppo pretenzioso e arrogante (in senso quasi positivo), ma se fallisce (e direi di si), fallisce in maniera meravigliosa e disturbante.

giovedì 2 gennaio 2020

Death Note. Il quaderno della morte - Adam Wingard (2017)

(Death note)

Visto in tv.

Adattare un manga giapponese che prende spunto dalla mitologia locale declinata per la passione (sempre locale) dello scontro fra menti (anziché l'horror all'occidentale come avrebbe potuto essere) con personaggio dagli atteggiamenti o movenze fumettistiche è difficile. Pretendere di mettere tutte queste caratteristiche e condensare 12 fumetti in una storia e portare tutto negli USA è impresa titanica.
Alla regia viene scelto Adam Wingard, autore competente ed intelligenti che si è distinto nel genere horror puro... la scelta potrebbe non essere la migliore.

Il film si rivela irritante fin dalle prime immagini. Una galleria di personaggi che nel manga erano cartooneschi, ma ben caratterizzati, qui sono archetipi standard piuttosto stupidi e caratterizzati da dettagli patetici e senza fantasia che non torneranno più nel resto della storia (Light è un genio perché fa i compiti di matematica per gli altri?!!!).
Uno script che trasuda volontà di pubblico adolescenziale e semplificazione ad ogni passo. Ma la cosa più grave è la sostanziale eliminazione di ogni peculiarità dell'opera originale.
Mantenendo le caratteristiche estetiche base (il death note stesso, un Ryuk bello ma sempre in una fastidiosa penombra) la vicenda viene però svolta in maniera grossolana, eliminando lo scontro fra menti a una sorta di fiacco thriller canonico, dove le trappole intellettuali del manga vengono derubricate a colpi di culo o risoluzioni magiche (il "piano" finale viene risolto scrivendo sul diario anche quello che devono fare le pagine del diario stesso!) che tolgono completamente il senso e depotenziano la carica innovativa.

L'estetica fluorescente e giovanile non solo non può rimpiere il vuoto dato dal maltrattamento della storia o dalla banalità della trama, ma è anche una delle soluzione più banali del regista.
Aggiungiamoci che Light è interpretato da un attore assolutamente fastidioso e che la Mia è utilizzata in maniere diversa, ma che aumenta la banalizzazione e che l'unico personaggio quasi identico è L, l'unico che avrebbe meritato di essere smussato (perché le pose folli da manga si addicono a quel contesto , non a un film americano).

lunedì 9 dicembre 2019

Smetto quando voglio: Ad honroem - Sydney Sibilia (2017)

(Id.)

Visto in tv.

Ultimo capitolo della trilogia di Sibilia che conclude il ciclo in grande stile.
Cominciando esattamente dove finiva il precedente e mostrando nuovamente alcune sequenze del secondo capitolo che, là, risultavano un poco slegate, il film riparte sul già noto nella trama, ma fa un salto importante nel tono. La comicità rimane, ma viene molto ridimensionata e nella seconda parte sostanzialmente abolita a favore di un film un poco d'azione (decisamente meno dinamico del precedente) e molto di tensione.
Altro grande cambiamento è lo status dei suoi protagonisti. Indubbiamente rimangono gli stessi sfigati dei due film precedenti, ma in questo sono efficienti e ben organizzati nonché aiutati dalla fortuna, in una parola diventano eroi. Ecco, la differenza principale con il resto della saga è tutta qua; i primi due capitoli erano commedie all'italiana, con dei perdenti che ci provano e falliscono (calati in una critica sociale divertente), qui diventano eroi che salvano il mondo (e la critica diventa più marginale e... populista). Niente di grave, ma il genere ha un piccolo scarto che spiace a me personalmente, ma non fa perdere nulla in godibilità.

Per il resto il lavoro di regia rimane sostanzialmente identico, mentre la trama deve necessariamente ritornare sugli eventi passati per incastrarli (un buon lavoro), ma soprattutto deve gestire ancora una volta un cast corale enorme (si aggiunge di nuovo Marcorè) in maniere equilibrata lasciando molto spazio a Leo nel finale. L'esercizio circense riesce miracolosamente alla perfezione. Fatto salvo il finale tutto in mano al protagonista principale (come è giusto per concludere la trama orizzontale) il resto, a partire dall'incontro nella doccia, il piano di fuga, la metropolitana e l'ingresso alla Sapienza è un incredibile capolavoro di scrittura dove c'è spazio per tutti in maniera quasi identica (per realizzarlo si è dovuto ridimensionare l'ottimo Fresi che era il coprotagonista principale dei film precedenti).

Ovviamente non è il migliore della trilogia, ma è una chiusura che nond elude le grandissime premesse iniziali. Non male.

lunedì 28 ottobre 2019

Coco - Lee Unkrich, Adrian Molina (2017)

(Id.)

Visto in tv.

La storia di un ragazzino che vuole inseguire la sua passione (fare il mariachi) in una famiglia in cui la musica è stata bandita per un trauma subito dalla trisavola. Per cercare di partecipare a un contest durante il giorno dei morti, il ragazzo, ruberà la chitarra al suo eroe (un mariachi e attore anni '40 ormai defunto)... ma rubare il giorno dei morti a un morto ti fa andare nell'aldilà e lì dovrà farsi aiutare dalla porzione defunta della famiglia che però osteggia in blocco il cantautorato.

Questo film Pixar è il più grande contributo (e omaggio) alla Disney classica, con un protagonista indipendente che si ribella alla famiglia castrante per inseguire i suoi sogni; niente di più lineare e antico.
La Pixar però non è posto per luoghi comuni e ci mette del suo. Il passaggio nell'oltretomba mette in mezzo un mondo timburtiano che introduce la morte in cartone animato per bambini e lo fa con gaiezza e colori lisergici per poi toccare la morte vera (anche qui, come in "Inside out" la morte vera è legata alla memoria e all'oblio) che può far "morire" i defunti (con un'idea che aumenta i passaggi, ma porta al medesimo risultato).
In questo mondo affascinante e perturbante si muovono le avventure del ragazzo che prendono spunto dai classici per arrivare al cinema orientale miyazakiano (come già diverse opere del passato della Pixar) dove non esiste un antagonista (ok, verso la fine ci sarà un villain, ma durerà poco).
Lo scioglimento e il raggiungimento dello scopo saranno un pco scontati e con alcune delle sequenze "d'azione" più tristi della casa di produzione di Lasseter (che ci ha abituati a molto di più), ma il vero terreno di gioco del film è tutto sulle emozioni, con alcuni momenti strappalacrime sbattuti in faccia con violenza.
Visivamente impeccabile e con una fotografia tra le migliori che ricordi.

venerdì 18 ottobre 2019

Smetto quando voglio: Masterclass - Sydney Sibilia (2017)

(Id.)

Visto in Tv.

Al secondo capitolo della saga dei ricercatori precari Sibilia riprende tutti gli elementi del primo film e li riutilizza. Fotografia acida con doppia dominante, uso pazzesco delle location romane meno scontate possibile (che riescono quindi a creare un'altra città rispetto a quella da cartolina a cui ci siamo abituati), ottima colonna sonora (invasiva, ma contenuta) e gag che si appoggiano totalmente sulla fisicità e sulla recitazione degli attori (in questo secondo film risalta soprattutto Edoardo Leo, capace di dare senso e tempo comico con i gesti più che con le parole).

Quello che cambia però è il ritmo. Il film vira dalla commedia classica alla action comedy. Con un gusto per le scene d'azione dinamiche e divertenti nel contempo (e che riescono, anche se in minima parte, a portare avanti la trama mentre avvengono) che sembra essere preso da De la Iglesia (a mio avviso, il migliore in questo campo) non avendo un paragone possibile in Italia. L'effetto è eccitante e stupefacente; si prenda anche soltanto l'attacco al treno; fa godere di alcuni dei momenti più divertenti del film, mantiene le caratteristiche di ogni singolo personaggio, porta avanti la trama (si scopre chi è a creare la nuova droga sintetica) e realizza il primo (?) stand off sul tetto del treno del cinema italiano (contemporaneo) a cui si arriva con angoli d'inquadratura particolari e senza mai rallentare il ritmo.
L'altra grande capacità del film è quella di avere un cast ancora più numeroso e riuscire a dare caratteristiche tridimensionali a quasi tutti i coprotagonisti e a farle mantenere durante lo svolgimento delle varie sequenze; nessuno agisce per riempire un vuoto, in maniera banale, ma tutti si muovono come farebbe il loro personaggio in quella situazione.

Il film riconferma una galleria di antieroi buffi e sfigati che sembrano sempre riuscire rovinandosi nel finale dando, di fatto, continuità (ma molto attualizzata) alla commedia all'italiana. Qualche differenza ovviamente c'è, ma è una modifica secondaria.

lunedì 13 maggio 2019

In Zeiten des abnehmenden Lichts - Matti Geschonneck (2017)

(Id. AKA In times of fading light)

Visto in aereo, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Per il 90esimo compleanno di un importante (ex) esponente del partito comunista (nella Germania est), si riunisce la famiglia con alcuni rappresentanti dei lavoratori, ex colleghi e dignitari; quello che l'anziano non sa è che il nipote è scappato all'ovest solo il giorno prima.

Un film elegante che parla di Segreti e Bugie di una famiglia dai capostipiti rigidissimi con una miccia che fa (lentamente) deflagrare tutti gli asti sopiti. Il tutto viene inserito in un quadro storico particolare, ancora piuttosto sentito in Germania, il declino della DDR riuscendo, in un colpo solo, a dare una botta emozionale per un'era e il senso di tempo che passa ambientandola durante il 1989; discorsi che si uniscono alle medesime dinamiche all'interno della famiglia.
Di fatto il film è un'opera teatrale scritta con grazie (il passo da tragedia è costante, ma delicato) che punta tutto sulla caratterizzazione carica dei personaggi (dando vita a dei piccoli capolavori con la coppia disfunzionale dei grandi anziani) dati in affido a un cast completamente in parte (il grande Ganz fa il paio con l'enorme e rabbiosa Schmahl).

Il film è gestito con estrema competenza e il packaging è inappuntabile, l'effetto finale è di soddisfazione, il tutto senza inventare quasi nulla e facendo leva sul contesto storico.

lunedì 3 settembre 2018

La settima musa - Jaume Balagueró (2017)

(Muse)

Visto al cinema.

Io ho un grande rispetto (direi solo rispetto senza aggettivazione, ma senza quel "grande" mi da la percezione che non si dia la giusta dose di stima) per Balagueró; durante il boom degli zombie movie si è inserito con personalità e, senza inventare nulla, ha maneggiato alcuni generi di quegli anni tirando fuori un film magnifico dal ritmo serrato e dalle possibilità seminali infinite; poi ha portato sullo schermo un thriller da camera cattivissimo e coeso che non può non colpire. Poi questo...

Tornato all'horror, però, il regista spagnolo, sembra aver dimenticato tutto su come si fa un film. Incredibile la sciatteria generale di "La settima musa" che parte da una scrittura ridicola. La trama è complicata per poter inserire l'idea di queste 7 muse malvagie legate all'umanità, ma non sarebbe il primo horror metafisico a essere arzigogolato. Il problema di scrittura è più profondo, è nell'incapacità di mettere in fila 3 linee di dialogo sensate, di mettere un solo personaggio che non sia fastidioso o di generare un'idea che abbia un minimo di concretezza o che sia almeno utile alla trama senza zavorrarla. La storia si muove con la solita ricerca di qualcosa, ma lo fa con salti tali e una tale mancanza di significato da rendere tutto noioso e pedante, fino all'inutile colpo di scena di finale (che vorrebbe essere pieno di emotività). Non cito neanche la pretestuosità esibita delle poesia e il name dropping di poeti che vorrebbero far sembrare più intelligente un film che non sa di cosa sta parlando.
La regia è inutile, crea un ambiente gloomy senza inventiva e riutilizza decine di idee vecchie senza dargli nuova vita (cosa invece che era il punto di forza delle opere precedenti), quelle poche idee carine (le punizioni della quinta musa) sono utilizzate male e assolutamente non sfruttate. Il corredo iconografico (a partire da come sono rappresentate le muse), anche se abusato, avrebbe potuto dare qualche risultato, ma, Balagueró, decide di non utilizzarlo se non come soprammobile. Su tutto comunque è la sostanziale incapacità di creare tensione che, a partire da metà, sembr aessere una precisa scelta.

Un film terribile, talmente mal realizzato che sbrodola pretenziosità senza riuscire mai in nessuno degli intenti, neppure i minimi. Sia stata la volontà a tutti i costi della co-produzione internazionale o il reale disinteresse del regista, questo rimane uno dei più brutti film che abbia visto quest'anno.

venerdì 17 agosto 2018

La ragazza nella nebbia - Donato Carrisi (2017)

(Id.)

Visto in un cineforum.

Un ragazza viene rapita in una comunità montana con problemi religiosi. Per risolvere il caso viene inviato un ispettore "dalla città" che sfrutta la morbosità della stampa come un vantaggio per ricadute d'immagine, ma anche per mettere alle strette l'assassino o i sospetti.

Il classico giallo all'americana realizzato in Italia con un personaggio ambiguo, ma estremamente competente, che si muove in un mondo oscuro quanto lui è già di per sé qualcosa di interessante; la costruzione di una storia precisa e debitamente complicata (il regista e sceneggiatore è anche lo scrittore del libro e la tendenza alla scrittura complessa la si intuisce subito). Le cose però cambiano repentinamente con l'identificazione di un sospetto, il protagonista cambia e si torna indietro ai giorni del delitto e si prosegue per assistere agli stessi eventi dal punto di vista del nuovo personaggio. A fine film il punto di vista cambia nuovamente sempre l'ispettore, ma il tono è diverso di nuovo.
Il cambio di tono sembra essere il vero intento di un film che fa di tutto per non essere classico, anzi, per smarcarsi dal giallo consueto fino ad arrivare a un finale che è l'opposto dello scioglimento classico.
Il vero valore dell'opera, però, è tutto nella già ricordata scrittura. La vicenda inizia in media res, senza preamboli e senza presentazioni dei personaggi, le cose vengono mostrare senza aiuti e i vari protagonisti sono descritti minuziosamente.
La regia fa, invece,. quello che può. Affida il personaggio più complesso a Servillo (unico che possa dare carisma e fascino un personaggio ambiguo, ma dalla parte del "bene"), che però viene lasciato troppo spesso da solo a fare quello che vuole; il contraltare è dato a Boni che, più contenuto e rigido, porta a casa un risultato decisamente positivo (anche se più contenuto).
Un film imperfetto, che comincia molto bene si muove con difficoltà tra diverse imprecisioni, ma che conclude senza deludere e portando a casa un ottimo risultato.

lunedì 14 maggio 2018

The place - Paolo Genovese (2017)

(Id.)

Visto in aereo.

Un uomo, seduto in un locale, incontra persone con problemi a cui garantisce una soluzione in cambio di un'ordalia, possono andare dal dover uccidere una bambina, al dover rimanere incinta, dalla costruzione di una bomba a far lasciare una coppia di amici. Anche le richieste possono essere le più variegate, dal ritrovare la fede in Dio, a una notte di sesso con una pin up fino a guarigione di parenti.

Il film è tratto da una serie televisiva americana (che non ho visto) da cui si discosta pochissimo, inventando poco, ma addensando molto. Diverse vicende vengono condensate nel minutaggio di un film e i personaggi vengono costantemente legati gli uni agli altri senza un senso apparente, ma in un carosello costante di rimandi ed effetti domino.
Il film, parte da un plot solido e ben delineato, ridotto magnificamente, ma difficile da gestire. Tutto ambientato in uno stesso edificio, con gli stessi attoria ripetersi e scene sostanzialmente identiche, la stanchezza appare dietro l'angolo.
Paolo Genovese, che conosco pochissimo, ma credo per la prima volta alle prese con un dramma, si muove benissimo. Pur senza inventare nulla porta avanti una regia invisibile, ma costantemente improntata allo scarto di punto di vista rispetto alla sequenza precedente, riuscendo a dribblare la noia in molte occasioni e, nel finale, riuscendo a aumentare l'interesse con il progredire delle storie.
Ancora una volta però bisogna sottolineare il lavoro di scrittura, il vero fattore determinante per la riuscita di questo film. A fronte della ripetitività delle vicende l'idea alla base è quella di attori che raccontano eventi enormi, ma avvenuti fuori campo in uno sforzo di gestione dei monologhi che ha del titanico; a fronte di un cast di nomi famosi (ma non per questo sempre impeccabile...) gli eventi raccontati sono prefetti, si prendono i tempi dovuti per attirare lo spettatore senza indugiare troppo per non scadere nello sbadiglio.
Un film originalissimo nel panorama italiano, non privo di difetti, ma ben gestito e godibile fino in fondo.