Visualizzazione post con etichetta Fantascienza. Mostra tutti i post
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mercoledì 9 dicembre 2020

The arrival- Desin Villeneuve (2016)

 (Id.)

Visto su Amazon prime.


Gli alieni arrivano sulla terra. Più che pacifici sono silenziosi, se ne stanno sulle loro (inquietanti) astronavi e aspettano. Gli esseri umani tentano di comunicare, ma manca un linguaggio comune che andrà trovato.

Un film di fantascienza con gli alieni che diventa una sorta di thriller linguistico per concludersi con un colpo di scena sul significato della vita che rimette in gioco tutte le immagini viste finora.

Preso da un racconto (fantastico) di Ted Chiang il film ne rielabora la parte concettualmente più impegnativa e meno quella filologica in senso stretto ed è un peccato, ma veniale (odio chi giudica un film per le differenze dal libro, ma con Chiang non sono riuscito a non pensarci tutto il tempo).

Trampolino di lancio per il Villeneuve fantascientifico a cui (sinceramente) non avrei dato due lire, invece il canadese ci sguazza da dio, costruisce tutto il mood sulle immagini ieratiche dai colori cerulei curiosamente degne delle copertine Urania (quelle più serie non quelle cazzare) con venature alla Magritte che dettano il tono di tutto il film e se lo portano sulle spalle anche più della brava e pacata Amy Adams.

Se l'intero film si poggia sul comparto visivo che sostiene il gelido thriller compreso fra linguistica e geopolitca il family drama così come il twist finale riescono a dare ulteriore profondità alla sceneggiatura dando qualcosa che ci si può portare dietro oltre la fine del film. Non ci sarà azione o alieni completamente visibili, ma più di così cosa si può volere?

mercoledì 9 settembre 2020

Tenet - Christopher Nolan (2020)

 (Id.)

Visto al cinema.

per la seconda volta (in tempi recenti) Christopehrer Nolan si scrive il film tutto da solo, ma stavolta non è un film "semplice" a livello di trama come "Dunkirk" (la cui complessità dei piani temporali era tutta fatta dal montaggio), il risultato è decisamente al di sotto del livello usuale.

Come spesso siamo davanti a un film piuttosto semplice nella trama (è una versione di James Bond con i viaggi nel tempo, e in quest'ottica Washington è credibile nella parte, lo lancio come suggerimento), ma che viene reso complesso dalla messa in scena e dalla maniera di raccontarlo, con incongruenze (apparenti o reali), salti temporali e i temibili spiegoni che qui diventano più pervasivi del solito.

Nonostante questi difetti e qualche stridio di troppo, però, siamo davanti a un film meraviglioso. Nolan sfrutta trame complesse, concetti enormi e soluzione sci-fi solo per portare sullo schermo quello che nessuno ha mai fatto prima. La lunga scena della battaglia in due tempi è qualcosa di mastodontico per complessità e accuratezza e decisamente qualcosa che difficilmente verrà mai riproposto. Ed è proprio in scene come queste che salta fuori la vera dote di Nolan, rendere chiari concetti e scene confuse e difficili. A questo si può associare la sempre interessante componente filosofica (semplice, ma mai indagata troppo quella della "bomba inesplosa") e soprattutto che Nolan è uno dei migliori registi action in circolazione.

Siamo di fronte a un autore a tutto tondo che scava nelle psicologie, nei drammi e nei concetti complessi, ma alla fine è l'unico che riesce a rendere fenomenale un aereo che si schianta senza neanche alzarsi da terra (la mia scena preferita del film). Lo ripeto, Nolan è uno dei più grandi registi action in circolazione.


PS: sono io che non l'ho mai notato o questo è il primo film di Nolan con dell'ironia?

lunedì 29 giugno 2020

Predestination - Michael Spierig, Peter Spierig (2014)

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Visto su Netflix.

Classico film di cui meno si sa e meglio è (è quello che i giovani chiamano mind-fuck movie).
Le sinossi, di solito parlano di un agente di un'agenzia americana che si occupa di sventare reati utilizzando i viaggi nel tempo. Questo agente deve tentare di eliminare un attentato a New York negli anni '70 in cui perderanno la vita migliaia di persone.
La cosa buffa è che la sinossi è veritiera, ma per oltre metà film si parla di tutt'altro (non ci si lasci ingannare).

Il film è tortuoso e pretestuoso (l'assunto alla base del film che da adito a tutto quello che succederà dopo è francamente implausibile) gestito anche bene (sebbene con un certo pilota automatico), ma di per se limitante. Se si riesce ad accettare quell'assunto il film avrà una trama entusiasmante, altrimenti sarà terribile.

Al di là del twist plot continuo, il film è diretto con sicurezza un pò spenta, ma ha l'indubbio valore di creare un mondo senza dilungarsi in dettagli hard sci-fi.
La meccanica dei viaggi nel tempo rimane non spiegata, viene introdotta velocemente, ma in maniera adeguata e si basa su un'estetica semplicissima, efficace e classicheggiante (una valigetta).
Tutta la sovrastruttura dei viaggi nel tempo segue la stessa idea, poche spiegazioni, efficacia e colpo d'occhio. Su questa idea si inserisce il personaggio di Taylor che riesce ad essere senza tempo e si crea una serie di versione degli Stati Uniti nei vari decenni che, distanti dalla realtà, sono la versione attuale di quegli anni (su tutto si veda l'addestramento negli anni '60, una versione futuristica di quel decennio pensata oggi), un sistema che di per sé è world building (tutti sono inseriti nello stesso contesto avulso da quello reale) e che permette con poche immagini di chiarire una situazione complicatissima.
Un film che è di serie B nei modi, nelle limature e (credo) anche nel budget; ma è una serie B di lusso.

lunedì 18 maggio 2020

Figli degli uomini - Alfonso Cuarón (2006)

(Children of men)

Visto su Netflix.

In un futuro distopico gli esseri umani sono diventati tutti, massivamente, infertili. Si vive in un mondo arido, senza speranza e violento, con gli stessi problemi attuali, ma drammatizzati ed estremi.
(Un uomo viene contattato dalla sua ex moglie (capo di un gruppo di resistenza) per una missione speciale, scortare una donna verso un luogo di mare dove dovrebbe esserci una nave di un fantomatico gruppo di salvataggio internazionale ad attenderla.

Grazie ai soldi e alla credibilità guadagnati dall'Harry Potter più oscuro, Cuaron può realizzare il più interessante film di fantascienza degli anni zero. Gran parte del fascino del film nasce non dallo spunto iniziale, ma dalla messa in scena e dalla regia.
la messa in scena è quella di un futuro prossimo, dove la tecnologia è avanzata, ma non in maniera eccessiva e risulta già usurata, infangata, sporca. Una messa in scena che esalta il tono crepuscolare della trama e che ne determina la credibilità.
La regia poi (il vero motivo di gloria del film) tenta il tutto e per tutto per essere immersiva, con macchina a mano e una serie di piani sequenza che servono a dare unità d'azione e ad aumentare la claustrofobia delle vicende riuscendo nello stesso tempo a far risultare il film un action anche se molto di quello che avviene è una lunghissima fuga a piedi. Se è giustamente famoso il piano sequenza finale (lunghissimo e complicato che termina con un'epifania incredibile) credo vadano encomiati anche la scena d'apertura (che con la sola voice over del tg spiega lo spunto fantascientifico alla base, presenta il protagonista e il mood dell'intero film), ma soprattutto la scena all'interno dell'auto, un capolavoro di complessità e colpi di scena.
Tutto questo sforzo enorme, da spessore alla vicenda, da capacità d'immedesimazione che altrimenti rimarrebbe parziale, ma soprattutto aumenta l'effetto angosciante e senza speranza (se non una luce alla fine assoluta, ma all'interno di un mare di disperazione) che è il cuore del film.
Un film che è fatto da una fuga di un'ora e mezza tra le più crudeli ed emozionanti di sempre.

PS: Owen al suo meglio, stropicciato e abbattuto è il protagonista perfetto.

lunedì 11 maggio 2020

Snowpiercerer - Bong Joon Ho (2013)

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Visto su Amzon prime.

In un futuro distopico il riscaldamento globale è stato battuto con una sostanza che ab batte le temperature... ovviamente la sostanza sfugge di mano e abbatte troppo rendendo impossibile la vita sulla terra. La popolazione si rifugia su un treno che gira in maniera perpetua sul pianeta. Non tutti sfruttano i vantaggi del treno essendo rigidamente diviso per classi, i ricchi in testa, i poveri ammassati in coda.

Film di fantascienza e metaforone dichiarato (letteralmente) è il primo film americano di Bong Joon Ho.
Partendo da una trama eccessiva viene costruito un film che (se proprio non inneggia quantomeno) disquisisce sulla divisione di classe come avverrà anche nel successivo "Parasite" (ma senza quella grazia) portando il tono fantascientifico alle estreme conseguenze.
Lì'impianto e chiaramente americano, ma con un tocco originale; la scena di battaglia al buio è una buona intuizione (anche se non gestita benissimo), il personaggio dell'immancabile Song Kang Ho, fuori dagli archetipi classici. Un mix interessante che svecchia la fantascienza d'azione a cui siamo abituati senza però perdere in spettacolarità. Anzi, il colpo d'occhio, la ricerca di immagini iconiche è continua e spesso fruttuosa.
Tutto molto bello, tutto molto buono, devo ammettere che non mi ha convinto del tutto; personaggi troppo caricaturali (ma senza un filo di commedia come succede di solito nei film di Joon Ho), situazioni paradossali al limite della sospensione dell'incredulità e un finale che si basa moltissimo su un twist plot molto americano (anche se poi quello definitivo sarà un altro), me l'hanno reso meno godibile di quanto avrebbe potuto. Rimane comunque un ottimo prodotto.

lunedì 23 marzo 2020

Under the skin - Jonathan Glazer (2013)

(Id.)

Visto su Netflix.

Un alieno si traveste da Scarlett Johansson per sedurre uomini scozzesi e portarli in una sorta di prigione liquida dove se ne nutre. Pur essendo un predatore, senza motivo, a un certo punto comincia ad empatizzare con le prede, scoprirà dei sentimenti che lo porteranno a essere senza difese dalla cattiveria degli esseri umani.
Parabola buonista che parte da una base di cinismo estremo per arrivare a una nemesi feroce proprio quando meno se lo meriterebbe la protagonista.
La trama è un finto fantascientifico per parlare di emozioni, dai tempi dilatati e (questo è un encomio) con un'enorme economia di parole, dove nulla viene spiegato e qualcosa suggerito dalle immagini.
E qui si arriva al nocciolo del film, le immagini.

Glazer è l'autori di alcuni tra i più importanti (ed esteticamente virtuosi) videoclip degli anni '90 e autore di 3 film (compreso questo), tra cui "Io sono Sean", film che parla di emozioni con tempi dilatati e uno spunto soprannaturale.
Nel realizzare il suo lungometraggio non perde la mano sull'estetica, anzi, la amplifica, con un'ottima fotografia notturna e alcune idee di messa in scena potentissime che da sole rendono un intero mondo stando più vicine all'opera d'arte visuale che al cinema (su tutte, la cattura all'interno del liquido nero, ma anche la bellissima sequenza finale nell'umidità del bosco). Un lavoro di cesello che è entusiasmante.
Dal punto di vista della trama poi non si tira indietro nell'essere elegantemente (e voyeristicamente) brutale (la scena del bambino abbandonato sulla spiaggia) in una maniera fredda che è al cifra del film.
Tutto bene, tutto molto bello, ma tutto che gira a vuoto. Tempi dilatati, distanza e gelo, una trama che sarebbe stata perfetta per un cortometraggio, la fantascienza utilizzata come arredamento per fare altro e un'attenzione tutta concentrata sul colpo d'occhio senza interessarsi troppo alla scrittura dei personaggi e alla trama creano un film respingente, noioso, che non attrae e non ti fa empatizzare con quanto sta avvenendo.

lunedì 10 febbraio 2020

Transformer - Michael Bay (2007)

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Visto su Netflix.

Io e Bay ci siamo lasciati quasi un ventennio fa con "Pearl Harbor", da allora c'è stato fra di noi solo un breve flirt (che però è stato stupendo). Volendo arrivare preparato a "6 underground" mi è toccato recuperare il rapporto con questo regista. Ho, quindi, visto per la prima volta il primo capitolo della saga... e mi sono divertito molto.

Bay ha codificato in maniera definitiva la sua estetica con colori acidi, movimenti di macchina circolari, un uso ossessivo (ma spesso adeguato) del ralenty.
A fronte di tutto ciò viene realizzato un film totalmente assurdo che nel primo terzo (primo dell'arrivo dei robot) è un divertentissimo teen movie interpretato da trentenni con un dinamismo da action. Il risultato è sorprendete e non può non entusiasmare. La regia muscolare di Bay improntata alla rapidità messa disposizione della sotria di un liceale sfigato, ma ambizioso è semplicemente perfetta e ha la giusta dose di autoironia.
Poi arrivano i robot.
A quel punto il film comincia una lenta trasformazione in un action tutti gli effetti con una serietà che aumenta di minuto in minuto fino alla preparazione dello scontro sulla diga (e lo showdown in città ovviamente) che non devia più verso il riso. Di questa trasformazione la trama ne perde moltissimo, ma non il ritmo che viene mantenuto altissimo e riesce a sostenere le scene d'azione.
Il film risulta godibile dall'inizio alla fine nonostante le lungaggini e si lascia ricordare con piacere (e Lebouf non risulta neppure antipatico!!).

Unico appunto, la CGI dell'epoca. I robot spesso inquadrati in maniera molto ravvicinata o quei ralenty continui potrebbero essere una necessità più che una scelta di regia. Bay riesce così a mostrare il meno possibile i movimenti del robot rapportati con glie seri umani per nasconderne una minor fluidità (?). In ogni caso l'operazione riesce in pieno.

venerdì 15 novembre 2019

Iron man - Jon Favreau (2008)

(Id.)

Visto in tv.

Il primo capitolo della nuova vita della Marvel cinematografica è una delle operazioni meglio riuscite di sempre e uno dei film di supereroi più belli dell'epoca (a parte alcuni Batman).

Il film è una classicissima origin story e deve portare a casa il risultato presentando un personaggio sconosciuto a più, raccontarlo nel dettaglio prima, mostrare come c'è arrivato e poi farlo scontrare con il villain del caso.
Il metodo scelto per farlo è vincente.
Il film si concentra tantissimo sul personaggio, lo manipola rendendolo cool e divertente e lo mette in mano a Robert Downey Jr (il personaggio è proprio ritagliato su di lui). Mai una scelta di casting fu più azzeccata. Oggi nessuno avrebbe dubbi ad affidare a Downey Jr le chiavi di casa, ma all'epoca l'attore (con tutti i suoi problemi) arrivava da una serie di film imbarazzanti, alcuni ottimi film che abbiamo visto in due, e altri film dove semplicemente non lo si poteva riconoscere (e comunque li abbiamo visti in due). Questo personaggio invece gli permette di gigioneggiare al meglio e dare sfoggio di una gamma di possibilità attoriali (esagerate) che gli verranno buone e lo rilanceranno.
Il film si poggia integralmente sul suo attore/personaggio e gira intorno distruggendo quello che era l'archetipo supereroistico sopravvissuto fino a quegli anni (quello anni 80-90 di Batman) con un personaggio principale triste e esolitario e prieno di problemi e un supoerpotere visto con fatica o con responasibilità; qui si vira il tutto verso l'edonismo.
Il tutto condito da una fotografia ottimale, molto illuminata e tendente ai colori caldi.

L'altra grande scommessa è quella di creare un film con un antagonista quasi inesistente; certo il villain arriva, ma molto tardi, dall'interno e quasi per sbaglio, dando vita a una delle (estremamente efficace) sequenze action di un fil m d'azione povero d'azione.

Un film non scontato che diventerà seminale che azzecca tutto, dall'estetica al tono al ritmo fondando una nuova linea di supereroi.

lunedì 7 ottobre 2019

Alien - Ridley Scott (1979)

(Id.)

Visto in DVD.

Nel 1979 Ridley Scott deicde di girare un film di fantascienza. Non ha mai girato un film di questo genere, anzi, fatto salvo un film in costume ("I duellanti") non ha mai girato un film.
Scott si approccia la genere in maniera particolare... lo ignora quasi integralmente. Prende a mani basse gli stilemi dell'horror e del thriller e crea un via nuova (stessa cosa che farà subito dopo con "Blade runner" unendo la fantascienza con il noir). L'effetto finale è potentissimo.

Scott mette un gruppo di persone in un luogo isolato, come nel più classico slasher, e vi fa penetrare il perturbante (che qui prende le forme di uno xenomorfo anziché di un uomo con la maschera); fa spezzare il gruppo, organizzare difese e contrattacchi e li farà morire tutti a uno a uno in una gestione della tensione esemplare che non si esaurirà con la fuga finale della scream queen, ma andrà ancora oltre.
Ovviamente il film non è tutto qua o ce lo ricorderemmo come quel film tipo Carpenter ambientato nello spazio.
Scott organizza i suoi personaggi e li rende il più possibile tridimensionali con poche, oculate, cadute nel macchiettistico e crea una protagonista che definirla scream queen è quasi un insulto (chiedo scusa per averlo fatto poco fa); è un'eroina dura e rocciosissima, determinata e pronta a tutto, qualcosa di così vicino alla disperazione apatica e spietata (sempre sangue di xenomorfo) da essere stata avvicinata solo da Furiosa in tempi recenti. Il fatto di non aver giocato al ribasso nel cast è il valore aggiunto decisivo: la Weaver alla sua prima apparizione importante è stata una scommessa vinta, Hurt la botta di fortuna utilizzata per il minutaggio minore, ma nella parte decisiva; il resto sono tutti attori di peso che vanno dalla qualità assoluta (Holm) alla caratterizzazione di gran classe (Stanton). Pretendere di più sarebbe stato impossibile.
Scott però non si limita al cast e lavora d'immagini (come farà di nuovo in "Blade runner"). Butta a mare 25 anni di fantascienza pulita con navi spaziali bianche e luminose e pianeti grigi e polverosi e trasforma l'ambiente in un incubo. Tutto diventa nero, organico e umido, i (pochi) punti luce servono solo a creare squarci insignificanti fra le tenebre o a creare icone che diverranno il canone da '79 in poi (il tavolo illuminato dall'interno). L'ambiente molla la fantascienza classica per creare un linguaggio nuovo che diventerà la base anche dell'horror contemporaneo.

Infine la creatura; difficile dire qualcosa sul colpo di genio di Giger, sulla commistione biologica e inorganica, sul costante gocciolio e sulle allegorie parasessuali, il tutto unito in un mostro che mette i brividi ancora adesso.

Il termine seminale è abusato, ma in questo caso, come poche altre volte, può essere usato con assoluta tranquillità, per un film che a distanza di 40 anni(!) non ha ancora perso un colpo.

venerdì 30 agosto 2019

Verdens undergang - August Blom (1916)

(Id. AKA The end of the world)

Visto qui.

Una nuova cometa viene avvistata nel cielo, secondo i calcoli dello scopritore colpirà la terra causando devastazioni. Un finanziere deciderà di tenere la notizia nascosta per potervi lucrare.

Film apocalittico (il primo probabilmente) che presenta un evento inaspettato e impossibile da fermare e lo mischia con la borghesia senza scrupoli e la rivolta sociale.
In una parola un unico film che sembra parlare per allegorie della prima guerra mondiale (che la Danimarca guardava dalla posizione privilegiata del paese neutrale a pochi chilometri dagli scontri) e nello stesso tempo mostra i semi del disagio sociale che un anno più tardi sfocerà nella rivoluzione d'ottobre.

Se il tema è affascinante, la realizzazione della parte apocalittica è ben realizzata andando dalla pioggia di meteoriti allo tsunami. Nello stesso tempo la recitazione è buona, senza eccellenze, ma senza sbavature o esagerazioni.
Il vero problema è il ritmo, difficoltoso e dal fiato corto, con troppi personaggi aggiunti per bilanciare i cattivi con i buoni che rallentano ulteriormente.
Le immagini ben realizzate non riescono a compensare la mancanza di nerbo nella realizzazione.

venerdì 28 giugno 2019

L'astronave - Holger-Madsen (1918)

(Himmelskibet AKA A trip to Mars)

Visto qui.

Con la benedizione del padre astronomo (e le maledizioni di un anziano collega) un uomo decide di costruire un'astronave per raggiungere Marte. La missione sarà di sapore internazionale e, giungendo su Marte (nonostante le intemperanze e il tentativo di ammutinamento sobillato dall'americano) scopriranno una società pacifica che rifugge da secoli la violenza fisica.

Film famoso per essere il primo (che io sappia) che mostri un'epopea spaziale diretta verso Marte. Ma questo è solo un record di poco conto se paragonato al fascino che l'opera riesce ancora ad avere grazie a una cura particolare nelle inquadrature (estremamente pulite) e a un ritmo che riesce a mantenere l'attenzione viva dall'inizio alla fine. La realizzazione del mondo marziano è decisamente meno avanguardista di altri film fantascientifici del decennio successivo, ma assolutamente in linea con il messaggio pacifista (colori chiari, linee morbide). Magnifiche anche le innumerevoli scenografie (con alcune scene in esterno) che si fanno notare per le ampie differenze (la casa terrestre, Marte, l'interno dell'astronave) e che rappresentano una varietà amplissima per l'epoca.

Perdonabile la recitazione un pò troppo enfatica che si nota soprattutto nella seconda parte.
Ancora più affascinante il contesto storico in cui viene realizzato il film, sul finire della prima guerra mondiale in un paese ufficialmente neutrale, ma che assisteva ai massacri perpetrati a "pochi" chilometri dai confini.

lunedì 17 giugno 2019

Terrore nello spazio - Mario Bava (1965)

(Id.)

Visto in Dvx.

Due navi spaziali cercano di raggiungere un pianeta da cui arriva un segnale radio; nel tentativo di atterraggio perdono conoscenza, una volta svegliati iniziano una serie di eventi strani, morti inspiegabili in un ambiente inquietante.

Film di serie B fatto con pochi mezzi e meno tempo che si basa su un racconto degnamente Urania che cerca di interessare e il povero Bava dietro la macchina da presa che fa i salti mortali per trasformare un filmetto di fantascienza in una dignitosa opera horror.
Meglio essere chiari fin da subito; il film è un'opera camp come poche, piuttosto noiosetta, senza brividi nonostante l'impegno e con un cast tra i più inespressivi di sempre.
Ciononostante riesce a fare il giro e a dare qualcosa in cambio della pazienza dello spettatore. Se si ha un minimo di gusto per il kitsch questo profluvio di colori fluo, nebbia alle caviglie, capelli cotonati e tute in pelle dal colletto improbabile riuscirà a farsi apprezzare, soprattutto per gli amanti dei 60's.
Se si sopporta l'idea di un'operazione pesantemente totalmente senza budget si possono apprezzare gli enormi sforzi del regista, che personalmente non ho mai trovato totalmente efficaci, ma indubbiamente affascinanti (si pensi all'esplorazione della nave spaziale aliena).
Infine, per gli amanti di "Ai confini della realtà" questo film non è altro che una puntata del telefilm allungata a dismisura.

In conclusione trovo che le lodi sperticate per questo film siano, quantomeno esagerate; ma ha più di un motivo per essere ripescato, consapevoli che nasce come serie B e serie B invecchiata rimane.

mercoledì 29 maggio 2019

Aelita - Yakov Protazanov (1924)

(Id.)

Visto qui.

Film fantascientifico che si svolge quasi interamente sulla terra. La trama si occupa di una coppia dove lui cerca di progettare una nave spaziale per portare la rivoluzione sul pianeta rosso, mentre lei conosce un nuovo vicino di casa (in realtà alla coppia viene requisita una parte dell'ampia casa); lui dubiterà della fedeltà di lei, cercherà la vendetta facile e una fuga difficile nello spazio dove si porterà dietro un militare e un ispettore privato. Arrivato su Marte riceverà l'appoggio della regina locale contro l'oligarchia al comando sul pianeta, ma sarà tutto un doppio gioco per prendere il potere reale.

Il film è di genere fantascientifico sui generis, visto che le sequenze nello spazio fanno tutte parte delle fantasie a occhi aperti del protagonista e non rappresentano nulla di reale (non è uno spoiler poiché viene dichiarato fin dall'inizio), ma sono solo un meccanismo di fuga del personaggio e un mezzo per inserire sequenze d'effetto (ma non è il momento di approfondimento psicologico che avrebbe potuto essere).

Al di là del buffo utilizzo del pianeta, dunque, il film è realizzato ottimamente, con una recitazione ottimale al servizio di una trama consueta, ma condotta con piglio perfetto, rendendo il ritmo azzeccato e il passo del film godibile ancora oggi con l'occhio assuefatto a velocità ben maggiori.
La regia non è fantasiosa, ma competente, interessata a utilizzare gli spazi alieni per creare lo stupore dovuto e veicolare il messaggio propagandistico con una rivolta di classe giusta e condivisibile e messaggi simboli più o meno subliminale.
L'effetto finale è solo in parte pretestuoso, nel complesso il film brilla per chiarezza, emozioni e fruibilità.

Mezhplanetnaya revolyutsiya - Nikolai Khodataev, Zenon Komissarenko, Youry Merkulov (1924)

(Id. AKA Interplanetary revolution)

Visto qui.

Se l'animazione sovietica raggiungerà la fama (e i vertici qualitativi) tra gli anni '60 e i '70, ma le sue origini sono decisamente più distanti.
Questo cortometraggio muto è un film di propaganda fantascientifico che utilizza il mezzo dell'animazione (probabilmente) per veicolari i propri contenuti esagerati (l'idea alla base è che i comunisti nel 1929, cioè 5 anni dopo, avrebbero raggiunto Marte per liberare i proletari marziani dal giogo capitalista per poi passare al resto della galassia) senza sprecare troppi soldi e per permettere una deviazione surrealista incredibile.

Questo infatti non è un cortometraggio per bambini: tra capitalisti dalle natiche enormi che mangiano i proletari a un cameo di Lenin (!) l'intento è veicolare una storia supereroistica a un pubblico analfabeta (sostanzialmente nessun cartello) con iperboli, invenzioni visive che rasentano l'incomprensibilità.
L'animazione è qualitativamente non entusiasmante, primordiale nella realizzazione e nel tratto, quindi per me poco attraente, ma anche estremamente originale.

Il film ha un'idea talmente assurda che sembra ovvio sia stata ispirata da "Aelita" libro fantascientifico/bolscevico del 1922 da cui fu tratto un lungometraggio uscito pochi mesi dopo questo stesso film.

lunedì 25 marzo 2019

Barbarella - Roger Vadim (1968)

(Id.)

Visto in Dvx.

Incaricata dal ministro della terra di ritrovare uno scienziato, Barbarella si ritroverà a dover affrontare personaggi e mondi disperati, ma sensualissimi.
La trama è solo un pretesto per permettere allo spettatore di godere della bellezza della Fonda; tutto il resto del film è un surplus.
Non stupisce quindi la storia pretestuosa e sfilacciata e neppure la noia che afferra in molti momenti, né tanto meno la presenza di importanti WTF più o meno voluti.
Quello che invece stupisce è l'impegno incredibile nella creazione di un mondo tremendamente kitsch, ma il più possibile dettagliato; le idee estetiche sono ovunque, ardite o sceme, ma coerenti, creando un catalogo di splendido cattivo gusto che fa invidia e più il film prosegue, più sorprende la capacità inventiva attorno ad un tema comune.
Oltre alla protagonista, dunque, c'è bisogno di un encomio speciale alle maestranze che hanno lavorato nelle retrovia a cui si deve il merito (condiviso anche con la follia di De Laurentis) di aver creato un cult.

lunedì 11 febbraio 2019

Blade runner - Ridley Scott (1982)

(Id.)

Visto in Dvx.

Film iconico per eccellenza di cui chiunque ha già detto tutto. Personalmente non sono mai stato un appassionato cultore, ma rivedendolo oggi non si può non riconoscerne il valore.

Il film si muove con il fiato spezzato del noir e con il ritmo lento degli Scotts degli anni '80.
Il film prende un vago spunto da un libro di Dick solo per partire con una densa trama filosofica, ricca di filippiche e strati di significato; una sceneggiatura complessa e complicata (un pò film autoriale un pò noir classico, di nuovo) che riesce a reggere il colpo nonostante qualche eccesso (il famosissimo monologo finale posto dopo un inseguimento teoricamente violento avrebbe ammazzato qualunque altro film).

Ma con tutto questo il film avrebbe fatto la gioia di Dick e sarebbe stato messo nel dimenticatoio del tentativo autoriale di un regista con potenzialità mainstream.
Il reale valore aggiunto però è altrove: nel comparto estetico.
Mi rendo conto della tautologia, ma mai come in questo caso siamo davanti a un film da guardare. Scott crea un film in cui le immagini trasmettono interamente il mood veicolato dalla sceneggiatura con in più informazioni potenziali su quanto successo fino a quel momento.
Anzi, Scott fa di più, crea un intero mondo solo con le immagini. Una Los Angeles che è un'immensa Chinatown, costantemente umida, barocca e adagiata nella sua dissoluzione, un disfacimento calmo e accettato da tutti, nonostante tutto. Un luogo buio in cui le luci al neon sono pervasive quanto gli schermi pubblicitari e le luci intrusive che dall'esterno illuminano gli interni ancora più cupi della città senza però chiarire ciò che accade, anzi, aumentando la confusione.
All'opposto rispetto al precedente "Alien", le immagini sono densissime pur nella loro semplicità, ma sono costantemente ragionate. La regia fa ciò che vuole per seguire i personaggi: primi piani, piani medi (per mostrare adeguatamente gli interni), movimenti di macchina, inquadrature fisse, montaggio interno; c'è tutto.
Il film parla più con le immagini che con le parole, accumulando informazioni, emozioni e simbologie in una serie di sequenze assolutamente impeccabili. Mostra, giocando, il concetto di mostrare (con i continui riferimento agli occhi, la vista e le immagini) e rappresenta di per sé un film nel film.

PS: Spoiler. Deckard è un replicante? L'idea (anzi l'idea di lasciare il tutto nell'ambiguità) è intrigante e aggiunge un nuovo livello di lettura tirando le fila di un discorso altrimenti solo evocativo (il rapporto con Gaff); ma, a conti fatti, non aggiunge nulla alla trama. L'incertezza di essere o meno un androide è già rappresentata da Rachael, l'idea che un androide vada a caccia di androidi non aumenta il fascino del film, il fatto che Roy nel finale sia più umano di un umano non è sminuita se quest'ultimo è un robot (ci sono degli umani dietro Deckard in ogni caso, Gaff non mostra neppure la comprensione del personaggio di Ford).

mercoledì 6 febbraio 2019

Upstream color - Shane Carruth (2013)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.


Devo ammettere che, guardando il film, non mi è stata mai completamente chiara la trama. Ovvio che le relazioni fra i personaggi e fra le due componenti della storia (gli uomini "contaminati" dalla larva e i maiali) risultano evidenti, ma i dettagli li ho colti solo leggendo qui... e devo ammettere che credo che alcune cose se le siano inventante...

A distanza di nove anni dal suo clamoroso esordio (he ha convinto tutti che la fantascienza si può fare anche con due spicci e senza muoversi da casa), Carruth torna, ma stavolta ha convinto i produttori a dargli dei soldi; esce dal garage di casa e realizza un film con decine di location, am l'essenza è sempre quella di "Primer".
Anzi, ancora più che nel precedente film, quest'opera parte da un'idea più o meno sci-fi per parlare d'altro. Qui infatti siamo davanti a una storia d'amore disperato ed enormemente sentimentale che parte da una larva che, dopo essere stata inoculata, controlla la volontà delle persone (grazie Cronenberg).
L'effetto finale è un film straniante fortemente emotivo e realizzato con un gioco di montaggio continuo (vi sono due storie parallele) che crea una tensione interna catalizzita del disturbato (ma dolce) rapporto a due dei protagonisti. Niente di enorme, ma tutto funziona alla perfezione. Nonostante le mie difficoltà a capire l'andamento della trama, l'interesse per "quello che viene dopo" mi è rimasto altissimo, semplicemente perché a livello emotivo tutto funziona, la tensione è realmente buona e la parte romance la sfrutta bene.

Dal punto di vista estetico, Carruth si può permettere una moltitudine di punti di vista, parecchie location, evolve la sua fotografia scarna in una dai colori strettamente controllati, si concede una cura per l'inquadratura ad effetto che nel precedente non c'era (la nota immagine dei due protagonisti abbracciati in vasca da bagno; anche contestualizzata non perde dolcezza, surrealtà e inquietudine), e si mette anche a giocare con sovrapposizioni di sequenze.

mercoledì 9 gennaio 2019

Hunger Games: il canto della rivolta, Parte 2 - F. Lawrence (2015)

(The Hunger Games: Mockingjay - Part 2)

Visto in DVD.

Il film di chiusura della saga di Katniss conclude il discorso portato avanti negli ultimi due: l'uso delle immagini come fonte di propaganda, la manipolazione del potere e i dubbi morali sull'essere utilizzati o nel sostenere una parte.
Decisamente moderno nel mostrare la morte degli ideali e aggiornato nel mostrare la lotta per ottenere una giustizia personale (non giustizialismo, ma etica) è la derivazione più moderna del supereroe. Unito al fatto che la protagonista è una donna, non forte, non indipendente, ma decisa e autonoma (e la dama da salvare, sempre in pericolo, è un uomo) la cui storia d'amore è la meno convenzionale possibile (un amore hollywoodiano con l'uomo perfetto che viene sorpassato a destra da un amore di comodo che diventa volontà di salvare e vero affetto); l'effetto che ne viene fuori è che ci sit rova davanti al blockbuster più anticonvenzionale di sempre.

Con una messa in scena ormai ben codificata, ma sempre più sporca (salvo che nel finale), pecca in una generale mancanza di idee potenti; ottima la scena della trappola tra gli edifici, ma è poca cosa rispetto a un finale che poteva essere decisamente più maestoso.
Gioca comunque benissimo le sue carte trasformando il capitolo finale di una saga adolescenziale in una discesa all'inferno dove è più facile morire che amare (cit.), con punte da cinema horror vero e proprio nelle fogne. Non delude nel confronto finale fra Katniss e Snow riuscendo a renderlo estremamente breve e cordiale spostando completamente l'attenzione.
E per concludere realizza un finale antieroico come solo Nolan è riuscito a fare, con Batman, nel recente passato.

Complessivamente il più debole dei quattro, ma soffre della sfortuna di essere stato anticipato da ottimi film e, in ogni caso, rimane un buon film e tra i più originali nella sua nicchia.

venerdì 4 gennaio 2019

Gattaca. La porta dell'universo - Andrew Niccol (1997)

(Gattaca)

Visto in Dvx.

In un futuro in cui la lettura del DNA permette di prevedere le percentuali di rischio di ogni malattia, solo gli individui più geneticamente dotati vengono scelti per lavori superiori, mentre i portatori di, possibili, tare vengono relegati alla serie B senza possibilità di ascensione sociale. Un ragazzo con una buona probabilità di avere problemi cardiaci in giovane età vuole a tutti i costi diventare astronauta, metterà in piedi un elaborato sistema per eludere i continui controlli (con l'aiuto di un uomo dal DNA strabiliante, ma in sedia a rotelle per un incidente) e partire per la prima missione su Marte. Purtroppo i suoi piani sembrano dover essere scoperti a causa di un omicidio che porterà la polizia a indagare.

Un film che parte da una distopia vagamente huxleyana per portare avanti l'eterno topos americano della volontà che batte ogni costrizione, del self made man più forte dei suoi limiti e dell'ottusità del sistema. A conti fatti niente di veramente nuovo, ma, considerando l'anno d'uscita (la pecora Dolly nacque l'anno prima e il progetto genoma umano si trovava esattamente a metà percorso) è affascinante l'aver preso un concetto scientifico nuovo e pieno di potenzialità per immaginarne le storture in un futuro in cui questo sarebbe stato completamente sfruttabile; si, insomma, la fantascienza alla sua prova di forza speculatoria massima.

Alla sua opera prima Niccol scrive e dirige.
Scrive in maniera fin troppa convenzionale, ma provando a gestire il tutto come un thriller con twist plot e agnizione finale.
Dietro la macchina da presa riesce a fare anche peggio; elimina ogni punta di interesse e di ritmo, riducendo una storia semplice, ma potenzialmente interessante, in una lunga sequela di scene mal recitate (non da tutti, ma la media è negativa).

Quello che davvero si salva è il comparto estetico. Con un cast fatto di attori e attrici bellissimi, con vestiti impeccabili, location moderne senza futurismi impossibili e una fotografia da colori terrei e caldi con luci soffuse degni di ben altri sforzi. Ma ancora più di tutto questo c'è l'idea (da allora riutilizzata periodicamente) di creare un'idea di futuro non localizzabile nel tempo con dettagli (su tutti i vestiti anni '50) retrò, creando un mabiente futuribile, ma comprensibile, affascinante (sfociando facilmente nel dandy) e non databile.

A conti fatti, però, rimane solo una splendida scatola.

lunedì 17 dicembre 2018

Hunger Games: il canto della rivolta, Parte I - F. Lawerence (2014)

(The Hunger Games: Mockinjay - Part I)

Visto in Dvx.


La rivolta è iniziata, a Katniss non è richiesto di essere parte attiva agli scontri, ma deve esserne il simbolo, deve creare consenso tramite video promozionali e visite "pubblicitarie". Dall'altra parte, però, Peeta, rimasto a Capitol, verrà sfruttato allo stesso modo.

Al terzo capitolo Huger Games decide di pigiare con ancora più forza sulla mitopoiesi e lo fa con un'intelligenza e un'ambiguità ancora superiori a quelle dei primi due film.
Katniss rimane dubbiosa su tutto, titubante nell'accettare gli oneri della fama e a diventare l'emblema della rivolta da lei scatenata. Di fatto la prima protagonista di un franchise milionario ad essere artefice involontaria di tutto e ad essere restia a prendersi le proprie responsabilità.
Inoltre la mitopoiesi passa attraverso ambiguità e patti interni tutta'altro che limpidi, mentre le scelte fatte in nome di un bene superiore vengono chiaramente messe in discussione dalla propaganda di Capitol tutt'altro che infondata.
Allo stesso tempo, questo lungo capitolo fatto di advertising mostra il lato oscuro del marketing, la creazione del nulla in uno studio di posa, lo sfruttamento di simboli semplici e immediatamente riconoscibili, le visite a ospedali o zone di massacri per avere maggior realismo ecc... Un discorso ampio che, anche guardato in maniera molto limitata, quantomeno parla del modo di creare immagini e di fatto del cinema stesso.

A livello estetico si fa un passo avanti verso quell'impronta sovietica nel popolo massa che, curiosamente, viene applicata sui buoni (cosa non scontata per un film USA).

A tutto questo si prosegue con una delle storie d'amore adolescenziale tra le più originali di sempre, mentre al già nutrito cast anti-mainstream si unisce una Julianne Moore non proprio fondamentale, ma che fa davvero piacere vedere in scena. Ovviamente la parte del leone la fa sempre la Lawrence, anche se, in questo episodio, mi è sembrata meno capace che nei due precedenti, ma sempre lavorando a una media superiore a molti suoi colleghi.