(Serbuan maut 2: Berandal)
Visto su Amazon prime.
Dopo il botto di "The raid" il gruppo di Gareth Evans pensa sia giusto sfruttare il nome per il film successivo e decide di riprendere in mano lo script su cui stava lavorando già prima del 2011 e lo manipola per farlo diventare il seguito diretto del suo capolavoro.
L'effetto di questa manipolazione è evidente. Questo nuovo film ha una trama che non può essere riassunta in una riga; il genere cambia e diventa un hard boiled con un occhio a quello asiatico anni '80-'90; ovviamente il potenziale di empatia non può che aumentare (a chi non apprezza l'hard boiled di Hong Kong non so proprio cosa dire)... però l'impatto devastante del primo tutto fatto di purissima azione, velocità e ritmo enorme dall'inizio alla fine viene perduto.
L'azione c'è e in molte situazioni la cura è altissima e porta a dei risultati da applausi (la mia scena preferita è sicuramente a lotta nel fango dell'inizio, piani sequenza, dettagli, idee di coreografia pazzesche e con picchi di violenza inaudita), ma si fa prendere la mano arrivando a un inseguimento in macchina perfetto e sfrutta a piene mani le location delle varie lotte con un uso drammatico che Hitchcock avrebbe apprezzato (le sedie, la piastre e addirittura la zuppa nel ristorante, la scena iniziale nel bagno, ecc..). La mano quindi c'è, non viene persa, ma è diluita.
La storia è sicuramente buona (infiltrato nella mala deve sgominare tutti, a rischio c'è la famiglia e c'è la polizia corrotta), ma si perde spessissimo, si ipertrofizza senza motivo con picchi di inutilità e i dialoghi non so proprio la punta di diamante del film.
Quello che ne viene fuori è un neo-noir ormai un poco datato (che talvolta si perde nei suoi stessi meandri), con trovate visive prese e rimaneggiate da Refn (che si conferma il regista più seminale per l'action moderno) e con ottime scene d'azione. "The raid" rimane lassù, ad anni luce di distanza.
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lunedì 16 novembre 2020
lunedì 24 agosto 2020
John Wick - Chad Stahelski, David Leitch (2014)
(Id.)
Visto su Amazon prime.
Credo sia ormai noto a tutti il film d'azione di Keanu Reeves, non dirò nient'altro sulla trama, mi pare già sufficiente.
Il film realizzato dagli stunt Sthelski e Leitch (prodotto da quest'ultimo e tenuto uncredited nella regia, ma vedendo quel capolavoro di "Atomica bionda" è evidente da dove vengono molte delle idee di regia) è tutto tranne un capolavoro, ma è un film enorme per l'idea di base di prendere l'azione del sud est asiatico (si, diciamo pure quella di "The raid") e portarla a Hollywood. Già solo per questo il film potrebbe diventare uno dei semi dell'action dei prossimi vent'anni. Si aggiunga che uscendo dal loro campo, prendono l'estetica di Refn, tutte luci fluo, personaggi impassibili, illuminazione in pieno volto e una perfezione formale estrema, la manipolano per renderla meno perturbante e il gioco è fatto. abbiamo la carta d'identità di quello che il cinema d'azione potrebbe diventare se venisse girato senza il pilota automatico.
Ovviamente i pregi non finiscono qui. L'estetica è molto e la regia è tutto, ma il world building dei sicari che vivono a fianco del genere umano normale come i vampiri è semplicissimo è pazzesco; l'eroe che incute timore ai villain con il solo rimanere al silenzia al telefono (in una sorta di versione ribaltata del T1000) è un'idea semplice che era ora qualcuno portasse sul grande schermo e poi c'è Reeves che sembra nato pèer la parte.
I difetti, però, sono altrettanto notevoli: trama un poco raffazzonata con eventi troppo rapidi o decisioni buffe, Reeves che si dà anima e corpo, ma che ancora non ha il fisico adatto (nelle scene con degli stunt all'altezza si nota poca, ma lo showdown finale con l'altrettanto legnoso Nyqvist è patetico)... Quindi?
Quindi siamo davanti a un film di serie B con tutti i limiti del caso che offre alcune delle scene d'azione migliori del suo anno (verrà superato a destra dalla già citata "Atomica bionda") e che crea un immaginario visivo e concettuale che non potrà non influenzare i posteri.
Visto su Amazon prime.
Credo sia ormai noto a tutti il film d'azione di Keanu Reeves, non dirò nient'altro sulla trama, mi pare già sufficiente.
Il film realizzato dagli stunt Sthelski e Leitch (prodotto da quest'ultimo e tenuto uncredited nella regia, ma vedendo quel capolavoro di "Atomica bionda" è evidente da dove vengono molte delle idee di regia) è tutto tranne un capolavoro, ma è un film enorme per l'idea di base di prendere l'azione del sud est asiatico (si, diciamo pure quella di "The raid") e portarla a Hollywood. Già solo per questo il film potrebbe diventare uno dei semi dell'action dei prossimi vent'anni. Si aggiunga che uscendo dal loro campo, prendono l'estetica di Refn, tutte luci fluo, personaggi impassibili, illuminazione in pieno volto e una perfezione formale estrema, la manipolano per renderla meno perturbante e il gioco è fatto. abbiamo la carta d'identità di quello che il cinema d'azione potrebbe diventare se venisse girato senza il pilota automatico.
Ovviamente i pregi non finiscono qui. L'estetica è molto e la regia è tutto, ma il world building dei sicari che vivono a fianco del genere umano normale come i vampiri è semplicissimo è pazzesco; l'eroe che incute timore ai villain con il solo rimanere al silenzia al telefono (in una sorta di versione ribaltata del T1000) è un'idea semplice che era ora qualcuno portasse sul grande schermo e poi c'è Reeves che sembra nato pèer la parte.
I difetti, però, sono altrettanto notevoli: trama un poco raffazzonata con eventi troppo rapidi o decisioni buffe, Reeves che si dà anima e corpo, ma che ancora non ha il fisico adatto (nelle scene con degli stunt all'altezza si nota poca, ma lo showdown finale con l'altrettanto legnoso Nyqvist è patetico)... Quindi?
Quindi siamo davanti a un film di serie B con tutti i limiti del caso che offre alcune delle scene d'azione migliori del suo anno (verrà superato a destra dalla già citata "Atomica bionda") e che crea un immaginario visivo e concettuale che non potrà non influenzare i posteri.
giovedì 16 luglio 2020
Timbuktu - Abderrahmane Sissako (2014)
(Id.)
Visto su Mubi, in lingua originale sottotitolato.
Un gruppo di jihadisti arriva a Timbuktu e impone la sharia a un gruppo di mussulmani piuttosto recalcitrante nell'accettarla. nel mentre un uomo e la sua famiglia che vivono alle porte della città si trova ad avere una lite con un pescatore locale che finirà malissimo.
Film di Sissako, formalmente ben costruito, con un ritmo rilassato e un tono pacato che riesce però a non essere mai privo di interesse. Originale e vero valore aggiunto lo sguardo sul jihadismo del nord del Mali (ma il nord del Mali ne è vittima e non promotore) mostrato per piccoli gesti e quotidianità.
Il gruppo di integralisti discute con tuti in maniera estremamente pacata, impone cose intollerabili e folli, ma con estrema grazia (il colloquio con la pescivendola che non vuole indossare i guanti mentre lavora) e con un rapporto costante con le autorità religiose locali, mentre intanto si occupa di creare video (in maniera piuttosto faticosa) e chiacchierare di calcio.
Siamo davanti a una visione dello johadismo sicuramente edulcorata, ma originale, che, da una parte, umanizza i suoi rappresentanti (sono esseri umani e non creature mitologiche come i nazisti dei film americani), dall'altra ne mostra le capacità di inserirsi nel contesto pur essendo un oggetto estraneo, ne sottolinea la (calma) pervasività.
La storia che fa da filo conduttore, quella dell'allevatore che si scontra con il pescatore è invece piuttosto pretestuosa. Si svolgerebbe in maniera simile in qualunque tempo o luogo, l'estremismo religioso non centra nulla. Evidentemente è stata messa dentro per dare una continuità a un film fatto di episodi brevi autoconclusivi.
Visto su Mubi, in lingua originale sottotitolato.
Un gruppo di jihadisti arriva a Timbuktu e impone la sharia a un gruppo di mussulmani piuttosto recalcitrante nell'accettarla. nel mentre un uomo e la sua famiglia che vivono alle porte della città si trova ad avere una lite con un pescatore locale che finirà malissimo.
Film di Sissako, formalmente ben costruito, con un ritmo rilassato e un tono pacato che riesce però a non essere mai privo di interesse. Originale e vero valore aggiunto lo sguardo sul jihadismo del nord del Mali (ma il nord del Mali ne è vittima e non promotore) mostrato per piccoli gesti e quotidianità.
Il gruppo di integralisti discute con tuti in maniera estremamente pacata, impone cose intollerabili e folli, ma con estrema grazia (il colloquio con la pescivendola che non vuole indossare i guanti mentre lavora) e con un rapporto costante con le autorità religiose locali, mentre intanto si occupa di creare video (in maniera piuttosto faticosa) e chiacchierare di calcio.
Siamo davanti a una visione dello johadismo sicuramente edulcorata, ma originale, che, da una parte, umanizza i suoi rappresentanti (sono esseri umani e non creature mitologiche come i nazisti dei film americani), dall'altra ne mostra le capacità di inserirsi nel contesto pur essendo un oggetto estraneo, ne sottolinea la (calma) pervasività.
La storia che fa da filo conduttore, quella dell'allevatore che si scontra con il pescatore è invece piuttosto pretestuosa. Si svolgerebbe in maniera simile in qualunque tempo o luogo, l'estremismo religioso non centra nulla. Evidentemente è stata messa dentro per dare una continuità a un film fatto di episodi brevi autoconclusivi.
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Dramma,
Film
lunedì 29 giugno 2020
Predestination - Michael Spierig, Peter Spierig (2014)
(Id.)
Visto su Netflix.
Classico film di cui meno si sa e meglio è (è quello che i giovani chiamano mind-fuck movie).
Le sinossi, di solito parlano di un agente di un'agenzia americana che si occupa di sventare reati utilizzando i viaggi nel tempo. Questo agente deve tentare di eliminare un attentato a New York negli anni '70 in cui perderanno la vita migliaia di persone.
La cosa buffa è che la sinossi è veritiera, ma per oltre metà film si parla di tutt'altro (non ci si lasci ingannare).
Il film è tortuoso e pretestuoso (l'assunto alla base del film che da adito a tutto quello che succederà dopo è francamente implausibile) gestito anche bene (sebbene con un certo pilota automatico), ma di per se limitante. Se si riesce ad accettare quell'assunto il film avrà una trama entusiasmante, altrimenti sarà terribile.
Al di là del twist plot continuo, il film è diretto con sicurezza un pò spenta, ma ha l'indubbio valore di creare un mondo senza dilungarsi in dettagli hard sci-fi.
La meccanica dei viaggi nel tempo rimane non spiegata, viene introdotta velocemente, ma in maniera adeguata e si basa su un'estetica semplicissima, efficace e classicheggiante (una valigetta).
Tutta la sovrastruttura dei viaggi nel tempo segue la stessa idea, poche spiegazioni, efficacia e colpo d'occhio. Su questa idea si inserisce il personaggio di Taylor che riesce ad essere senza tempo e si crea una serie di versione degli Stati Uniti nei vari decenni che, distanti dalla realtà, sono la versione attuale di quegli anni (su tutto si veda l'addestramento negli anni '60, una versione futuristica di quel decennio pensata oggi), un sistema che di per sé è world building (tutti sono inseriti nello stesso contesto avulso da quello reale) e che permette con poche immagini di chiarire una situazione complicatissima.
Un film che è di serie B nei modi, nelle limature e (credo) anche nel budget; ma è una serie B di lusso.
Visto su Netflix.
Classico film di cui meno si sa e meglio è (è quello che i giovani chiamano mind-fuck movie).
Le sinossi, di solito parlano di un agente di un'agenzia americana che si occupa di sventare reati utilizzando i viaggi nel tempo. Questo agente deve tentare di eliminare un attentato a New York negli anni '70 in cui perderanno la vita migliaia di persone.
La cosa buffa è che la sinossi è veritiera, ma per oltre metà film si parla di tutt'altro (non ci si lasci ingannare).
Il film è tortuoso e pretestuoso (l'assunto alla base del film che da adito a tutto quello che succederà dopo è francamente implausibile) gestito anche bene (sebbene con un certo pilota automatico), ma di per se limitante. Se si riesce ad accettare quell'assunto il film avrà una trama entusiasmante, altrimenti sarà terribile.
Al di là del twist plot continuo, il film è diretto con sicurezza un pò spenta, ma ha l'indubbio valore di creare un mondo senza dilungarsi in dettagli hard sci-fi.
La meccanica dei viaggi nel tempo rimane non spiegata, viene introdotta velocemente, ma in maniera adeguata e si basa su un'estetica semplicissima, efficace e classicheggiante (una valigetta).
Tutta la sovrastruttura dei viaggi nel tempo segue la stessa idea, poche spiegazioni, efficacia e colpo d'occhio. Su questa idea si inserisce il personaggio di Taylor che riesce ad essere senza tempo e si crea una serie di versione degli Stati Uniti nei vari decenni che, distanti dalla realtà, sono la versione attuale di quegli anni (su tutto si veda l'addestramento negli anni '60, una versione futuristica di quel decennio pensata oggi), un sistema che di per sé è world building (tutti sono inseriti nello stesso contesto avulso da quello reale) e che permette con poche immagini di chiarire una situazione complicatissima.
Un film che è di serie B nei modi, nelle limature e (credo) anche nel budget; ma è una serie B di lusso.
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Dramma,
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Fantascienza,
Michael Spierig,
Noah Taylor,
Peter Spierig,
Thriller
lunedì 27 aprile 2020
Noah - Darren Aronfsky (2014)
(Id.)
Visto su Netflix.
Aronofsky prende la storia biblica di Noè, la gonfia a dismisura introducendo personaggi e relazioni nuove e (questa l'idea fondamentale) la gestisce come un fantasy. Ed ecco fatto un film.
A monte di ogni giudizio fa piuttosto specie vedere un regista viscerale e circonvenuto come Aronofsky alle prese con un colossal dal sapore supereroistico, avrei scommesso fosse un film su commissione della Paramount rimaneggiato dall'autore se non ne avessi letto della precisa volontà di Aronofsky che da anni tentava di portare sullo schermo questa storia.
Detto ciò il film è, come già detto, un'avventura fantasy; un'ottica che, per le storie bibliche soprattutto per un europeo, è sostanzialmente nuova e, diciamocelo, vincente. La storia trattata in questo modo riesce ad avere un ritmo, un passo e un titanismo che difficilmente avrebbe avuto in altro modo, ma no solo questo. Aronofsky prende una delle storie bibliche più fantasiose (meno realistiche) e la gestisce con i linguaggi delle storie inverosimili cinematografiche, anziché il tentativo di un'agiografia di un personaggio impossibile. Fatto il salto l'effetto finale è garantito.
A fronte di questa idea di trama il film fa perno sui rapporti familiari come base del racconto, attriti, rapporti di fiducia e di forza che si muovono, si sbilanciano e si ricreano mentre questo gruppo di persone equilibrato viene messo in mezzo a una delle situazioni più estreme in assoluto.
A condire e a gonfiare c'è (e ci deve essere) un antagonista esterno che banalizza un poco e degli alleati esterni (gli angeli di pietra realizzati e animati benissimo che sono, di fatto, l'unico elemento dichiaratamente fantastico inserito a forza).
Peccato che l'arco narrativo sia scontato per gli scontri esterni e sia invece claudicante per quelli interni.
Per gli scontri esterni la scena di assalto all'arca è l'unica che si fa ricordare.
Gli scontri fra i membri della famiglia invece, una volta arrivato il diluvio diventano l'unica fonte di dinamismo ed essendo confinati in un luogo con pochi personaggi, diventano presto pretestuosi, ripetutitivi e con cambi improvvisi non giustificati.
Con tutto quanto ci si può chiedere se e dove Aronofsky si riconosca. Aronofsky c'è ed è riconoscibile. Splendido il time lapse per indicare il passare del tempo (la fonte d'acqua che diventa fiume), perfetto il continuo ritornare alla frutto della conoscenza e la morte di Abele con 3 immagini in sequenza riconoscibilissime (una sintesi rapida e perfetta fatta solo con immagini di comune riconoscibilità); idee ben congegnate, ma che, per me, sono pò poco.
Visto su Netflix.
Aronofsky prende la storia biblica di Noè, la gonfia a dismisura introducendo personaggi e relazioni nuove e (questa l'idea fondamentale) la gestisce come un fantasy. Ed ecco fatto un film.
A monte di ogni giudizio fa piuttosto specie vedere un regista viscerale e circonvenuto come Aronofsky alle prese con un colossal dal sapore supereroistico, avrei scommesso fosse un film su commissione della Paramount rimaneggiato dall'autore se non ne avessi letto della precisa volontà di Aronofsky che da anni tentava di portare sullo schermo questa storia.
Detto ciò il film è, come già detto, un'avventura fantasy; un'ottica che, per le storie bibliche soprattutto per un europeo, è sostanzialmente nuova e, diciamocelo, vincente. La storia trattata in questo modo riesce ad avere un ritmo, un passo e un titanismo che difficilmente avrebbe avuto in altro modo, ma no solo questo. Aronofsky prende una delle storie bibliche più fantasiose (meno realistiche) e la gestisce con i linguaggi delle storie inverosimili cinematografiche, anziché il tentativo di un'agiografia di un personaggio impossibile. Fatto il salto l'effetto finale è garantito.
A fronte di questa idea di trama il film fa perno sui rapporti familiari come base del racconto, attriti, rapporti di fiducia e di forza che si muovono, si sbilanciano e si ricreano mentre questo gruppo di persone equilibrato viene messo in mezzo a una delle situazioni più estreme in assoluto.
A condire e a gonfiare c'è (e ci deve essere) un antagonista esterno che banalizza un poco e degli alleati esterni (gli angeli di pietra realizzati e animati benissimo che sono, di fatto, l'unico elemento dichiaratamente fantastico inserito a forza).
Peccato che l'arco narrativo sia scontato per gli scontri esterni e sia invece claudicante per quelli interni.
Per gli scontri esterni la scena di assalto all'arca è l'unica che si fa ricordare.
Gli scontri fra i membri della famiglia invece, una volta arrivato il diluvio diventano l'unica fonte di dinamismo ed essendo confinati in un luogo con pochi personaggi, diventano presto pretestuosi, ripetutitivi e con cambi improvvisi non giustificati.
Con tutto quanto ci si può chiedere se e dove Aronofsky si riconosca. Aronofsky c'è ed è riconoscibile. Splendido il time lapse per indicare il passare del tempo (la fonte d'acqua che diventa fiume), perfetto il continuo ritornare alla frutto della conoscenza e la morte di Abele con 3 immagini in sequenza riconoscibilissime (una sintesi rapida e perfetta fatta solo con immagini di comune riconoscibilità); idee ben congegnate, ma che, per me, sono pò poco.
lunedì 24 febbraio 2020
L'amore bugiardo. Gone girl - David Fincher (2014)
(Gone girl)
Visto in tv.
Una donna che sparisce, l'indagine che si muove per capire cos'è successo, i media che arrivano a imporre il loro punto di vista e i segreti di una coppia che portano un uomo a essere prima ritenuto l'innamorato innocente poi il colpevole predestinato... e siamo solo a metà film, ma il resto non si può raccontare.
Fincher firma il suo film più complesso (anche se non sembra), perde qualcosa nel dinamismo, ma offre un thriller spiazzante ad ogni cambio di scena.
Tutta la prima parte è un interessante discorso sulla manipolazione, dei comportamenti e delle opinioni, da parte dei media che sono solo lo specchio della società (anche dentro ogni matrimonio, ci dirà Fincher, c'è sopraffazione e manipolazione quindi non ci si può aspettare altro dai giornalisti).
La seconda parte sfuma completamente la parte thriller per aggiungere un lavoro di disvelamento nuovo. I personaggi vengono esposti per quello che sono senza che vi siano spiegazioni o flashback, ma tramite le interazioni con altri personaggi.
Se la prima parte è un gioco di specchi per lo spettatore (anche lui manipolato quanto i personaggi a credere o meno a certe opinioni (ma anche lui parte del problema con l'interesse voyeruistico che fa il paio con quello dei fruitori di trasmissioni scandalistiche viste nel film), la seconda è un film di intrighi di palazzo che si occupano di mantenere uno steady state in un rapporto di coppia ormai esploso. Ognuno dei due pezzi cerca di dire qualcosa sulla natura dei rapporti umani e sul gioco di verità e menzogne che legano la società a partire dai nuclei familiari fino agli ambienti dei media. Un pò troppo per un thriller? Il film funziona in ogni senso, è godibile e fa rimanere alta l'attenzione, si prende i suoi tempi (con qualche caduta di ritmo), ma non delude.
PS: scena montata alla Fincher, quella del letto con Harris.
Visto in tv.
Una donna che sparisce, l'indagine che si muove per capire cos'è successo, i media che arrivano a imporre il loro punto di vista e i segreti di una coppia che portano un uomo a essere prima ritenuto l'innamorato innocente poi il colpevole predestinato... e siamo solo a metà film, ma il resto non si può raccontare.
Fincher firma il suo film più complesso (anche se non sembra), perde qualcosa nel dinamismo, ma offre un thriller spiazzante ad ogni cambio di scena.
Tutta la prima parte è un interessante discorso sulla manipolazione, dei comportamenti e delle opinioni, da parte dei media che sono solo lo specchio della società (anche dentro ogni matrimonio, ci dirà Fincher, c'è sopraffazione e manipolazione quindi non ci si può aspettare altro dai giornalisti).
La seconda parte sfuma completamente la parte thriller per aggiungere un lavoro di disvelamento nuovo. I personaggi vengono esposti per quello che sono senza che vi siano spiegazioni o flashback, ma tramite le interazioni con altri personaggi.
Se la prima parte è un gioco di specchi per lo spettatore (anche lui manipolato quanto i personaggi a credere o meno a certe opinioni (ma anche lui parte del problema con l'interesse voyeruistico che fa il paio con quello dei fruitori di trasmissioni scandalistiche viste nel film), la seconda è un film di intrighi di palazzo che si occupano di mantenere uno steady state in un rapporto di coppia ormai esploso. Ognuno dei due pezzi cerca di dire qualcosa sulla natura dei rapporti umani e sul gioco di verità e menzogne che legano la società a partire dai nuclei familiari fino agli ambienti dei media. Un pò troppo per un thriller? Il film funziona in ogni senso, è godibile e fa rimanere alta l'attenzione, si prende i suoi tempi (con qualche caduta di ritmo), ma non delude.
PS: scena montata alla Fincher, quella del letto con Harris.
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lunedì 17 febbraio 2020
The interview - Evan Goldberg, Seth Rogen (2014)
(Id.)
Cisto su Netflix.
Un giornalista di gossip americano cerca il rilancio fra il gotha dell'intrattenimento serio e per farlo tenta lo scoop assoluto, un'intervista a Kim Jong Un.
Con il suo autore parte per la Corea del Nord mentre viene manipolato da tutti, servizi segreti e leader maximo per primi).
Il film che ha causato a Franco e Rogen problemi diplomatici si rivela essere una loro, classica, innocua commedia demenziale... e sinceramente non c'è sorpresa in questa scoperta.
Film comico volgare come ci hanno abituati con Rogen, stavolta, nella veste del buddy serio e Franco della spalla comica.
Il ritmo è sostenuto e l'estetica curatissima con l'ambientazione nordcoreana, poco originale, ma ben costruita.
Il bromance demenziale è ormai un genere canonizzato quindi non bisogna aspettarsi chissà quale innovazione e, purtroppo, siamo lontani dalla splendida contaminazione con l'action puro di "Strafumati" (così come non ci si avvicina al picco di follia di "Facciamola finita"), ma per chi conosce e apprezza la discendenza produttiva di Apatow questo è l'ennesimo buon film
Cisto su Netflix.
Un giornalista di gossip americano cerca il rilancio fra il gotha dell'intrattenimento serio e per farlo tenta lo scoop assoluto, un'intervista a Kim Jong Un.
Con il suo autore parte per la Corea del Nord mentre viene manipolato da tutti, servizi segreti e leader maximo per primi).
Il film che ha causato a Franco e Rogen problemi diplomatici si rivela essere una loro, classica, innocua commedia demenziale... e sinceramente non c'è sorpresa in questa scoperta.
Film comico volgare come ci hanno abituati con Rogen, stavolta, nella veste del buddy serio e Franco della spalla comica.
Il ritmo è sostenuto e l'estetica curatissima con l'ambientazione nordcoreana, poco originale, ma ben costruita.
Il bromance demenziale è ormai un genere canonizzato quindi non bisogna aspettarsi chissà quale innovazione e, purtroppo, siamo lontani dalla splendida contaminazione con l'action puro di "Strafumati" (così come non ci si avvicina al picco di follia di "Facciamola finita"), ma per chi conosce e apprezza la discendenza produttiva di Apatow questo è l'ennesimo buon film
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Seth Rogen
lunedì 20 gennaio 2020
Tusk - Kevin Smith (2014)
(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
Due tizi vagamente irritanti (un Justin Long che non vedevo da almeno un decennio e un Joel Osment che... beh non vedevo esattamente dal 1999) hanno un podcast dove commentano le cose stupide dell'interne t e poi vanno a trovare i protagonisti. Andando alla ricerca di un regazzino che si taglia la gamba con la katana Justin Long scopre che è morto (curiosamente non per le ferite riportate); incappa però in un vecchio che ha visto tutto, conosciuto tutti e fatto di tutto che ospita gratis se si è disposti ad ascoltare il suo costante chicchiericcio (un ottimo Parks che gioca a fare il solito Parks). E qui comincia la storia vera fatta di matti, ispettori di polizia buffi, chirurgia sperimentale e trichechi.
Che dire... la storia è una storia poco alla Kevin Smith (grazie a Dio), si ci sono giovani che chiacchierano da giovani in maniera sboccata e autoreferenziale, ma poco, per lo più all'inizio e poi vira verso il grottesco.
La storia però è incredibilmente alla Smith; se pensate che nasce dal podcast che Smith intrattiene realmente commentando le notizie che legge in giro... e se pensate che ha ricamato una storia sulla notizia di uno che ospita gratis se si è disposti a vestirsi da tricheco (era chiaramente una presa in giro) la trama assume connotati talmente autoreferenziali da essere fastidiosa anziché divertente con quel retrogusto di "storia inventata quando si è ubriachi che fa riderissimo però già il giorno dopo non fa più ridere nessuno".
Il risultato finale è un film che vorrebbe essere horror (genere che Smith non padroneggia, ma titilla da "Red state" che non ho visto) cercando la tensione e il twist plot... almeno fino a metà film, poi saltano i pochi freni messi al grottesco (che pure c'era e tendeva più a portare fuori mood che ha caricarlo), mette in mezzo il tricheco vessato e l'ispettore macchiettistico (obiettivamente divertente e con un Johnny Depp libero di fare faccette che sembra finalmente in parte dopo molto tempo) e sbraga nella commedia demenziale.
Un film che intrattiene senza colpo ferire, ma segue due strade divergenti alternandole non riuscendo a ottenere nulla e rimanendo nell'insignificanza (o al massimo al piccolo cult da vedere con gli amici facendosi uno shot per ogni fuck che viene detto).
Postilla finale Smith, nei titoli di coda Smith commenta le scene più emotive prendendole per il culo... perché Smith?
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
Due tizi vagamente irritanti (un Justin Long che non vedevo da almeno un decennio e un Joel Osment che... beh non vedevo esattamente dal 1999) hanno un podcast dove commentano le cose stupide dell'interne t e poi vanno a trovare i protagonisti. Andando alla ricerca di un regazzino che si taglia la gamba con la katana Justin Long scopre che è morto (curiosamente non per le ferite riportate); incappa però in un vecchio che ha visto tutto, conosciuto tutti e fatto di tutto che ospita gratis se si è disposti ad ascoltare il suo costante chicchiericcio (un ottimo Parks che gioca a fare il solito Parks). E qui comincia la storia vera fatta di matti, ispettori di polizia buffi, chirurgia sperimentale e trichechi.
Che dire... la storia è una storia poco alla Kevin Smith (grazie a Dio), si ci sono giovani che chiacchierano da giovani in maniera sboccata e autoreferenziale, ma poco, per lo più all'inizio e poi vira verso il grottesco.
La storia però è incredibilmente alla Smith; se pensate che nasce dal podcast che Smith intrattiene realmente commentando le notizie che legge in giro... e se pensate che ha ricamato una storia sulla notizia di uno che ospita gratis se si è disposti a vestirsi da tricheco (era chiaramente una presa in giro) la trama assume connotati talmente autoreferenziali da essere fastidiosa anziché divertente con quel retrogusto di "storia inventata quando si è ubriachi che fa riderissimo però già il giorno dopo non fa più ridere nessuno".
Il risultato finale è un film che vorrebbe essere horror (genere che Smith non padroneggia, ma titilla da "Red state" che non ho visto) cercando la tensione e il twist plot... almeno fino a metà film, poi saltano i pochi freni messi al grottesco (che pure c'era e tendeva più a portare fuori mood che ha caricarlo), mette in mezzo il tricheco vessato e l'ispettore macchiettistico (obiettivamente divertente e con un Johnny Depp libero di fare faccette che sembra finalmente in parte dopo molto tempo) e sbraga nella commedia demenziale.
Un film che intrattiene senza colpo ferire, ma segue due strade divergenti alternandole non riuscendo a ottenere nulla e rimanendo nell'insignificanza (o al massimo al piccolo cult da vedere con gli amici facendosi uno shot per ogni fuck che viene detto).
Postilla finale Smith, nei titoli di coda Smith commenta le scene più emotive prendendole per il culo... perché Smith?
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Horror,
Johnny Depp,
Justin Long,
Kevin Smith,
Michael Parks
giovedì 9 gennaio 2020
Whiplash - Damien Chazelle (2014)
(Id.)
Visto in tv.
Un giovane neoiscritto alla scuola di musica più importante degli USA viene notato dal direttore di un'orchestra jazz. Entrando a far parte del suo entourage entrerà in un mondo di violenza psicologica, autolesionismo e paranoia che lo porterà... alla perfezione.
Un film sull'arte che, finalmente, presenta il successo in ambito musicale, come figlio dell'impegno e non delle doti innate. Per la prima volta l'atto artistico è fatto da sudore e sangue (letteralmente) che portano al genio e, incidentalmente alla follia.
Più che dalle parti de "Il cigno nero" (altro film sull'arte come sforzo fisico e mentale, ma incentrato per lo più sulla psicopatologia) qui siamo più nei pressi di "Rocky" con l'obiettivo a tratti (apparentemente) impossibile che sta davanti a un uomo che, senza l'impegno costante, si troverebbe a sguazzare nella mediocrità e che deve essere disposto a giocarsi tutto (e perdere tutto) per vincere.
La fotografia elegantissima affianca il tema jazzistico oscuro più che lo swing che viene presentato e la regia (un poco impostata nella prima parte) riesce a dare il ritmo necessario e, nel lungo showdown finale piuttosto statico (il protagonista è un batterista), da un dinamismo che rende digeribile tutto ed esalta la musica e lo sforzo fisico.
Il film però è anche uno scontro di personalità e su tutto e tutti si erge un Simmons titanico che fa il bello e il cattivo tempo, che riempie ogni inquadratura a cui prende parte ed è una gioia per gli occhi. Finalmente, per lui, un film da (quasi) protagonista.
Visto in tv.
Un giovane neoiscritto alla scuola di musica più importante degli USA viene notato dal direttore di un'orchestra jazz. Entrando a far parte del suo entourage entrerà in un mondo di violenza psicologica, autolesionismo e paranoia che lo porterà... alla perfezione.
Un film sull'arte che, finalmente, presenta il successo in ambito musicale, come figlio dell'impegno e non delle doti innate. Per la prima volta l'atto artistico è fatto da sudore e sangue (letteralmente) che portano al genio e, incidentalmente alla follia.
Più che dalle parti de "Il cigno nero" (altro film sull'arte come sforzo fisico e mentale, ma incentrato per lo più sulla psicopatologia) qui siamo più nei pressi di "Rocky" con l'obiettivo a tratti (apparentemente) impossibile che sta davanti a un uomo che, senza l'impegno costante, si troverebbe a sguazzare nella mediocrità e che deve essere disposto a giocarsi tutto (e perdere tutto) per vincere.
La fotografia elegantissima affianca il tema jazzistico oscuro più che lo swing che viene presentato e la regia (un poco impostata nella prima parte) riesce a dare il ritmo necessario e, nel lungo showdown finale piuttosto statico (il protagonista è un batterista), da un dinamismo che rende digeribile tutto ed esalta la musica e lo sforzo fisico.
Il film però è anche uno scontro di personalità e su tutto e tutti si erge un Simmons titanico che fa il bello e il cattivo tempo, che riempie ogni inquadratura a cui prende parte ed è una gioia per gli occhi. Finalmente, per lui, un film da (quasi) protagonista.
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lunedì 18 novembre 2019
20,000 days on earth - Iain Forsyth, Jane Pollard (2014)
(Id.)
Visto in Dvx.
Un documentario su Nick Cave, che non ne ripercorre la storia, ma lo affianca durante la registrazione dell’allora nuovo album (Push the sky away) infarcito di considerazioni personali sulla musica, la vita, la memoria.
Visto in Dvx.
Un documentario su Nick Cave, che non ne ripercorre la storia, ma lo affianca durante la registrazione dell’allora nuovo album (Push the sky away) infarcito di considerazioni personali sulla musica, la vita, la memoria.
Di fatto questo non è un documentario, ma
un film di pura fiction con molti personaggi che interpretano sé stessi. I
registi infatti costruiscono scene impegnative, richiedono determinati
movimenti e posizioni agli “attori”, creano una fotografia satura bellissima,
ma soprattutto creano location che interpretino il personaggio e ne parlino. In
questo senso è magnifico l’ufficio di Nick Cave.
A conti fatti, più che un film sulla
musica, questo è un film sulla memoria e il lavoro visivo (e cinematografico in
genere) fatto per rappresentarla o avere la scusa di parlarne è encomiabile: “l’intervista”
tenuta dallo psicoanalista che ripercorre i ricordi del cantante; le opinioni dei
vecchi amici che vengono mostrati come fantasie di Cave mentre guida (una delle idee migliori); ma
soprattutto l’archivio dei ricordi.
Un’opera colossale che dice molto di più
di quanto non venga espresso con i lunghi dialoghi, riesce ad avere picchi di
surrealtà (con Warren Ellis) e di immagine iconiche... tuttavia può facilmente deludere i fan che otterranno poche informazioni, ma soprattutto deluderà chi si aspetta un film (o un documentario) vero e proprio; se si ha la pazienza di vederlo, però, si avrà un dei documentari più belli e più strani.
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venerdì 4 ottobre 2019
Cattivi vicini - Nicholas Stoller (2014)
(Neighbors)
Visto in Dvx.
Una coppia con un bambino appena nato deve riassettare il suo stile di vita e le sue aspettative; abituati alle feste, alla libertà universitaria e alla volontà di divertimento ad ogni costo. La bambina però li costringe alla borghesia, mentre la vicinanza forzata con una confraternita universitaria, li tenta, ma li costringe a odiare quello stile di vita che vorrebbero.
Ok, raccontato così sembra un dramma familiare strappalacrime, invece è un film comico caciarone nello stile Apatow, lo stile diretto ed eccessivo, così come una certa idiozia di fondo nei personaggi e nelle gag deve piacere, altrimenti ci si annoia senza possibilità di intrattenimento. Ma il punto focale del film sta proprio nella trama.
Sul canovaccio più trito di due vicini di casa che si fanno la guerra per idiosincrasia si innesta un motivo decisamente più raffinato. I tre protagonisti (marito e moglie e presidente della confraternita) si odiano non per incompatibilità, ma perché i primi due non riescono a scendere a patti con l'impossibilità di far parte del secondo gruppo; i due genitori sono in tutti e per tutto uguali ai membri della confraternita, ma l'onere di una figlia li costringe alla repressione.
Lo stile del film sfrutta a piene mani l'idea di divertimento a oltranza (con l'immaginario visivo televisivo mutuato dalla Mtv che ha abbandonato la musica) idealizzato in "Project X" e demonizzato in "Springbreakers".
Visto in Dvx.
Una coppia con un bambino appena nato deve riassettare il suo stile di vita e le sue aspettative; abituati alle feste, alla libertà universitaria e alla volontà di divertimento ad ogni costo. La bambina però li costringe alla borghesia, mentre la vicinanza forzata con una confraternita universitaria, li tenta, ma li costringe a odiare quello stile di vita che vorrebbero.
Ok, raccontato così sembra un dramma familiare strappalacrime, invece è un film comico caciarone nello stile Apatow, lo stile diretto ed eccessivo, così come una certa idiozia di fondo nei personaggi e nelle gag deve piacere, altrimenti ci si annoia senza possibilità di intrattenimento. Ma il punto focale del film sta proprio nella trama.
Sul canovaccio più trito di due vicini di casa che si fanno la guerra per idiosincrasia si innesta un motivo decisamente più raffinato. I tre protagonisti (marito e moglie e presidente della confraternita) si odiano non per incompatibilità, ma perché i primi due non riescono a scendere a patti con l'impossibilità di far parte del secondo gruppo; i due genitori sono in tutti e per tutto uguali ai membri della confraternita, ma l'onere di una figlia li costringe alla repressione.
Lo stile del film sfrutta a piene mani l'idea di divertimento a oltranza (con l'immaginario visivo televisivo mutuato dalla Mtv che ha abbandonato la musica) idealizzato in "Project X" e demonizzato in "Springbreakers".
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mercoledì 15 maggio 2019
Tutto può accadere a Broadway - Peter Bogdanovich (2014)
(She's funny that way)
Visto in aereo in lingua originale.
Il ritorno di Bogdanovich è un sorprendente salto indietro nel tempo. Pur sapendo dell'eterno amore del regista per il cinema della Hollywood d'oro degli anni '30-'40 era dai suoi primi film che non si vedevano riferimenti così diretti e credo che sia la sua prima esperienza dagli anni '70 in cui attivamente di resuscitare un genere d'epoca ("Waht's up, doc", "Paper moon" o "At long last love").
Qui siamo di fronte a una vera e propria screwball comedy anni '30, estremamente consapevole di sé, a tratti autoreferenziale al proprio genere (in alcuni momenti in maniera metacinematografica sfacciatissima), ma sostanzialmente rispettosa delle regole base e piena di affetto per quel modo di fare cinema.
Una screwball comedy riadattata ai nostri tempi che non disdegna il dialogo in macchina da presa dell'inizio, alcune derivazioni alleniane, l'introduzione di argomenti come il sesso e l'ammodernamento di personaggi "picchiatelli" che altrimenti sarebbero ormai inservibili (la Aniston su tutti, che purtroppo soffre di una sceneggiatura che la considera fino a un certo punto).
Quello che ne esce è una commedia degli equivoci dai ritmi velocissimi, dalla quantità di caratteri che affollano la scena. Divertente e dal ritmo sempre sostenuto riesce, come 80anni fa, a portare a casa un ottimo risultato.
Rimarrà un unicum, ma è stato un unicum bellissimo.
Visto in aereo in lingua originale.
Il ritorno di Bogdanovich è un sorprendente salto indietro nel tempo. Pur sapendo dell'eterno amore del regista per il cinema della Hollywood d'oro degli anni '30-'40 era dai suoi primi film che non si vedevano riferimenti così diretti e credo che sia la sua prima esperienza dagli anni '70 in cui attivamente di resuscitare un genere d'epoca ("Waht's up, doc", "Paper moon" o "At long last love").
Qui siamo di fronte a una vera e propria screwball comedy anni '30, estremamente consapevole di sé, a tratti autoreferenziale al proprio genere (in alcuni momenti in maniera metacinematografica sfacciatissima), ma sostanzialmente rispettosa delle regole base e piena di affetto per quel modo di fare cinema.
Una screwball comedy riadattata ai nostri tempi che non disdegna il dialogo in macchina da presa dell'inizio, alcune derivazioni alleniane, l'introduzione di argomenti come il sesso e l'ammodernamento di personaggi "picchiatelli" che altrimenti sarebbero ormai inservibili (la Aniston su tutti, che purtroppo soffre di una sceneggiatura che la considera fino a un certo punto).
Quello che ne esce è una commedia degli equivoci dai ritmi velocissimi, dalla quantità di caratteri che affollano la scena. Divertente e dal ritmo sempre sostenuto riesce, come 80anni fa, a portare a casa un ottimo risultato.
Rimarrà un unicum, ma è stato un unicum bellissimo.
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lunedì 17 dicembre 2018
Hunger Games: il canto della rivolta, Parte I - F. Lawerence (2014)
(The Hunger Games: Mockinjay - Part I)
Visto in Dvx.
La rivolta è iniziata, a Katniss non è richiesto di essere parte attiva agli scontri, ma deve esserne il simbolo, deve creare consenso tramite video promozionali e visite "pubblicitarie". Dall'altra parte, però, Peeta, rimasto a Capitol, verrà sfruttato allo stesso modo.
Al terzo capitolo Huger Games decide di pigiare con ancora più forza sulla mitopoiesi e lo fa con un'intelligenza e un'ambiguità ancora superiori a quelle dei primi due film.
Katniss rimane dubbiosa su tutto, titubante nell'accettare gli oneri della fama e a diventare l'emblema della rivolta da lei scatenata. Di fatto la prima protagonista di un franchise milionario ad essere artefice involontaria di tutto e ad essere restia a prendersi le proprie responsabilità.
Inoltre la mitopoiesi passa attraverso ambiguità e patti interni tutta'altro che limpidi, mentre le scelte fatte in nome di un bene superiore vengono chiaramente messe in discussione dalla propaganda di Capitol tutt'altro che infondata.
Allo stesso tempo, questo lungo capitolo fatto di advertising mostra il lato oscuro del marketing, la creazione del nulla in uno studio di posa, lo sfruttamento di simboli semplici e immediatamente riconoscibili, le visite a ospedali o zone di massacri per avere maggior realismo ecc... Un discorso ampio che, anche guardato in maniera molto limitata, quantomeno parla del modo di creare immagini e di fatto del cinema stesso.
A livello estetico si fa un passo avanti verso quell'impronta sovietica nel popolo massa che, curiosamente, viene applicata sui buoni (cosa non scontata per un film USA).
A tutto questo si prosegue con una delle storie d'amore adolescenziale tra le più originali di sempre, mentre al già nutrito cast anti-mainstream si unisce una Julianne Moore non proprio fondamentale, ma che fa davvero piacere vedere in scena. Ovviamente la parte del leone la fa sempre la Lawrence, anche se, in questo episodio, mi è sembrata meno capace che nei due precedenti, ma sempre lavorando a una media superiore a molti suoi colleghi.
Visto in Dvx.
La rivolta è iniziata, a Katniss non è richiesto di essere parte attiva agli scontri, ma deve esserne il simbolo, deve creare consenso tramite video promozionali e visite "pubblicitarie". Dall'altra parte, però, Peeta, rimasto a Capitol, verrà sfruttato allo stesso modo.
Al terzo capitolo Huger Games decide di pigiare con ancora più forza sulla mitopoiesi e lo fa con un'intelligenza e un'ambiguità ancora superiori a quelle dei primi due film.
Katniss rimane dubbiosa su tutto, titubante nell'accettare gli oneri della fama e a diventare l'emblema della rivolta da lei scatenata. Di fatto la prima protagonista di un franchise milionario ad essere artefice involontaria di tutto e ad essere restia a prendersi le proprie responsabilità.
Inoltre la mitopoiesi passa attraverso ambiguità e patti interni tutta'altro che limpidi, mentre le scelte fatte in nome di un bene superiore vengono chiaramente messe in discussione dalla propaganda di Capitol tutt'altro che infondata.
Allo stesso tempo, questo lungo capitolo fatto di advertising mostra il lato oscuro del marketing, la creazione del nulla in uno studio di posa, lo sfruttamento di simboli semplici e immediatamente riconoscibili, le visite a ospedali o zone di massacri per avere maggior realismo ecc... Un discorso ampio che, anche guardato in maniera molto limitata, quantomeno parla del modo di creare immagini e di fatto del cinema stesso.
A livello estetico si fa un passo avanti verso quell'impronta sovietica nel popolo massa che, curiosamente, viene applicata sui buoni (cosa non scontata per un film USA).
A tutto questo si prosegue con una delle storie d'amore adolescenziale tra le più originali di sempre, mentre al già nutrito cast anti-mainstream si unisce una Julianne Moore non proprio fondamentale, ma che fa davvero piacere vedere in scena. Ovviamente la parte del leone la fa sempre la Lawrence, anche se, in questo episodio, mi è sembrata meno capace che nei due precedenti, ma sempre lavorando a una media superiore a molti suoi colleghi.
lunedì 13 agosto 2018
22 Jump Street - Phil Lord, Cristopher Miller (2014)
(Id.)
Visto in DVD.
I due poliziotti del film precedente vengono riconfermati in un progetto simile a quello, dovranno infiltrarsi all'università per trovare un nuovo trafficante di droghe sintetiche. Alla stregue del primo film il rapporto a due (una dei bromance più sfacciati di sempre) subirà alti a bassi per essere infine riallacciato.
Ovviamente l'operazione è identica a quella del primo film. Rimane, per fortuna, tutta l'autoironia, anche potenziata, rimangono gli inside jokes con continui riferimenti al concetto di sequel e a come si sviluppi con budget più alti che vengono sprecati.
Rimangono (per fortuna) i registi, Lord e Miller, vero motore immobile del successo del primo. La loro regia estremamente dinamica e perfettamente condotta perde qualche colpo nelle scene action sulla spiaggia, ma le idee messe in campo rimangono tante e continuano a confermarsi i migliori nel gestire con piglio sicuro un film totalmente anarchico.
Rimane il ritmo, adeguatamente rapido, adeguatamente lento (ma senza noia) nelle scene più sentimentali.
Quello che però manca è l'originalità. Certo questo è un seguito fotocopia consapevole di esserlo, ma cercare di riprodurre in maniera programmatica l'anarchia ne stempera per forza gli effetti. Mentre il primo film esponeva in maniera enfatica uno stereotipo, sottolineando un'aspettativa, solo per distruggere tutto con colpi di spugna improvvisi (con una invidiabile capacità di sorprendere); qui il lavoro è fatto al contrario, l'ironia è continuamente rivolta agli stereotipi senza cercare di romperli; li sfotte, ma non li rovescia; non frustra le aspettative del pubblico cambiando le carte in tavola, anzi le asseconda (solo nel finale, finalmente, ritorna lo spirito eversivo del primo film).
In definitiva il film è di ottima fattura, ma meno intelligente, meno graffiante e, cosa più grave, si ride meno.
Attendo comunque l'inevitabile seguito.
Visto in DVD.
I due poliziotti del film precedente vengono riconfermati in un progetto simile a quello, dovranno infiltrarsi all'università per trovare un nuovo trafficante di droghe sintetiche. Alla stregue del primo film il rapporto a due (una dei bromance più sfacciati di sempre) subirà alti a bassi per essere infine riallacciato.
Ovviamente l'operazione è identica a quella del primo film. Rimane, per fortuna, tutta l'autoironia, anche potenziata, rimangono gli inside jokes con continui riferimenti al concetto di sequel e a come si sviluppi con budget più alti che vengono sprecati.
Rimangono (per fortuna) i registi, Lord e Miller, vero motore immobile del successo del primo. La loro regia estremamente dinamica e perfettamente condotta perde qualche colpo nelle scene action sulla spiaggia, ma le idee messe in campo rimangono tante e continuano a confermarsi i migliori nel gestire con piglio sicuro un film totalmente anarchico.
Rimane il ritmo, adeguatamente rapido, adeguatamente lento (ma senza noia) nelle scene più sentimentali.
Quello che però manca è l'originalità. Certo questo è un seguito fotocopia consapevole di esserlo, ma cercare di riprodurre in maniera programmatica l'anarchia ne stempera per forza gli effetti. Mentre il primo film esponeva in maniera enfatica uno stereotipo, sottolineando un'aspettativa, solo per distruggere tutto con colpi di spugna improvvisi (con una invidiabile capacità di sorprendere); qui il lavoro è fatto al contrario, l'ironia è continuamente rivolta agli stereotipi senza cercare di romperli; li sfotte, ma non li rovescia; non frustra le aspettative del pubblico cambiando le carte in tavola, anzi le asseconda (solo nel finale, finalmente, ritorna lo spirito eversivo del primo film).
In definitiva il film è di ottima fattura, ma meno intelligente, meno graffiante e, cosa più grave, si ride meno.
Attendo comunque l'inevitabile seguito.
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lunedì 18 giugno 2018
Goodnight mommy - Severin Fiala, Veronika Franz (2014)
(Ich seh Ich seh)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Due gemelli con problemi di socialità (dai si vede fin da subito) ritrovano la madre appena tornata dall'ospedale con il volto fasciato (a causa di un incidente non meglio definito). Tutto potrebbe andare per il meglio se non si insinuasse il dubbio che quella donna non sia la loro vera madre; il volto coperto, il cambiamento del carattere, il suo rifiuto di parlare con uno dei due gemelli... c'è qualcosa che non va. E se in un film austriaco c'è qualcosa che non va si finisce in un algido torture porn.
Sembra che i film austriaci siano tutti una derivazione di Haneke e Seidl (di cui Franz è la fedele sceneggiatrice nonché moglie); tutti registi che del gelo fanno una regola e che della violenza emotiva (nonché un certo sadismo nei confronti dei lo personaggi) fanno arte.
La coppia di registi, alla loro opera prima, rimangono nel solco tracciato dai predecessori e, tecnicamente, lo fanno benissimo.
Una casa moderna che rende il grigiore e le forme geometriche spoglie un labirinto in cui incastrare i personaggi. Una regia che negli interni rimane fissa e ruvida come la casa, mentre negli esterni (pochi) si concede ampi movimenti per contrappasso. Uso desaturato dei colori con una fotografia sbiadita ricercatissima. Attori che recitano come in trance aumentando il perturbante in maniera enorme. La sceneggiatura poi lavora bene sullo sfondo non dichiarando mai esattamente cosa è successo, ma lasciando indizi, a volte contrastanti, per ricostruire l'intera vicenda.
Purtroppo però maneggiare film del genere è delicato, anche il miglior Haneke mi scade spesso nella noia, figuriamoci se non si hanno i suoi anni d'esperienza sull'argomento, ma soprattutto se non si ha una sceneggiatura a prova di bomba. Questo è un film che deraglia nella follia più estrema, ma punta tutto su un twist finale (come spesso fa Haneke), ma il twist finale è velocemente intuibile e sostenere la trama senza la curiosità di quello che succederà poi con i ritmi austriaci significa scadere nella noia. Anche le torture finali (magnificamente infantili) lasciano il tempo che trovano.
L'effetto complessivo è buono, ma la sensazione di aver perso un'occasione per qualcosa di più.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Due gemelli con problemi di socialità (dai si vede fin da subito) ritrovano la madre appena tornata dall'ospedale con il volto fasciato (a causa di un incidente non meglio definito). Tutto potrebbe andare per il meglio se non si insinuasse il dubbio che quella donna non sia la loro vera madre; il volto coperto, il cambiamento del carattere, il suo rifiuto di parlare con uno dei due gemelli... c'è qualcosa che non va. E se in un film austriaco c'è qualcosa che non va si finisce in un algido torture porn.
Sembra che i film austriaci siano tutti una derivazione di Haneke e Seidl (di cui Franz è la fedele sceneggiatrice nonché moglie); tutti registi che del gelo fanno una regola e che della violenza emotiva (nonché un certo sadismo nei confronti dei lo personaggi) fanno arte.
La coppia di registi, alla loro opera prima, rimangono nel solco tracciato dai predecessori e, tecnicamente, lo fanno benissimo.
Una casa moderna che rende il grigiore e le forme geometriche spoglie un labirinto in cui incastrare i personaggi. Una regia che negli interni rimane fissa e ruvida come la casa, mentre negli esterni (pochi) si concede ampi movimenti per contrappasso. Uso desaturato dei colori con una fotografia sbiadita ricercatissima. Attori che recitano come in trance aumentando il perturbante in maniera enorme. La sceneggiatura poi lavora bene sullo sfondo non dichiarando mai esattamente cosa è successo, ma lasciando indizi, a volte contrastanti, per ricostruire l'intera vicenda.
Purtroppo però maneggiare film del genere è delicato, anche il miglior Haneke mi scade spesso nella noia, figuriamoci se non si hanno i suoi anni d'esperienza sull'argomento, ma soprattutto se non si ha una sceneggiatura a prova di bomba. Questo è un film che deraglia nella follia più estrema, ma punta tutto su un twist finale (come spesso fa Haneke), ma il twist finale è velocemente intuibile e sostenere la trama senza la curiosità di quello che succederà poi con i ritmi austriaci significa scadere nella noia. Anche le torture finali (magnificamente infantili) lasciano il tempo che trovano.
L'effetto complessivo è buono, ma la sensazione di aver perso un'occasione per qualcosa di più.
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lunedì 22 gennaio 2018
Godzilla - Gareth Edwards (2014)
(Id.)
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.
In Giappone si risveglia un mostrone gigante ghiotto di energia nucleare; si sposterà verso le Hawai e poi San Francisco per incontrare, a metà strada un altro mostrone, fra i due si insinua Godzilla che vorrebbe risolverla in maniera violenta.
Senza perdere troppo tempo a spiegare la trama diciamo semplicemente che è un film di mostroni e militari.
Il primo film americano su Godzilla, quello del 1998, lo vidi al cinema, ma non me ne rimane una gran memoria. Ricordo solo l'impressione che gli amerigana fecero il loro solito film dove si ditrugge New York, con l'unica, assurda, aggiunta di un mostrone che venica dal Pacifico. Mi piacque abbastanza, ma senza enfasi.
Questo secondo film invece fa un'operazione completamente diversa. Distanziandosi da tutti i film di mostroni americani prende ciò che di meglio e di maggior successo aveva la primissima serie di film di Godzilla: la centralità del mostro, lo scontro fra kaiju, l'interesse focalizzato sugli effetti delle creature sulle città, ma soprattutto un tema di fondo ecologista (qui il nucleare non viene mai colpevolizzato, ma ne esce come problema e non come soluzione pretesa) e un Godzilla come pura forza della natura, senza accezione positiva o negativa se non quella che, di volta in volta gli viene attribuita.
La trama, infatti, si concentra sui kaiju; sulla distruzione che compiono, sulle loro fughe e i loro scontri, l'attesa per vedere ciò che fanno; gli esseri umani rimangono in secondo piano, giochicchiano a fare la guerra senza mai venire a capo del problema, anzi, proponendo soluzioni peggiori del pericolo da cui cercano rifugio. Gli esseri umani, qui, servono solo a rimpinguare la trama, creare empatia (c'è il family drama di default) e permettere a Edwards di far piovere aerei.
Sì, perché Edwards si trova per le mani uno script zeppo di scene piene di azione dal taglio epico e, ovviamente, porta a casa un facile risultato, raddoppiando la sfida (e il godimento per lo spettatore) riempiendo di dinamismo tutte le altre. I momenti di discussione e calcolo dei militari e gli scienziati vengono gestiti con la regia mobile e la frenesia dell'action, specie nella prima mezzora tutta concentrata sulla mitopoiesi.
Ciò che più impressione è l'incredibile capacità di questo regista di creare immagini: giocando con simboli riconoscibili (di San Francisco, Las Vegas e Honolulu), una tavolozza di colori essenziale (tesa fra lo spettrale grigio azzurro e tutte le variazione dei colori del fuoco), un'ottima gestione del vedo non vedo (buio, nebbia, nuvole, polvere e fumo la fanno da padroni) e una presenza pesante dei suoi 3 mostri, il regista è sempre a cavallo di un enfasi che è a un passo dall'eccesso senza superarlo mai.
Stavo per dimenticare di sottolineare l'amore per la distruzione di questo film che non si riflette mai per un mero spaccare tutto a caso, ma si cerca l'uso più emotivo possibile della pioggia d'aerei, delle navi sollevate o degli tsunami.
In aggiunta, va riconosciuta un disegno ottimale di Godzilla, modernizzato e credibile (ben fatti, ma meno interessanti gli altri mostri, piuttosto banali) e una computer grafica che si merita tutti i fantastilioni di paperdollari che dev'essere costata.
Un film molto bello, il cui unico difetto e di averlo visto in DVD e non al cinema.
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.
In Giappone si risveglia un mostrone gigante ghiotto di energia nucleare; si sposterà verso le Hawai e poi San Francisco per incontrare, a metà strada un altro mostrone, fra i due si insinua Godzilla che vorrebbe risolverla in maniera violenta.
Senza perdere troppo tempo a spiegare la trama diciamo semplicemente che è un film di mostroni e militari.
Il primo film americano su Godzilla, quello del 1998, lo vidi al cinema, ma non me ne rimane una gran memoria. Ricordo solo l'impressione che gli amerigana fecero il loro solito film dove si ditrugge New York, con l'unica, assurda, aggiunta di un mostrone che venica dal Pacifico. Mi piacque abbastanza, ma senza enfasi.
Questo secondo film invece fa un'operazione completamente diversa. Distanziandosi da tutti i film di mostroni americani prende ciò che di meglio e di maggior successo aveva la primissima serie di film di Godzilla: la centralità del mostro, lo scontro fra kaiju, l'interesse focalizzato sugli effetti delle creature sulle città, ma soprattutto un tema di fondo ecologista (qui il nucleare non viene mai colpevolizzato, ma ne esce come problema e non come soluzione pretesa) e un Godzilla come pura forza della natura, senza accezione positiva o negativa se non quella che, di volta in volta gli viene attribuita.
La trama, infatti, si concentra sui kaiju; sulla distruzione che compiono, sulle loro fughe e i loro scontri, l'attesa per vedere ciò che fanno; gli esseri umani rimangono in secondo piano, giochicchiano a fare la guerra senza mai venire a capo del problema, anzi, proponendo soluzioni peggiori del pericolo da cui cercano rifugio. Gli esseri umani, qui, servono solo a rimpinguare la trama, creare empatia (c'è il family drama di default) e permettere a Edwards di far piovere aerei.
Sì, perché Edwards si trova per le mani uno script zeppo di scene piene di azione dal taglio epico e, ovviamente, porta a casa un facile risultato, raddoppiando la sfida (e il godimento per lo spettatore) riempiendo di dinamismo tutte le altre. I momenti di discussione e calcolo dei militari e gli scienziati vengono gestiti con la regia mobile e la frenesia dell'action, specie nella prima mezzora tutta concentrata sulla mitopoiesi.
Ciò che più impressione è l'incredibile capacità di questo regista di creare immagini: giocando con simboli riconoscibili (di San Francisco, Las Vegas e Honolulu), una tavolozza di colori essenziale (tesa fra lo spettrale grigio azzurro e tutte le variazione dei colori del fuoco), un'ottima gestione del vedo non vedo (buio, nebbia, nuvole, polvere e fumo la fanno da padroni) e una presenza pesante dei suoi 3 mostri, il regista è sempre a cavallo di un enfasi che è a un passo dall'eccesso senza superarlo mai.
Stavo per dimenticare di sottolineare l'amore per la distruzione di questo film che non si riflette mai per un mero spaccare tutto a caso, ma si cerca l'uso più emotivo possibile della pioggia d'aerei, delle navi sollevate o degli tsunami.
In aggiunta, va riconosciuta un disegno ottimale di Godzilla, modernizzato e credibile (ben fatti, ma meno interessanti gli altri mostri, piuttosto banali) e una computer grafica che si merita tutti i fantastilioni di paperdollari che dev'essere costata.
Un film molto bello, il cui unico difetto e di averlo visto in DVD e non al cinema.
mercoledì 6 dicembre 2017
Kamisama no iu tôri - Takashi Miike (2014)
(Id. AKA As the Gods will)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
In una scuola superiore (in realtà più tardi si scoprirà che succede in tutte le scuole di tutto il mondo) un Daruma gioca a un due tre stella, e chi si muove esplode, uno dei ragazzi sopravviverà, ma solo per riunirsi con gli altri sopravvissuti per tenere testa a un gatto della fortuna (Maneki-neko) gigante per proseguire con delle marionette, un orso bianco e delle matrioske; tutti faranno giochi idioti, ma mortali.
Nessun senso apparente, nessuna spiegazione, un finale aperto e un'arroganza come mancava da anni.
Il film è realizzato da dio, la CG che viene usata a piene mani è ottima in molte sequenze e accettabile in altre (il gatto della fortuna è l'unico che desta qualche imbarazzo, ma tutto sommato risulta accettabile), l'animazione è adattata al personaggio con un livello ottimale per il Doruma e un'animazione volutamente a scatti per l'orso bianco, adattando tutto in base alle necessità sceniche. Poi... beh, Miike è uno che ci tiene alla costruzione di immagini, e quello che cerca di fare è costruire delle location che permettano l'inquadratura ad effetto, riuscendo fin dalle prime immagini a farti capire che anche se fosse un film su commissione, lui ci sa fare lo stesso (la classe piena di corpi morti senza testa e perline rosse con il Daruma che spicca è fantastica)
I difetti di questo film sono essenzialmente due. Essendo strutturato a livelli come un videogioco in cui bisogna affrontare un boss, non tutte le prove sono egualmente interessanti e la struttura ripetitiva (con due personaggi principali che, si sa, arriveranno almeno contro il boss finale) aiutano a sotterrare il ritmo nelle sequenze scritte peggio.
Inoltre Miike stesso ci mette del suo; il lungo finale con le matrioske (che poi si rivelerà solo essere il primo di almeno altri due finali) è tirato per le lunghe, come se la lentezza fosse sinonimo di tensione; un difetto, questo che è tutto imputabile al regista.
Per chi conosce e apprezza Miike questa non sarà l'opera più anarchica e neppure la più strana; anche se qui, più che mai, ci si chiede dove sta il limite fra il genio che se ne fotte della logica per costruire macchinari (e inquadrature) perfetti e dove la presa per il culo. Per me il film funziona, lungaggini a parte è quasi perfetto e la sequenza iniziale del Daruma è da manuale, per ora non chiedo di più.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
In una scuola superiore (in realtà più tardi si scoprirà che succede in tutte le scuole di tutto il mondo) un Daruma gioca a un due tre stella, e chi si muove esplode, uno dei ragazzi sopravviverà, ma solo per riunirsi con gli altri sopravvissuti per tenere testa a un gatto della fortuna (Maneki-neko) gigante per proseguire con delle marionette, un orso bianco e delle matrioske; tutti faranno giochi idioti, ma mortali.
Nessun senso apparente, nessuna spiegazione, un finale aperto e un'arroganza come mancava da anni.
Il film è realizzato da dio, la CG che viene usata a piene mani è ottima in molte sequenze e accettabile in altre (il gatto della fortuna è l'unico che desta qualche imbarazzo, ma tutto sommato risulta accettabile), l'animazione è adattata al personaggio con un livello ottimale per il Doruma e un'animazione volutamente a scatti per l'orso bianco, adattando tutto in base alle necessità sceniche. Poi... beh, Miike è uno che ci tiene alla costruzione di immagini, e quello che cerca di fare è costruire delle location che permettano l'inquadratura ad effetto, riuscendo fin dalle prime immagini a farti capire che anche se fosse un film su commissione, lui ci sa fare lo stesso (la classe piena di corpi morti senza testa e perline rosse con il Daruma che spicca è fantastica)
I difetti di questo film sono essenzialmente due. Essendo strutturato a livelli come un videogioco in cui bisogna affrontare un boss, non tutte le prove sono egualmente interessanti e la struttura ripetitiva (con due personaggi principali che, si sa, arriveranno almeno contro il boss finale) aiutano a sotterrare il ritmo nelle sequenze scritte peggio.
Inoltre Miike stesso ci mette del suo; il lungo finale con le matrioske (che poi si rivelerà solo essere il primo di almeno altri due finali) è tirato per le lunghe, come se la lentezza fosse sinonimo di tensione; un difetto, questo che è tutto imputabile al regista.
Per chi conosce e apprezza Miike questa non sarà l'opera più anarchica e neppure la più strana; anche se qui, più che mai, ci si chiede dove sta il limite fra il genio che se ne fotte della logica per costruire macchinari (e inquadrature) perfetti e dove la presa per il culo. Per me il film funziona, lungaggini a parte è quasi perfetto e la sequenza iniziale del Daruma è da manuale, per ora non chiedo di più.
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mercoledì 15 febbraio 2017
Magic in the moonlight - Woody Allen (2014)
(Id.)
Visto in Dvx.
Un prestigiatore ha anche fama di smascheratore di truffe sul soprannaturale; quando qualche chiromante o sensitivo alza la posta (pretendendo doti che non ha o chiedendo soldi), lui viene chiamato a scoprire il trucco. Un suo amico chiede la sua consulenza per una ragazza amaericana che furoreggia sulla costa azzurra. Il prestigiatore si presterà alla farsa, ma non riuscirà a scoprire il trucco; arriverà a credere in una forza superiore... prima del cinico scioglimento finale.
Questo è un film delizioso e io adoro Emma Stone. Ovviamente Allen è impeccabile nella costruzione delle immagini (cosa ormai scontata da almeno 15 anni, ma è sempre un piacere) e la fotografia di questo film è qualcosa di superiore (i colori, ma soprattutto le luci sono pazzesche, con un uso del controluce in alcune scene che entrano direttamente nel manuale della storia del cinema); inoltre Allen è da sempre magnifico nella direzione degli attori (tutti gli attori recitano come reciterebbe Allen nei suoi film) e anche in questo caso li fa recitare in maniera incontestabile anche quando sono sopra le righe (come Firth recita per quasi tutto il film).
Al netto dell'Allen standard quindi quello che questo film offre in più sono almeno due dettagli. In primo luogo offre una commedia dei sessi dai dialoghi arguti e serrati e dai ritmi svelti come non si vedeva dai tempi di Hawks; qui i sessi sono le donne contro Colin Firth; con un 70% in più di filosofia e intellettualismo. Il secondo dettaglio è quello però più importante; il pessimismo cosmico caro al regista (la malignità e l'inutilità della vita, l'irrazionalità del mondo, l'assenza di una qualsivoglia metafisica) non è mai stato declinato in un'ottica tanto solare; l'inganno che (come l'amore, che è solo un'altra forma d'inganno) e le illusioni che, per una volta, regalano una visione del mondo preferibile a quella sterile data dall'illuminismo. Le illusioni aiutano a vivere; così come Emma Stone, che le incarna, illumina ogni scena in cui recita.
I difetti sono evidentissimi, molto cicaleccio, il personaggio di Firth che è indubbiamente irritante e un didascalismo che non ricordo di aver mai visto in un Allen e qualche punta stucchevole (anche se quasi tutte queste caratteristiche erano presenti nelle commedie anni '30).
Ma anche in presenza di queste zavorre il film risulta ben riuscito, di una vitalità impensata; inoltre è uno dei pochi di Allen degli ultimi anni che riguarderei volentieri anche a breve distanza.
Visto in Dvx.
Un prestigiatore ha anche fama di smascheratore di truffe sul soprannaturale; quando qualche chiromante o sensitivo alza la posta (pretendendo doti che non ha o chiedendo soldi), lui viene chiamato a scoprire il trucco. Un suo amico chiede la sua consulenza per una ragazza amaericana che furoreggia sulla costa azzurra. Il prestigiatore si presterà alla farsa, ma non riuscirà a scoprire il trucco; arriverà a credere in una forza superiore... prima del cinico scioglimento finale.
Questo è un film delizioso e io adoro Emma Stone. Ovviamente Allen è impeccabile nella costruzione delle immagini (cosa ormai scontata da almeno 15 anni, ma è sempre un piacere) e la fotografia di questo film è qualcosa di superiore (i colori, ma soprattutto le luci sono pazzesche, con un uso del controluce in alcune scene che entrano direttamente nel manuale della storia del cinema); inoltre Allen è da sempre magnifico nella direzione degli attori (tutti gli attori recitano come reciterebbe Allen nei suoi film) e anche in questo caso li fa recitare in maniera incontestabile anche quando sono sopra le righe (come Firth recita per quasi tutto il film).
Al netto dell'Allen standard quindi quello che questo film offre in più sono almeno due dettagli. In primo luogo offre una commedia dei sessi dai dialoghi arguti e serrati e dai ritmi svelti come non si vedeva dai tempi di Hawks; qui i sessi sono le donne contro Colin Firth; con un 70% in più di filosofia e intellettualismo. Il secondo dettaglio è quello però più importante; il pessimismo cosmico caro al regista (la malignità e l'inutilità della vita, l'irrazionalità del mondo, l'assenza di una qualsivoglia metafisica) non è mai stato declinato in un'ottica tanto solare; l'inganno che (come l'amore, che è solo un'altra forma d'inganno) e le illusioni che, per una volta, regalano una visione del mondo preferibile a quella sterile data dall'illuminismo. Le illusioni aiutano a vivere; così come Emma Stone, che le incarna, illumina ogni scena in cui recita.
I difetti sono evidentissimi, molto cicaleccio, il personaggio di Firth che è indubbiamente irritante e un didascalismo che non ricordo di aver mai visto in un Allen e qualche punta stucchevole (anche se quasi tutte queste caratteristiche erano presenti nelle commedie anni '30).
Ma anche in presenza di queste zavorre il film risulta ben riuscito, di una vitalità impensata; inoltre è uno dei pochi di Allen degli ultimi anni che riguarderei volentieri anche a breve distanza.
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lunedì 29 agosto 2016
Dark was the night - Jack Heller (2014)
(Id.)
Visto in Dvx, in lignua originale sottotitolato in inglese.
In un paesino del nord degli USA vengono trovate delle strane impronte nella neve, come di un animale, bipede, ma con gli zoccoli. Nello stesso periodo cominciano a scomparire dei capi di bestiame. I due poliziotti si mettono a indagare, mentre uno dei due viene sempre più bersagliato da inquietanti presenze notturne.
Horror classicheggiante nello svolgimento con tanto (troppo) family drama.
Certo non è un film che inventa nulla, ma inizia fin dalla prima scena mettendo in campo una cura per le immagine che fa la differenza; colori desaturati, fotografia raffinata, utilizzo dei paesaggi in maniera emotiva (quelle lande innevate riescono a essere inquietanti anche senza mostrare nulla) e un buoi della notte solido come un muro. A fronte di tutto questo sforzo il film però trascina una trama (come già detto) canonica (che di per sé non è un problema) appesantita dalle pretese di scandaglio psicologico e agnizione dovute al recente passato del protagonista; scelta che poteva anche essere utile a rimpolpare la trama tra un'indagine e l'altra, ma che qui diventa rapidamente ripetitiva e senza significato.
Il finale si permette di rovinare tutto con una creatura particolarmente insignificante e mal realizzata con un CGI di qualità medio-bassa che però stride tantissimo con il resto della fotografia.
Un film horror perfetto per i presupposti, ma sbagliato nelle due cose fondamentali.
PS: Kevin Durand non è proprio un attore impeccabile, ma è riuscito ad avere un'espressione dolente variamente declinata adatta al film, un paio d picchi di agnizione ben condotti, ma soprattutto due occhi con notevoli borse identici a quelli di Christopher Walken... paura...
Visto in Dvx, in lignua originale sottotitolato in inglese.
In un paesino del nord degli USA vengono trovate delle strane impronte nella neve, come di un animale, bipede, ma con gli zoccoli. Nello stesso periodo cominciano a scomparire dei capi di bestiame. I due poliziotti si mettono a indagare, mentre uno dei due viene sempre più bersagliato da inquietanti presenze notturne.
Horror classicheggiante nello svolgimento con tanto (troppo) family drama.
Certo non è un film che inventa nulla, ma inizia fin dalla prima scena mettendo in campo una cura per le immagine che fa la differenza; colori desaturati, fotografia raffinata, utilizzo dei paesaggi in maniera emotiva (quelle lande innevate riescono a essere inquietanti anche senza mostrare nulla) e un buoi della notte solido come un muro. A fronte di tutto questo sforzo il film però trascina una trama (come già detto) canonica (che di per sé non è un problema) appesantita dalle pretese di scandaglio psicologico e agnizione dovute al recente passato del protagonista; scelta che poteva anche essere utile a rimpolpare la trama tra un'indagine e l'altra, ma che qui diventa rapidamente ripetitiva e senza significato.
Il finale si permette di rovinare tutto con una creatura particolarmente insignificante e mal realizzata con un CGI di qualità medio-bassa che però stride tantissimo con il resto della fotografia.
Un film horror perfetto per i presupposti, ma sbagliato nelle due cose fondamentali.
PS: Kevin Durand non è proprio un attore impeccabile, ma è riuscito ad avere un'espressione dolente variamente declinata adatta al film, un paio d picchi di agnizione ben condotti, ma soprattutto due occhi con notevoli borse identici a quelli di Christopher Walken... paura...
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martedì 12 gennaio 2016
Difret, Il coraggio di cambiare - Zeresenay Mehari (2014)
(Difret)
Visto al festival di cinema africano (in concorso).
basato sulla storia vera di una ragazza minorenne accusata di omicidio nei confronti dell'uomo che la rapì e violentò per poter essere forzata al matrimonio. L'avventura giudiziaria sostenuta da un'associazione di donne avvocato che furono disposte a portare in giudizio anche il ministero della giustizia verso la fine degli anni '90.
L'opera prima di Mehari, autoprodotta (con l'appoggio di alcune ONG) e successivamente supportata dalla Jolie (che di fatto ha dato rilevanza internazionale a un film già realizzato), è un canonico film di riscatto sociale con un briciolo di legal drama. Niente di particolarmente originale e con una insolita mancanza di volontà nell'affrontare i momenti cruciali (risolvendoli con fade to black o con un personaggio che entra nella stanza ad avvertire che le cose si sono già risolte). In parte quest'ultima caratteristica si giustifica con la mancanza di mezzi, in parte questa pessima abitudine diventa talmente frequenta da fare il giro e diventare una (pessima) cifra sitlistica.
Al di là dell'evidente incapacità nel gestire i twist della trama il film è incredibilmente godibile e scorrevole, ben ritmato nonostante la quasi totale mancanza di enfasi nei punti che la meriterebbero. Il vero valore aggiunto è però la fotografia, scarna e leggermente spenta, ma magnificamente curata.
Visto al festival di cinema africano (in concorso).
basato sulla storia vera di una ragazza minorenne accusata di omicidio nei confronti dell'uomo che la rapì e violentò per poter essere forzata al matrimonio. L'avventura giudiziaria sostenuta da un'associazione di donne avvocato che furono disposte a portare in giudizio anche il ministero della giustizia verso la fine degli anni '90.
L'opera prima di Mehari, autoprodotta (con l'appoggio di alcune ONG) e successivamente supportata dalla Jolie (che di fatto ha dato rilevanza internazionale a un film già realizzato), è un canonico film di riscatto sociale con un briciolo di legal drama. Niente di particolarmente originale e con una insolita mancanza di volontà nell'affrontare i momenti cruciali (risolvendoli con fade to black o con un personaggio che entra nella stanza ad avvertire che le cose si sono già risolte). In parte quest'ultima caratteristica si giustifica con la mancanza di mezzi, in parte questa pessima abitudine diventa talmente frequenta da fare il giro e diventare una (pessima) cifra sitlistica.
Al di là dell'evidente incapacità nel gestire i twist della trama il film è incredibilmente godibile e scorrevole, ben ritmato nonostante la quasi totale mancanza di enfasi nei punti che la meriterebbero. Il vero valore aggiunto è però la fotografia, scarna e leggermente spenta, ma magnificamente curata.
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