domenica 31 ottobre 2010

Nightmare detective - Shinya Tsukamoto (2006)

(Akumu tantei)

Registrato dalla tv, in lingua originale sottotitolato.

Avete presente Freddy Kruger? Bene quello era meglio.

Visto il gran numero di fighetti direi che questo è un prodotto per adolescenti; eppure la regia con scene realistiche, che sballottola la macchina da presa con stile, costruisce scene estetizzanti e a turno si concentra sui dettagli o sulle sovrapposizioni, conquista. Conquista perché fa di tutto per dare un’impronta ad un film altrimenti insipido.... e sinceramente da Tsukamoto, questo è il minimo...

Ovviamente non fa paura, ma ormai neppure lo chiedo più ad un horror giapponese, la storia è accettabile: un tizio ammazza la gente nei sogni facendoli suicidare nella realtà, la polizia indaga e ovviamente si affida pure a questo strano figuro che è l’indagatore dell’incubo del titolo (stranamente il protagonista sembra essere l’ispettrice di polizia piuttosto che lui) molto dark e trasandato per attirare il pubblico femminile…

Così tra una inquadratura ad effetto e qualche squarcio horror (in tutti i sensi) il film prosegue, come si è detto con qualche idea azzeccata (le parti degli omicidi nel sogno hanno le dinamiche dei videogiochi, e il sistema rende da dio) e un a forma dignitosa, ma poi nel finale la storia (già ampiamente prevedibile) si incasina completamente perdendo tanti punti.

In definitiva questo film è un giocattolo ben realizzato ma dal meccanismo poco chiaro e dall’effetto inutile.

sabato 30 ottobre 2010

Un uomo da marciapiede - John Schlesinger (1969)

(Midnight cowboy)

Visto in VHS.

Un redneck di belle speranze (Jon Voight) parte dal Texas alla volta di New York, dove ritiene furbo cominciare la sua carriera da gigolò; appena arrivato abborda a caso signore che passeggiano per strada con risultati... diciamo alternanti; ovviamente la sua carriera non ingrana, poi incontra Dustin Hoffman, zoppo (con una zoppia piuttosto comica) e senza un soldo, e pensa bene di farsi fregare diverse volte da lui... però Voight è essenzialmente buono e affezionandosi al povero sfigato Hoffman lo aiuterà a realizzare il suo sogno di andare in Florida.
Film soprendente del neoacquisto USA John Schlesinger, che dimostrerà le sue capacità anche in altri film successivi, ma mai con la libertà di questo. Costruisce scene su due piani, usa e abusa della prospettiva (sarà banale, ma il suo inquadrare i grattacieli di New York è decisamente efficace), inserisce spezzoni sul passato dei personaggi (e lo ammetto, non sono granché) e dei loro pensieri (questi si sono gustosissimi, tutti magnificamente girati) realizzati con il giusto grado di sperimentalismo (più che altro sul montaggio e sul colore) e talvolta pure con ironia, infine usa il montaggio a dovere (per tutte valga la scena della fuga di Voight dal maniaco religioso).
Decisamente sopra ogni aspettativa, ed in più impreziosito da una delle migliori interpretazioni di Hoffman di sempre (c'è poco da fare gli anni 70 sono stati il suo picco, da allora è in discesa) e da una buona prova di Voight.
Tutti giustamente si ricordano di "Everybody talking", canzone portante del film.

PS: come sostiene anche wikipedia, il film fu vietato ai minori (x rated) all'epoca, per via di alcune scene di sesso esplicite (anche se effettivamente non sono niente di che), e pertanto rimane l'unico film censurato ad aver vinto un Oscar.

venerdì 29 ottobre 2010

Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? - Billy Wilder (1972)

(Avanti!)

Visto in VHS.

Il figlio di un influente uomo d'affari americano va a recuperare il cadavere del padre in Italia; li scoprirà che il padre non faeva delle vacanze in solitudine come raccontava, ma aveva da ormai 10 anni una relazione con una donna inglese morta anche lei nello stesso incidente. Conoscerà la figlia e dopo le inevitabili schermaglie se ne innamorerà...
Commedia indegna di Wilder ed indegna di Diamond, lunga, prolissa, buonista, prevedibile fino al midollo, quasi mai divertente, e questa sarebbe la cosa più grave se il regista non ci provasse gusto a mostrare per ben 2 volte (no dico 2!) Jack Lemmon nudo.
L'Italia è mostrata come da cartoline senza particolari guizzi (giusto l'accenno al fascismo nel finale mi fa riconoscere gli stessi sceneggiatori di Uno, due, tre!).
L'unico momento passabile è quando entra in scena l'amico diplomatico, ma dure troppo poco per risollevare un tale fallimento.
Sembra impossibile, ma anche Wilder può fallire.

PS: incomprensibile comparsata di Pippo Franco che dovrebbe bullarsi di più d'aver recitato per Wilder, anche se in un film scadente.

giovedì 28 ottobre 2010

Comma 22 - Mike Nichols (1970)

(Catch-22)

Visto in DVD.

Partendo dal paradosso del Comma 22 del titolo, Nichols crea un film fatto di nonsense e surrealtà in tuta mimetica. Mai come in questo caso si può dire che il film parli della follia della guerra, ma in questo caso bisogna intenderla in modo letterale. Viene mostrato un mondo in cui solo chi è ritardato, pazzo o egoista (ma più spesso le cose sono mischiate) può sopravvivere; e la follia si trova ad gni livello.
Il film presenta diversi pregi. In rimo luogo Nichols non è un idiota e riesce a sperimentare inquadrature su più piani in contemporanea, ma a mano a mano che il film prosegue la mano del regista si mostra meno pronta ad osare. In secondo luogo Nichols non è un idiota e riesce a sfruttare la sceneggiatura per creare, anche visivamente, un mondo distopico, folle e sostanzialmente invicibile in cui il protagonista non può che essere risucchiato senza speranza... poi però il film esagera in assurdità divenendo sempre più innaturale e oltre al poco entusiasmante finale si cimenta nella costruzione di metafore (come la fuga notturna del protagonista) logore e ormai insipide.
Complessivamente non convince, intrattiene bene per almeno metà, ma poi si sfilaccia e sembra non riuscire più a capire dove volesse andare a parare.

PS: Cast di star e caratteristi tutti di livello; comparsata del più grande caratterista del cinema dopo John Wayne, Orson Welles nella parte del generale... credo...

mercoledì 27 ottobre 2010

La sposa in nero - François Truffaut (1968)

(La mariée était en noir)

Visto in DVD.

Quando uno dice che il cinema francese è noioso, o che la nouvelle vogue è per intellettuali che amano amarsi mentre guardano film noiosi, evidentemente non conosce il cinema francese, e men che meno conosce questo film.
Una donna diviene vedova non appena esce di chiesa con il novello sposo; e diviene vedova per una cazzata, un gioco fra conoscenti. Ovviemante si trasforma, non sarà più la donna di prima, ma diventerà un angelo del male assetato di vendetta. Cercherà i 5 colpevoli, li sedurrà e li ucciderà ad uno ad uno in modo più o meno atroce. Il finale, che suggerisce il fallimento del suo piano, ne mostra invece il successo su tutta la linea.
Al di la degli ovvi collegamenti con "Kill Bill" nella storia, per la libertà di regia, l'uso disinvolto dei flashbacks, la cripticità dei motivi e lo stile sempre nuovo e sempre stupefacente per inquadrare i vari momenti, ci si rende conto che questo film è realizzato da un Tarantino nato negli anni '30.
Tra le scene memorabili mi piace ricordare il flashback su come è avvenuto l'omicidio, con i cinque conoscenti che fanno gli idioti con un fucile; una sequenza senza dialoghi che ha la cadenza e le dinamiche di un poderoso film muto. Stupendo.

martedì 26 ottobre 2010

Il paradiso può attendere - Ernst Lubitsch (1943)

(Heaven can wait)

Visto in DVD.

Un gentiluomo settantenne muore, e finisce nell'anticamera dell'inferno, dove incontra il diavolo a cui racconta la storia della sua vita, costellata di molte donne, diversi tradimenti, ma di un unico vero amore. Ovviamente non finirà all'inferno.
Una commediola morale ben realizzata anche se priva di spunti originali, che offre la scusa per vedere sullo schermo Gene Tierney.
Apprezzabile solo la cornice infernale ed il personaggio del demonio; oltre che il modo in cui il tempo passa, eliminando personaggi senza mostrarne la dipartita ma suggerendone l'assenza (come il nonno, il miglior personaggio del film, di cui si vede solo un ritratto quando ormai è fisiologicamente corretto che sia morto)

lunedì 25 ottobre 2010

Zardoz - John Boorman (1974)

(Id.)

Visto in DVD.

In un futuro lontano una stirpe di umani che han scoperto l'immortalità vive la solita vita fricchettona, kitch e senza scopo dentro dei mondi sottovuoto chiamati Vortex, mentre fuori da li, esseri umani senza sgurz vengono da loro assoggettati (intelligentemente si fanno credere dio) e stimolti ad ammazzarsi fra di loro che non si sa mai. Poi un giorno uno di questi (uno Sean Connery in sospensorio rosso, stivaloni da Lady Gaga, stempiatura ampia e coda di cavallo) riesce ad entrare... acquisirà l'onniscenza, riporterà la fertilità nelle donne locali (!), donerà la morte agli immortali ecc...
filmaccio eccessivo, ed eccessivamente anni '70 di Boorman, dalla messa in scena imbarazzante e dalla sceneggiatura lenta, noiosa, ma anche confusa, che lo fa apparire per gran parte del tempo, più un video d'arte moderna (con inquadrature accazzo, azioni accazzo e colori sciasosi).
Il che è un peccato perchè visivamente parlando riesce anche a stupire; magnifiche le sequenze del passaggio di conoscienze per osmosi con immagini proiettate sui corpi, oppure la scena in cui Connery corre accazzo nel finale tra un labirinto di specchi e corpi proiettati, o ancora il finale, banale e prevedibile finchè si vuole, ma realizzato coi giusti tempi.
Il che è ancora più un peccato perchè il prologo è un gioiellino di ridicola kitcheria locale, mentre l'incipit vero e proprio è talmente assurdo che farebbe impallidire Lynch...
con tutte ste possibilità l'unica cosa che Boorman doveva evitare era la noia, e invece...

domenica 24 ottobre 2010

La conversa di Belfort - Robert Bresson (1943)

(Les anges du péché)

Visto in DVD.
In un convento che si occupa anche del reintegro delle carcerate arriva una novizia (che da anima e corpo alla sua vocazione) che si prende a cuore le sorti della più sbandata delle detenute; quando questa uscirà farà di tutto per farla entrare in convento fin quando essa stessa non si deciderà a farsi suora (conversa appunto), peccato che lo faccia solo per nascondersi dalla polizia che la cerca per un omicidio… La conversa farà di tutto per non alzare polveroni su di se e i continui interessi della novizia la scateneranno contro la sua benefattrice. Nel momento migliore del film, poche frasi smuoveranno tutto un insieme di dissapori che porteranno all’espulsione della novizia; uno splendido gioco di psicologie ed orgogli davvero ben pensato. In ultimo comunque il bene avrà la sua rivincita.
Un film secco e diretto, che non nasconde il suo buonismo ed il suo scopo. Ben interpretato e ben scritto, si avvale poi della regia geometrica, e forse fredda di Bresson, che si adatta alla perfezione allo stile generale del film.
Non un opera fondamentale, ma un esempio di perfetto dialogo tra le varie parti un film.

sabato 23 ottobre 2010

Point break, punto di rottura - Kathryn Bigelow (1991)

La trama è stranota; un gruppo di surfisti rapinano banche con addosso le maschere degli ex presidenti USA, e i soldi li reinvestono nelle vacanze. La polizia gli sta dietro, il neo arrivato Reeves deve infiltrarsi tra i surfisti per capire chi sono i colpevoli, verrà accettato da gruppo di Swayze, ma presto al questione morale non verrà a mancare.
Il tramonto del cinema d'azione anni '80 finisce con questo film atipico, che punta tanto sul dramma personale (e questo non è atipico), ma che pone spesso in dubbio da che parte stare.
Eccezionalmente note molte scene; la Bigelow si fa notare soprattutto all'inizio, quando ogni situazione utilizza le luci giuste e il montaggio adatto. Su tutte le scene migliori son quelle della rapina.
Altro punto a favore della Bigelow è quello di essere riuscita a rendere credibile, non tanto Reeves (che a volte succede), ma Swayze... giuro, per tutto il film sono riuscito a non pensare a "Ghost"!!!
Il film rimane comunque un minore, in cui la Bigelow si allena, ma ancora non ha affinato la tecnica. Un film d'azione carino, niente di più.

venerdì 22 ottobre 2010

Caterina va in città - Paolo Virzì (2003)

(Id.)

Visto in DVD.

Come diceva qualcuno (Umberto Eco? Lino Banfi? non ricordo più) un cliché è ridicolo, 1000 commuovono. Ed è proprio questa l'essenza di Caterina va in città. Qui tutto è un clichè; la messa in scena delle dinamiche di provincia come quelle della capitale; quelle della scuola con quelle della famiglia italiana problematica; ma soprattutto con l'immagine dei rappresentanti della destra come quelli della sinistra. Tutto è luogo comune, pure eccessivo (dai cori fascisti durante il matrimonio per i personaggi di destra, all'essere artisti ai rappresentanti della sinistra), e proprio per questo funziona. Virzì esagera in ogni direzione, e solo in questo modo riesce a creare uno spaccato ironico ma credibile della società di cui parla.
E poi Virzì sa far recitre da dio anche i sassi (o la Ferilli se vogliamo) quindi figuriamoci qundo gli passano per le mani Castellitto e la Buy.
E poi il personaggio di Caterina non è esattamente scontato, come fa notare giustamente Mereghetti, non è che si salva dal conformismo perchè migliore degli altri, ma semplicemente perchè goffa e incapace di adeguarsi appieno agli standard altrui; ancora qualche anno, e un poco di furbizia in più e diventerà Marta, e cioè il prototipo del personaggi virzignano.
C'è bisogno d'altro? Beh questo è il film che mi ha fatto riconsiderare, positivamente, il cinema italiano... se serve c'è pure questo.

giovedì 21 ottobre 2010

Mezzogiorno di fuoco - Fred Zinnemann (1952)

(High noon)

Visto in DVD.

Bel film; veramente un bel film.
Non un western in senso stretto, anche se ci sono sparatorie, uno sceriffo e diversi fuorilegge; più che altro un film d'ambientazione western.
In una cittadina, il giorno del matrimonio del sindaco, un fuorilegge appena liberato sta arrivando per vendicarsi proprio del malcapitato tutore dell'ordine, arriverà con il treno di mezzogiorno... e li comincia un conto alla rovescia (in cui il tempo del film quasi coincide con quello reale) in cui il sindaco va alla disperata ricerca di un sostegno da parte della popolazione locale, amici, colleghi ecc... e qui si svolge la parte migliore del film; ovviamente tutti ad uno ad uno desisteranno dal dare una mano per i motivi più disparati (la parte migliore è certamente quella in chiesa in cui, molto democraticamente, ad uno ad uno i partecipanti alla funzione esprimono la loro opinione spiegando che se li si fosse ascoltati prima sarebbe stato meglio, e questo mentre mancano 15 minuti a mezzogiorno; il discorso finale poi, per il suo cambio di significato è stupendo); proprio come in "Cronaca di una morte annunciata" tutti sanno che lo sceriffo non avrà scampo in quel duello, tutti sanno che è una brava persona e bisognerebbe fare qualcosa, ma nessuno si muove. Sublime.
Zinnemann poi da il meglio di se, con una regia sempre al limite delle convenzioni dell'epoca, questo film mi basta da solo come scusa per vedere tutta la filmografia del regista.

Il finale, si lo dico, con happy ending è forse troppo hollywoodiano, soprattutto viste le premesse... però permette di realizzare la scena finale con il distintivo gettato a terra, entrata, non a torto, nella storia del cinema.

mercoledì 20 ottobre 2010

The amazing trasparent man - Edgar G. Ulmer (1960)

(Id.)

Registrato dalla tv, in lingua originale sottotitolato.

La storia di un ladro fatto usciri di prigione da un militare folle che vuole fargli rubare delle componenti radioattive per un suo certo piano che comprende l'intero pianeta. Per rubare quanto detto lo rende trasparente grazie all'invenzione di un russo o giù di li che sta testando un certo raggio... Film nella scia dell'uomo invisibile con una povertà di mezzi che fa tenerezza, ma con molte idee (ed un'ingenuità che lo fa sembrare più vecchio di quel che è). Punta tutto sui personaggi e francamente i rapporti fra di loro sono quanto di meglio il film offra, con il loro asservirsi al militare pur odiandolo e cercando di fregarlo e quanto lui si circondi di persone sempre disposte a farlo fuori, che lui sfrutta per i propri scopi.
Per il resto il film non offre tantissimo, certi effetti speciali a basso costo che son carini da vedere, e una morale aleggiante per tutta l'esigua durata che si concretizza nel finale con lo scienziato che si rivolge direttamente agli spettatori (sig).
Non un buon film, ma un film che aveva potenzialità maggiori dei mezzi a disposizione e, per sfortuna o disimpegno, manca un po tutti gli obbiettivi. Comunque è gradevole da vedere.

martedì 19 ottobre 2010

Venere peccatrice - Edgar G. Ulmer (1946)

(The strange woman)

Registrato dalla tv, in lingua originale sottotitolato.

Una ragazza educanta ad arrangiarsi anche a spese degli altri diventa una donna bella e desiderata, riesce così a sposarsi con un anziano possidente ed a raggiungere uno status sociale alto che consolida con gesti di inaspettata generosità... ovviamente però non è felice e per potersi sposare con il suo figliastro (amato fin dall'infazia) causa la morte del marito... il nuovo amante però roso dai sensi di colpa sarà accantonato per uno dei suoi dipendenti (il mio amico di sempre George Sanders) e arriverà a suicidarsi...
Film nerissimo assolutamente ai limiti di ogni genere che molto si avvicina a "Lady Vendetta", senza però averne le medesime motivazioni. La protagonista del film è una dark lady assolutamente atipica, capace di slanci di generosità, che però spesso sono dovuti ai traumi infantili che lei ha subito e pertanto mai del tutto gratuiti. La stessa donna però passa sopra ad ogni uomo senza pensarci due volte fino ad autodistruggersi per amore (!).
Film a basso costo realizzato da dio, originale e ben condotto da un Ulmer onesto, e che permette di allargare i confini del noir oltre i soliti cliché del periodo. Una notevole sorpresa.

lunedì 18 ottobre 2010

Demaged lives - Edgar G. Ulmer (1933)

(Id.)

Regstrato dalla tv, in lingua originale sottotitolato.

Film progresso pagato dal sistema sanitario USA della durata di un'ora o forse meno. Si tratta del primo film di Ulmer (il signore della serie B prima che Dio inventasse Corman) che ci sia rimasto e sinceramente un po dispiace.
Il film è brutto; noioso e inutile come tutti i film di propaganda sanitaria; e come tutti pure involontariamente ridicolo. L'unico motivo per cui varrebbe la pena guardarlo è il colpo di scena a metà film...
Un ragazzotto che deve sposarsi una sera si fa un'altra tipa e dopo mezzora di film (e a matrimonio avvenuto) la donna con cui ha avuto l'avventura lo fa chiamare perchè deve dirgli una cosa importante (SPOILER), e mentre io mi dicevo, "dai vecchia, diglielo che sei incinta e facciamola finita", Ulmer (o il SSN USA) mi stupisce facendole dire che ha la sifilide, e che lei l'ha trasmessa a lui e lui a sua moglie!!! Si questo è un film sulla sifilide. Uno dei migliori colpi di scena della storia del cinema... Poi per il resto il film è inutile.

domenica 17 ottobre 2010

The hurt locker - Kathryn Bigelow (2008)

(Id.)

Visto in DVD.

I film di guerra mi rompono non poco. Spiace dirlo ma è così. Sono tutti film con le stesse tematiche di fondo, di come la guerra è brutta, di come siamo tutti fratelli e tutti vittime, di come la guerra non risolve ma abbruttisce… vabbè, grazie al c…

La Bigelow però mi porge un’idea nuova. Si ok, la guerra è sempre brutta e abbruttente (Bello il sottotitolo: "maledetto il paese che ha bisogno di eroi"), però c’è anche qualcosa in più… i militari non sono solo vittime come i civili che combattono, sono qualcosa in più… la guerra è una droga, l’adrenalina che circola nei momenti di maggiore pericolo da più dipendenza dell’alcool e della tv… L’idea non solo è buona, ma è pure parte di una storia più ampia, interessante e ben costruita che si fa seguire senza annoiare mai.

Spielberg ci ha insegnato che la camera a mano e tremolante sono il non plus ultra nei film di guerra, che donano quel senso di instabile transitorietà ed insicurezza a tutta la scena, e la Bigelow ringrazia, trasformando i primi minuti di “Salvate il soldato Ryan” in un intero film di due ore, senza mai stancare o essere mai eccessiva. I primi minuti poi sono un capolavoro di tensione. La Bigelow si conferma un genio…

Per carità, il film è duro, ben realizzato e originale il giusto, diciamo che l’oscar ci potrebbe stare, la Bigelow poi come regista se lo merita quantomeno per tutto quello che ha fatto prima quindi ok… ma che sto film mi batta “Bastardi senza gloria” anche nella sezione sceneggiatura mi pare proprio una presa in giro.

sabato 16 ottobre 2010

Oliver! - Carol Reed (1968)

(Id.)

Visto in DVD.

L'idea di fare un musical da Oliver Twist è un'idea di per se agghiacciante e merita un posto particolare all'inferno per chi l'ha avuta; ma se si considera il successo che ha avuto in teatro il posto all'inferno dovrebbe essere allargato a tutti i tizi che hanno pagato il biglietto... duole dire che in quel girone nuovo merita d'essere messo anche chi ha pensato di farci un film e chi l'ha realizzato (si pure Reed, spiace dirlo, ma poteva pensarci prima di farlo). Poi leggi che ha pure vinto un oscar e allora speri che anche tutta l'academy ci finsica all'inferno... Ma chi più di tutti merita l'odio incondizionato è chi ha avuto la brillante idea di tradurre le piatte canzoni del film. No dico, sono tutte becere traduzioni in italiano, insipide e banali come poche altre. Tutto il film si trascina noioso con canzoni che smebrano fatte da Orietta Berti, con scene di ballo in cui devono aver speso milioni di dollari (o sterline) per ottenere un effetto appena sufficiente, e tutto come se Minnelli o Powell non fossero mai esistiti. Terribile.
Ci vuol un bel coraggio poi a dire che le scenografia monumentali sno stupende o quel paio di inquadrature sghembe alla Reed meritano d'essere viste. Questo film è un buco nero che assorbe ogni velleità cinematografica, l'appiattisce e la nasconde all'occhio dello spettatore.

venerdì 15 ottobre 2010

I clowns - Federico Fellini (1970)

(Id.)

Visto in DVD.

Semi-documentario e semi-film felliniano realizzato per la tv e che viene normalmente considerato l'inizio della trilogia sulla memoria (che si concluderà con "Amarcord", ovviamente).
L'incipit è stupendo, realizzato da dio, semplicemente una festa per gli occhi che mostrano quanto Fellini abbia influenzato il modo di percepire e di mettere in scena il mondo circense.
L'inizio è a mio avviso la parte migliore (ed in effetti è quella più cinematografica); con l'introduzione del circo nell'infanzia del regista stesso ed il paragone della follia dei personaggi che ne fanno parte con i corrispettivi presenti nel paese; come a sottolineare che il circo non è un mondo a parte ma un microcosmo che rispecchia la realtà entro cui i diseredati dal mondo si trovano più a loro agio in quanto la follia o la stranezza sono ben accette (ed in questo senso anche il gruppo di operatori che Fellini si porta dietro durante il film, a mio avviso serve allo stesso paragone; non per niente c'è Alvaro Vitali!).
Dopo l'incipit il film si perde in un documentario dignitoso ma inutile, abbastanza noioso in quanto tratta di un argomento con molto molto poco interesse. Fellini da signore com'è riesce perfettamente a rendere il senso di tempo perduto, di "fine della festa ora non ci resta che ripulire", ma il tutto si perde in gag assolutamente non divertenti e rendono solo il riflesso di quello che poteva essere il mondo rappresentato.
Un film abbastanza inutile, adatto agli appassionati del regista.

giovedì 14 ottobre 2010

Pulse - Kiyoshi Kurosawa (2001)

(Kairo)
Visto in DVD
A vedere questo film credo che più che i fantasmi, ad uccidere i giapponesi, sia la noia.
Il mondo dei fantasmi è pieno sbombo, quindi quelli in più se ne vengono a zonzo da noi, ma visto che son avidi vogliono sloggiarci dalle nostre belle casette, e come fare? Se c’ammazzano diventiamo fantasmi! Quindi furbescamente ci intrappolano nella solitudine eterna (!), che a livello visuale è una macchia sul muro nel punto in cui ci si suicida (mi ricorda un poco X-Files)… questo almeno è quanto mi pare d’aver capito, visto che ho avuti diversi momenti di crisi interiore in cui il mio ipotalamo mi gridava “DORMI COGLIONE”.
Ora io capisco tante cose. Capisco che la paura sia un fatto culturale e ciò che spaventa i giappo non spaventa noi (robe tipo; gente che si muove taaanto lentamente, gente che si toglie taaaanto lentamente un cappuccio, gente che fa sempre lo stesso movimento….); capisco che i fantasmi da noi son fuori moda mentre da loro son sempre sulla cresta dell’onda; capisco il tema della solitudine e dell’alienzione sempre al centro di una disturbata mente giapponese… però eravamo in 4 a vedere sto film, 2 si sono addormentati senza pudore entro la prima mezzora mentre gli altri 2 hanno combattuto un’eroica lotta contro Morfeo di cui non potremmo mai essere sicuri d’esserne usciti completamente vincitori…. Qualcosa vorrà pur dire…
Apprezzabile comunque che cerchi da rappresentare internet come strumento del demonio, inserendosi in un contesto in cui le connessione erano segnalate dall’inquietante suono del modem che si connette… con questi trucchetti da paleontologia della rete ha toccato il mio cuore su alcuni ricordi delle mie prime, selvagge, connessioni… ah, internet quando ancora era un mistero insondabile e potenzialmente pericoloso…

mercoledì 13 ottobre 2010

Accadde una notte - Frank Capra (1934)

(It happened one night)
Visto in DVD.
Clark Gable è un giornalista dai modi spicci ma incredibilmente dolce, lei, la Colbert, è un’ereditiera che vuol sposarsi con l’uomo sbagliato solo per sfuggire alle grinfie del padre. Lei fuggirà per sposarsi con lo pseudo-amato, lui l’aiuterà nell’intento. C’è bisogno di dire che i due si innamoreranno?..
Sembra la quintessenza del prevedibile targato USA, e invece questa commedia fi Frank Capra è incredibilmente buona, mettendo in scena personaggio ben costruiti (Gable mattatore è riuscito a conquistare mia sorella nonostante il gap d’età) e un ritmo adatto fra gag lievi ma riuscite e momenti di più calma intimità. Davvero una scoperta notevole per chi, come me, aveva sempre snobbato Capra per l’aura di buonismo che lo circonda. In effetti è estremamente buonista, ma con una grazia tale e una capacità di creare “momenti” di vero cinema che entreranno nella storia, da farsi perdonare tutto. Anzi se dovessi incontrarlo una di queste sera, mi sa che gli offro una birra.
PS: e dico questo nonostante la versione italiana sia stata doppiata da un esercito di scimmie senz’anima. Temo sia vitale vederlo in lingua originale.

martedì 12 ottobre 2010

Mission - Roland Joffé (1986)

(The mission)

Visto ad un cineforum.

Nella foresta amazzonica i gesuiti sono i buoni e aiutano i buonissimi indios a rifarsi una vita nonostante gli spagnoli cattivi e i portoghesi cattivissimi (e senza ddio). Com’è come non è, il buonissimo gesuita Jeremy Irons riuscirà a convertire pure il cattivissimo spagnolo Robert De Niro che si unirà a loro. Quando la chiesa, per questioni politiche, non potrà più proteggere le missioni dalla voglia di rivalsa delle due potenze latine i due prodi fraticelli cercheranno di resistere allo scontro, ognuno a modo suo… c’è bisogno di dire che sarà un massacro?

Un film fatto da un ottimo tema dominante nella colonna sonora, ottimi paesaggi e due interpreti in stato di grazie tale da trasformare ogni scena insieme in una gara a chi è più convincente, e alla fine, a mio avviso, finiscono decisamente pari merito… il film però è lento, e pure noiosetto qui e la, talvolta banale e senza originalità neppure nella regia… un premio a Cannes abbastanza regalato e una fama meritata solo a metà

lunedì 11 ottobre 2010

Fratelli in erba - Tim Blake Nelson (2009)

(Leaves of grass)

Visto al cinema.

C'è di bello che finalmente si vedono i risultati di 20anni di film dei fratelli Coen. Questa non è una commediola degli equivoci come l'astutissimo trailer lasciava immaginare; ma è invece una dramedy filosofeggiante e acculturata che però non pesa affatto, ricca di ironia ovviamente.
La storia è quella di un giovane professore di filosofia che torna a casa nell'Oklahoma per la morte del fratello gemello che non vede da anni... in realtà il fratello non è morto, ma ha qualche problema economico ed è strozzato dagli strozzini, gli serve solo un alibi...
Detta così sembra appunto una classica commedia americana, ma il titolo originale è sia un riferimento alla marijuana che viene commercializzata dal fratello del protagonista, ma anche un'evidente citazione di Whitman.
Proprio come nei film dei Coen, la storia non parla unicamente del ritrovare le proprie radici e riscoprire i propri sentimenti sepolti, ma parla di caos, caso, verità e regole; in un discorso organico in cui la poesia di Whitman e la filosofia greca (il protagonista è appunto insegnante di filosofia antca) la fanno da padroni, ma sono uniti alle considerazioni religiose (soprattutto ebraiche), sociali e razziali dell'Oklahoma e Shakespeare en passant.

Il film fa pensare più di quanto non faccia ridere, ma diverte comunque. Di differente dai Coen risulta meno ironico e manco della loro leggerezza, della loro facilità di lasciarti scivolare il concetto o la citazione senza urlartela in faccia, cosa che Nelson invence non riesce ancora a fare, e si obbliga a citare in maniera molto marcata. Altra differenza però è la mancanza di supponenza; i Coen sanno di essere bravi e ci tengono a fartelo capire creando un distacco, uno sguardo dall'alto al basso nei confronti del pubblico che Nelson non ha; Nelson è al nostro livello, ci guarda negli occhi, ci racconta la sua storia, ci dice quello che vuol dire e quando gli mancano la parole cita, come facciamo tutti.
Un buon film, che mostra cosa si può fare partendo dai Coen.

PS: non dico neanche che Norton è grande. Non credo ce ne sia bisogno.

domenica 10 ottobre 2010

The corporation - Mark Achbar, Jennifer Abbott (2003)

(Id.)

Registrato dalla tv.

Questo film più d'ogni altra cosa sottolinea il come Michael Moore abbia modificato il modo di fare documentari (in positivo).
Da una parte ha imposto la figura del documentarista come fulcro delle scene girate (insegnamento non utilizzato in questo film, ma colto, ad esempio, da Spurlock), dall'altra ha mostrato che per rendere avvincente qualsiasi racconto è necessario lavorare sulle immagini. Posto che il lavoro d'archivio che fa Moore è impareggiabile (ogni suo filmato o segmento non è solo calzante, ma è pure divertente, strambo e assolutamente imprevedibile), in questo documentario riescono ad avvicinarsi al maestro.
Va detto, questo The corporation è più un prodototto televisivo che altro (voice off tutto il tempo come collante fra le diverse scene, interviste realizzate in studio, ecc...), però realizzato con la leggerezza necessaria (nonostante il tema grave, e anzi, proprio per il tema credo che i realizzatori non se la siano sentita a fare il salto di qualità dalla leggerezza all'ironia) e con il lavoro d'archivio che si diceva, riuscendo così ad ottenere un girato di oltre 2 ore che non annoia mai, si fa seguire e incide pesantemente sull'umore di chi guarda.

Poi va detto che ha anche gli stessi difetti dei film di Moore; mette troppa carne al fuoco, per riuscire a descrivere al massimo la figurare delle corporazione tocca troppi argomenti e con troppa facilità, dando un'idea generale di tutto, ma senza riuscire ad incidere in maniera decisa in nessun punto.
Trovo poi ingenuo, ma carino che anche in questo film venga fatta l'arringa finale come nei filmati di Moore, un discorso in chiusura che esorta la gente a muoversi attivamente e a non aspettare che le cose cambino da solo; dico che è carino perchè fatalità (che caso) è proprio Michael Moore a recitarla...

sabato 9 ottobre 2010

Il bacio dell'assassino - Stanley Kubrick (1955)

(Killer's kiss)

Visto in DVD.

Primo film ufficiale di Kubrick (prima c'è solo il da lui vituperato "Paura e desiderio") dalla lunghezza stringata (un'oretta) ma che potrebbe durare anche meno. Ovviamente Kubrick parte col noir, improntando una storia d'amore e morte molto semplice, ma altrettanto efficace.
Le inquadrature sono ancora traballanti, ma le scene studiate geometricamente promettono quello che dopo verrà effettivamente realizzato dal regista (e con gli interessi).
Il meglio Kubrick lo da nei riempitivi; come nelle stupende scene di boxe (il protagonista è un pugile) realizzate tutte in maniera diversa dalla precedente, sempre originali, sempre interessanti, con inquadrature non convenzionali ed un ottimo uso delle ombre (caratteristica di tutto il film, ma in fondo siamo in un noir); scene che superano tranquillamente tutte quelle realizzate su un ring nella storia del cinema, persino (e mi duole dirlo) quelle di "Toro scatenato".
Da elogiare anche il finale nel magazzino dei manichini, con un poco più di coraggio sarebbe stato perfettamente surreale, invece si accontenta di essere esteticamente bello e ragionato.

venerdì 8 ottobre 2010

Inception - Christopher Nolan (2010)

(Id.)

Visto al cinema.

Di Inception ne ha già parlato chiunque. C'è poco da aggiungere; è un incasinato capolavoro dal finale apertissimo come piace da queste parti. E basta.
Ciò che più impressiona però è l'indubbia capacità di Nolan di realizzare film concettualmente complessi che riescano comunque a vincere al box office, captando l'interesse generale; a riuscire a mantenere sempre ciò che promettte, e soprattutto all'impressionante capacità di parlare di qualunque cosa per più di 2 ore rendendo tutto chiaro e senza mai un momento di stanca.
Nlan si conferma come la migliore scoperta cinematografica degli ultimi anni. Se già si erano viste le sue mire autoriali in "Memento" o "Following"; con la serie di Batman e questo film fa capire che può fare di tutto, farlo bene, farlo realistico (è questa una delle formule vincenti degli ultimi film) e a guadagnarci parecchio. Si, insomma, Nolan è il nuovo Spielberg.
L'unica cosa su cui ho dei dubbi è se questo film sia effettivamente migliore di "The dark knight"... sinceramente ho dei dubbi; in ogni caso la scena di combattimento nei corridoi dell'albergo, tra stanze che girano e assenza di gravità, la voto come miglior scena d'azione di sempre.
Attendo già ora il prossimo film di Nolan.

giovedì 7 ottobre 2010

Un secchio di sangue - Roger Corman (1959)

(A bucket of blood)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in francese.


Roger Corman in salsa beatnik si da alla pazza gioia con la follia. Un film serio oltre ogni aspettativa, che indaga, appunto, la follia come mezzo d’espressione, come il voler far parte di qualcosa porti a gesti estremi, ed ironicamente è proprio per far parte della libertaria Beat generation che porta il protagonista all’omicidio.


Uno sciocco cameriere di un locale Beat in cui vorrebbe essere accettato socialmente ammazza per sbaglio il gatto della vicina mentre cerca di scolpire dell’argilla… vuoi non unire le due cose e ricalcare un gatto sul cadavere? L’opera è osannata da tutti e lo sciocco artistucolo si trova a dover produrre altre opere.


Il film è trattato con la dovuta serietà e si sviluppa con grazia verso un susseguirsi di omicidi sempre più gratuiti e verso un proporzionale aumento di fama da parte del protagonista.


Siamo davanti ad una sorta di “Maschera di cera” in cui è la follia sociale, il desiderio di accettazione che porta all’omicidio e non solo un trauma o la ricerca della bellezza fine a se stessa.


Non originalissimo, ma decisamente ben condotto.


mercoledì 6 ottobre 2010

L'urlo della battaglia - Samuel Fuller (1962)

(Merril's marauders)

Registrato dalla tv.
Ghezzi ha fatto il regalo di una serata dedicata a Fuller, personaggio poco noto di cui ho visto un solo film in vita mia… dunque in preparazione a “Il grande uno rosso” mi son guardato questo urlo della battaglia…
Un film di guerra in cui un manipolo di americani si trova in missione in birmania (WWII) sotto controllo giapponese. Avanzano, vincendo, tra gesti eroici, sopportazioni disumane, stupendi (?) gesti di virilissima amicizia e lo stoicismo proprio di chi si fa beffe financo della malattia per la sua nazione… si esatto, è stupido, ma non solo, è pure banale, ma non solo, è pure noioso. Molto noioso. Credo d’aver smesso di seguirlo ad un certo punto per cercare di ricordare il nome di tutti i mariti di Liz Taylor
No sul serio, non è neppure definibile ingurdabile, semplicemente è inutile, uguale a 2000 cose simili fatte in tempo di guerra per i cinegiornali… è inutile nella maniera più tediosa e noncurante possibile.
La cosa migliore del film è il filmato iniziale che mostra l’espansione dell’esercito giapponese…
Fuller comincia sotto i peggiori auspici... grazie Ghezzi, bel regalo del ca...

martedì 5 ottobre 2010

Strange days - Kathryn Bigelow (1995)

(Id.)

Visto in DVD.

In un futuro distopico (all’epoca era il futuro, ormai invece è il passato visto che è ambientato a cavallo fra 1999 e 2000) esiste una nuova droga, e sono le immagini e le sensazioni della vita altrui registrate e rivissute da chi ne fa uso; puoi essere un criminale durante una rapina, o una pornostar al lavoro, o puoi anche morire… In una Los Angeles a 5 cm netti dallo scontro razziale si muove lo spacciatore Ralph Fiennes (un ottimo personaggio, simpatico il giusto, figo il giusto, sfigato il giusto) che si arrabatta tra nuovi clienti, vecchi amici, ex ragazze che lui ama ancora (una Juliette Lewis che fa spavento, davvero mi chiedo come sia possibile anche solo immaginare che possa essere un oggetto del desiderio), un assassino psicotico che si aggira indisturbato attorno a lui e un segreto sulla morte di un rapper che deve rimanere tale.

Questo è un film dall’estetica completamente orwelliana, ogni inquadratura trasuda distopia ad ettolitri; uno dei film che rende di più il senso di claustrofobia, di impossibilità di fuga, di malattia sociale. Un film che è quasi più sudato di “Angel heart”. Fatto di immagini evocative che si agganciano co quanto già presente nella memoria comune; la scena della lotta nello scantinato ad esempio, per atmosfere ed ammiccamenti vale quanto tutto “Blade runner”.

La Bigelow fa un lavoro sopraffino, iniziando col botto, con un piano sequenza fatto da una camera a mano complicato ed incasinato il giusto, che per altro serve pure a spiegare il tipo di droga in uso; e già questo basterebbe. Poi ci mette dentro tutto quello che riesce, utilizzando l’idea della soggettiva obbligata come mezzo per nascondere o dare informazioni. Ma soprattutto crea un film fatto di luci, di scenografia e di luci. Le luci vengono sparate in camera, accecano, nascondono, mostrano, sottolineano, creano ambienti, fari, neon, lampadine. Un lavoro divino. Tutto improntato a rendere il senso di fine imminente, di un mondo che va a rotoli… e la signora si permette anche di realizzae una delle migliori scene d’azione degli anni ’90, con la sequenza in metropolitana, aiutata da un D’onofrio in versione poliziotto silenzioso e letale ed un Fichtner nei panni di un Fichtner standard.

Con questi presupposti il finale delude (si lo dico, contro ogni pronostico c’è l’happy ending, ma qui temo ci sia lo zampino di Cameron); entro un certo punto è prevedibile e comprensibile (nello svelamento dell’assassino), ma poi laddove potrebbe essere il degno coronamento di un film ambientato in un mondo caotico in bilico su un baratro, anziché puntare sull’apocalisse punta invece sul rassicurante già visto (la questione della polizia)… però glielo si può perdonare, quantomeno per la bellezza di alcune scene, come D’onofrio in versione demone vendicatore coperto di sangue in un turbinio di coriandoli.

Stupendo. Non si può giudicare la Bigelow senza aver visto questo film.

lunedì 4 ottobre 2010

Kundun - Martin Scorsese (1997)

(Id.)

Visto in VHS.

Questo è il film di Scorsese che ho visto meno di recente in assoluto, ed in effetti lo ricordavo poco. In definitiva è la storia dell’ultimo Dalai lama dalla nascita al momento dell’esilio in India.

Il film è un piccolo gioiello di ecletticità del regista americano che mostra quant’è bravo a fermarsi quando è il caso di fermarsi e quando invece può giocare a fare il più grande artista vivente.

L’incipit è tutto in mano allo Scorsese classico, fatto di dettagli, di inquadrature sghembe e carelli, ovviamente tutto perfetto, ben calibrato e completamente in linea con l’ambientazione tibetana anni ’30; poi il film prosegue un poco più consueto, e il lavoro maggiore è affidato ai soliti noti, con un Ferretti mai così contenuto e con i costumi mai così realistico.

Scorse si mostra di nuovo in grande spolvero nel finale, sempre più spirituale e metafisico, dove anche la macchina da presa sembra trasportata in uno stato superiore di consapevolezza ed incornicia i fatti in un modo mai più così ai limiti del percepibile (basti il momento in cui la camera si avvicina al Dalai lama con una sequenza rapidissima di inquadrature fisse che dona a questa sorta di zoom le dinamiche e l’estetica di una visione o di un sogno).

Scorsese è perfettamente in linea con la storia qui rappresentata, anche se sembra lontana dal suo campo d’azione, in definitiva si tratta della parabola umana di un personaggio con indubbie capacità che però non lo porteranno alla vittoria effettiva, il tutto intriso in quel senso di spiritualità tanto cara al regista. Un film dimenticato, incomprensibilmente dimenticato.

domenica 3 ottobre 2010

Le lacrime della tigre nera - Wisit Sasanatieng (2000)

(Fah talai jone)

Visto in DVD.

Il coraggio che hanno i thailandesi è difficile da rintracciare in altre civiltà. Sono allo sbando economico, sempre intenti a difendersi da un golpe e c’hanno pure la forza di fare il verso agli americani. Qui prendono la fotografia sgargiante ma desaturata dei film in technicolor anni 40, pigliano un paio di attori dei loro e gli mettono vestiti da cowboy, raffazzonano scenografia fatte seguendo art attack e ci costruiscono un western (si gente ho proprio detto western) in una Thailandia praticamente contemporanea.

Lo dico subito, il film è una minchiata, comincia come un western classico (o almeno vorrebbe) ma alla prima pallottola fa le zoomate da spaghetti-western, e poi ci aggiunge pure qualche tamarrata al ralenty (tipo la scena esplicativa sulla traiettoria della pallottola all’inizio)… eppure… eppure pur disprezzando il complesso non si può non esserne affascinati, non si può non applaudirne il tentativo; pur estenuati da una visione eccessiva no si può negare la bellezza delle scene dei 2 duelli principali fra i protagonisti all’inizio e alla fine del film, costruite con una sapienza dinamica al punto giusto e sempre originale.

Davvero, anche nelle minchiate, c’è da apprezzare il coraggio dei Thailandesi.

sabato 2 ottobre 2010

Marty vita di un timido - Delbert Mann (1955)

(Marty)

Visto in DVD.

Commediola romantica anni '50 in cui un ingenuo Borgnine (che non è tanto timido, quanto appunto ingenuo, segnato dal passato e consapevole della sua bruttezza, e poi, beh, è terribilmente anni '50) si ritrova non sposato a 34 anni e con una vita che non pare potergli donare più nulla se non la possibilità che assieme a lui e sua madre venga a vivere con loro pure la sorella di sua madre. Ovviamente non sarà così, ovviamente conoscerà una ragazza.
Il film non spicca per originalità o idee particolari, e gli oscar e le palme mi paiono eccessivi, ma ha certamente tutta una serie di caratteristiche interessanti (oltre alla buona prova di Borgnine):
Innanzi tutto i due protagonisti non sono dei fighi assurdi, seppure la donna non sia brutta, non è neppure il falso cesso da film di Hollywood che se si scioglie i capelli e si toglie gli occhiali diventa Jassica Alba, apprezzo l'onestà, cosa che nei film sentimentali non c'è mai, questa diventa improvvisamente la prima storia plausibile sul genere.
Poi Borgnine si lascia condizionare dalle opinioni altrui; nelle storie d'amore succede sempre che due si inammorano, uno dei due fa una cazzata, si allontanano, solo per capire quanto bene si vgliano davvero; beh qui nessuno dei due fa nulla di male, solo che gli amici e la madre di Borgnine gli dicono che lei non è una buona ragazza, non è adatta a lui, ma soprattutto che è troppo brutta!
Infine la madre di Borgnine e la zia. Al loro primo incontro sono esattamente la fotocopia di mia nonna, cambia solo l'accento, parlano dei loro dolori cercando di superarsi a vicenda, e poi parlano dei morti. Ma anche nelle scene successive danno luogo a conversazioni gustosissime e non banali. La prima soprattutto (che è un pò il cuore del rapporto madre figlio) è una considerazione, alla fin fine facile, ma a livello cinematografico non banale, sul diventare vecchi e sull'allontanamento dei figli.
Decisamente un buon film di un'altra epoca, anche se piuttosto sopravvalutato.

venerdì 1 ottobre 2010

Luna di fiele - Roman Polanski (1992)

(Bitter moon)

Visto in DVD.

Questo film sembra una puntata di “Hunger”, un telefilm introdotto da David Bowie in cui, in ogni maledetta puntata, un ingenuo e pallido inglese viene adescato da una, o più, belle donne con un tasso variabile d’erotismo italiano anni ’70 con qualche incursione nel sopranaturale…. Poi il fil cambia, ed inizia un racconto nel racconto sembra “Hunger” ma senza tutta la parte ultraterrena, e con un 30% di tette in più, non che non ce ne fossero nell’originala, però la Seigner è spesso intenta a farsele sprimacciare…

In questo film un ingenuo e pallido Hugh Grant, in crociera con l’inglesissima consorte (Scott Thomas), viene adescato dalla Seigner (che fatica a tenersi i vestiti addosso, e ora capisco Polanski) e dal di lei consorte (Coyote) che si compiace nel raccontargli la loro storia, ricca di sesso, perversioni, violenza psicologica, vendette e ancora perversioni.

Inquietantemente, ad un certo punto, non saprei dire dove, il film si fa suadente, ondeggiante come la nave su cui è ambientato, si fa seguire come una fiaba de “Le mille e una notte”… e viene in mente che, forse, ci si trova di fronte ad un film su erotismo e seduzione che sta Polanski come “Eyes wide shut” sta a Kubrick, con solo molta classe in meno…

Poi arriva il finale, sempre più stupido, banale (anche se son contento che sia finito così) e troppo rapido, e ci si sveglia dallo stato di trance, e ci si rende conto d’essersi sbagliati; ci si rende conto che si stava guardando soltanto una puntata di “Red Shoe