(Id. AKA The end of the world)
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Una nuova cometa viene avvistata nel cielo, secondo i calcoli dello scopritore colpirà la terra causando devastazioni. Un finanziere deciderà di tenere la notizia nascosta per potervi lucrare.
Film apocalittico (il primo probabilmente) che presenta un evento inaspettato e impossibile da fermare e lo mischia con la borghesia senza scrupoli e la rivolta sociale.
In una parola un unico film che sembra parlare per allegorie della prima guerra mondiale (che la Danimarca guardava dalla posizione privilegiata del paese neutrale a pochi chilometri dagli scontri) e nello stesso tempo mostra i semi del disagio sociale che un anno più tardi sfocerà nella rivoluzione d'ottobre.
Se il tema è affascinante, la realizzazione della parte apocalittica è ben realizzata andando dalla pioggia di meteoriti allo tsunami. Nello stesso tempo la recitazione è buona, senza eccellenze, ma senza sbavature o esagerazioni.
Il vero problema è il ritmo, difficoltoso e dal fiato corto, con troppi personaggi aggiunti per bilanciare i cattivi con i buoni che rallentano ulteriormente.
Le immagini ben realizzate non riescono a compensare la mancanza di nerbo nella realizzazione.
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venerdì 30 agosto 2019
lunedì 29 luglio 2019
Pikovaya dama - Yakov Protazanov (1916)
(Id.)
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La storia di un uomo che, per vincere alle carte, cerca di forzare un'anziana donna a rivelargli il segreto che le permise di vincere una fortuna (in realtà recuperare quanto aveva precedentemente perduto), semplicemente indovinando una sequenza di carte. Mentre cerca di obbligarla, la donna muore, ma gli ricompare in sogno annunciandogli una sequenza di carte.
Considerato uno dei massimi capolavori del cinema zarista (siamo a un anno dalla rivoluzione d'ottobre), il film porta sullo schermo un celebre racconto di Puskin.
Il film dimostra completamente gli anni che ha strutturandosi con la precisione, ma anche la staticità di un'opera teatrale con tutti i pregi (a partire da un cast ottimo che non sfora mai nell'enfasi) e i difetti.
A fronte di una struttura di regia così convenzionale però, Protazanov mette in scena una serie di idee innovative per l'epoca e alcune ancora interessanti. Se le retroproiezioni sono cosa ormai scontata, il regista fu uno dei primi ad applicarle in russia creando, di fatto, uno dei film più impressionante per effetti speciali. Viene utilizzato anche un carrello molto evidente e in una scena c'è un ottimouso della profondità di campo (inquadratura obliqua dall'alto con il primo piano della giovane donna che spia dalla finestra e in secondo, lontanissimo, piano, l'uomo che fissa la casa dalla strada).
Ma il vero valore aggiunto della regia è il montaggio alternato (usato in maniera costante nella prima parte) che, anziché mostrare due eventi contemporanei, crea un collegamento fra episodi distanti nel tempo, riprendendo l'uno nell'altro con il montaggio interno (i movimenti e le posizioni degli attori sulla scena) in una serie di scene ancora efficaci.
Non per nulla, il regista, riuscirà a riciclarsi dopo la rivoluzione rimanendo attivo fino agli anni '40, sarà lui infatti l'autore dietro al primo kolossal sovietico: "Aelita".
Visto qui.
La storia di un uomo che, per vincere alle carte, cerca di forzare un'anziana donna a rivelargli il segreto che le permise di vincere una fortuna (in realtà recuperare quanto aveva precedentemente perduto), semplicemente indovinando una sequenza di carte. Mentre cerca di obbligarla, la donna muore, ma gli ricompare in sogno annunciandogli una sequenza di carte.
Considerato uno dei massimi capolavori del cinema zarista (siamo a un anno dalla rivoluzione d'ottobre), il film porta sullo schermo un celebre racconto di Puskin.
Il film dimostra completamente gli anni che ha strutturandosi con la precisione, ma anche la staticità di un'opera teatrale con tutti i pregi (a partire da un cast ottimo che non sfora mai nell'enfasi) e i difetti.
A fronte di una struttura di regia così convenzionale però, Protazanov mette in scena una serie di idee innovative per l'epoca e alcune ancora interessanti. Se le retroproiezioni sono cosa ormai scontata, il regista fu uno dei primi ad applicarle in russia creando, di fatto, uno dei film più impressionante per effetti speciali. Viene utilizzato anche un carrello molto evidente e in una scena c'è un ottimouso della profondità di campo (inquadratura obliqua dall'alto con il primo piano della giovane donna che spia dalla finestra e in secondo, lontanissimo, piano, l'uomo che fissa la casa dalla strada).
Ma il vero valore aggiunto della regia è il montaggio alternato (usato in maniera costante nella prima parte) che, anziché mostrare due eventi contemporanei, crea un collegamento fra episodi distanti nel tempo, riprendendo l'uno nell'altro con il montaggio interno (i movimenti e le posizioni degli attori sulla scena) in una serie di scene ancora efficaci.
Non per nulla, il regista, riuscirà a riciclarsi dopo la rivoluzione rimanendo attivo fino agli anni '40, sarà lui infatti l'autore dietro al primo kolossal sovietico: "Aelita".
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Yakov Protazanov
mercoledì 24 ottobre 2018
Cenere - Arturo Ambrosio, Febo Mari (1916)
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Dall'omonimo romanzo di Grazia Deledda, questo cortometraggio di meno di 40 minuti è l'unico film realzizato da Eleonora Duse.
Il film è un dramma dove il vero protagonista è Febo Mari nei panni del figlio, mentre la Duse viene utilizzata in maniera piuttosto marginale considerandone il peso specifico.
La recitazione di Mari, enfatica e un poco sciatta, può accontentarsi di essere nella media per l'epoca (o poco sotto), mentre la Duse, misurata e sofferente, riesce a essere, non solo ottima, ma incredibilmente moderna; un peccato quindi il suo essere in secondo piano.
Le inquadrature in esterni presentano qualche valore aggiunto, ma sono poche e, anch'esse, marginali; mentre la storia procede a ritmo accettabile, ma con così poca empatia da riuscire comunque piuttosto noiosa nonostante il basso minutaggio.
In poche parole un film, incredibilmente non riuscito che si guarda solo per la presenza dell'attrice.
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Dall'omonimo romanzo di Grazia Deledda, questo cortometraggio di meno di 40 minuti è l'unico film realzizato da Eleonora Duse.
Il film è un dramma dove il vero protagonista è Febo Mari nei panni del figlio, mentre la Duse viene utilizzata in maniera piuttosto marginale considerandone il peso specifico.
La recitazione di Mari, enfatica e un poco sciatta, può accontentarsi di essere nella media per l'epoca (o poco sotto), mentre la Duse, misurata e sofferente, riesce a essere, non solo ottima, ma incredibilmente moderna; un peccato quindi il suo essere in secondo piano.
Le inquadrature in esterni presentano qualche valore aggiunto, ma sono poche e, anch'esse, marginali; mentre la storia procede a ritmo accettabile, ma con così poca empatia da riuscire comunque piuttosto noiosa nonostante il basso minutaggio.
In poche parole un film, incredibilmente non riuscito che si guarda solo per la presenza dell'attrice.
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Nietta Mordeglia
venerdì 5 dicembre 2014
Tigre reale - Giovanni Pastrone (1916)
(Id.)
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Una contessa (sposata) è una vamp che attira a sè gli uomini solo per respingerli, su di lei si addensano storie di suicidi per amor suo o per disperazione causata da lei. Un uomo (un borghesuccio senza particolare appeal) riesce a farsene innamorare... o forse no, il comportamento di lei appare schizofrenico. Allontanatisi e reincontratisi in una notte si chiariranno tutte le ombre, lei è stata innamorata, ma a causa di un trauma ora allontana da sè gli amati... ed è tisica. Allontanatisi di nuovo, lui si fidanzerà con un'altra donna. Reincontratisi lei appare morente, mentre si danno l'addio l'albergo in cui si trovano va a fuoco, il marito di lei li sorprende e preso dalla rabbia li chiude a chiave nella stanza; riusciranno a fuggire e lei (ritemprata dall'amore) guarirà anche dalla tisi...
Due anni dopo "Cabiria" (e a poca distanza da "Il fuoco"), Pastrone interrompe la collaborazione con D'annunzio per girare questo film supervisionato da Verga (no per dire chi lavorava nel cinema italiano all'epoca)... Eppure la differenza non si vede, un ambiente ed un tema dannunziano tale che il vate non avrebbe potuto far diversamente.
Pastrone va sul sicuro ricorrendo di nuovo alla Menichelli nella parte principale (attrice lanciata in Italia proprio dal suo film precedente) della vamp mangiauomini. La Menichelli che Borelleggia più della Borelli con i suoi sguardi sempre in tralice, il mento sempre alzato, gli occhi supertruccati, la bocca bloccata in una smorfia, i capelli pettinati a gufo e le articolazioni del braccio sempre, costantemente piegate tutte insieme... beh è magnifica nel suo eccesso.
La regia decisamente più canonica del Kolossal del 1914 si concentra più nella costruzione degli spazi e negli arredi opulenti, si concede qualche immagine grandiosa solo nel rogo finale (con delle scene di una certa potenza) e si diletta nei movimenti di macchina (che in "Cabiria" erano all'ordine del giorno) solo in un paio di scena (anche se quello nel teatro, grazie alla prospettiva del palco in secondo piano ha un effetto potentissimo).
Il film decisamente più canonico del capolavoro precedente esiste solo nella versione per i paesi anglofoni; amanti dell'happy ending costringe la sceneggiatura al volo pindarico della guarigione miracolosa; la versione originale (molto più in linea con D'Annunzio) prevedeva una morte per tisi della Menichelli, da sola, abbandonata dall'amante respinto ormai fidanzato.
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Una contessa (sposata) è una vamp che attira a sè gli uomini solo per respingerli, su di lei si addensano storie di suicidi per amor suo o per disperazione causata da lei. Un uomo (un borghesuccio senza particolare appeal) riesce a farsene innamorare... o forse no, il comportamento di lei appare schizofrenico. Allontanatisi e reincontratisi in una notte si chiariranno tutte le ombre, lei è stata innamorata, ma a causa di un trauma ora allontana da sè gli amati... ed è tisica. Allontanatisi di nuovo, lui si fidanzerà con un'altra donna. Reincontratisi lei appare morente, mentre si danno l'addio l'albergo in cui si trovano va a fuoco, il marito di lei li sorprende e preso dalla rabbia li chiude a chiave nella stanza; riusciranno a fuggire e lei (ritemprata dall'amore) guarirà anche dalla tisi...
Due anni dopo "Cabiria" (e a poca distanza da "Il fuoco"), Pastrone interrompe la collaborazione con D'annunzio per girare questo film supervisionato da Verga (no per dire chi lavorava nel cinema italiano all'epoca)... Eppure la differenza non si vede, un ambiente ed un tema dannunziano tale che il vate non avrebbe potuto far diversamente.
Pastrone va sul sicuro ricorrendo di nuovo alla Menichelli nella parte principale (attrice lanciata in Italia proprio dal suo film precedente) della vamp mangiauomini. La Menichelli che Borelleggia più della Borelli con i suoi sguardi sempre in tralice, il mento sempre alzato, gli occhi supertruccati, la bocca bloccata in una smorfia, i capelli pettinati a gufo e le articolazioni del braccio sempre, costantemente piegate tutte insieme... beh è magnifica nel suo eccesso.
La regia decisamente più canonica del Kolossal del 1914 si concentra più nella costruzione degli spazi e negli arredi opulenti, si concede qualche immagine grandiosa solo nel rogo finale (con delle scene di una certa potenza) e si diletta nei movimenti di macchina (che in "Cabiria" erano all'ordine del giorno) solo in un paio di scena (anche se quello nel teatro, grazie alla prospettiva del palco in secondo piano ha un effetto potentissimo).
Il film decisamente più canonico del capolavoro precedente esiste solo nella versione per i paesi anglofoni; amanti dell'happy ending costringe la sceneggiatura al volo pindarico della guarigione miracolosa; la versione originale (molto più in linea con D'Annunzio) prevedeva una morte per tisi della Menichelli, da sola, abbandonata dall'amante respinto ormai fidanzato.
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