venerdì 24 novembre 2017

Schock - Mario Bava (1977)

(Shock)

Visto in Dvx.

Una donna con un figlio dal precedente matrimonio torna nella casa in cui l'ex marito si suicidò con il nuovo compagno. Inutile dire che cominceranno strani avvenimenti, soprattutto in relazione al figlioletto.

Ultimo film di Bava (per il cinema), spiace dire che non è all'altezza delle aspettative. L'idea di partenza (chiara solo nel finale) è buona, ma quello che manca è la tensione.
Il film è un lungo girare intorno al finale, una lunga preparazione in cui la trama è gestita bene, ma il ritmo quasi totalmente assente e le scelte visive sono copie d'idee viste mille volte.
Non so se è un problema effettivo o se è solo un film invecchiato, ma vedendo il finale direi più la prima ipotesi.
Si, perché il finale è inaspettatamente buono. Il twist plot funziona, ma soprattutto ci sono idee ottime, la tensione è presente, le creazioni realizzate sono originali e sorprendono (in parte) con molta inventiva (il bambino che diventa l'adulto, la scena dell'armadio) e il meglio inizia con la famosissima scena dei capelli (che si può vedere qui); giustamente la più famosa, nonché la migliore sequenza del film (delle mani di luce che tolgono la coperta e i capelli antigravitari!).

Anche se siamo lontani anni luce dalle capacità del regista, con quel finale, tutto sommato, si chiude con dignità una grande carriera.

mercoledì 22 novembre 2017

Il serpente di fuoco - Roger Corman (1967)

(The trip)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un uomo vuole provare dell'LSD, la assume a casa di un suo amico; l'esperienza (l'intero film è il suo trip) sarà molto altalenante, tra lo stupefacente e l'angoscia.

Difficile fare un film intelligente e paraculo nello stesso tempo; eppure anche in questo Corman sembra azzeccarci. Commercialmente sul pezzo, come produttore, riesce a sfornare un film sfrontato fin dal titolo (originale) e dal sottotitolo (a Lovely Sort of Death), che però riesce a racchiudere seriamente una parte dello zeitgeist dell'epoca. In anticipo di due anni sul film manifesto "Easy rider" (con cui condivide solo la superficie, ma di cui è, di fatto, il genitore più prossimo assieme a "The wild angels") e uscito precisamente durante la summer of love, questo film si dimostra incredibilmente calato nella sua epoca; ma è evidente che Corman ha un occhio al botteghino in più rispetto a quello che si crederebbe.
Per la filmografia del regista va anche ricordato che questo è anche uno dei primi film del periodo post-Poe.

Il film inizia con un cartello che avverte dei pericoli delle droghe, poi comincia un lungo film che dichiara apertamente il contrario.
Il film è indubbiamente molto lineare... e piuttosto noioso; non si muove d'un metro dall'idea di base, il lungo trip di una uomo qualunque (dove però da di matto).
Se lo si guarda come documento storico il valore aumenta; scritto da Nicholson, interpretato da Peter Fonda, Dern e Hopper e una fotografia semplicemente calzata sul decennio (colori acidi, location adatte) e un lungo trip che tocca tutti i temi della rivoluzione sessuale, il mondo metafisico, l'insight, il sesso. Meno filosofico (e meno pretenzioso) rispetto a "Easy rider", anche qui c'è il manifesto di un'epoca.

Dietro la macchina da presa Corman si muove continuamente (nei primi dieci minuti è un continuo passare da un carrello all'altro, da una panoramica all'altra) e utilizza la musica alla maniera di Scorsese. Poi inizia un acid movie fatto di sovrapposizioni, proiezione di immagine sui corpi, montaggio rapidissimo e sequenze senza costrutto. Anche al netto delle fighetterie imposte dalla trama rimane un film innovativo per lo stile di Corman, ma ancora di più se si considera che aveva appena chiuso il suo periodo su Poe. Anche al netto di tutti i difetti che io per primo gli imputo, rimane uno dei film più estetici del regista, dove le immagini ha un impatto notevole e dove, per ottenere questo effetto, c'è una delle più brillanti collaborazioni fra tutti i compartimenti della produzione del film.

lunedì 20 novembre 2017

Zangiku monogatari - Kenji Mizoguchi (1939)

(Id. AKA La storia dell'ultimo crisantemo)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Il figlio di un noto attore di kabuki sembra non aver preso il talento del padre; quando, per giunta, si innamorerà di una ragazza di umile estrazione si allontanerà dalla famiglia vivendo in povertà. Trascorsi 5 anni, e dopo un duro apprendistato, sarà divenuto un ottimo attore, la famiglia gli chiederà di tornare e la ragazza, per amor suo, si farà da parte senza che nessuno glielo chieda per permettere il ritorno. Il giorno del grande successo di pubblico del ragazzo, la ragazza starà morendo, ma vorrà che lui non le rimanga vicino per non togliergli il suo momento di gloria.

Mizoguchi è uno che ha sempre fatto melodrammi durissimi senza sfociare nel sentimentalismo più spitno in un miracolo di equilibrismo quasi sempre mantenuto. In questo film, non solo le regole del suo cinema sono rispettate, ma per tutta la durata non sembra neppure di assistere ad altro che a un dramma familiare, con un'impennata di melodramma nello straziante finale.
Da molti considerato il film più femminista di Mizoguchi, credo che la definizione sia esagerata, il personaggio femminile è il più potente della filmografia del regista e rappresenta in toto la figura della donna angelicata classica, ma ha più i contorni della martire che non della ragazza emancipata; più che un film femminista è un film femminile, o almeno con un grande rispetto per la sua protagonista (l'unica, a mio avviso, a uscirne bene).

Lo stile di regia è ottimo, basato tutto su lunghi piani sequenza, per lo più con carrelli laterali; evidentissimo nell'ottima scena del treno con l'inquadratura dall'interno all'esterno e molto ben realizzato nella lunga passeggiata notturna dell'inizio. Inoltre la macchina da presa si muove attorno o dentro le location sfruttando in toto gli spazi ricostruiti (in una sequenza il teatro viene mostrato nel suo complesso, anche se in porzioni distinte, prima la platea e il palco, poi il dietro le quinte e quindi lo spazio sotto il palco).

Unico neo sono, ovviamente, i ritmi dilatati che gonfiano il minutaggio in maniera eccessiva.

venerdì 17 novembre 2017

Becky Sharp - Rouben Mamoulian (1935)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese


Adattamento cinematografico di "La fiera delle vanità" incentrata su una ragazza, orfana che cerca di farsi strada nel mondo con la sua vitalità, l'amore per le bugie ben sostenute e sfruttando parenti, conoscenti e guerre napoleoniche.

Di fatto un film risibile, dalla trama flebile e un gusto piuttosto insipido. La protagonista è uno dei pochi punti a favore, un bel personaggio, simpatico all'inizio e nel finale, ma anche lei, nel mezzo della storia annaspa.
Mamoulian dietro alla macchina da presa sembra inesistente; riesce benissimo nella scena della festa interrotta dai cannoni di napoleone, dove gioca con il buio e il dinamismo, ma fuori dall'eccezione per il resto dirige con il pilota automatico. Non so se questo sia dovuto allo stile di Mamoulian (e che il suo "Dr. Jekyll" quindi sia eccezione meritevole) o al fatto che il regista fosse soverchiato dal comparto tecnico (e dall'ansia dello studio per la costosa innovazione).
Perché questo film viene ricordato soprattutto (... o soltanto) per essere il primo della storia in technicolor. Girato con tre pellicole in contemporanea, una per ogni colore primario, e poi sovrapposte fu il capofila della sperimentazione su larga scala della tecnica del colore.
Al di là dell'aneddotica qui il colore ancora non è nulla di più che il tentativo di riproporre il cinema delle attrazioni (la prima scena è una sorta di sipario da cui escono una decina di ragazze; un tentativo per colpire dalla prima scena, ma senza aggiungere nulla sul significato); pochi anni più tardi "Via col vento" insegnerà a tutti cosa si può fare con il colore e uno spirito impressionista.

mercoledì 15 novembre 2017

Non si sevizia un paperino - Lucio Fulci (1972)

(Id.)

Visto in Dvx.

In un paesino del sud Italia avvengono una serie di inquietanti omicidi di bambini, tutti in maniera identica. Oltre alla polizia inizierà a indagare un giornalista che, unendosi nelle ricerche a una delle indiziate, scoprirà cosa sta succedendo realmente.

Mi trovo a concordare con l'opinione generale; considerando i film di Fulci che ho visto finora, questa è la sua opera migliore. La sinossi estremamente semplicistica non rende merito di un mood che non ha niente a che vedere con il perturbante metafisico della "Trilogia della morte", ma riesce a dare un senso di impotenza di fronte a una perversione generalizzati e insondabile.

La regia fluida è sempre la stessa, con un amore particolare per i piani di ripresa complessi (dei finti panfocus o l'uso del fuori fuoco per suddividere un'inquadratura), una mano piuttosto pesante sugli zoom e soggettive, ma soprattutto i continui, piccoli, movimenti di macchina da presa che rendono più gustoso il montaggio interno.

Ma al di là della regia sempre efficace questo film vince per concretezza. La trama sarà ai limite della sospensione dell'incredulità, ma è gestita benissimo, con estrema concretezza; i personaggi che si susseguono sono solo abbozzati, ma lasciano intendere tutto un mondo tridimensionale dietro di loro (tutta la prima parte con le indagini dei Carabinieri è la descrizione di un microcosmo dalle miriadi di anfratti). Inoltre riesce a mantenere coesa una storia estremamente dispersiva con continui cambi di protagonisti (prima i carabinieri, poi il giornalista) così come di sospettati (magnifico il fatto che il Fulci ci induca ad avere sospetti anche prima che li abbia la polizia, per poi frustrarli sistematicamente).

lunedì 13 novembre 2017

It - Andy Muschietti (2017)

(Id.)

Visto al cinema.

La storia di "It" la conosciamo tutti e chi non la conosce è una brutta persona. Comunque qui una sinossi d'aiuto.

"It" è un horror e insieme un film di formazione. La base da cui la storia parte è duplice, un clown assassino e un gruppo di regazzini sfigati e fobici che scende a patti con le proprie paure e, per quanto possibile, con i bulli. Quando dico "It" intendo questo film, anche se la base è la stessa per la precedente serie tv così come per il romanzo di King (che non ho ma letto e tutti mi dicono essere estremamente più complesso).

Il problema di questo film è che gestisce malamente entrambe le basi.
Il film di formazione viene annegato in una sceneggiatura decisamente sciatta che, nelle scene di maggior empatia, scivola nell'idiozia (i regazzini che vedono il bagno pieno di sangue e decidono di pulirlo con la stessa tranquillità che se fosse il soggiorno dopo una festa; la sassaiola sul fiume a 2 metri di distanza e che è pure montata malissimo); sorvola sulle introduzioni dei personaggi che risultano superficiali annullando completamente la fidelizzazione dello spettatore verso quel gruppo di regazzini e ne gestisce con troppa fretta le varie dinamiche (lo scontro, lo scioglimento del gruppo, la piccola evoluzione avvenuta nei mesi di distacco, la lotta con il mostro). Ovviamente gestire un cast con 7 coprotagonisti obbliga a lasciarne alcuni sullo sfondo, ma da qui a rendere sostanzialmente inutile la figura di Mike (con il risultato che lo scioglimento del gruppo appare una forzatura senza pathos) ne passa, a questo punto si poteva eliminare uno o due personaggi e aiutare lo spettatore a empatizzare con i rimanenti.
Il film horror invece si concentra totalmente sull'immagine del clown che viene sfruttata fin dall'inizio in maniera massiva; e qui bisogna ammetterlo, ogni scena con il mostro è esteticamente vincente, ognuna in maniera diversa dalle altre senza alcun rischio di cadere nel ridicolo. Gli altri mostri invece sono altalenanti (il Modigliani è molto contemporaneo, ma efficace, il lebbroso è ridicolo). Tuttavia l'efficacia estetica dl mostro sembra essere stata l'unica ansia della regia che, purtroppo, si dimentica di creare tensione. Va detto chiaramente, "It" non fa paura. Mai. Incapace di creare una genuina tensione addirittura nella iconica scena del tombino, Muschietti, fallisce anche nel fare paura con l'improvvisa comparsa del mostro, raggiungenre il non encomiabile record di film horror più bello senza orrore.

A mio avviso il film è un totale fallimento di per se, senza considerare il paragone con le due opere alle spalle. La parte più riuscita è l'efficace campagna pubblicitaria.

PS: si dai un paragone va fatto, meglio CurrySkarsgård? beh, sono due cose diverse. Curry ha inventato un mostro completamente nuovo, un clown che si comporta da clown (i movimenti buffi, la mimica facciale, gli scherzi idioti), ma talvolta mostra una fila di canini; riesce, quindi, a creare tensione in maniera completamente nuova, completamente personale. Skarsgård, invece, crea un mostro decisamente più classico, più animalesco, più inquietante fin dalla prima occhiata, più in linea con il romanzo, ma meno originale.

venerdì 10 novembre 2017

The devotion of susptect X - Alec Su (2017)

(Id.)

Visto in aereo, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un genio ridotto a fare l'insegnante di matematica e dalla vita piatta si innamora della vicina di casa. Quando la donna ucciderà il violento ex marito, il matematico si prodigherà per nascondere l'omicidio. Quello che l'uomo non sa è che nelle indagini verrà coinvolto un suo ex compagno di classe, anche lui non meno geniale.

Un giallo che non tocca il whodunit per spostarsi sullo scontro fra menti (che tanto piace in Giappone)  e sul come gli obiettivi vengano raggiunti.
La scrittura dei personaggi è però piuttosto piatta con uno dei due antagonisti che è un uomo geniale e figo in tutto, e l'altro un genio sfigato e impassibile, entrambi senza sfumature e con gli attori incastrati in caratteri che non permettono una performance adeguata (particolarmente vero per il povero Zhang, costretto a non recitare per l'intero film).
La storia è scritta in maniera tale da puntare tutto sul colpo di scena finale a scapito di altre idee che avrebbero potuto essere altrettanto (o più) gustose. La parte sentimentale è lasciata, infatti, a pochi tratti sparpagliati nello svolgimento che vengono ammazzati dal distacco dell'antagonista; lo scontro fra menti è addirittura annullato del tutto per l'intera parte centrale. Una serie di idee buone, utilizzabili anche come sottotesti o altri piani di lettura che vengono spente per poi pretendere un finali ricco di emozioni che però non è supportato, non è costruito con la dovuta calma e fallisce clamorosamente.
Decisamente buona, invece, la messa in scena, con una cura dell'intero comparto visivo degna della migliore industria cinematografia e una regia non inventiva, ma puntuale e completamente al servizio della vicenda.

Al di là della qualità in sé, il film è importante essendo la prima grande produzione cinese che mette in cantiere una vicenda tratta da un romanzo estero (anzi, più che estero, giapponese!), ovviamente riadattata per non incontrare la censura cinese (come l'obbligo di non mostrare la polizia come inefficiente, da lì la figura del giovane poliziotto non meno geniale dei due veri protagonisti della vicenda, figura piuttosto stonata nell'economia della vicenda che ruba spazio che sarebbe potuto essere utilizzato meglio). In caso di buoni incassi potrebbe cominciare la stagione cinese di riadattamenti di manga e anime; un periodo potenzialmente d'oro.

mercoledì 8 novembre 2017

Insospettabili sospetti - Zach Braff (2017)

(Going in style)

Visto in aereo.

Tre, anziani, amici, tutti sofferenti di ristrettezze economiche (chi rischia lo sfratto, chi ha problemi di salute e chi sta per cadere in una storia d'amore senile) si decidono, dopo molti ripensamenti, a commettere una rapina, di farlo con etica, ma anche con serietà.

Remake di "Vivere alla grande", film del 1979 che, purtroppo, non ho visto, ma dalla cui sinossi si intuisce un peso specifico maggiore o, quantomeno, più cinismo e meno faciloneria.
Alla sua terza opera da regista, Braff, cade nei suoi consueti difetti, la voglia programmatica di essere originale pur nella stretta via dei buoni sentimenti, se possibile legati a degli outsiders e/o picchiatelli che facciano tenerezza (ok, mi sto basando solo a "La mia vita a Garden State" dato che "Wish I was here" non l'ho ancora visto, ma mi sembra che stia nel solco già tracciato).
Per portare a casa il risultato, in questo film, Braff, segue un paio di tendenze degli ultimi anni e le allaccia a un heist movie classico, ma limitato alla sola seconda parte del minutaggio. Le due tendenze sfruttate sono i film geriatrici e le commedie in cui l'anticapitalismo si sviluppa in atteggiamenti illeciti come forma di liberazione dell'oppresso (si veda "Dick e Jane" o "Colpo di fulmine"). Se la prima delle due è un rimasticamento furbo, più che intelligente, di generi e vecchi attori per raggranellare facili spettatori, la seconda è, spesso, un modo piuttosto intelligente che ha trovato la commedia per declinare gli anni della crisi economica.
Ecco Zach Braff prende tutto quanto, lo mischia a un buonismo scaldacuore estremamente irritante, lo epura da ogni rischio di essere minimamente spigoloso, lo incolla in un film dalla sceneggiatura poco solida (poche le idee degne di nota e spesso attaccate le une alle altre senza alcuna grazia) e assume 3 nomi altisonanti sperando di fare cassa...
A conti fatti l'ultima manovra, la presenza di Caine, Freeman e Arkin, è l'unico motivo per cui l'ho voluto vedere e, dunque, è la vera decisione di marketing a cui bisogna riconoscere un certo successo. Anche i tre protagonisti, però, pur facendo il loro compito nel migliore dei modi, sono sviliti da un film dozzinale più che esserne accompagnati; non sarebbe neanche da citare, per rispetto suo, la comparsata di Lloyd. Fa invece piacere rivedere sullo schermo Dillon che mi era uscito dai radar da molto tempo, lui veste i panni, innocui, del poliziotti o porta a casa un risultato facile senza perdere troppo smalto.

Da evitare

lunedì 6 novembre 2017

Dhuruvangal pathinaaru - Karthick Naren (2016)

(Id. AKA "16 extremes")

Visto in aereo, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un ispettore di polizia ricostruisce l'indagine che lo portò a perdere una gamba in un incidente stradale. La ricostruzione segue l'andamento delle indagini, le supposizioni fatte e comprende alcune omissioni che verranno a galla con il proseguire della spiegazione.

Ottimo thriller Tamil che parte da un flashback per raccontare una vicenda complessa non per lo svolgimento dei fatti incriminati, ma perché rappresenta il muoversi a tentoni della polizia, le piste morte, le illazioni, la tendenza a seguire l'intuito (utile o fuorviante che sia).
Il solido protagonista è il perno della vicenda, deus ex machina che non la sua sola presenza fa proseguire la storia e con le sue elucubrazionie occhiate determina il destino di tutti.

Con lo spirito indie del nuovo arrivato (i regista è alla sua opera prima), ma ma con i soldi delle grandi produzioni locali, Naren decide di svolgere la storia senza dare aiuti allo spettatore (tutti concentrati in due capitoli, uno lo svolgimento del delitto secondo l'opinione dell'ispettore e l'altro lo svolgimento "reale"), gestendola come una puntata di "Law and Order", senza punti di riferimento iniziali se non le procedure d'indagini stesse e con l'aura del whodunit. Dall'altra parte il film rappresenta dei poliziotti come esseri, fin dalla prima scena l'arma è descritta con disincanto e più incline a mostrare le ferite più che i successi dando, fin da subito, un senso di lieve amarezza che tenderà solo ad aumentare.
Il finale con una serie di piccoli colpi di scena fino a quello vero e proprio (e meno credibile di tutti... ma con una giusta dose di sospensione dell'incredulità diventa godibilissimo) che diventano coronamento del film e non estremo tentativo di originalità a ogni costo.

venerdì 3 novembre 2017

Casa Casinò - Andrew Jay Cohen (2017)

(The house)

Visto in aereo, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una coppia non ha più i soldi per mandare l'amata figlia all'università, decide quindi di aprire un Casinò illegale nella casa di un amico spiantato. Comincerà a essere vissuto da tutta la cittadina, ma sarà anche preso di mira dalla mala e dalla politica.

Alla sua prima prova da regista (in un lungometraggio per il cinema), lo scrittore Andrew Jay Cohen (autore di "Cattivi vicini"), prodotto da Adam McKay (il regista di "Fratellastri a 40 anni", "Ricky Bobby" e "Anchorman") costruisce l'ennesimo film perfetto per Will Ferrell. L'ennesimo film dove l'attore è un adulto piuttosto scemo che reagisce alle sfide della vita in maniera iperbolica ed esagerata e che, con gli adolescenti, condivide il senso di ribellione alla conformità di cui fa parte.
Se un film del genere, nonostante non cambi mai nonostante gli anni passati, sia comunque una rinfrescante boccata di comicità demenziale come fanno ormai in pochi (e questo soprattutto grazie alla capacità e la fisicità di Will Ferrell, che però non è di per sé sufficiente); in questo caso siamo davanti alla migliore delle opere possibili.
A fianco a un tono mutuato dalla tv (per una volta con un'accezione positiva) c'è l'intento di tutte le personalità in gioco di mettere a nudo l'ipocrisia dell'America media, dei vicini di casa, dei parenti, dei politici locali, delle forze dell'ordine e delle famiglie; una sorta di film alla Tim Burton, ma senza mostri e melodrammi. Un'impegno congiunto da parte di tutti che riesce a rendere contemporaneamente critico e divertente un intreccio, paradossale e verosimile un rapporto di forza.
Il tutto unito a un ritmo perfetto che concede diversi momenti di sincero divertimento (non mi capita spesso di ridere sguaiatamente, qui ci sono almeno due sequenze da antologia).

mercoledì 1 novembre 2017

Ghajini - A.R. Murugadoss (2005)

(Id.)

Visto in aereo, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Il proprietario di un'azienda di telecomunicazioni si innamora di un'attricetta che ha messo in giro la voce di essere la sua fidanzata segreta. Faranno appena in tempo a dichiararsi che lei verrà uccisa e lui aggredito perdendo la memoria... a breve termine... giurerà di vendicarsi, ma per farlo sarà costretto a tatuarsi le informazioni fondamentali circa l'omicidio... per tutto il resto si arrangerà con delle polaroid. Qui però le cose si complicano con una tirocinante in medicina che prima lo vorrebbe aiutare, poi lo incasina, poi lo aiuta di nuovo...

In che punto della trama si può gridare "Memento"? Se si considera come si sviluppa il film, più o meno dal minuto 10 (che in un film oltre le 2 ore e mezzo è come dire "subito").
Eppure questo film Tamil (prodotto nel Tamil Nadu, stato del sud dell'India, fratello povero della Bollywood che è di lingua e cultura hindi) si muove su altri binari; considerato dal grande pubblico indiano più oscuro della media, cerca incorreggibilmente di accontentare tutti. Parte come un thriller che tocca solo per sbaglio il torbido neo-noir costruito da Nolan per poi deviare (grazie a un flashback) verso la commedia romantica scioccherella per almeno 30 minuti buoni; torna quindi dalle parti del thriller con accenti action per finire il tutto con uno showdown di lotta che si mangia anche l'happy ending (se così si può definire).
Creatura chimerica segue assolutamente i gusti indiani, ma portandoli verso l'oscuro, mischiando a piacimento ogni genere che gli viene in mente di toccare con una irragionevole ingenuità che rendono ogni svolta di tono tollerabile. Il ritmo latita qui e la (rimane comunque un film di quasi 3 ore, un pò troppe per il gusto europeo), ma nel complesso il film si fa vedere senza troppe difficoltà e direi che questa è una virtù non indifferente.
L'ingenuità, naturalmente, genere anche dei mostri, ma se si accetta una sospensione dell'incredulità tarata sulle abitudini del subcontinente si riesce ad accettare tutto.
Il vero neo, a mio avviso, è aver giocato anche con materie che non si riescono a dominare. Il trhiller è semplice (e il protagonista in questa veste assomiglia di più a Hoffman in "Rain man" che a al Pearce di "Memento") e aggrovigliato, ma rimane in piedi da solo, la commedia romantica è la parte più riuscita, ma le scene di azione sono semplicemente mal girate. Le sequenze di lotta sono poco chiare, con un montaggio troppo rapido, il gusto per il dettaglio più che l'insieme, si, insomma, tutto il contrario di quello che andrebbe fatto.

PS: dato il successo del film, lo stesso regista realizzerà un remake hindi 3 anni dopo.

lunedì 30 ottobre 2017

Lo sconosciuto del terzo piano - Boris Ingster (1940)

(Stranger on the third floor)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un giornalista, unico testimone di un delitto diviene testimone involontario anche dell'omicidio del vicino di casa, ma prima di chiamare la polizia il dubbio lo assale, i fatti sembrano contro di lui; quando finalmente si deciderà di denunciare l'accaduto non verrà creduto e sarà arrestato. Spetterà alla fidanzata trovare lo "sconosciuto" che ha commesso entrambi i delitti.

Un film di serie B dal minutaggio limitato; un riempitivo che è diventato sperimentazione che è diventata un genere. Di base c'è un thriller classicheggiante, ma l'estetica è presa pesantemente dall'espressionismo tedesco; il risultato è il primo noir della storia. C'è un finale solare e una storietta d'amore, ma i fondamentali ci sono tutti: luci crude, ombre nette e spigolose, angoli d'inquadratura dal basso o sopraelevati, inquadrature oblique, prospettive esagerate, uso del flashback, voice off e pure della paranoia.
Nel complesso il film è deboluccio, ma la parte centrale è una gallerie di scene da ricordare; il lungo incubo del protagonista è un bignami d'espressionismo (è questa la vera base per la futura estetica del genere), mentre Lorre che esce dalla porta del terzo piano è un'immagine iconica senza tempo (potrebbe anche venire da "M").
A livello di contenuti c'è anche un'interessante estremizzazione del concetto langiano dell'assassino nascosto anche nella persona più buona; qui si va oltre, si suggerisce infatti che tutti siamo potenziali innocenti condannati ingiustamente.
L'ho solo citato, ma non l'ho sottolineato abbastanza; c'è Peter Lorre che fa il Peter Lorre che tutti vorremmo vedere sempre; la parte è minimale, ma come sempre lascia un'impronta sulla pellicola e si mette in lizza per diventare un istant classic o un archetipo per il genere.

venerdì 27 ottobre 2017

Se... - Lindsay Anderson (1968)

(If...)

Visto in Dvx.

La vita in un collegio inglese passa fra le lezioni, piccoli atti di bullismo, prevaricazioni dei superiori, piccoli atti di violenza fisica o psicologica, alcool, omosessualità più o meno latente. Sempre uguale a sé stesso, almeno fino a quando uno degli studenti non viene messo sotto pressione e decide di fare una strage (molto prima di "Elephant").

Nella lunghissima lista di film che ho sempre odiato pur senza averli mai visti, vanno annoverati di default tutti i film ambientati nei collegi e i film del '68 (come tipologia, non come anno d'uscita). Ovviamente, come per chiunque sia in qualche modo razzista, la mia vita è costellata di scoperte incredibili e ripensamenti insperati (come il magnifico "L'attimo fuggente"); ciononostante, non imparo mai e continuo con il mio disprezzo.
Tutto questo per dire che ho evitato attivamente di vedere "Se..." per anni, fino ad ora. E ora mi tocca ammettere che è un buon film.
Questo è un film figlio del suo tempo, con una critica oramai banalotta all'istituzione più borghese e rigida esistente in UK e il finale è uno dei scioglimenti più scontati per quel periodo (a livello di contenuti).
Al netto di tutto questo, rimane un film godibile, con attori estremamente in parte (tutti) e un'interessante commistione di parti totalmente realistiche con altre solo verosimili con punte surreali; oltre al noto uso non convenzionale (ma mi pare neppure troppo razionale) di una fotografia in bianco e nero che si inserisce in un film altrimenti a colori.
La regia morbida di Anderson è assolutamente adatta a sottolineare una vita quotidiana collegiale, così come non puntare troppa enfasi su un finale già di per sé enfatico.

mercoledì 25 ottobre 2017

Shamo - Pou-Soi Cheang (2007)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un ragazzo, arrestato per aver massacrato i genitori, viene arrestato... in carcera subirà violenze d'ogni genere, finché un karateka accusato di aver cercato d'uccidere il primo ministro non lo inizierà alle gioie del combattimento. Diverrà una celebrità nel mondo delle pacche.

Non conosco l'omonimo manga, ma ne sono rimasto affascinato, una trama essenziale (anzi, pure piuttosto banale) ma con qualche sgurz, vista l'estetica del film mi sono fatto convincere... peccato.

Fotografia patinata, colori carichi, attori carini, personaggi sempre cool (anche quelli senza soldi abitano in attici finto-povero carichi di figaggine), location strepitose, luci mobili o fluo a uso ridere. Un concentrato di messe in scena fighette e rimasugli di postmoderno anni '90. In una parola... packaging buono, anche se del genere pretenzioso e vecchio nello stesso tempo.
Quello che manca è il contenuto.
La storia sarebbe, di per sé, lineare, ma i un film con almeno due lunghe sequenze di combattimento (più un altro paio importanti, ma più brevi) si vorrebbe che il regista fosse interessato a mostrare le pacche, non a impacchettarle e basta. Quelle sequenze sono, alla meglio, confuse, alla peggio sono prive di combattimenti veri e propri (si inquadra il pugno e poi il corpo dell'avversario che vola, eliminando completamente il gesto atletico nel mezzo... in alcuni casi si elimina pure il pugno iniziale). Impacchetta bene, ma si dimentica che cosa deve impacchettare e l'effetto è di noia e fastidio.

Di fatto questo è un film il cui scopo non è lo sport e neppure un discorso più articolato sulla violenza (come lascia intendere il manga originale); è solo un prodottino ben confezionato per un pubblico young adult. 

lunedì 23 ottobre 2017

Faust - Jan Švankmajer (1994)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una rielaborazione del "Faust" Gothiano con la tecnica del teatro nel teatro. Un impiegato di Praga viene invitato a recarsi a un indirizzo senza una spiegazione vera e propria; arrivato trova dei vestiti e dei trucchi che indossa; si ritroverà dietro le quinte di un teatro misto con attori in carne e ossa e burattini a grandezza naturale; inizia a quel punto un corto circuito fra personaggio reale e personaggio interpretato, fra palco ed edificio, fra racconto e vita reale.

A distanza di una manciata d'anni da "Alice", Švankmajer torna alla regia di un lungometraggio a tecnica mista spostando l'asse (come sarà poi sua abitudine) verso il live action; come nel precedente prende la sostanziale inutilità delle parole (tutta la prima parte, dove c'è l'incipit extra teatro, è completamente muta) che vengono utilizzate solo per far ripetere parti del testo originale; mentre risulta completamente stravolto l'assetto dell'opera di riferimento. Se "Alice" era una versione identica al libro originale, qui è totalmente rielaborato per poter mantenere lo spirito, ma l'impianto che ne viene tirato fuori è uno dei più complessi e articolati cortocircuiti fra realtà e finzione che abbia mai visto; il protagonista entra in un teatro all'inizio per non uscirne più, anche quando se ne andrà, fisicamente, dall'edificio. Descriverlo è sostanzialmente inutile, bisogna vederlo.

Dal punto di vista di messa ins cena siamo davanti al classico Švankmajer; c'è sempre un gusto particolare per il dettaglio (nel senso del tipo di inquadratura), anche se sembra meno programmatico che in "Little Otik", c'è sempre un impianto artigianale della messa in scena (e l'utilizzo di luoghi dismessi, squallidi, spersonalizzati e senza tempo) e c'è sempre un fantastico uso del sonoro, con un numero limitato di suoni rispetto a quello naturale, ma quei pochi vengono amplificati. Lo stile dunque è quello che ci si aspetterebbe conoscendo il regista, solo, forse, un poc meno compiuto o meno insistente.
L'unica pecca è, anche qui un classico per Švankmajer, la lungaggine; quando il gioco è ormai evidente, il regista sembra insistere troppo in alcune ripetizioni eccessive.

venerdì 20 ottobre 2017

Lion, La strada verso casa - Garth Davis (2016)

(Lion)

Visto a un cineforum.

Un bambino indiano che vive di espedienti segue il fratello in una missione in una stazione dei treni; si addormenterà perdendo le tracce del fratello e finirà per sbaglio in un treno in partenza. Finirà a centinaia di chilometri di distanza in una regione dove si parla una lingua diversa; considerato orfano verrà adottato da una famiglia australiana. 20 anni dopo rintraccerà il suo villaggio e la sua famiglia con google maps...

Tratto da una storia vera il film è nettamente diviso in due parti.
La prima parte riguarda gli avvenimenti che vive il bambino, il viaggio in treno e le avventure per sopravvivere in una città sconosciuta piena di persone che parlano una lingua ignota. Senza particolare invenzioni, ma con una costruzione scenica essenziale, il film regge benissimo e Davis costruisce lunghe sequenze prive di dialoghi mettendo in piedi un film quasi muto (i personaggi parlano, ma sono parole che non servono per lo sviluppo della trama). La vicenda riesce a snodarsi fluida e ricca di emotività senza sforare (troppo) nel sentimentalismo più basso.
La seconda parte è l'età adulta. Qui il film fa tutto ciò che non ha fatto prima; cerca l'agnizione a tutti i costi, il dolore trattenuto e lo sconforto fisico in ogni scena, le ossessioni rappresentate da stanze in disordine ecc... Il tutto realizzando un ottimo spot per google maps ampiamente mostrato. L'effetto è sminuente sull'efficacia della trama; la parte, in teoria, più emotiva si spegne miseramente in un compitino fatto un tanto al chilo per strappare lacrime facili, ma senza incidere davvero.

Un lavoro a metà che, a conti fatti, è più un fallimento che un successo. Ma la prima parte fa ben sperare per il futuro del regista.

mercoledì 18 ottobre 2017

Blade Runner 2049 - Denis Villeneuve (2017)

(Id.)

Visto al cinema.

Nei 30 anni successivi quanto raccontato nel film originale gli androidi sono andati incontro a una rivolta contro gli umani, una messa la bando totale, una distruzione terroristica di tutti i dati informatizzati, una nuova messa sul mercato (ma più longevi e più obbedienti) e un ritorno allo status quo iniziale a opera di un moderno Tyrrell.

Il nuovo Blade Runner ha l'intelligenza di colmare gli anni di distanza dall'opera originale e di riempirli di una mitologia propria senza la necessità di spiegarla (un paio di passaggi chiave sono mostrati nei cortometraggi fatti uscire prima di questo nuovo lungometraggio), dando profondità e il senso di epopea a un film che, altrimenti, ricalcherebbe troppo il già visto. Dall'altra parte, la sceneggiatura si ricongiunge direttamente al primo film ripartendo dalla coppia in fuga nel finale, aggiungendo dettagli sconosciuti all'ora, alo spettatore come ai personaggi. Tutto quello che si trova nel mezzo è qualcosa di normale in un film di fantascienza con dei replicanti e non si discosta molto dalla mitopoiesi di "Matrix" (anche lì spiegata, per lo più, con cortometraggi avulsi dalla trilogia originale) o, addirittura, a quella di "Terminator".
Indubbiamente sa di già visto, ma riesce a gestire bene l'effetto ridondanza collocandosi lontano dalle uscite ultime uscite di tutti gli altri brand e portando avanti una storia propria e abbastanza confusa da non lasciare il tempo di pensare ad altro.
La bontà della sceneggiatura in sé è tutt'altra cosa. La storia è piena di suggestioni e depistaggi, piani che si fondono, suggerimenti lasciati lungo la strada e piccoli colpi di scena; ripercorre quindi l'idea di noir del primo, ma mentre l'opera originale era un noir povero e semplice, questo vuole essere ampio e ricco; l'effetto finale è che l'altro era confuso, ma solido, questo è confuso, complesso e pieno di buchi.

Quello che realmente salva questo film è, al pari dell'altro, l'estetica. Incredibile aver trovato (e aver scelto) un regista come Villeneuve, così in linea con l'idea di cinema del Ridley Scott del 1982. I tempi lunghi e dilatati, un'interesse particolare per la fotografia (qui davvero la cosa migliore del film), ma soprattutto, una capacità magnifica nel creare ambienti, nel mostrare le location con uno sguardo più ampio (tutti gli ambienti inquadrati da Villeneuve sembrano grandi, anche gli appartamenti) e rendendo bello anche lo squallore de bassifondi. Villeneuve è stata la scelta più azzeccata di tutta la produzione.

Infine il minutaggio... questo è il blockbuster più lungo di sempre e, a dirla tutta, non si soffre troppo. Villeneuve è indubbiamente un abile narratore riuscendo a portare a casa il risultato senza far annoiare troppo lo spettatore nonostante alcuni passaggi obiettivamente di troppo e due sequenze con Jared Leto che rimane a pontificare in soliloqui per 10 minuti (i punti più bassi della sceneggiatura). Tuttavia uno script non rapidissimo, messo nelle mani di un regista slow può generare mostri; togliere 20-30 minuti a questo film era possibile senza intaccarne l'integrità.

PS: dal punto di vista filosofico cerca di buttare nuova carne al fuoco, tuttavia, seppure con molta intelligenza tocca un punto che si intreccia con un'idea quasi religiosa che potrà avere degli sviluppi, non riesce a toccare la profondità del prima; ancora una volta questo succede poiché è stato anticipato nelle serie fantascientifiche anni 90 e 00 con ben altri concetti e ben altri risultati. L'idea di fede e miracolo, tutta la  cristologia che viene spesso accennata (con una certa utilità e senza i manierismi dell'originale) potrà essere sfruttata meglio in un eventuale proseguimento della serie.

lunedì 16 ottobre 2017

Il paradiso delle fanciulle - Robert Z. Leonard (1936)

(The Great Ziegfeld)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

La vita di Florenz Ziegfield che da imbonitore da fiera riesce a scalare il successo fino a diventare un produttore di Broadway con 4 film in cartellone; purtroppo il suo genio produttivo, viene rallentato da un disperato amore per le donne (tutte) e per un'incredibile capacità nel perdere soldi (tutti).

Tre ore di film su uno sconosciuto (da noi) produttore teatrale e non annoiarsi?! Evidentemente c'è qualcuno che ci sa fare in questo film.
DI fatto il film risulta essere una strepitosa commedia, estremamente gustosa e molto holywoodiana (nel senso buono del termine) per tuta la prima parte; con una carrellata di personaggi, sicuramente stereotipati, ma raccontati bessimo; anche grazie a uno dei casting migliori di sempre. Nella seconda parte il film indubbiamente perde dei colpi; qui il romance e il melò (e anche un po di dramma) pretendono più spazio, a scapito del ritmo.
Complessivamente il film viene gestito come un'opera di Broadway; con una ouverture, un interludio e una exit music; e in aggiunta una serie di spettacoli teatrali titanici, mostrati in toto, che danno perfettamente il senso delle opere di Ziegfield, riuscendo anche a risultare le sequenze meglio gestite in termini di regia, più originali e dalla macchina da presa acrobatica, ma sempre utilitaristica.

Come dicevo però, gran parte del merito è anche del cast completamente in parte e assolutamente in forma. Innegabile che quasi tutto sia sulle spalle di un Powell splendido (la parte del signorile paraculo sembra essere stata inventata per lui e nessun altro); in un personaggio macchiettistico è infilata una magnifica Rainer (premio oscar per questo film) che non riesce a non esagerare nelle scene più importanti (la telefonata delle congratulazioni per il matrimonio), ma in tutte le altre sequenze rende perfettamente il suo buffo personaggio.

Godibile e realizzato da dio è, anche questo, una chiara rappresentazione di cosa fu capace la Hollywood classica.

venerdì 13 ottobre 2017

The maker - Christopher Kezelos (2011)

(Id.)

Visto qui.

Un coniglio di pezza deve realizzare un lavoro importante entro un tempo limite, dato da una clessidra (e scandito da dei violini), oltre quel tempo tutto finirà...

Tecnicamente appare leggermente inferiore al precedente "Zero", tuttavia è possibile che ciò sia dovuto alla creatura utilizzata come protagonista, realizzata in maniera più incongrua (ma con buoni motivi).
Quello che rimane inalterato è lo stile timburtiano, di cui viene aumentato molto l'effetto perturbante rispetto al precedente, ma permane una fortissima componente emotiva (e l'idea di fondo è di una tenerezza che spezza il cuore); tuttavia il lato oscuro è altrettanto rappresentato, anzi, è più rappresentato che nel precedente mentre viene eliminata gran parte della componente consolatoria.

Cambia, invece, la tipologia del cortometraggio; nel precedente c'era una storia completa, qui ci si inserisce in una serie di eventi già cominciati (chissà da quanto tempo) e si arriva in fondo senza ottenere una vera e propria fine (ma solo perché un finale vero e proprio è impossibile). Qui il corto vive solo dell'idea iniziale e nient'altro, dura la metà di "Zero", ma l'effetto è potente il doppio, senza bisogno (finalmente) di stampellarsi con una voce fuori campo.

Davvero un corto quasi perfetto. ambientazione impeccabile, estetica azzeccata, sentimenti al posto giusto, creazioni magnifiche, ritmo perfetto e un accompagnamento musicale (diegetico ed extradiegetico in base al momento) da applausi.

Zero - Christopher Kezelos (2010)

(Id.)

Visto qui.

In un mondo di omini di lana contrassegnati da un numero, nascere con uno Zero è di per sé una condanna sociale (non aiuta che la qualità del tessuto sia peggiore). Due numeri Zero si innamorano, ma il loro rapporto è proibito (per paura della diffusione del morbo) e il lui della coppia viene incarcerato. Ma un'inattesa complicanza risolverà la stasi mostrando a tutti che cosa significa essere Zero.

Interessante cortometraggio in stop motion di tale Kezelos, autore che, per ora, si limita solo a questo genere (ma con un ottimo successo, almeno in patria). Si tratta della sua seconda opera, ma la prima d'animazione (il suo primo corto è una pubblicità per la promozione... delle banane "A tasteful bunch" incredibilmente ambiguo) e si nota subito che questa deve essere la sua strada.

In primo luogo è una delle opere in stop motion con l'animazione migliore che ricordi e direi che è già qualcosa.
In secondo luogo la trama è piuttosto banale, con la classica storia di rivalsa del diverso con happyending; tuttavia gli ultimi 30 anni di Tim Burton non sono passati invano...
I protagonisti sono dei freak a tutti gli effetti, considerati negativi in quanto tali e discriminati, ma la loro inevitabile rivalsa arriva grazie alla creazione di un freak ancora più outsider di loro a cui, però, viene data una considerazione migliore. Ma anche la confezione esterna è totalmente timburtiana, i protagonisti sembrano venire dai suoi disegni e il mondo zuccheroso in cui si muovono dagli assunti iniziali di quasi ogni suo film.
Sinceramente è una scelta che mi sorprende, in positivo; si tratta infatti di uno dei primi film che vedo prendere così apertamente sia l'estetica che il contenuto dal regista americano.

Mi risulta invece inspiegabile la scelta di mettere una voce fuori campo in un film che è perfetto come opera muta.

mercoledì 11 ottobre 2017

Io ti salverò - Alfred Hitchcock (1945)

(Spellbound)

Visto in DVD.

Una psichiatra scopre che il nuovo direttore dell'istituti dove lavora (e di cui si innamora immediatamente) non è chi dice di essere. Verrà ricercato dalla polizia per omicidio, ma lei, sicura della sua buona fede e certa che vi sia un trauma alla base della sua amnesia circa la propria indentità, lo aiuta a fuggire.

Un film dalla storia particolarmente inverosimile, progettato a tavolino per essere il primo a tema psicoanalitico. Di fatto si riduce tutto a una caccia all'uomo con l'uomo già presente (questa sì è un'idea buona) con molto chiacchiericcio (questa invece è la pecca fondamentale).

Al netto delle critiche che gli si possono muovere (molte dovute a Truffaut); questo è un film realizzato da dio.
Al di là degli hitchcockismi classici che rappresentano il minimo sindacale. Regia molto mobile e diverse soggettive (di cui quella della pistola nel finale è piuttosto brutta) sono solo la punta dell'iceberg; questo è, soprattutto, un film fatto di montaggio interno. Sembra che Hitchcock non sia riuscito a inquadrare Peck senza farlo muovere all'interno della scena; si va dall'incontro dei due protagonisti, con Peck in avvicinamento fino allo scambio di sguardi, al loro re-incontro in albergo; ma su tutte le scene è da enciclopedia la sequenza dell'incontro notturno con il vecchio professore in cui la macchina da presa si muove in maniera minima, ma, carica di un panfocus, passa dal campo medio al dettaglio del rasoio senza nessuno stacco... e lo vorrei sottolineare, se a volte queste chicche sono gesti di stile, in quella specifica sequenza tutto è funzionale.

Noto per la sequenza onirica realizzata da Dalì (che Hitchcock avrebbe voluto più lunga) devo ammettere che ha una fama immeritata; sicuramente interessante, ma senza idee fondamentali. Il film si pregia inoltre di una delle più brutte scene di sci della storia del cinema e di un'incursione brevissima di colore (rosso) nello sparo finale, efficace per rendere anche a livello visivo l'impressione dello sparo.

Buona come sempre la Bergman che fa il suo, terribile Peck per lo più inespressivo (e da giovane era sempre inquietante, anche quando faceva la vittima).

lunedì 9 ottobre 2017

Coeur fidèle - Jean Epstain (1923)

(Id.)

Visto in DVD.

Un'orfana viene proposta in matrimonio, da padre della cattiva famiglia adottiva, a un bruto locale; lei è ovviamente innamorata di un altro, ricambiata. In un momento dir abbia l'amato viene arrestato e durante la prigionia la ragazza viene costretta a sposarsi. Gli amanti continueranno a vedersi.

Jean Epstain è stato uno dei primi teorici del cinema e ha realizzato diverse opere ormai dimenticate dal tempo, ma assolutamente ragguardevoli. la più nota è certamente "La caduta della casa Usher" che è anche uno dei film muti più efficaci che abbia mai visto.
Anche questo "Cuore fedele" non è da meno. La storia è di una banalità sconfortante, ma è evidente che l'interesse del regista è nel come porla in essere.

Se la prima cosa che colpisce del film è la fotografia molto nitida, presto ci si rende conto che quest'opera ha un occhio di riguardo sul montaggio; uno dei più moderni di quel decennio.
Nel montare questo film, non ci si è accontentati di descrivere o dare ritmo, ma viene data profondità e significato a quello che viene inquadrato.
Gioca con una selva di inquadrature variegate che vanno dai primissimi piani ai campi lunghi (sempre utilizzati in maniera funzionale), spesso l'uno a intervallare l'altro; crea emozioni ed esalta ciò che avviene sulla scena come nel primo incontro fra i due uomini nel locale (una serie sempre più rapida di primissimi piani dei protagonisti e dettagli delle mani e delle bottiglie, tutti sempre più ravvicinati a mano mano che la velocità aumenta), questa scena è un vero capolavoro, ma l'intero film è costellato da scelte del genere (come la sequenza delle giostre o quella del musicista di strada); infine, con il montaggio, riesce a creare una delle prime sequenze di suspense vera e propria, con il marito che torna a casa ubriaco mentre i due amanti sono insieme.

Se il montaggio è la punta di diamante del film, la costruzione delle inquadrature è un secondo posta dignitosissimo. In quest'opera ci sono alcuni dei primi piani più intensi e più belli tra quelli pre-Dreyer; nelle inquadrature c'è un frequente uso di filtri, da quelli diegetici (pezzi di stoffa) all'uso delle veline, del fuori fuoco e della sovrapposizione di immagini, tutto per rendere la separazione, il distacco o, al contrario (nella scena dei due amanti con il mare), l'unione.

venerdì 6 ottobre 2017

Il ragazzo selvaggio - François Truffaut (1970)

(L'enfant sauvage )

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.

1800, in un paese della Francia viene ritrovato un ragazzo, d'età apparente di circa 10 anni, che vive da solo allo stato brado; nudo, non parla, viene affidato alle cure di un educatore che cercherà di riportarlo alla "civiltà".

Vidi questo film oltre un decennio fa e tutto quello che mi rimase fu il gelo. Rivedendolo oggi non posso che confermare; questo è un film girato in maniera distaccata, frigida; ma più che per una scelta stilistica specifica, direi che questo è lo stile base di Truffaut. La questione non è il distacco del film, la questione è che oltre a questo distacco c'è molto di più, che dieci anni fa non colsi.

Lo stile quasi da documentario (aiutato da una fotografia in bianco e nero bellissima, scarsamente eguagliata nei lavori precedenti del regista) risulta particolarmente utile per rendere in maniera interessante, ma soprattutto non stucchevole, una storia di forti emozioni inespresse... anzi, espresse, ma non mutualmente intelligibili per la mancanza di un linguaggio comune. Lo stile secco permette di veicolare ogni più piccolo sussulto senza mai sfociare in un melodramma; riuscendo a far ottenere un profondo senso di frustrazione per ogni tentato vocalizzo che non va a buon fine (credo che Truffaut abbia goduto a disattendere le aspettative del pubblico) e realizzando una delle più tranquille scene madri di sempre (lo sguardo finale tra i due, neanche particolarmente espressivo, ma carico di tutti i sentimenti messi in gioco fino a quel momento).
A questo poi viene sempre associato il rilevante discorso sulla violenza del bene; sulla sofferenza causata dall'educatore a fin di bene, ma per un fine non strettamente necessario; ma tutti questi discorsi più intellettuali lasciano il passo a un film di emozioni in sordina.


mercoledì 4 ottobre 2017

Infedeltà - William Wyler (1936)

(Dodsworth)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Ricco americano decide, a malincuore, di andare in pensione e, con la moglie, parte per un lungo viaggio in Europa. Purtroppo la moglie, ora che può vedere il mondo e conoscere persone colte e raffinate (buffa e luogocomunista contrapposizione con gli USA) sente di meritare di più e comincia a flirtare come non ci fosse un domani. Fra litigi, separazioni oceaniche, ricongiungimenti e rispettivi innamoramenti con promesse di matrimonio la coppia scoppierà in maniera definitiva.

Interessante film che disserta a lungo sulla distruzione di una coppia che, con un certo coraggio, non concede nulla alla commedia e opta per dei protagonisti di mezza età per un argomento che ai giorni nostri potrebbe avere appeal solo se fossero dei giovani. In questo senso rimane una mosca bianca nel cinema che, forse, meriterebbe essere riscoperto. Anzi, meriterebbe maggiore attenzione anche per la conclusione; ovvio che l'amore dovrà trionfare, ma non riesce ad avere quel piglio consolatorio che hanno i drammi sentimentali contemporanei; dell'amaro rimane sempre.
Purtroppo le dissezioni hanno due problemi in pectore, quello di scadere nella didascalia e quelle di troppo nello specifico o nel ripetitivo. Il didascalismo non è di questo film, messo in mano a persone competenti nello sceneggiare suggerendo molto; il dettaglio, invece, ma soprattutto la ripetitività ci sono eccome, arrivando dopo la metà del film a far deragliare il ritmo. Peccato.

Affascinanti le location ricostruite con alcuni scorci potenti (Oscar per la scenografia), si pregia di una regia gradevole che si impegna, invisibile, a mettere in piedi alcune costruzioni sceniche. Niente di enorme, ma Wyler si prende anche la briga di costruire un finale che merita di essere ricordato con l'ultimo litigio fra i coniugi in mezzo alla folla che aumenta e l'urlo di lei smorzato dalla sirena della nave in partenza.

Dopo aver visto "Holiday", "L'orribile verità" e anche questo film, credo che l'opinione di Woody Allen sulle relazioni di coppia derivi dai melò anni '30.

lunedì 2 ottobre 2017

Himizu - Sion Sono (2011)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Mentre sullo sfondo arrivano le notizie di una Fukushima distrutta dallo tsunami, un ragazzo che affitta barche su un lago e vive con la madre disadattata viene insidiato da una compagna di classe innamorata di lui (e anche lei con grossi problemi di socialità). Il ragazzo sarà perseguitato anche dal padre alcolizzato sempre alla ricerca di soldi e uno yakuza a cui il padre (che si da alla macchia) deve 6 milioni di yen.

Da "Cold fish" in poi (o forse prima, ma mi manca qualche pezzo) lo stile di Sono è cambiato; dal baraccone kitsch precedente lo stile si è fatto più raffinato, le storie più lineari, meno assurde e, forse, più dure, la fotografia diventa parte fondamentale del racconto, curata, ma non carica e sempre uguale. Qui poi c'è u interesse particolare per le luci, splendide quelle in notturna (soprattutto quelle fluo o le candele di alcuni interni e le lampadine degli esterni). Personalmente preferisco questa seconda vita di Sono.
A questo si aggiunge la regia affascinante di cui è spesso capace; splendidi carrelli (frontali o laterali) piuttosto lunghi, semplici, ma ben realizzati e almeno un dolly da urlo (quello della scena dell'omicidio con la pietra) lineare, ma enorme.
Cast eccezionale.

Anche la tram aè in linea con quella di "Cold fish" con una famiglia allo sbando come parafrasi del Giappone (e anche il disastro di Fukushima diventa una continua metafora). La storia regge molto bene nella prima parte, ma da almeno metà in poi ci si rende conto che Sono soffre dello stesso problema di sempre, non sa quando fermarsi. Il film diventa lungo, pesante e dispersivo, sembra non sapere dove andare a parare (c'è anche la sottotrama dei 6 milioni di yen recuperati dall'ex manager che è uno splendido inserto alla Fritz Lang, ma che è totalmente inutile ai fini della storia). Peccato.

venerdì 29 settembre 2017

L'inganno - Sofia Coppola (2017)

(The beguiled)

Visto al cinema.

Remake del film di Don Siegel di cui condivide completamente la trama. Durante la guerra di secessione americana, un soldato nordista, ferito e isolato in una foresta del sud trova rifugio in un istituto per ragazze dove troverà un microcosmo ricco di tensioni. Lui si inserirà cercando i punti deboli per sfruttare la situazione a suo vantaggio.

Questa versione del film risulta meno ambigua della precedente e meno sensuale; l'uomo è un manipolatore  ambiguo mentre le donne sono alternativamente fragili, troppo giovani, ingenue o con troppa voglia di un minimo di normalità; sono donne con debolezze, ma sono innocenti. Viene eliminato del tutto quel manto di ambigua ambivalenza di tutti i personaggi che era il fulcro del film originale, addirittura la decisione estrema presa dalla istitutrice sulla frattura del soldato qui viene giustificata da motivi pragmatici senza quel dubbio (per usare un eufemismo) che la rendeva tanto orribile nell'opera precedente.
Un film smorzato, di molto. Tuttavia più che un'accusa alla superficialità dell'adattamento, mi sembra in linea con la poetica della Coppola (che ha ri-sceneggiato il film), sembra voler essere la stessa opera con un punto di vista più chiaro, rendendo la trama un'indagine alla "Teorema"; le dinamiche interne ad un gruppo chiuso con l'arrivo di un estraneo (in questo caso negativo).
Come dicevo, un'idea chiara e, in parte, interessante, ma che risulta sminuente rispetto all'originale che, purtroppo, adoro.

L'intero cambio di punto di vista è reso evidente anche dall'impianto estetico (già la sola locandina è lampante) che, come sempre nella Coppola, è magnifico: esterni grandiosi e decadenti, interni perfetti, ma algidi, colori tenui, luci di candela di notte e potenti fasci da fonti precise di giorno. Un impianto estetico dettagliato, curato, delicato e in rovina insieme.

Il vero problema però è altrove. La sceneggiatura si muove lenta, spesso a un passo dalla noia, ma riesce a fermarsi un attimo prima; tuttavia sembra perdersi in dettagli per poi dover recuperare con accelerazioni incaute in cui un personaggio dichiara ciò che poteva essere suggerito con una scena in più, rovinando poi in un lungo finale in cui i comportamenti sembrano esplodere senza un adeguato motivo, senza una preparazione sufficiente; più che il punto di vista, la sceneggiatura sembra aver problemi nel gestire sé stessa.

PS: buono il cast, con una nota particolare per la Dunst.

mercoledì 27 settembre 2017

E la vita continua - Abbas Kiarostami (1992)

(Zendegi va digar hich)

Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un regista, alter ego di Kiarostami, torna sui luoghi di un suo vecchio film ("Dov'è la casa del mio amico?"); torna poiché in quei luoghi è appena avvenuto un terremoto e lui intende premurarsi che cercare il ragazzo che interpretò il protagonista del film stia bene.

Con questo film inizia a farsi conoscere il Kiarostami meta-cinematografico (grande leit motiv di tutto il cinema iraniano. Durante questo road movie atipico e dai tempi dilatati il finto regista incontrerà luoghi e personaggi del suo vecchio film che daranno il destro a dissertazioni sul rapporto tra realtà e finzione, ma soprattutto come i due mondi siano comunicanti e come gli oggetti, le persone o i fatti dell'uno possano e riescano a penetrare nell'altro (basti pensare alla casa dell'anziano). Di fatto l'intero film è una copia carbone di "Dov'è la casa del mio amico?", con il regista che si muove fra villaggi semisconosciuti, spaesato tra le indicazioni vaghe dei passanti cercando una persona che in ultimo neppure troverà.

Ma c'è anche un'altra lettura, un altro sottotesto. Come dice chiaramente il titolo c'è la dimostrazione di come le persone perseguano la normalità in ogni circostanza, della resilienza umana di fronte alle catastrofi. Il regista gira per villaggi colpiti dal terremoto e incontra persone che hanno perso poco o tutto, ma ognuno di loro dimostra di essere più proiettato verso il futuro che scornato dal presente; dai discorsi sulla morte fatti da un bambino a una donna che ha perso un neonato, da un giovane sposato il giorno stesso del terremoto fino al ragazzo che nel campo allestito per gli sfollati si preoccupa di montare un'antenna televisiva per vedere i mondiali.

Film dal ritmo lento, riesce a coinvolgere meno del precedente, ma a interessare di più.

lunedì 25 settembre 2017

Il sangue della bestia - Georges Franju (1949)

(Le sang des bêtes)

Visto qui.

Se "Earthling" inserisce qualcosa di nuovo, il discorso di fondo è più vecchio di quanto ci si possa aspettare. Al di là della questione meramente alimentare, la violenza sugli animali perpetrata nell'industria della carne ha un antesignano illustre. Questo cortometraggio documentaristico di un, quasi, neofita Franju. Prima dei suoi splendidi lungometraggi surreali il regista francese si pose nella scia del documentario, direi, pionieristico. Lo è perché la sua opera prima è degli anni '30, lo è per le difficoltà di realizzare documentari veri e proprio in quei decenni, ma qui lo è soprattutto il tema, all'epoca decisamente poco mainstream.
Il documentario mostra il macello di alcuni animali (mucche, cavalli, maiali) in alcuni mattatoi della periferia parigina. Le sequenze delle uccisioni sono mostrate senza reticenze e con un distacco che evita il voyerismo (e devo ammettere che impressionano poco grazie al bianco e nero) e vengono introdotte da alcune brevi spiegazioni fatte con voice off mentre la macchina da presa mostra i quartieri dove sono presenti i macelli.
Questo corto è certamente originale per l'epoca, ma lo trovo molto più interessante per la sua realizzazione. Ci sono inserti arty con gli stacchi da una scena all'altra fatti tramite oggetti (un ventaglio che si apre), inquadrature dolcemente e tranquillamente surreali (il lampadario sospeso nel nulla, l'uomo seduto a tavola in mezzo a una spianata in esterni) che sembrano voler esaltare l'impatto visivo della macellazione a cui si assisterà poco dopo. Al di là della realizzazione però, c'è anche una certa intelligenza nel portare avanti il concetto (questo documentari non sono mai crudamente obiettivi); con una serenità incredibile, Franju, sembra voler fare dei paralleli fra la periferia urbana (dove sono costruiti i mattatoi) e quella umana; dove uomini allo sbando si concentrano attorni a luoghi non di orrore, ma di fredda indifferenza professionalità.

Earthling - Shaun Monson (2005)

(Id.)

Visto in streaming, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Documentario shock contro lo sfruttamento animale in ogni campo delle attività umane, dall'industria della carne e quello dei vestiti, dagli esperimenti scientifici all'intrattenimento (i circhi).
Inutile discutere sulla tesi proposta; essere d'accordo o in disaccordo con il documentario è pura opinione e (Michael Moore ha reso evidentissimo che) ogni documentario è di per sé fazioso, dovendo partire da un'idea di base che non è mai pura obiettività giornalistica.

La struttura è piuttosto semplice. Immagini di repertorio (alcune troppo datate) per lo più disturbanti (la parte sull'industria alimentare è una delle sequenze più persuasive a favore del mondo vegan che abbia mai visto) e molto efficaci che che riportano a una sorta di Mondo movie con una voce narrante (Joaquin Phoenix) molto adatta, competente e convincente e con un intento educativo che i veri Mondo non avevano.
Quello che cambia rispetto ai precedenti documentari sullo stesso tema (che io abbia visto, ovviamente) è, in parte, proprio questo intento educativo. Più che cercare di convincere o svelare fatti nuovi e sconvolgenti, cerca di spiegare perché ha ragione, di insegnare le basi morali che sostengono la tesi proposta. Un insegnamento piuttosto didascalico nell'incipit e nel finale che si fonda sull'antispecismo; teoria tutt'altro che nuova o innovativa a livello filosofico, ma (per me) nuova a livello documentaristico (sicuramente per quello più mainstream); che, dunque, non si accontenta di mostrare le torture subite dagli animali (cosa che viene pedissequamente fatta almeno dai tempi di Franju in poi), ma le mette in prospettiva/relazione rispetto alle esperienze umane. Ecco, questa idea di fondo è la cosa migliore del film (e per quanto molto rigidamente aneddottica, all'inzio del film, viene anche ben spiegata).

Forse troppo didascalico (...senza forse), certamente troppo lungo (specie nell'assunto finale) e nella lunga porzione centrale mostra il festival da grand guingnol che ci si può aspettare da un film di questo genere (molto più efficace dei discorsi iniziali, ma non molto costruttivo), ma molto intelligente.

venerdì 22 settembre 2017

Dunkirk - Christopher Nolan (2017)

(Id.)

Visto al cinema.

La ritirata senza gloria da Dunkerque viene mostrata con la triplice ottica dei soldati sulla spiaggia in attesa di salvezza, una nave civile che tenta di salvarli (i privati inglesi che attraversarono la manica per salvare il proprio esercito sono la pagina più commovente tra gli eventi della seconda guerra mondiale in UK) e un aereo che deve tenere il cielo pulito per evitare che le navi d'appoggio vengano affondate.
Come sempre Nolan ama giocare con il tempo del film e quello percepito dallo spettatore, ma, rispetto ai film precedenti, qui è una tecnica inutile per lo svolgimento della trama (così non era per "Memento" o per "Inception"), da un certo dinamismo (le battaglie aeree compensano la sostanziale stazionarietà della sequenza in mare), ma rimane comunque una scelta più per accattivarsi il pubblico che di sostanza.
Si aggiunga anche un'enfasi patriottica (per l'Inghilterra, Nolan in fondo fa parte del Commonwealth), non diffusa, anzi concentrata in due personaggi e in un finale che si rivela positivo (ma solo fino a un certo punto).
Ecco qui si concludono i due difetti del film, che difetti veri e propri non sono, sono solo cadute di stile.
Per il resto "Dunkirk" si rivela il solito film geometrico e perfetto (con i soliti virtuosismi invisibili alla regia), realizzato per sottolineare la presenza costante della morte sul campo di battaglia e la lotta per la sopravvivenza (in questo senza tutte le sequenze iniziale fino ai primi bombardamenti sono una serie di scene impeccabili e quasi didattiche). Senza usare parole (e con la trama con tendenze eroistiche) il film imbastisce un'opera totalmente permeata da un'epica del nulla, una guerra fatta di attese, file e viaggi, una guerra dove le battaglie sono proiettili improvvisi che non si capisce mai da dove arrivino, dove è facile morire per scelta dei propri commilitoni o per la disorganizzazione del proprio lato del fronte e dove le speranze vengono riposte nella società civile (non a casa il nemico vero, i nazisti, non sono mai nominati né visti). Nolan ha creato una trilogia di Batman sulla morte dell'eroe e dell'eroismo e in questo film continua il suo discorso anti retorico sull'assenza di grandiosità nelle vicende umane.

Da quasi 20 anni i film di guerra si stanno trasformando (di nuovo) in film che esaltano gli esseri umani degradando l'eroismo (specie del singolo); mai come in quest'opera, però, si era arrivati alla sostanziale assenza d'eroismo dovuta alla sostanziale casualità dell'esaltazione (una disfatta che viene festeggiata e spiegata come una vittoria, un uomo che ne ha salvati a decine che viene lasciato nelle mani del nemico senza fiatare e un ragazzino senza utilità alcuna viene esaltato dai giornali.

mercoledì 20 settembre 2017

Le faux magistrat - Louis Feuillade (1914)

(Id.)

Visto in Dvx.

Ultimo film della serie, ovviamente unito agli altri per contenuti e per stile.
Quest'ultimo, però, al pari del precedente quarto capitolo, è stato parzialmente rovinato. Qui va fatto un plauso per la scelta di restaurare, mantenendo l'unità di stile appena citata e mantenendo anche la fruibilità di un prodotto cinematografico; in definitiva non sono state usate foto di scena, ma le parti mancanti sono state rimpiazzate con spezzoni di altri film della serie, inserite in sequenze senza tagli o stacchi, rendendo, di fatto, impossibile per lo spettatore rendersi conto del cambiamento (i giannizzeri della purezza dell'opera d'arte potrebbero non apprezzare, tuttavia la possibilità in qualunque momento di rintracciare i fotogrammi aggiunti ed eventualmente eliminarli, rende la scelta totalmente revocabile). In questo quinto episodio però il danno è maggiore e dove non è stato possibile sostituire è stato inserito un cartello che spieghi lo svolgimento. In ogni caso un lavoro rispettoso dell'opera e della godibilità del prodotto.

A livello estetico, tornano, in un paio di occasioni, i movimenti di macchina laterali (ma sempre funzionali a quanto inquadrato) e tornano le riprese dal vivo, in mezzo ai passanti ignari di ciò che sta avvenendo.

A livello di gestione del mood va sottolineata (idea presente in tutta la serie e maggiore nel primo film), la quasi totale assenza di suspense. pur presentando sequenze dove c'è, molte di più sono quelle dove potrebbe esserci, o potrebbe venire sfruttata molto più a lungo, ma per scelta attiva viene smorzata. La questione è da ricercare, non tanto nell'idea di cinema di Feuillade, quanto nel suo pragmatismo. All'epoca, in Francia, tutti gli spettatori di Fantomas avevano già letto i libri, pertanto non c'era la necessità di far soffermare il pubblico su "cosa potrebbe succedere", ma su "come si farà a farlo succedere". L'eliminazione della suspense (di fatto inutile in quel contesto), credo abbia inoltre permesso di snellire il film e mantenere il ritmo adeguato.
come si farà.

lunedì 18 settembre 2017

Baby driver - Edgar Wright (2017)

(Id.)

Visto al cinema.

Un autista perfetto ha un grosso debito con un boss che lo costringe a gestire le fughe dalle rapine. Pagato il debito, essendo un bravo ragazzo dal cuore d'oro, vorrebbe andarsene, farsi una cameriera, rifarsi una vita... e invece è costretto a tornare, ma farà di tutto per chiudere definitivamente con il crimine.

Edgar Wright è un regista che ha già dimostrato di gestire un intero film con il montaggio, aggiungendo un paio di movimenti di macchina da presa e una fotografia di livello crea capolavori; figurarsi se la trama può essere un fattore determinante. La storia di questo film si può raccontare in 4 righe e, a conti fatti, nel film risulta fin troppo tortuosa. Per fortuna non conta molto.

Prendendo spunto dal "The driver" di Walter Hill per stravolgerlo e tirarci fuori tutto un altro film.
Inizia con due scene, la prima un inseguimento tutto gestito con un montaggio frenetico, la seconda un piano sequenza, entrambe a ritmo di musica che danno totalmente l'idea di cosa significa fare un musical. E in quelle due scene c'è già tutto.
C'è la fotografia curatissima e un ritmo pazzesco, c'è ironia fatta di trama e fatta con la regia. Ci sono i movimenti di macchina e il montaggio (di cui già si è detto, ma si potrebbe parlare ancora tantissimo) che non servono solo a creare ritmo, ma a gestire completamente la storia e, infine, c'è la musica. Il film è una lunga playlist realizzata in base al mood più che al gusto personale, lontana dai suggerimenti di spotify così come dai gruppi fondamentali o da generi specifici. Ecco, il grande valore aggiunto che ci regala Wright è il sonoro; le musiche utilizzate in maniera emotiva, il montaggio sonoro e l'utilizzo dei suoni, la loro presenza o la loro assenza, il linguaggio dei segni e i nomi pronunciati; utili ed efficaci quanto quello dei colori.
Un film non perfetto, ma muscolare al massimo, con un tecnica perfetta che porta ad altezze vertiginose un trama sempliciotta e un cast buono, ma non completamente a proprio agio.

venerdì 15 settembre 2017

Butch Cassidy - George Roy Hill (1969)

(Butch Cassidy and the Sundance Kid)

Visto in DVD.

Una coppia di banditi, dalla pistola infallibile, vengono traditi dalla loro stessa banda, ed essendo i più ricercati in diversi stati, viene messo alle loro calcagna il più coriaceo gruppo di sceriffi e guide indiane. Per poter sfuggire loro dovranno andarsene in Bolivia dove li attenderà un glorioso (non epr forza positivo) epilogo.

Film gradevolissimo che dimostra come, dopo l'avvento del western crepuscolare e dello spaghetti western degli anni '60 il genere cominciò una nuova vita sperimentando tutte le contaminazioni più ardite. "Piccolo grande uomo" è una parodia del western classico, "Corvo Rosso" un film larger than life che infarcisce una storia western di commedia, dramma e superomismo alla maniera di Milius; qui invece Hill realizza un godibilissimo buddy movie in ambiente westernato.

La regia vorrebbe ssere originale e azzecca diverse idee. Grande uso dei carrelli e di piccoli movimenti di macchina (bellissima, la semplice sequenza della bicicletta vista attraverso la staccionata), gioca con la messa e fuoco, ma utilizzando sempre una fotografia ottimale; inoltre si diverte a trattare l'inquadratura trasformandola di volta in volta in un finto film muto (solo per la qualità della pellicola, visto che la regia del film muto sarebbe modernissima), utilizzando il viraggio in seppia o un'intera sequenza realizzata solo con delle fotografie.

Il film vince molto con la costruzione dei due personaggi, divertenti, impeccabili e sfrontati il giusto, guadagna dalla performance del duo principale , soprattutto da Newman (ovvio, dunque, la riconferma dei due come protagonisti de "La stangata" sempre di Hill).
Il film, però, perde qualcosa per la durata, per la trama che la tira troppo per le lunghe, per il ritmo che cede al minutaggio.
In definitiva un esperimento ben riuscito, un film estremamente gradevole, ma non è il capolavoroi di cui ho letto in giro.