lunedì 25 settembre 2017

Il sangue della bestia - Georges Franju (1949)

(Le sang des bêtes)

Visto qui.

Se "Earthling" inserisce qualcosa di nuovo, il discorso di fondo è più vecchio di quanto ci si possa aspettare. Al di là della questione meramente alimentare, la violenza sugli animali perpetrata nell'industria della carne ha un antesignano illustre. Questo cortometraggio documentaristico di un, quasi, neofita Franju. Prima dei suoi splendidi lungometraggi surreali il regista francese si pose nella scia del documentario, direi, pionieristico. Lo è perché la sua opera prima è degli anni '30, lo è per le difficoltà di realizzare documentari veri e proprio in quei decenni, ma qui lo è soprattutto il tema, all'epoca decisamente poco mainstream.
Il documentario mostra il macello di alcuni animali (mucche, cavalli, maiali) in alcuni mattatoi della periferia parigina. Le sequenze delle uccisioni sono mostrate senza reticenze e con un distacco che evita il voyerismo (e devo ammettere che impressionano poco grazie al bianco e nero) e vengono introdotte da alcune brevi spiegazioni fatte con voice off mentre la macchina da presa mostra i quartieri dove sono presenti i macelli.
Questo corto è certamente originale per l'epoca, ma lo trovo molto più interessante per la sua realizzazione. Ci sono inserti arty con gli stacchi da una scena all'altra fatti tramite oggetti (un ventaglio che si apre), inquadrature dolcemente e tranquillamente surreali (il lampadario sospeso nel nulla, l'uomo seduto a tavola in mezzo a una spianata in esterni) che sembrano voler esaltare l'impatto visivo della macellazione a cui si assisterà poco dopo. Al di là della realizzazione però, c'è anche una certa intelligenza nel portare avanti il concetto (questo documentari non sono mai crudamente obiettivi); con una serenità incredibile, Franju, sembra voler fare dei paralleli fra la periferia urbana (dove sono costruiti i mattatoi) e quella umana; dove uomini allo sbando si concentrano attorni a luoghi non di orrore, ma di fredda indifferenza professionalità.

Earthling - Shaun Monson (2005)

(Id.)

Visto in streaming, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Documentario shock contro lo sfruttamento animale in ogni campo delle attività umane, dall'industria della carne e quello dei vestiti, dagli esperimenti scientifici all'intrattenimento (i circhi).
Inutile discutere sulla tesi proposta; essere d'accordo o in disaccordo con il documentario è pura opinione e (Michael Moore ha reso evidentissimo che) ogni documentario è di per sé fazioso, dovendo partire da un'idea di base che non è mai pura obiettività giornalistica.

La struttura è piuttosto semplice. Immagini di repertorio (alcune troppo datate) per lo più disturbanti (la parte sull'industria alimentare è una delle sequenze più persuasive a favore del mondo vegan che abbia mai visto) e molto efficaci che che riportano a una sorta di Mondo movie con una voce narrante (Joaquin Phoenix) molto adatta, competente e convincente e con un intento educativo che i veri Mondo non avevano.
Quello che cambia rispetto ai precedenti documentari sullo stesso tema (che io abbia visto, ovviamente) è, in parte, proprio questo intento educativo. Più che cercare di convincere o svelare fatti nuovi e sconvolgenti, cerca di spiegare perché ha ragione, di insegnare le basi morali che sostengono la tesi proposta. Un insegnamento piuttosto didascalico nell'incipit e nel finale che si fonda sull'antispecismo; teoria tutt'altro che nuova o innovativa a livello filosofico, ma (per me) nuova a livello documentaristico (sicuramente per quello più mainstream); che, dunque, non si accontenta di mostrare le torture subite dagli animali (cosa che viene pedissequamente fatta almeno dai tempi di Franju in poi), ma le mette in prospettiva/relazione rispetto alle esperienze umane. Ecco, questa idea di fondo è la cosa migliore del film (e per quanto molto rigidamente aneddottica, all'inzio del film, viene anche ben spiegata).

Forse troppo didascalico (...senza forse), certamente troppo lungo (specie nell'assunto finale) e nella lunga porzione centrale mostra il festival da grand guingnol che ci si può aspettare da un film di questo genere (molto più efficace dei discorsi iniziali, ma non molto costruttivo), ma molto intelligente.

venerdì 22 settembre 2017

Dunkirk - Christopher Nolan (2017)

(Id.)

Visto al cinema.

La ritirata senza gloria da Dunkerque viene mostrata con la triplice ottica dei soldati sulla spiaggia in attesa di salvezza, una nave civile che tenta di salvarli (i privati inglesi che attraversarono la manica per salvare il proprio esercito sono la pagina più commovente tra gli eventi della seconda guerra mondiale in UK) e un aereo che deve tenere il cielo pulito per evitare che le navi d'appoggio vengano affondate.
Come sempre Nolan ama giocare con il tempo del film e quello percepito dallo spettatore, ma, rispetto ai film precedenti, qui è una tecnica inutile per lo svolgimento della trama (così non era per "Memento" o per "Inception"), da un certo dinamismo (le battaglie aeree compensano la sostanziale stazionarietà della sequenza in mare), ma rimane comunque una scelta più per accattivarsi il pubblico che di sostanza.
Si aggiunga anche un'enfasi patriottica (per l'Inghilterra, Nolan in fondo fa parte del Commonwealth), non diffusa, anzi concentrata in due personaggi e in un finale che si rivela positivo (ma solo fino a un certo punto).
Ecco qui si concludono i due difetti del film, che difetti veri e propri non sono, sono solo cadute di stile.
Per il resto "Dunkirk" si rivela il solito film geometrico e perfetto (con i soliti virtuosismi invisibili alla regia), realizzato per sottolineare la presenza costante della morte sul campo di battaglia e la lotta per la sopravvivenza (in questo senza tutte le sequenze iniziale fino ai primi bombardamenti sono una serie di scene impeccabili e quasi didattiche). Senza usare parole (e con la trama con tendenze eroistiche) il film imbastisce un'opera totalmente permeata da un'epica del nulla, una guerra fatta di attese, file e viaggi, una guerra dove le battaglie sono proiettili improvvisi che non si capisce mai da dove arrivino, dove è facile morire per scelta dei propri commilitoni o per la disorganizzazione del proprio lato del fronte e dove le speranze vengono riposte nella società civile (non a casa il nemico vero, i nazisti, non sono mai nominati né visti). Nolan ha creato una trilogia di Batman sulla morte dell'eroe e dell'eroismo e in questo film continua il suo discorso anti retorico sull'assenza di grandiosità nelle vicende umane.

Da quasi 20 anni i film di guerra si stanno trasformando (di nuovo) in film che esaltano gli esseri umani degradando l'eroismo (specie del singolo); mai come in quest'opera, però, si era arrivati alla sostanziale assenza d'eroismo dovuta alla sostanziale casualità dell'esaltazione (una disfatta che viene festeggiata e spiegata come una vittoria, un uomo che ne ha salvati a decine che viene lasciato nelle mani del nemico senza fiatare e un ragazzino senza utilità alcuna viene esaltato dai giornali.

mercoledì 20 settembre 2017

Le faux magistrat - Louis Feuillade (1914)

(Id.)

Visto in Dvx.

Ultimo film della serie, ovviamente unito agli altri per contenuti e per stile.
Quest'ultimo, però, al apri del precedente quarto capitolo, è stato parzialmente rovinato. Qui va fatto un plauso per la scelta di restaurare, mantenendo l'unità di stile appena citata e mantenendo anche la fruibilità di un prodotto cinematografico; in definitiva non sono state usate foto di scena, ma le parti mancanti sonos tate rimpiazzate con spezzoni di altri film della serie, inserite in senquenze senza tagli os tacchi, rendendo, di fatto, impossibile per lo spettatore rendersi conto del cambiamento (i giannizzeri della purezza dell'opera d'arte potrebbero non apprezzare, tuttavia la possibilità in qualunque momento di rintracciare i fotogrammi aggiunti ed eventualmente eliminarli, rende la scelta totalmente revocabile). In questo quinto episodio però il danno è maggiore e dove non è stato possibile sostituire è stato inserito un cartello che spieghi lo svolgimento. In ogni caso un lavoro rispettoso dell'opera e della godibilità del prodotto.

A livello estetico, tornano, in un paio di occasioni, i movimenti di macchina laterali (ma sempre funzionali a quanto inquadrato) e tornano le riprese dal vivo, in mezzo ai passanti ignari di ciò che sta avvenendo.

A livello di gestione del mood va sottolineata (idea presente in tutta la serie e maggiore nel primo film), la quasi totale assenza di suspense. pur presentando sequenze dove c'è, molte di più sono quelle dove potrebbe esserci, o potrebbe venire sfruttata molto più a lungo, ma per scelta attiva viene smorzata. La questione è da ricercare, non tanto nell'idea di cinema di Feuillade, quanto nel suo pragmatismo. All'epoca, in Francia, tutti gli spettatori di Fantomas avevano già letto i libri, pertanto non c'era la necessità di far soffermare il pubblico su "cosa potrebbe succedere", ma su "come si farà a farlo succedere". L'eliminazione della suspense (di fatto inutile in quel contesto), credo abbia inoltre permesso di snellire il film e mantenere il ritmo adeguato.
come si farà.

lunedì 18 settembre 2017

Baby driver - Edgar Wright (2017)

(Id.)

Visto al cinema.

Un autista perfetto ha un grosso debito con un boss che lo costringe a gestire le fughe dalle rapine. Pagato il debito, essendo un bravo ragazzo dal cuore d'oro, vorrebbe andarsene, farsi una cameriera, rifarsi una vita... e invece è costretto a tornare, ma farà di tutto per chiudere definitivamente con il crimine.

Edgar Wright è un regista che ha già dimostrato di gestire un intero film con il montaggio, aggiungendo un paio di movimenti di macchina da presa e una fotografia di livello crea capolavori; figurarsi se la trama può essere un fattore determinante. La storia di questo film si può raccontare in 4 righe e, a conti fatti, nel film risulta fin troppo tortuosa. Per fortuna non conta molto.

Prendendo spunto dal "The driver" di Walter Hill per stravolgerlo e tirarci fuori tutto un altro film.
Inizia con due scene, la prima un inseguimento tutto gestito con un montaggio frenetico, la seconda un piano sequenza, entrambe a ritmo di musica che danno totalmente l'idea di cosa significa fare un musical. E in quelle due scene c'è già tutto.
C'è la fotografia curatissima e un ritmo pazzesco, c'è ironia fatta di trama e fatta con la regia. Ci sono i movimenti di macchina e il montaggio (di cui già si è detto, ma si potrebbe parlare ancora tantissimo) che non servono solo a creare ritmo, ma a gestire completamente la storia e, infine, c'è la musica. Il film è una lunga playlist realizzata in base al mood più che al gusto personale, lontana dai suggerimenti di spotify così come dai gruppi fondamentali o da generi specifici. Ecco, il grande valore aggiunto che ci regala Wright è il sonoro; le musiche utilizzate in maniera emotiva, il montaggio sonoro e l'utilizzo dei suoni, la loro presenza o la loro assenza, il linguaggio dei segni e i nomi pronunciati; utili ed efficaci quanto quello dei colori.
Un film non perfetto, ma muscolare al massimo, con un tecnica perfetta che porta ad altezze vertiginose un trama sempliciotta e un cast buono, ma non completamente a proprio agio.

venerdì 15 settembre 2017

Butch Cassidy - George Roy Hill (1969)

(Butch Cassidy and the Sundance Kid)

Visto in DVD.

Una coppia di banditi, dalla pistola infallibile, vengono traditi dalla loro stessa banda, ed essendo i più ricercati in diversi stati, viene messo alle loro calcagna il più coriaceo gruppo di sceriffi e guide indiane. Per poter sfuggire loro dovranno andarsene in Bolivia dove li attenderà un glorioso (non epr forza positivo) epilogo.

Film gradevolissimo che dimostra come, dopo l'avvento del western crepuscolare e dello spaghetti western degli anni '60 il genere cominciò una nuova vita sperimentando tutte le contaminazioni più ardite. "Piccolo grande uomo" è una parodia del western classico, "Corvo Rosso" un film larger than life che infarcisce una storia western di commedia, dramma e superomismo alla maniera di Milius; qui invece Hill realizza un godibilissimo buddy movie in ambiente westernato.

La regia vorrebbe ssere originale e azzecca diverse idee. Grande uso dei carrelli e di piccoli movimenti di macchina (bellissima, la semplice sequenza della bicicletta vista attraverso la staccionata), gioca con la messa e fuoco, ma utilizzando sempre una fotografia ottimale; inoltre si diverte a trattare l'inquadratura trasformandola di volta in volta in un finto film muto (solo per la qualità della pellicola, visto che la regia del film muto sarebbe modernissima), utilizzando il viraggio in seppia o un'intera sequenza realizzata solo con delle fotografie.

Il film vince molto con la costruzione dei due personaggi, divertenti, impeccabili e sfrontati il giusto, guadagna dalla performance del duo principale , soprattutto da Newman (ovvio, dunque, la riconferma dei due come protagonisti de "La stangata" sempre di Hill).
Il film, però, perde qualcosa per la durata, per la trama che la tira troppo per le lunghe, per il ritmo che cede al minutaggio.
In definitiva un esperimento ben riuscito, un film estremamente gradevole, ma non è il capolavoroi di cui ho letto in giro.


mercoledì 13 settembre 2017

Nata di marzo - Antonio Pietrangeli (1958)

(Id.)

Visto in Dvx.

Una ragazza a mala pena maggiorenne si innamora di un uomo di mezza età (per l'epoca). Dal carattere lunatico e precipitoso, decide di sposarsi, ma la vita coniugale diverrà presto usurata e tesa fino al breakdown.

L'intero film è raccontato tramite due o tre lunghi flashback a un amico anche lui innamorato di lei. Di fatto il film è una lunga e dettagliata storia di una crisi di coppia e, in quell'ottica, molto ben realizzato, con tutti gli elementi già presenti fin dall'inizio, ma che divengono problematici solo con il passare del tempo. Una sceneggiatura molto buona, ma priva di fantasia, una dissezione di un rapporto di coppia che va alla malora, ma senza grinta.
Per il resto il film è decisamente vittima di lungaggini, pur con dei personaggi interessanti, non riesce a mantenere un ritmo accettabile.

Alcuni vedono un motivo d'interesse per la descrizione dell'ennesimo personaggio femminile alla pietrangeli. Idea parzialmente vera, ma con qualche differenza. Seppure la protagonista è la stessa ingenuità di vivere della protagonista di "Io la conoscevo bene" e forse anche la superficialità de "Lo scapolo", questo personaggio non è un solitario, è un outsider, ma con un'evoluzione grazie alla quale riesce a rimanere all'interno di una società senza cercare scappatoie. Non sarà felice, ma è pur sempre accettata (ancora una volta vittima più di sé stessa che degli altri).

Interessante, invece, il contorno, con un certo gusto nel mostrare alcune architetture (il Sancarlone dell'inizio o il Pirellone in costruzione... tutto in one...). C'è pure un cameo di Dario Fo.

lunedì 11 settembre 2017

Atomica bionda - David Leitch (2017)

(Atomic blonde)

Visto al cinema.

Una spia viene mandata a Berlino una settimana prima della caduta del muro per riprendere una lista contenente i nomi (e gli scheletri negli armadi) di tutti gli agenti sul campo. Inizierà una caccia all'uomo in cui tutti inseguiranno tutti.

Sgombriamo il campo da ogni dubbio: il titolo è orribile, il film avrebbe meritato molto di più. Si perché il film è incredibilmente bello.

Diretto da Leitch, che si porta dietro lo splendido comparto estetico del suo (non accreditato) "John Wick", colori desaturati, luci fluo, fotografia attenta a incastrare corpi, dentro vestiti magnifici dentro a location magnificamente sgarrupate. Un comparto estetico totalmente derivativo (da "Sin city" a ai film americani di Refn).
All'interno di un ambiente perfettamente dipinto si inserisce una trama noiresca per complessità, incastri e twist che, personalmente, trovo molto affascinante, ma che è anche il vero neo del film; momenti difficilmente comprensibili, buchi, l'aggancio di un o due finali di troppo per dare il là a un ultimo (bellissimo) twist plot.
Dalla trama articolata e complessa riesce però a uscire, con forza e determinazione, una perfetta descrizione di un apocalisse; a mano a mano che si avvicina la caduta del muro, le spie da entrambi i lati tentano la fuga da una nave che affonda che è anche una terra di nessuno senza legge; è una colonia di topi che si muovono impazziti per cercare di uscirne, ma che distruggono molto (o tutto) ciò che toccano. Una rappresentazione durissima, ma molto efficace che riluce come l'idea più affascinante e riuscita del film.
Una nota rapida sulle musiche utilizzate; poco originali (dai Clash a una non totalmente comprensibile "Under pressure"), ma tutte prese dal periodo in cui il film è ambientato, ma soprattutto, perfettamente integrate con lo svolgimento delle scene, peccato per le frequenti sbavature nei momenti in cui la musica viene tolta o modulata.

Per ultima, però, bisogna parlare dell'altro valore aggiunto (oltre alla trama auto-distruttiva), la parte più propriamente action. Leitch nasce stuntman, recentemente prestato alla regia, ma sembra aver assorbito totalmente le tendenze contemporanee dei film d'azione. Charlize Theron spara, picchia a viene picchiata senza remore e senza alcuno sconto per lo spettatore mentre la macchina da presa (grazie a "The raid") si butta a capofitto nelle scene arrivando anche a frapporsi fra gli atleti in lotta dando vita ad alcune delle sequenze meglio realizzate e più onestamente thrilling di quest'anno (ovviamnte vince su tutti il piano sequenza ambientato proprio in un palazzo).

A questo punto il cast riesce anche a passare in secondo piano, nonostante si stia parlando di una Theron in gran forma (fisica indubbiamente, ma anche capace di dare vita a un personaggio senza anima in cui gli spettatori continuano a volersi ingannare vedendone una) circondata da una serie invidiabile di comprimari che la metà sarebbero già motivo sufficiente per vedere un film al cinema (Marsan, Goodman, Jones sono solo quelli più riconoscibili); solo McAvoy, per quanto in parte, risulta un pelo fuori dal mood, ma comunque assolutamente all'altezza.

In poche parole; il thriller più duro visto quest'anno, il film action che si candida ad essere il migliore dell'annata e uno dei film più drammaticamente interessanti visto finora.

venerdì 8 settembre 2017

Wagahai wa neko de aru - Kon Ichikawa (1975)

(Id. AKA Io sono un gatto)

Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.

Tratto dall'omonimo (e bellissimo) romanzo di Soseki, il film mostra alcuni giorni nella vita di un professore e intellettuale del primo novecento giapponese che, con la sua cerchia di amici, disquisisce di tutto, cerca di risolvere problemi di poco conto della vita di tutti i giorni.

Si dice che la letteratura giapponese moderna sia nata con un gatto e il romanzo in effetti è un satira dettagliata, ma divertente e godibile. Il film invece no. Nel libro il gatto del titolo è il vero protagonista e l'io narrante, è un osservatore esterno della realtà che commenta e cerca di capire; nel film il gatto è un personaggio sullo sfondo, una animale senza coscienza di sé (in realtà ha coscienza di sé, ma poco e nel finale); l'io narrante non è presenta e l'osservatore esterno è dato dalla macchina da presa. Ovviamente non ci sono opinioni o incomprensioni (che nel libro erano generate dall'impossibilità del gatto di capire del tutto gli esseri umani) e da affresco ironico e molto chiacchierato sulla società dell'epoca (soprattutto sull'intellighenzia) diventa un filmetto simpatico, una vicenda ironica in costume con una serie di buffi personaggi.
Regia un po rigida con inquadrature ariose, fisse, con un buon uso del montaggio per dare senso a ciò che viene detto a parole (ma non per sostituirlo), per esemplificarlo o sfotterlo; qualche ottima costruzione delle inquadrature.
Purtroppo il ritmo, il tono e l'atteggiamento del film è quello che più mi stimola a fare altro mentre lo guardo quindi è possibile abbia perso alcune sfumature che l'avrebbero reso l'opera migliore di sempre... tuttavia se da un libro con molti dialoghi si fa un film con molto cicaleccio c'è uno sbaglio di fondo nell'adattamento.

mercoledì 6 settembre 2017

Roger and me, Roger e io - Michale Moore (1989)

(Roger & me)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Dopo aver legato indissolubilmente il nome della General Motors a quello della cittadina di Flint, l'industria decide di chiudere lasciando senza lavoro migliaia di persone, per poter aprire fabbriche a basso costo in Messico. Michael Moore, nato in quella cittadina decide di incontrare l'amministratore delegato, fallendo continuamente, ma nel farlo incontrerà persone il cui futuro è stato distrutto dalla chiusura della fabbrica.

Ciò che più sconvolge nel vedere questo primo film di Moore,  che un parvenu del documentario sia riuscito a fare una cosa così originale e così diversa da tutto ciò che c'era in circolazione all'epoca.
Costretto, forse dall'argomento, Moore scende in campo in prima persona e con un espediente narrativo non molto distante da un MacGuffin (incontrare l'amministratore generale della General Motors per farlo venire a Flint, da parte di un signor nessuno e senza appuntamento, è abbastanza difficile) mette in scena un documentario che è già compiutamente in stile Moore, solo meno raffinato.
Immagini scadenti, spesso fuori fuoco, immagini di repertorio prese solo dai tg o dai filmini locali (o anche da vecchi film, immagino senza più copyright); ma tutto il resto c'è. C'è l'uso ironico della musica e l'ancor più efficace umorismo creato con il solo montaggio, c'è la faziosità estrema di un film costurito a tesi (che nel documentario è cosa comunque diffusa), c'è l'accostamento di situazioni contraddittorie e un interesse particolare per i piccoli freak di tutti i giorni; e poi c'è un nemico da combattere.
Meno aggressivo che nei successivi, ma non meno efficace, anzi, la capacità di gneerare scene divertenti utilizzando solo il girato originale ha dell'incredibile (la donna delle analisi dei colori è pazzesca).
Da vedere.

lunedì 4 settembre 2017

Dragon trainer - Dean DeBlois, Chris Sanders (2010)

(How to train your dragon)

Visto in tv.

Un ragazzo vichingo, inetto nell'uccisione dei draghi ha i soliti problemi irrisolti con il padre. Ferendo accidentalmente il più pericoloso e infido fra tutte le speci di draghi scoprirà che sono animali da compagnia anziché animali feroci. Imparerà a gestire e ammaestrare i draghie li utilizzerà contro l'inevitabile boss finale.

Ci sarà mai un anno senza un film di animazione in con un rapporto conflittuale padre-figlio? Da quando l'ha tirato fuori dal cilindro la Disney (negli anni 80 se non sbaglio) sembra che sia la base di un buon cartoon. Un giorno qualcuno dovrà studiare il fenomeno.

Al di la di queste considerazioni direi che "Dragon trainer" è la quintessenza del film di animazione medio. Storia buona, ma senza guizzi o senza particolare inventiva; animazione di livello ottimale con qualche intuizione (Sdentato che si muove come un animale d'appartamento e la caratterizzazione dei vari draghi); ambientazione originale che con qualche dettaglio crea un mondo.
Di fatto non c'è niente di nuovo o di particolarmente interessante, ma se questo è lo stato dell'arte di un film animato medio, direi che stiamo vivendo nel migliore die mondi possibile.

Da sottolineare solo la scena d'azione iniziale, dinamica e fantasiosa che avrebbe meritato la visione al cinema. Serie di seguiti meritati.

venerdì 1 settembre 2017

Carcere - George W. Hill (1930)

(The big house)

Vist in Dvx, in lingua originale sototitolato in inglese.

Un uomo viene condannato per omicidio colposo, finirà in cella con una coppia di carcerati di lunga data, esperti nella gestione del penitenziario. Nonostante gli attriti, la fuga di uno dei due li riavvicinerà come cognati e una rivolta all'interno del carcera farà da deus ex machina.

Primo film sulla vita di carcere degno i questo nome, essenziale nella trama, ma già con tutti quelli che in futuro saranno gli archetipi di genere (lo scontro con il duro, il tentativo di fuga, la rivolta, il rigido direttore della prigione). Interessante anche che, a fronte di una trama lineare, il protagonista del film cambi circa a metà, passando dal ragazzo dell'inizio, al compagno di cella innamorato della seconda parte.
Al di là del switch di metà (che credo fosse dovuto al tentativo di dare dinamismo alla vicenda più che a un progetto alla Hitchcock), il film risulta ben realizzato con un ritmo di minima ben tenuto e una serie di personaggi che, pur non essendo ben caratterizzati, prendono posto sulla scena polarizzando l'attenzione. Ovvio che il migliore in questo senso sia il personaggio di Beery; personaggio che avrebbe dovuto essere interpretato da Chaney morto in quello stesso anno; Beery sopperisce egregiamente per presenza scenica, ma latita in capacità attoriali, rimanendo un buon caratterista (nomination all'oscar esagerata).
Ottimo anche l'utilizzo degli spazi, tutti costruiti in maniera regolare e spoglia con un ricercato gigantismo degli interni per sminuire le figure umane.

PS: sceneggiatura lineare, ma che vinse un Oscar, realizzata da Frances Marion che vinse il suo secondo premio solo due anni dopo con una storia di pugilato, esondando quindi per due volte in territori all'epoca "maschili".

lunedì 28 agosto 2017

Cruising - William Friedkin (1980)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un assassino seriale cerca le sue vittime fra i frequentatori di alcuni locali gay sadomaso di New York. Per cercare di trovarlo viene inviato, sotto copertura, un poliziotto (eterosessuale) che corrisponde alle caratteristiche fisiche delle vittime. La, lenta, ricerca causerà cambiamenti anche nel poliziotto ponendogli dubbi sulla propria sessualità.

Film demoniaco di Friedkin; demoniaco per il flop terribile e per l'aver messo a rischio le carriere dei diretti interessati. Pesantemente tagliato per essere più digeribile, venne comunque osteggiato da tutti, dai più reazionari (che non apprezzavano il tema esplicito), così come dalle comunità gay dell'epoca (che criticarono il modo di rappresentare l'omosessuale come una sorta di pervertito, di vampiro sessuale). Oggigiorno le polemiche sono molto diminuite; eliminata la componente di rottura che oggigiorno è decisamente meno innovativa e considerando il film come lo spaccato di una nicchia dell'epoca e non della comunità gay newyorkese in toto, quello che rimane è solo il film.

Diciamolo subito che non è un film eccezionale, ma è decisamente migliore di quanto non pensassi leggendo le opinioni in giro. Un thriller erotico anticipatore del genere che esploderà fra gli anni '80 e '90. Vince il mood torbido perfettamente trasmesso dall'ambiente e dai personaggi presentati; creando un ambiente fatto di sesso e violenza (entrambi ricercati attivamente), di attrazione e morte che rispecchiano, in versione "sociale", la psicologia del killer.

Friedkin ovviamente fa il suo lavoro preferito, lavora sui corpi; credo che in nessuno dei suoi film ci sia un uso tanto ostentato della carnalità, dei muscoli e del sudore, più anche del decisamente torbido "Killer Joe".
Al Pacino sembra costantemente spaesato; ma bastano le prime scene in cui compare (in cui riesce a rendere totalmente una psicologia con un paio di smorfie) per far capire che è una scelta precisa, per rendere il sentirsi fuori luogo del personaggio e, successivamente, il senso di diminuita appartenenza al suo mondo precedente.

Purtroppo il vero difetto è che in questo thriller erotico manca il thriller. La detective story è blanda e rimane sullo sfondo, l’attività investigativa di Pacino è un continuo, noioso, passeggiare per locali gay sadomaso; quasi che Friedkin stesso puntasse tutto sull'effetto shock di mostrare un ambiente underground, anziché cercare di raccontare una storia. Peccato, perché la ripetitività e la noia non hanno scusanti.

venerdì 25 agosto 2017

La la land - Damien Chazelle (2016)

(Id.)

Visto a un cineforum.

Un'attrice si innamora, ricambiata, di un musicista jazz; il loro primo bacio impiegherà tutto il primo tempo ad arrivare, il secondo sarà occupato dal tentativo di realizzare i propri sogni.

Un film incredibilmente reazionario, a livello di contenuti (ma anche diverse idee di messa in scena) non inventa nulla; dichiaratamente ispirato ai musical di Stanley Donen (la tavolozza di colori viene tutta da lì) ne prende completamente la linearità della trama, il tono fresco e positivo, le turbolenze dell'agnizione melodrammatica, ma soprattutto prende le canzoni come momento di esposizione di sentimenti e/o pensieri e non come momento per far proseguire la trama o come dialogo contato.
Come si diceva anche la fotografia è presa a piene mani dai musical di 60anni fa, mentre le coreografie sono ancora più conservatrici (dopo un incipit alla "Fame") con il più classico dei tip tap, danze da sogno tra le stelle e una scena in piscina che, seppure molto diversa, non può non far pensare ai musical anni '30. Ancora una volta sembra inventare poco, anzi pochissimo (addirittura nella scena musicale finale dove si ripercorre tutta la loro storia, alternativa, c'è la stessa complessità fantasiosa delle migliori sequenze musicali della Disney).
Eppure la macchina da presa non riesce a stare mai ferma, dando dinamismo a tutte e le scene e trasformando molte scene di ballo in piano-sequenza anche laddove non sarebbe necessario o scontato (l'incipit in strada, la preparazione alla festa dove l'uso degli spazi interni è perfetto).

Incredibile quindi che un film così tanto derivativo possa essere così efficace. Invece funziona e funziona proprio per la precisa volontà di rifare un film strutturalmente vecchio in un contesto moderno, con metodi e tecniche recenti. Funziona nonostante una trama che qui e la zoppica nel noioso, nonostante le imperfezioni nel ballo dei due protagonisti (la scena del tip tap è piuttosto piatta); funziona per la potenza evocatrice che riesce a superare i difetti, grazie alle musiche assolutamente buone e alla regia dinamica che non perde occasione per sfruttare appieno le megalitiche scene ricostruite in interni. Non stupisce quindi che il primo tempo, più candidamente anni '50 risulti migliore del secondo dove Chazelle preferisce riprendere una sua ossessione (sul successo raggiunto con lo sforzo e la sofferenza) anziché proseguire nel solco del passato.
Una scommessa rischiosa che, nonostante il cambio di marcia, risulta perfettamente vinta, regalando uno dei film visivamente migliori del 2016.

PS: non intendo neanche discutere sugli attori data la mia antecedente adorazione per Emma Stone.

lunedì 21 agosto 2017

El Sicario, Room 164 - Gianfranco Rosi (2010)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Un sicario dei narcotrafficanti messicani racconta la sua storia, sul come è statoa vvicinato per lavorare coi narcos, alla descrizione delle sue mansioni (dall'omicidio ai rapimenti, alle torture) con dimostrazioni pratiche, ma racconta anche le tecniche e le gerarchie, i sistemi di sicurezza del narcotraffico e le collusioni con lo stato (con un'inquietante diagramma dove sostiene che chiunque a qualsiasi livello sia implicato), i rischi professionali e il burn out.

Con uno stile di regia estremamente asciutto che si concentra totalmente sul suo protagonista (sia come inquadratura, sia seguendone i tempi e il flusso di coscienza) mostra il lato oscuro con un distacco invidiabile. Inquadratura ravvicinata durante il racconto, concentrata sulle mani (certamente in quanto sono l'unica parte visibile del sicario, ma anche perché sono le vere protagoniste della vicenda; quelle mani sono le responsabili di rapimenti, torture e omicidi), mentre la macchina da presa si fa distante (mostrando la figura intera del sicario) durante le dimostrazioni pratiche (ovviamente per motivi di chiarezza dell'inquadratura, ma riuscendo anche a ottenere un risultato psicologico). I racconti sono aiutati dalla grafomania del protagonista che scrive e disegna ogni parola, permettendo una maggiore scorrevolezza a un documentario altrimenti molto statico. Le sequenze di racconto sono, brevemente, inframezzate con inquadrature fisse della città o del motel e da alcune inquadrature nere di stacco; scene, queste su cui spesso viene sovrapposto il sonoro della scene precedente o della successiva con un effetto efficace, specie sui frequenti sospiri del protagonista.
Il lavoro di regia, apparentemente semplice (ma supportato da una fotografia molto ragionata) è in realtà una realizzazione estremamente raffinata e totalmente funzionale alla storia. Non si vuole fare pubblicità a un personaggio, ma lasciare che una persona racconti una storia, senza confusione e senza distrazioni.

Film molto emotivo nonostante la frigida realizzazione, che si concede anche un finale a sorpresa.
Personalmente l'ho preferito a "Sacro GRA" in maniera decisa, per la sua concisione, l'effetto emotivo e l'interesse maggiore per la storia mostrata.

venerdì 18 agosto 2017

Teorema - Pier Paolo Pasolini (1968)

(Id.)

Visto in Dvx.

In una famiglia borghese ben strutturata entra un nuovo personaggio. Ospitato dal figlio, senza fare quasi nulla, sarà il catalizzatore di pulsioni represse e ansie di tutta la famiglia che, dopo la sua partenza, cercherà una via di fuga, un modo per nascondersi a sé stessi o una sorta di redenzione. Ovviamente senza riuscirci (solo la donna di servizio raggiungerà la santità, per gli altri, troppo altolocati, non ci sarà possibilità di salvezza).

I film a tesi non mi hanno mai entusiasmato e il 1968 in queste cose non aiuta. Un intero film sull'ipocrisia, la perdizione e l'impossibilità di salvezza della borghesia mi sembra veramente troppo (e nello specifico, anche invecchiato maluccio)... tuttavia Pasolini non si limita a essere impegnato, ma è anche un artista elegante e intelligente. Se il film nel contenuto è più enfatico (e urlato da un pulpito) che altro, a livello strutturale è ottimo; poco parlato, ma molto fluido, riesce a fare a meno dei dialoghi pur mantenendo un'espressività enorme (anzi, quando arrivano i soliloqui dei personaggi a metà film il mood crolla miseramente sotto la pesantezza di quegli intellettualismi inutili).
E se i film a tesi, per definizioni, pontificano dando ragione a sé stessi, Pasolini non fa eccezione, ma si concede un'attenzione all'allegoria che altri si sognano; la fine dei personaggi, al di là del significato, hanno qualcosa di affascinante, ma sopratutto la donna di servizio e il padre di famiglia hanno in sé qualcosa di epico, rispettivamente in positivo e in negativo.
Inoltre non si può far finta di non notare un'equilibrio nelle inquadrature che traspare da ogni fotogramma che venga estrapolato.

Pur senza citazioni dirette, questo film è il padre putativo della lunga serie di opere in cui un personaggio nuovo si inserisce e fa esplodere una famiglia (gli ultimi due che mi vengono in mente, tutti e due giapponesi, sono ad esempio "Visitor Q" o "Cold fish", quest'ultimo con un personaggio che lavora dall'esterno).

lunedì 14 agosto 2017

L'intendente Sanshô - Kenji Mizoguchi (1954)

(Sanshô dayû)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una famiglia di un governatore implicato in una rivolta (ma universalmente considerato buono e onesto) viene rapita da alcuni schiavisti, separata e venduta. I due figli, ancora bambini, saranno comprati dall'intendente Sansho, uomo severo e crudele che fa della rigidità dei mezzi uno scopo di vita. Il figlio maschio, divenuto adulto, fuggirà e gli verrà restituito il posto di suo padre, cercherà quindi di combattere attivamente Sansho per liberare la sorella e cercare insieme la madre scomparsa.

Diciamolo subito; una storia familiare, ma epica; un film drammatico, senza essere melodrammatico; sentimentale, senza essere stucchevole; è una parabola sul male che si accanisce contro i buoni
drammatico senza essere melodrammatico, sentimentale senza essere stucchevole, è una parabola sul male che sia accanisce contro i buoni.
Quello che gli manca è un certo grip; nessuna scena è inutile, ma talvolta salta fuori un certo rallentamento nel mantenere attivo l'interesse.

A livello estetico però è di una clama lussureggiante. Grande cura di ogni inquadratura sempre riempita e bilanciata, con un uso frequente della profondità di campo. La macchina da presa fredda, geometrica, ma estremamente funzionale, non percepibile, ma ricca di piccoli movimenti continui, ma minuti, calibratissimi.
A queste scene fa da opposto la sequenza del rapimento, estremamente dinamica, con la macchina da presa mobile (oppure fissa, ma con i soggetti in movimento davanti a lei), ma soprattutto un montaggio rapido.
Inoltre il film è ricco di dialoghi interni fra le scene, di rimandi e di opposizioni; su tutti, i migliori rimandi (e i più evidenti) sono quelli fra la madre vista nel presente a cui fa da contrappunto il padre nei flashback; così come la presenza della madre viene resa evidente solo dai suoni (la canzone della figlia dei contadini, i loro nomi gridati che diventano suoni della foresta).

venerdì 11 agosto 2017

San Michele aveva un gallo - Paolo Taviani, Vittorio Taviani (1972)

(Id.)

Visto in Dvx.

Seconda metà dell'800, un gruppo di anarchici ormai agli sgoccioli tentano l'ultima spedizione rivoluzionaria in un paesino. L'operazione finirà male, non in senso tragico, ma più sul versante del ridicolo. Il capo verrà condannato a dieci anni di detenzione (in realtà sarà una condanna a morte, commutata in ergastolo con un trasferimento a un altro carcere dopo 10 anni), uscendone troverà un mondo molto diverso da quello immaginato nella clausura della cella; nessuno si ricorda di lui, i suoi ideali sono stati raccolti da dei giovani che però li hanno modificati per adattarli alla nuova realtà e considerano il vecchio leader l'ultima vestigia di un passato anacronistico.

Un lento film dai risvolti politici evidenti, ma che non sono sicuro fossero l'intendimento principale dei suoi autori.
Diviso perfettamente in tre parti di circa 30 minuti l'una, mostra il tentativo fallito di rivoluzione, quindi la detenzione, infine il rapporti con il nuovo. Mostra quindi una parabola umana sul fallimento dell'ideologia (non di una nello specifico, ogni ideologia ha il difetto di essere autoreferenziale e, quindi, superata da altri), anzi, un fallimento umano, di un uomo patetico (la rivoluzione stroncata dalla mancata collaborazione dei paesani, la finta messa a morte, il ritorno tra gli scherzi dei compagni), divenuto tale dal tempo e dal progredire degli eventi.

La parte migliore (tecnicamente più interessante) è quella dentro al carcere. Con la totale unità di luogo e un solo personaggio viene tirato fuori il meglio a livello concettuale e registico. I lunghi monologhi, i dialoghi con se stesso, il percorso sulle strade del paese con i rumori naturali, ma con le inquadrature dei muri della cella; tutta la lunga sequenza dell'internamento è un virtuosismo che riesce a sostenere il momento più immobile del film rendendolo il più pregnante e il più dinamico.

Non un film imperdibile, ma un film ben costruito.

lunedì 7 agosto 2017

Kiss kiss bang bang - Shane Black (2005)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un ladro newyorkese viene scambiato per un aspirante attore e inviato a Los Angeles dove rimane invischiato in una doppia storia di cadaveri e persone scomparse, oltre al reincontro con una sua vecchia conoscente di cui è innamorato.

Sceneggiato e diretto (opera prima!) da un redivivo Shane Black dopo anni di silenzio è, di fatto, un ritorno alle origini (per tema e tono) in versione postmoderna. Siamo dalle parti della commedia pulp, del noir comico con la giusta dose di buddy movie. A essere totalmente sinceri è un film fuori tempo massimo, utilizza tecniche e tattiche di regia che risultano già usurate, tuttavia se un film funziona, funziona lo stesso, sarà riciclato, ma è sufficiente che il riciclo sia fatto con stile.

La storia è totalmente inverosimile con una trama che deraglia e sbava continuamente sotto il peso delle troppe fighetterie messe in campo; tuttavia il ritmo è ottimo e tutto scorre nella giusta direzione facendo funzionare alla perfezione il complicato meccanismo.
Il vero punto a sfavore è l'eccesso di wanna be Shane Black in qusta sceneggiatura di Shane Black, si fosse contenuto un minimo il film ne avrebbe giovato; ovviamente riesce comunque a costruire un paio di ottimi personaggi (piuttosto scontato il protagonista, di molto migliore la "spalla", più articolata e meno calcata).
La regia è, come si è detto, vecchia di una decina d'anni. Fotografia carica e patinata, colori fluo, protagonista che parla allo spettatore interrompendo il film e altri articoli anni '90. Ripeto, è il festival del già visto, ma in questo film quasi tutto sembra funzionare a dovere, giusto qualche interruzione in meno e sarebbe stato perfetto. Diciamo che Black ha voluto fare il suo film postmoderno (senza eccessi di macchina da presa che già è qualcosa).

Downey Jr è perfetto per la parte, ma viene lasciato libero di gigioneggiare quanto vuole, pure troppo, cogliendo perfettamente il personaggio e riuscendo comunque a non essere (sempre) fastidioso. Val Kilmer è la spalla, rimane sempre in secondo piano rispetto alla storia principale, ma si giova di una parte migliore e la sa usare a dovere uscendone come il migliore in campo.

venerdì 4 agosto 2017

Ghost in the shell 2. L'attacco dei cyborg - Mamoru Oshii (2004)

(Innocence)

Visto in Dvx.

A quasi 10 anni dal precedente, viene realizzato dallo stesso Oshii questo seguito (dal titolo italiano piuttosto fuorviante... sembra un episodio di "Star Wars").
Il film parte da dove terminava il precedente, con il sopravvissuto del primo episodio che, assieme al compagno umano dell'androide scomparso, viene incaricato di scoprire cosa c'è dietro un attacco coordinato da parte di alcune unità cyborg. L'indagine li porterà a doversi scontrare con mondi virtuali, alterazioni della realtà, ma soprattutto sfruttamento di vittime innocenti

So che, dalla descrizione che ho fatto, questo film sembra il fratello sfortunato del primo. Eppure questo seguito è contemporaneamente qualcosa di più e qualcosa di meno di "Ghost in the shell".

Le componenti migliorative sono essenzialmente contenute nella maggiore cura all'estetica (decisament epiù influenzata dalla fantascienza di quegli anni, quella figlia di "All is full of love" o della Apple) nel dettaglio direi ch....
Mantenuti gli stilemi minimi (un tratto noiresco) viene itnrodotto la CG (che usualmente non amo), utilizzata in maniera intelligenti e non troppo invasiva, riesce, nonostante i limiti dell'epoca, a essere efficace. Il tratto poi si è molto raffinato, è più adulto, più ricco di ombre, più realistico.
La fotografia è decisamente più curata, maggiore la tridimensionalità grazie al computer, un uso maggiore e più cinematografico della profondità di campo (si pensi al colloquio iniziale nel laboratorio).
La componente action è aumentata, il livello sempre buono, anche se non ci si deve aspettare che sia la parte preponderante.
Inoltre il tema assume un respiro più ampio pur mantenendo la medesima profondità. C'è un discorso maggiore sul rapporto fra realtà e finzione  (la lunga sequenza nella magione dell'haker è un topos di Oshii, fissato con l'alterazione dei piani della realtà)  e nel finale anche una considerazione molto calzante sul rapporto tra ciò che viene percepito come vivo e ciò che lo è (aumentando il discorso già efficace iniziato nel primo capitolo)

Le componenti peggiorative sono tutte legate all'enfasi...
I dialoghi sono sempre pregnanti, ma sembrano scritti da un parvenu, declamano più che suggerire e lo fanno con eccessiva retorica. Di fatto l'elemento centrale del primo capitolo diventa ipertrofico (e stupidamente ipertrofico) in questo, eccessivo, con troppe citazioni fighette.
Siamo chiari, non è un problema insormontabile, ma è l'elemento che fa scadere questo film dall'essere migliore dell'altro; direi quindi che i due si trovano alla pari.

lunedì 31 luglio 2017

Fantômas contre Fantômas - Louis Feuillade (1914)

(Id.)

Visto in Dvx.

La polizia è messa sotto processo dall'opinione pubblica per la sua disfatta nel perseguire Fantomas; Juve viene accusato d'essere lui il vero Fantomas, mentre l'originale approfitta del caos per continuare con i suoi crimini.

La serie di Fantomas non ebbe solo un grande successo di pubblico, ma fu considerato un capolavoro anche dagli artisti dell'epoca. Su tutti il movimento surrealista (su tutti ovviamente Magritte) ne rimase entusiasta per quel misto di verosimiglianza (le scene in esterni sono prese dal vero, spesso con "comparse" involontarie)  e follia rocambolesca, oltre che per la commistione di fantastico e utilitaristi di alcune scene (di cui la più famosa è la sparatoria tra i barili del secondo capitolo).
In questo nuovo capitolo si fa sfoggio di alcune idee ancora più interessanti a partire dal costume di Fantomas (che lo trasforma in una specie di fantasma oscuro), come anche del fantastico muro che sanguina (forse l'idea che preferisco di tutta la serie); quest'ultimo non è fondamentale ai fini della trama (in questo modo viene ritrovato un cadavere, ma poteva essere fatto in ogni altro modo), è inverosimile dal punto di vista tecnico, ma entusiasmante dal punto di vista cinematografico.
In questo nuovo capitolo inoltre viene esplicitato in maniera evidente il tema del doppio (toccato un pò in tuta la serie, come nel capitolo precedente in cui il protagonista faceva ricadere la responsabilità dei suoi crimini su un morto) con un Fantomas sdoppiato in due personaggi distinti, con i continui scambi di persona (come il commissario che si finge Fantomas nel finale) fino all'incontro dei due Fantomas alla festa in maschera.

venerdì 28 luglio 2017

Ghost in the shell - Mamoru Oshii (1995)

(Kôkaku Kidôtai)

Visto in Dvx.

In un futuro distopico dove tutti sono connessi e robot e umani sono convivono con una serie di vie intermedie, due detective androidi sono sulle tracce di un sabotatore estremamente intelligente che manipola le coscienze delle persone per utilizzarle per i suoi scopi. Quando finalmente scopriranno chi c'è dietro, uno dei due cercherà di sconfiggerlo/entrare in contatto nella realtà virtuale.

Siamo davanti a uno dei vertici intellettuali della fantascienza giapponese; un hard boiled fantascientifico  che, per tema macroscopico oltre che per mood, fa subito pensare a "Blade runner", ma di fatto rappresenta uno delle svariate variazioni su un tema molto amato in Giappone.

ma andiamo con ordine; perché questo film è un insieme di eccellenze.
Il tratto, piuttosto canonico, è comunque molto elegante (e molto noir) e l'animazione di livello (e questo in realtà è il minimo che ci si possa spettare), non mi sento di definire ogni inquadratura un capolavoro (come leggo in giro nell'internet), ma certamente le scene sono accuratamente ragionate (ma dopotutto il film è in gestione a Oshii).
I dialoghi sono l'epicentro del film, densi, complessi, estremamente interessanti e mai scontati, rappresentano il piano dove si scontrano i personaggi e sono il motivo per cui quest'opera potrebbe ancora essere utilizzata come base per lo studio filosofico sull'intelligenza artificiale (il concetto di vita e di esistenza esposto in maniera impressionante, il limite fra essere umano e macchina nel momento in cui gli uni si scambiano pezzi di fisico o competenze, ma anche un breve accenno al concetto di memoria e di percezione che verrà poi esploso con "Matrix"). E tutto questo viene fatto senz amai annoiare, magari confondendo parecchio (siamo comunque in un noir e i noir sono complicati), ma annoiare mai.
Il finale che, bisogna ammetterlo, è filosoficamente limitato (e la cosa si nota visti i discorsi tirati in ballo per tutta la durata del film), ma di sicuro effetto, che riesce a essere conclusivo e amaro, tanto quanto aperto e sincretico.
Un ritmo rilassato (che, ripeto, non annoia mai), che si dilunga in sequenze non fondamentali per lo sviluppo della trama, ma che caratterizzano l'ambiente; il tutto senza mai andare a scapito del mood da thriller o delle (poche) sequenze d'azione.
Un'opera di sicuro interesse, di base per molto del cinema distopico venuto dopo e che rimane ancora impressionante. Da vedere.


lunedì 24 luglio 2017

Cane mangia cane - Paul Schrader (2016)

(Dog eat dog)

Visto al cinema.

Tre ex detenuti, diventati amici, si trovano a fare piccoli lavoretti per un boss per poter arrotondare. L'occasione di una vita arriverà quando dovranno rapire il figlio di un rivale, ma tutto quello che potrà andare male ci andrà.

Una storia classicissima con personaggi ben strutturati che avrebbe potuto essere un ottimo e durissimo film di genere, ma Schrader aveva altri piani.
Ormai di rado questo sceneggiatore e regista (e non il contrario) si mette dietro la macchina da presa per un suo plot; ma sempre, in tutti i film diretti da lui, le sue ossessioni sono le vere protagoniste della vicenda. In questo caso è proprio l'ossessione a essere protagonista in un film dove i personaggi sono secondari alle loro stesse paure, calati in un mondo che sembra divertirsi a renderle reali ad una ad una.
Esemplare in questo senso la scena d'apertura, dove uno psicotico drogato è immerso in una casa che sembra uscire dal suo trip più che dal cattivo gusto della proprietaria e dove la televisione sottolinea l'ossessività dell'ambiente che lo circonda. Scena d'apertura tecnicamente eccessiva ed esemplare che rimane la cosa migliore del film.
In una sceneggiatura del genere non stupisce quindi vedere i tre protagonisti svanire dietro la vicenda, ma spiace veder sprecare degli attori decisamente ben scelti (Dafoe è semplicemente perfetto, Cage e Cook hanno il fisico e la faccia giuste per i personaggi); anzi, è strano vedere attori di rilievo che sembrano tutti comprimari di nessun protagonista.
Perchè il problema è tutto nello sviluppo della storia; non sembra essere sicura di dove vuole andare a parare, è confusa e si muove per scene madri splendidamente realizzate (Schrader si conferma regista magnifico con una messa in scena inventiva che gioca al meglio nell'uso delle luce e nella messa a fuoco), ma assolutamente disgiunte le une dalle altre.
Il risultato finale è terribile, noioso e insensato; uno spreco di tecnica e recitazione.

venerdì 21 luglio 2017

L'altro volto della speranza - Aki Kaurismaki (2017)

(Toivon tuolla puolen )

Visto al cinema.

Un profugo siriano arriva, fortunosamente, in Finlandia, dove decide di autodenunciarsi per poter chiedere asilo e recuperare la sorella persa da qualche parte nella mittel Europa. Al rifiuto dello status di rifugiato (perché il rischio di morte ad Aleppo non è così alto) tenta la fuga e trova rifugio in un ristorante appena aperto da un ex venditore di camicie. Le loro storie si uniranno.

Sono anni che non vedo un film di Kaurismaki e gli ultimi visti sono di oltre 20 anni. Di fatto, da allora poco è cambiato. La fotografia è migliorata e la regia sembra leggermente più dinamica; i silenzi forzati (tutto l'incipit è senza dialoghi) sembra più una presa di posizione che non un gesto di stile, come sembra una presa di posizione la musica dal vivo e le sigarette costantemente fumate da tutti. Kaurismaki quindi si conferma un regista che fa quello che vuole, per quanto sciocco o superficiale possa apparire.
I temi e i toni però non sono cambiati affatto. Un'umanità dolente che si muove con incredibile leggerezza su tutto; uno stato (una società forse) ottusa e negativa le cui singole parti sono personaggi sempre di grande empatia e bontà. Uno stile asciutto, anche troppo e una semplicità di messa in scena che fa il paio con quella della storia; questo è un film dove per cambiare da locale finlandese a sushi bar basta volerlo e una comitiva di giapponesi si fermerà davanti al locale, dove una scazzottata (risolta da un pugno dato e uno ricevuto) è il miglior modo per entrare in contatto; un film semplice e schietto che ama perdere tempo con i silenzi, ma non con le azioni che sono sempre immediate.
Insomma, se piace Kaurismaki qui ci troviamo davanti al classico; tuttavia c'è un problema in più; se la seconda parte si slava con un guizzo della storica ironia impassibile del regista finlandese (anche se piuttosto sottotono), la prima parte, completamente seria ammazza il flusso di immagine regalando autentici momenti di noia... Noia che mai prima d'ora avevo provato davanti a un film di Kaurismaki.

lunedì 17 luglio 2017

Angst - Gerald Kargl (1983)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Uno psicotico esce di carcere dopo aver scontato una lnga pena per omicidio (tecnicamente ne ha compiuti due), i suoi pensieri ci rendono noto che non è soddisfatto dei due omicidi compiuti e che lui uccide per il piacere di farlo. Appena fuori infatti cerca subito delle vittime; il film segue il suo lungo lavoro fatto di ricerca effrazione e omicidio multiplo.

Il film è un'opera prima piuttosto grezza, tutta fatta con voce fuori campo del protagonista (piuttosto didascalica nelle frasi) che spiega la sua logica e i suoi sentimenti. Il regista fa tutto quello che un regista farebbe alla sua opera prima, macchina da presa molto mobile, frequenti inquadrature dall'alto o dal basso, ampio uso dei primissimi piani e dettagli, panoramiche circolari (spesso con la macchina da presa unita alla personaggio inquadrato affinché si muova di concerto) e una profusione di dolly; attori che guardano in camera con fare d'attesa, scarsa recitazione, assenza di dialoghi.
Non un film sperimentale, ma un film volutamente scarno nella storia, abbastanza pesante nell'argomento trattato per poter lasciare il segno e una regia in primo piano. Beh direi che l'idea funziona, perché è davvero una festa per gli occhi; almeno per tutta la prima parte il lavoro d'autore eccessivo è sempre ben condotto e gioca adeguatamente con la suspense e il montaggio (perfetta la scena del protagonista al bar che mangia un wurstel; il dettaglio di lui che mangia, il dettaglio della bocca della ragazza e le parole fuori campo del protagonista che racconta di avere una voglia folle di uccidere sono perfettamente coordinate con il montaggio).
Il difetto del film è il voler fare una cronaca minuto per minuto della vicenda. Avendo scelto il distacco come tono, l'apatia come mood, il ritmo dovrebbe essere mantenuto dalla macchina da presa di concerto con una storia che riduca i tempi morti; purtroppo, per quanto bravo alla regia Kargl non riesce a rendere interessanti tutti i momenti del trasporto dei cadaveri e fa incartare il film in una serie di sbadigli.
In ogni caso una splendida opera prima che, purtroppo, rimane anche unica.

venerdì 14 luglio 2017

Tavolo 19 - Jeffrey Blitz (2017)

(Table 19)

Visto in aereo.

Una ragazza partecipa al matrimonio della sua migliore amica nonostante sia appena stata lasciata dal fratello di lei (e testimone). Partecipa, ma viene spostata al tavolo 19, quello delle persone invitate per forza, ma che sarebbe stato meglio non fossero arrivate.

Commediola romantica esile ed esangue che porta avanti uno stanco compitino assolutamente senza nessuna fantasia o voglia di fare qualcosa di nuovo (c'è un momento in cui c'è la reale speranza che si concluda in maniera non canonica... ma dopo pochi minuti di non suspense anche l'ultima possibilità cade sotto i colpi della banalità). Tutto si muove tra i sentieri del già visto e della routine commerciale.
La banalità però non è il suo unico difetto; si può essere banali, ma brillanti, banali, ma divertenti, banali nel plot, ma originali nei personaggi; in questo film fatto tutto di personaggi spalla e dialoghi si riesce a fallire anche in questi due campi da gioco.
I vari caratterini che fanno parte del tavolo 19 dovrebbero essere una rappresentazione empatica e condivisibile di alcuni emarginati non per colpa loro; dovrebbero essere tutti portatori di un segreto; dovrebbero essere due su cinque spalle comiche, una drammatica e gli ultimi due (una coppia) la seconda linea romantica. Purtroppo nessuno di loro è costruito con un minimo di decenza, solo la vecchia bambinaia ha un accenno iniziale di psicologia, ma viene presto perduto in favore di un drammetto spicciolo e alcune parole sagge dette in mezzo al bosco. Gli sceneggiatori non si preoccupano di dare spessore ai personaggi o di costruire archi narrativi completi; si limitano a fargli dire le cose che dovrebbero caratterizzarli e fargli fare delle azioni nel finale che dovrebbero spiegare l'intero arco intermedio; un lavoro fallimentare e fastidioso che non è solo inutile, ma denota una pigrizia incredibile.
Infine i dialoghi. Questo è un film tutto chiacchierato, dove poco o nulla è lasciato alle immagini (più nulla che poco) e allora almeno sui dialoghi dovrebbe essere data maggiore attenzioni; ma questa parte se ne esce zoppa, senza forza, banale e risibile; un lavora che chiunque, con un'esperienza di 10 minuti di "Dawson's Creek" avrebbe potuto replicare. Addirittura la dichiarazione finale risulta più impalpabile della seconda versione (che dovrebbe esserne la controparte buffa).

PS: ammetto di averlo voluto vedere per la presenza di diversi caratteristi che trovo simpatici e rispetto (ma vedo molto poco), come Lisa Kudrow, Craig Robinson e Stephen Merchant. Purtroppo, anche loro, non ne escono bene.

lunedì 10 luglio 2017

L'atlantide - Jacques Feyder (1921)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un soldato francese viene ritrovato in mezzo al deserto algerino; la storia che racconterà sarà quella di un amore folle per la regina di un regno perduto che si innamora/fa innamorare di sé gli uomini per poi lasciarli morire una volta stanca di loro.

Kolossal francese ideato per fare il doppio a "Cabiria"... ovviamente non ci arriva neanche vicino, il titanismo del film di Pastrone rimane lontano; ma lo sforzo per rendere grande questo film viene in parte ripagato.

Il  minutaggio è importante, con almeno 40 minuti di intro prima di entrare nel vivo della vicenda. La struttura narrativa è moderna, realizzata tramite un flashback preceduto da altri due salti indietro che si intersecano; il problema è che tutti questi movimenti di tempo non solo utili alla vicenda, vi attaccano storie parallele non fondamentali e rendono più pesante un film pachidermico.

Le scene sono costruite con intelligenza (si pensi alla sequenza dell'aggressione con il martello; molto ben realizzati e ancora credibile), le scenografie sono buone, con fantasie molto geometriche come imponeva l'estetica dell'epoca; ma quello che determina il vero colpo d'occhio vincente sono i paesaggi. L'inutile prima parte girata realmente nel deserto algerino supera in bellezza i complicati interni della reggia; se per costruzione e trama non può competere minimamente con "Cabiria" i suoi esterni potenti vincono senza sforzo.

venerdì 7 luglio 2017

I sospiri del mio cuore - Yoshifumi Kondô (1995)

(Mimi wo sumaseba)

Visto in Dvx.

Una ragazza insegue un uomo immaginario tramite il nome scritto nei cartellini dei libri presi in prestito in biblioteca. Intanto, seguendo un gatto, si ritrova in un negozia di antiquariato quasi magico. Nello stesso momento è impegnata a scrivere una versione giapponese di "Take me home, country roads". Tutte queste cose confluiranno nel farle scrivere un romanzo, il cui risultato, non sarà eccezionale. Solo alla fine di tutto il percorso ci sarà anche l'amore.

Un film quasi senza trama, dove le cose avvengono con caotica indipendenza le une dalle altre (come nella vita). Un po' romanzo di formazione e un po' storia d'amore adolescenziale. Di fatto una trama scontata senza particolari guizzi. Il punto di forza di tutta la vicenda narrata però si trova nel tono; nella levità e nella delicatezza nel trattare temi banali, ma impalpabili; sentimenti trattenuti ed emozioni fatte di niente. Il tutto con un tocco di realismo magico (il gatto) e un sentimento complessivamente positivo nonostante non tuto finisca per il meglio (la storia dell'incontro fra l'uomo giapponese e la donna europea).
In una parola un film per adolescenti che vengono trattati come esseri senzienti e non come dei cretini; un film dove la dichiarazione d'amore sarà goffa e stupida, come deve essere, ma assolutamente sincera (e prima di arrivarci ce ne vorrà davvero tanto).

Ovvio che sapendo chi c'è a scrivere si sente il tocco miyazakiano in una vicenda del genere (riesce pure a inserire qualche sequenza di volo!) e che la cosa rende il tutto più gustoso. Ma quello che si ha davanti è comunque un piccolo film gentile e godibile il cui nei principale è il minutaggio, forse eccessivo per la storia messa in scena.

PS: la versione giapponese della canzone di Denver si può sentire cantata integralmente nei titoli di coda.

lunedì 3 luglio 2017

Wishmaster. Il signore dei desideri - Robert Kurtzman (1997)

(Wishmaster)

Visto in Dvx.

Un Djinn (uno spirito d'origine persiana) viene risvegliato tramite un incidente con una statua antica. Il Djinn è di fatto la base da cui sono stati creati i geni delle fiabe, è dunque obbligato a realizzare i desideri delle persone, ma è essenzialmente malvagio, ma il suo potere può essere usato solo dopo che un uomo abbia espresso una richiesta; la realizzazione dei desideri pertanto non sarà mai come se l'aspetterebbero i richiedenti. Dopo aver esaudito tre desideri del suo padrone di turno potrà aprire la porta verso la dimensione dei Djinn e proliferare sulla terra. Una giovane diverrà la padrona del Djinn e sarà costretta a capire contro chi sta combattendo per poter cercare di contrastarlo.

Film horror anni '80 fatto e finito (nonostante sia stato realizzato nel 1997) prodotto da un intelligente Craven che deve aver ceduto all'idea di base, che rimane la più originale dai tempi di "Nightmare" (oltre che il vero valore aggiunto di un film altrimenti mediocre).
Gli effetti speciali (tra maschere e effetti materici misti al CG) sono tutti fra il cheap e l'accettabile, senza mai picchi di entusiasmo. Ottima fattura invece la maschera del mostro (ma d'altra parte Kurtzman nasce come creatore di effetti speciali e trucchi), che però viene svilita da un'estetica banalissima (possibile che tutti i mostri americani siano uguali?).
Al di là dei limiti tecnici il films frutta pesantemente l'idea di base (e fa benissimo) mostrando come la creatura esaudisce i desideri dei malcapitati; tuttavia si dilunga in citazioni di altre pellicole e in didascalismi disarmanti, fino ad arrivare a uno showdown finale che rasenta il ridicolo.
Credo che un film del genere meriterebbe un remake coi soldi.

venerdì 30 giugno 2017

I maestri del tempo - René Laloux (1982)

(Les maîtres du temps)

Visto in Dvx.

A causa di un incidente un bambino si ritrova da solo su un pianeta selvaggio (ah ah ah); in contatto radio con una astronave che cerca di raggiungerlo prima che succeda l'irreparabile.

Nove anni dopo la sua opera prima, Laloux torna con un lungometraggio d'animazione e torna alla fantascienza. Per tutto il resto i due film hanno poco o nulla in comune.
Se "Il pianeta selvaggio" era una distopia seria e drammatica (oltre che molto intelligenti), questo è un racconto d'avventura (con twist plot finale) con una vena più da commedia e alcuni personaggi apertamente buffi. La struttura del film è decisamente più canonica e il colpo di scena non da spessore a una sceneggiatura meno intelligenti della precedente (ma forse non è neanche una questione di intelligenza, quanto di idea di base, fulminante nell'altro film, normale in questo).

L'altra grande differenza è nel disegno. Nel precedente il tratto particolare di Topor (tratto che inizialmente può essere respingente), dava un valore aggiunto, o comunque un marchio di riconoscimento, mentre il disegno di Moebius (l'autore di questo film) è decisamente più semplicistico, più scontato (e io ho un'idiosincrasia per il suo stile).
In entrambi i film il livello dell'animazione è basso, qualitativamente non raggiungono mai dei movimenti accettabili.

Il vero valore positivo di questo film è tutto relegato al contorno. I paesaggi, le piante e gli animali, sono disegnati con maggior cura e particolarità e rendono giustizia al concetto di pianeta sconosciuto. Il colpo d'occhio (la creazione di immagini che siano belle di per sé) riesce magnificamente nella sequenza degli angeli senza volto, mentre la palma per i personaggi ben caratterizzati va data ai due "gnomi" telepatici (spalle comiche e grilli parlanti).

lunedì 26 giugno 2017

Le mort qui tue - Louis Feuillade (1913)

(Id.)

Visto in DVD.

Un pittore viene accusato della morte di una baronessa (nella casa della quale viene trovato incosciente) e arrestato; in prigione verrà ucciso da una delle guardie in combutta con Fantomas; si può immaginare quale sorpresa quando saranno trovate le impronte digitali del morto sulla scena di un altro delitto. Intanto il giornalista Fandorin, apparentemente l'unico sopravvissuto dell'incendio compiuto da Fantomas nel film precedente ricomincia a indagare.

Terzo capitolo della saga di Fantomas.
Se le caratteristiche di regia sono omrai consolidate, in questo film si fanno notare alcuni dettagli nuovi. Su tutti la scena del ritrovamento della baronessa e del pittore; una sequenza realizzata con un movimento di macchina da presa orizzontale seguito da uno stacco che mostra la stessa scena da un'inquadratura leggermente spostata in maniera estremamente funzionale (per poter mettere fuori dall'immagine la porta sulla destra e includere invece una porta sul fondo a sinistra).

Inoltre è encomiabile fin dal primo film la pulizia della fotografia; nitidissima nonostante la qualità della pellicola che doveva essere utilizzata, con contrasti ottimi e una cura dei dettagli incredibile.

Cura dei dettagli che si vede anche nella realizzazione dei set, ma soprattutto nelle differenze fra set. Al di là delle inquadrature in esterni naturalistici delle puntate precedenti (semplici, ma reali), la maggior parte degli interni sono case (o palazzi) borghesi, carichi di dettagli e opulenza, a questa fa da contrappunto la costruzione di interni comuni (le celle, i corridoi o gli ingressi di appartamenti comuni o condomini) o di esterni selezionati (il canale di scolo) costruiti in maniera geometrica, molto semplice e lineare; una sorta di contrappunto fra le vittime di Fantomas e tutto il resto del mondo realizzato anche visivamente.

venerdì 23 giugno 2017

Rinne - Takashi Shimizu (2005)

(Id. AKA Reincarnation)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

In Giappone piacciono i J-horror, quindi si decide di realizzare un film su una strage (con suicidio finale dell'assassino) avvenuta in un albergo; per la parte di una delle figlie dell'assassino viene scelta un'attrice che però ben presto viene colta da ogni sorta di visioni sempre inerenti a ciò che sarebbe avvenuto nel passato...

La base del cinema horror americano classico è costituita da: gente che dalla città si sposta in una zona isolata e lì viene massacrata da un serial killer/una famiglia di redneck. Una soluzione di minima che rende un servigio enorme agli sceneggiatori; possono lavorare al minimo sindacale senza rischio di mandare tutto in vacca, le motivazioni non sono necessarie, i preamboli anche meno, le spiegazioni finali pure, il twist plot finale è tutto nel sapere se il protagonista principale morirà o no; non serve altro.
Per quanto riguarda i film di fantasmi giapponesi (ma tutti i film di fantasmi in generale così come quelli in cui rientra satana) il lavoro è più complesso. CI vogliono motivazioni, spiegazioni, dettagli; la trama deve lasciare spazio a momenti di ricerca e studio, a situazioni in cui si pensa di trovare una soluzione, e poi lasciare spazio pure a un eventuale twist plot (come in questo caso), nel mezzo però bisogna pure mettere momenti de paura. Un lavoro improbo, che però ai giapponesi tocca fare fin troppo spesso visto che i fantasmi sono il loro equivalente del serial killer redneck.

Questo film vive le stesse dinamiche dei film j-horror con però almeno due storie indipendenti che si intersecano, molti momenti "onirici" che dovrebbero avvicinare alla soluzione finale e anche il twist plot. Chiaro che in una situazione del genere la possibilità di perdersi è facilissima... e qui infatti, Shimizu si perde.
Se in "Ju-on" riusciva a mantenere insieme tutti i pezzi con alcune brillanti idee nel riutilizzo di alcuni elementi base dell'horror orientale (i capelli); se in "The grudge" riusciva ad adeguarsi agli stilemi più occidentali creando un j-horror a tutti gli effetti, ma più coeso, qui sembra invece che non sappia come gestire la cosa.
Mettere in piedi un racconto inutilmente sdoppiato in due storie con inserti di una terza storia del passato che viene mostrata a bocconi mangiando spazio dedicato ai momenti realmente perturbanti che ne vengono anche sviliti.
Inutile quindi lo sfoggio di capacità tecniche o la gustose scene di film nel film (che sono e rimangono la cosa migliore di quest'opera).

lunedì 19 giugno 2017

La battaglia di Algeri - Gillo Pontecorvo (1966)

(Id.)

Visto in Dvx.

Guerra d'Algeria, fine anni '50, un gruppo di rivoltosi combatte una guerriglia dentro Algeri, cercando di coinvolgere i cittadini. La Francia, per resistere, invierà l'esercito a cercare i partigiani ed eliminarli.

Film estremamente politico di Pontecorvo che lo realizza a poca distanza dagli eventi narrati. Lo stile è volutamente documentaristico, con un'attenzione per i personaggi principali che è secondario solo all'evento storico visto con gli occhi di un ricercatore. Per quanto possibile il film cerca di non dare giudizi morali (il generale francese riesce a essere tratteggiato senza partigianeria e ne viene fuori la figura di un uomo pragmatico, cavalleresco, ma che combatte per il lato sbagliato della barricata), anche se le motivazioni dei protagonisti rendono inevitabilmente sfavorevole l'obiettivo francese.

Fotografia nitidissima che esalta una costruzione del film sul modello neorealista (senza esser e vero neorealismo) rendendo ulteriormente il senso di un'opera vicina al reportage, ma con emotività.
Indovinato anche il tono (anzi i toni); inizialmente un film di guerriglia vero e proprio che deraglia verso un poliziesco standard con l'arrivo dei paracadutisti.
Quello che però rimane è un enorme monumento di scrittura, con una galleria di personaggi incredibilmente ampia che riescono comunque ad avere una psicologia mediamente accennata, ma che si percepisce come completa e verosimile.
Ah, dettaglio non secondario, il film appassiona abbastanza e con l'entrata in scena del colonello il passo cambia attraendo anche chi si stanca facilmente delle lezioni di storia.

venerdì 16 giugno 2017

Schiavo d''amore - John Cromwell (1934)

(Of human bondage)

Visto in Dvx.

Studente di medicina dal piede equino si innamora di una cameriera; l'angelica creatura si trasforma rapidamente in una stronza profittatrice che usa i soldi e il buon cuore di lui come riparo dopo ogni disavventura sentimentale (o economica) avuta con altri.

Una vicenda interessante, una storia ben costruita su una magnifica stronza, un personaggio splendido, affossato dal protagonista scialbo (decisamente non buono, ma cretino) e da una trama troppo diluita.
Il cast è comunque di livello, anche se il povero Howard è stritolato in una parte piuttosto esangue.

Dal punto di vista tecnico il film è, giustamente, famoso per la ricchezza di primi piani e mezzi busti frontali, spesso con gli attori che guardano in macchina da presa (indimenticabile il campo/contro campo nel dialogo fra Howard e la Davis nel loro primo incontro al ristorante con le coppe di champagne). Ottimi anche i molti carrelli che anticipano gli attori mentre camminano o che li inseguono; c'è anche un'interessante panoramica circolare dentro una stanza che ne mostra il soffitto (costringendo, immagino, la produzione a ricostruire la stanza per intero come verrà fatto quasi un decennio dopo per "Quarto potere").

Certamente il problema del plot troppo confuso e mal sviluppato affossa un film altrimenti magnifico, ma almeno la prima parte e il finale si fanno ricordare positivamente.

Successo di pubblico fondamentale per la Davis, fino a quel momento non molto considerata in quanto non abbastanza bella; dato il rifiuto di altre attrici più quotate (nessuna voleva una parte così negativa) venne selezionata dando vita al suo primo personaggio di donna terribile che tornerà a partire dagli anni '40.

domenica 11 giugno 2017

Corvo Rosso non avrai il mio scalpo - Sydney Pollack (1972)

(Jeremiah Johnson)

Visto in Dvx.

Un ex militare si rifugia nel west inesplorato degli USA per ricostruirsi una vita in un ambiente selvaggio, ma indipendente. Dopo un laborioso apprendistato e la costruzione di una famiglia involontaria (una moglie "regalata" da un capo indiano e un figlio "adottato" dopo averlo trovato in casa con il cadavere del padre e in mano a una madre pazza) sembrerà aver trovato un suo posto nel mondo. La distruzione di tutto quello che si era costruito per mano di un gruppo di indiani lo scatenerà in una follia di vendetta estrema.

Tratto da una leggenda locale (in teoria una storia vera, ma data la distanza temporale e i contorni mitici direi che ormai è più nella leggenda che nei libri di storia) questo è un western che definire atipico è un eufemismo.
Sceneggiato da un Milius muscolare, ma stemperato da (ampi) stralci del plot originale e addolcito dalla regia serafica di Pollack, il risultato finale poteva essere facilmente un'oscenità; invece miracolosamente il film funziona.
La prima metà è un ironico road movie ambientato nel west; la seconda diventa un dramma di vendetta, poco sanguinario, ma molto emotivo. Entrambe le parti sono ampiamente descritte con totali o campi lunghi, con costruzioni sceniche pittoriche (inficiate solo dalla scarsa qualità della pellicola utilizzata in quegli anni).

Ma dove la manona pesante di Milius si riesce ancora a vedere (nonostante le ampie modifiche del testo originale) è dove il film rende di più. I rapporti nel west più selvaggio sono onesti e di virile affetto. La dignità viene equamente divisa fra tutti i conterranei, fra i nativi americani (attenzione però, non c'è una ragione attribuita a loro aprioristicamente e neppure una lacrimevole pietà) che vengono mostrati come popoli guerrieri con regole ed etica; fra gli esploratori solitari, che sono uomini veri che cercano una vita più autentica abbandonando la città; ma anche fra l'esercito degli
USA (la cavalleria che va ad aiutare la carovana bloccata e che per farlo deve passare in un cimitero indiano), un mondo ancora puro, non fatto di ordini, ma di doveri morali e rispetto.

Un film che riesce a essere divertente e profondamente etico, con un finale poetico e dalle pretese enormi che vengono immancabilmente centrate.