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lunedì 3 giugno 2019

Estasi di un delitto - Luis Buñuel (1955)

(Ensayo de un crimen)

Visto in Dvx.

Un ricco messicano sui 40 anni, dai modi affabili e dal prestigio sociale immacolato, ha un'oscuro segreto; desidera ardentemente uccidere tutte le donne con cui entra in contatto; un desiderio ispirato da un carillion che torna dal suo passato.

Quello che sulla carta sembra un torbido thriller, nelle mani dell'ironico Buñuel diventa una divertita avventura parasessuale di un uomo probo. Smettendo per un attimo di mettere alla berlina la borghesia (per carità, l'intero film è ambientato nell'irreprensibile mondo della buona società messicana con più di uno scheletro nell'armadio, ma per una volta non è questa la spina dorsale del film) si prende la briga di mettere in piedi un divertissement freudiano, interpretabile come una metafora dell'impotenza sessuale, con la sensualità abbigliata bene, ma sempre presente.
Per una volta ben recitato (il periodo messicano di Buñuel non brilla per le interpretazioni dei vari cast), fotografato in maniera adeguata, ma soprattutto ben diretto, con un certo guizzo in più rispetto al solito, almeno sui movimenti di macchina da presa.

lunedì 25 giugno 2018

La tela del ragno - Vincente Minnelli (1955)

(The cobweb)

Visto in Dvx, in lingua originale

In una clinica psichiatrica il nuovo, giovane, direttore, deve lottare con una assistente innamorata dei tempi passati, un ex direttore alcolista, pazienti richiestivi, una educatrice sexy e una moglie (un pò vacua) che non ci sta più ad essere messa da parte. Il delicato equilibrio esploderà a causa dell'acquisto delle nuove tende e tutti i personaggi si ritroveranno a dover fare i conti con sé stessi.

Film di Minnelli con la solita fotografia ipercolorata anni '50 che vince per direttissima le scelte di casting con una gruppo di vecchie glorie splendide e "nuove leve" ancora luccicanti (quanto fa piacere vedere Widmark nella parte di un personaggio che non sia in qualche modo legato alla polizia?!).
Il film presenta una storia originalissima in una veste edulcorata e tranquillizzante dove la malattia mentale è pulita e pettinata, il personale medico sempre disponibile e interessato le istituzioni finanziatrici tutto sommato non così arcigne. Ma questa è solo la facciata; quello che ci sta dietro è una delle più delicate osservazioni sull'imperfezione dell'uomo di quegli anni. Questo film è l'equivalente drammatico delle commedie degli equivoci, qui a fare da base di tutto è un complicato intrico di rapporti umani che cambiano in base alle persone in gioco. In questo film tutti i coprotagonisti sono, in primo luogo, vittime di sé stessi, delle proprie debolezze, che li portano (ognuno per conto proprio, ognuno all'oscuro dagli altri) a sbagliare, a commettere azioni negative, a cadere. La cosa ancora più affascinante è che tutta la vicenda viene scatenata dal cambio delle tende...

Il film, nonostante le buone intenzioni, perde molto nella enfasi eccessiva, nel sentimentalismo dell'epoca che affossano ritmi e interessi.

lunedì 17 aprile 2017

Lo scapolo - Antonio Pietrangeli (1955)

(Id.)

Visto in Dvx.

La vita di uno scapolo di trentanni, allergico ai rapporti stabili, da cui si defili appena si sente l'imminenza di un'idea di matrimonio. Vive la sua condizione con una felicità che presto si dimostra di facciata.

Un film fantastico che, ammantato da un'aura di commedia (sostenuta molto dalla presenza di Sordi all'epoca al picco della fama, ma sceneggiata anche dallo stesso Pietrangeli), mostra una realtà amara. A conti fatti non è un commedia, al massimo un simpatico film sulla solitudine; una solitudine che assomiglia a quella del successivo "Io la conoscevo bene"; una solitudine che qui è fortemente voluta, almeno all'inizio, pretesa e poi sofferta, ma ormai l'abitudine all'isolamento rende difficili i rapporti personali duraturi.
Ma questo è anche un film magnificamente anticonformista; nell'Italia cattolica anni '50 un film su uno scapolo fiero di esserlo che combatte contro una società che lo vorrebbe obbligare al matrimonio è di per se sovversiva, ma Pietrangeli non ama gli eroi (figuriamoci Scola; anche lui cosceneggiatore), e il suo protagonista non combatte con fierezza e per nobili ideali, è un omiciattolo infantile che combatte per il diritto a un edonismo che diviene zavorra nel momento in cui il tempo gli toglie il manto di splendore della gioventù.

Sordi è centrale e mattatore, spesso in scena da solo, spesso pure in eccesso. Protagonista di lunghi monologhi, molti borbottii privati e diversi pensieri esposti. Questo film è totalmente su Sordi, che non solo non smette di interpretare il suo italiano medio, ma stavolta lo azzecca in toto; pochi momenti realmente buffi, i suoi tic e i suoi istrionismo da caratterista sono tenuti a bada e riesce splendidamente in una parte che di buffo ha poco e di malinconico molto.

Alla regia Pietrangeli ci mette soggettive e un bel piano sequenza iniziale, ma principalmente lavora di attori con una regia parca e precisa e la costruzione di diverse sequenze densissime di significato pur nella loro essenzialità. Su tutte si fanno ricordare la cena solitaria (e il triste dopo cena) a parlare con un altro scapolo di mezza età o il ritorno a casa, dopo una serata finita mala, con il tentativo di ammazzare il tempo lungo la strada.

mercoledì 25 marzo 2015

Il re dei mostri - Motoyoshi Oda (1955)

(Gojira no gyakushū)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Godzilla viene individuato su un'isola al largo di Osaka, ma oltre a lui c'è pure un Anchilosauro che chiamano Angilas. Li tengono d'occhio e sembrano riuscire a sviarli dalla città, ma in ultimo le cose vanno male e i due di mettono a combattere in centro. Dopo un pò di distruzione Godzilla batte Angilas e se ne torna sull'isola dove viene imprigionato in una valanga di ghiaccio.

Darto il grande successo del primo capitolo, i giappo, fecero subito il seguito. Tecnicamente si impegnarono parecchio nel migliorare il comparto visivo (hanno messo occhi mobili al mostro e per il finale hanno aperto il freezer per usare vero ghiaccio). Quello che è evidente è che l'operazione si è notevolmente modificata; da un'apologo moraleggiante in salsa horror apocalittica ci si sposta all'operazione alimentare per un film d'avventura e distruzione standard.
La storia è decisamente più esile, non c'è vero e proprio scontro fra il mostro e gli umani fino al finale; viene introdotta l'idea della lotta fra Godzilla e un kaiju random (viene di fatto inventato il kaiju), la maggior parte dle minutaggio è dedicata alla lotta fra i due e alla distruzione della città (decisamente meglio realizzata con un gran finale contro un castello medievale giapponese).
Viene introdotta una storia che oggi definiremmo bromance per dare più peso al film. Viene pure reclutato Shimura per fare da tramite nei due film della saga.

Non è brutto, anzi è pure meglio realizzato, ma più banale e frettoloso; inoltre appare evidente che quello che verrà dopo sarà lo sfruttamento del brand e appena si farà eccessivo tutto quello che ci si potrà godere qualche opera sfacciatamente camp.

venerdì 13 febbraio 2015

Secondo amore - Douglas Sirk (1955)

(All that heaven allows)

Visto in Dvx, in lingua originale.

Una donna, borghese e amaramente felice, che abita in un paese dai colori pastello con due figli giovani, ma già saccenti, si innamora dell'impassibile giardiniere. L'amore corrisposto la porterà ad accettare la proposta di matrimonio del giovane, ma le conseguenze sociali saranno enormi, la famiglia la lascerà sola e lei deciderà di mollare il giovine. Ma poi la malattia (l'equivalente in un melodramma della magia in un film Disney) li farà riavvicinare, lei se ne fregherà delle regole sociali e l'amor trionferà.

Questo è il mio primo film di Sirk; finora li ho evitati accuratamente; ma essendo un fan di Fassbinder volevo vedere questo prima del remake "La paura mangia l'anima".
Quello che posso dire è che... tutto sommato non mi è dispiaciuto. L'irritante borghesia americana anni '50, la trama ovvia fin dall'inizio con un finale telefonato, l'ambiente che è la base da cui Burton ha tirato fuori (in versione ironica) il paese di Edward mani di forbice, i grandi sentimenti esposti, ecc... Beh tutto questo non mi ha disturbato troppo.
Non è il mio genere, ma è un film che si lascia guardare senza problemi.
La regia senza guizzi di un Sirk assolutamente invisibile si tralascia volentieri, ma la fotografia dai colori pastello, gli abiti perfetti e puliti, le location enfatiche sono molto convincenti e si vede che tutta l'arte è stata riversata li, in una versione zuccherosa e a modino della realtà.
La Wyman è assolutamente in parte (anche se mi risulta più giovane di quanto dovrebbe), mentre Hudson è magnificamente mono espressione con una convinzione che farebbe tremare anche John Wayne.

PS: punto in più per u uso della neonata tv come simbolo della castrazione del sistema borghese (e siamo proprio agli albori); punto decisamente in meno per la figlia saputella e irritante.

lunedì 3 marzo 2014

Notte e nebbia - Alain Resnais (1955)

(Nuit et brouillard)

Visto qui, in lingua originale sottotitolato.

Un documentario sui campi di sterminio nazisti. Di fatto non dice nulla di nuovo, anzi è tutto già sentito e già visto, ma va notato l'anno di realizzazione. A dieci anni dalla fine della guerra questo è stato uno dei primi tentativi di parlare della shoa su larga scala.
Resnais, nasce come documentarista, e se il risultato di questo corto risulta un pò affettato credo sia un effetto voluto.
Una voce piatta parla enfaticamente dei fatti terribili accaduti nei campi, con parole elevati e tono costante; a questa fa da accompagnamento una musica sempre dolce. Resnais registra a colori alcune sequenze con macchina da presa in movimento dei campi di concentramento più comuni, quello che mostra è un'immagine statica di strutture anonime, in disuso da anni, immerse nel verde e nelle campagne. A tutto questo discorso pacificato fanno da contraltare le immagini originali, alcuni brevi filmati o semplici fotografie, tutto in bianco e nero; una sequenza di immagini che si fanno via via sempre più impressionanti, e quando si arriva alle (oggigiorno) note sequenze delle montagne di cadaveri scoperte dagli alleati l'impatto è notevolissimo.
Un documentario che non aggiunge nulla a quello che già si sa, ma che riesce ancora a colpire.

venerdì 13 aprile 2012

Cittadino dello spazio - Joseph M. Newman (1955)

(This island Earth)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese. Un miliardario dalla fronte carenata assume un pool di scienziati superintelligenti e li porta in un psoto idilliaco per creare l’energia nucleare definitiva… inutile dire che il miliardario dalla fronte carenata è in realtà un alieno dalla fronte carenata e multilingue.
Solito film di scifi anni ’50 che introduce in realtà gli alieni buoni (o che potenzialmente lo sono), tendenzialmente amichevoli (almeno fino ad un certo punto), decisamente non mostruosi (brutti si, ma antropomorfi).

Detto ciò il resto è classica naivitè dei fifties; su tutto vince il fatto che l’alieno, mentre il suo mondo sta per essere distrutto ha in mente solo di riportare i due umani sulla terra, fregandosene di salvare i suoi.

sabato 29 gennaio 2011

I diabolici - Henri-Georges Clouzot (1955)

(Les diaboliques)

Visto in DVD.


La moglie e l’amante di uno stesso uomo (tutti impiegati nello stesso collegio), la prima vessata dal marito, la secondo illusa troppe volte dal compagno, decidono di sbarazzarsene. Lo attirano fuori città con uno stratagemma, e tra mille dubbi, e mille inconveniente preparano ed eseguono l’omicidio, affogando il poveretto (beh mica tanto) nella vasca da bagno. Tutto sembra risolto, ma una volta tornati alla scuola cominciano a succedere fatti poco chiari, in primis la scomparsa del cadavere che volevano far ritrovare accidentalmente…

Perfetto thriller con venature horror di Clouzot, che gioca con tutto, con la suspence, con le aspettative del pubblico, con le regole dei generi, e anche con i suoi personaggi. Niente è come sembra, e l’entrata in scena di ogni pericolo si dimostra poi essere una salvezza, e viceversa, ovviamente.

Il ritmo è continuo, calmo, ma spietato nell’insinuare dubbi ed inquietudini di ogni sorta e nello spiazzare con continui colpi di scena; anche se si riesce a giungere alla conclusione esatta prima del termine del film, le ultime sequenze riescono comunque a trasmettere tensione.

Assolutamente un lavoro originale, trattato da manuale. Hitchcock non avrebbe saputo fare meglio, e forse (essendo più ironico e meno cinico) non avrebbe saputo fare altrettanto.

martedì 11 gennaio 2011

Corte marziale - Otto Preminger (1955)

(The Court-martial of Billy Mitchell)

Visto in VHS.

Finita la prima guerra mondiale un generale degli stati uniti si rende conto del grande potenziale bellico dei neonati aerei e cerca di dimostrarlo ai superiori che, a quanto pare, sembrano continuare a preferire la fanteria ritenendo i velivoli diversi dai dirigibili come dei giocattoli. Il visionario militare si scontrerà più volte per cercare di dimostrare l’utilità sulla nuova arma e ottenere più finanziamenti per un’aviazione che è priva di sistemi di sicurezza fino a scatenare verso di se una corte marziale affinché si parli del problema.
Legal movie di Preminger che in certi echi anticipa il tema di “Anatomia di un omicidio” (lo scontro fra avvocati che si risolve in un duello di furberie sempre al limite fra legalità ed emozioni personali più che sui fatti oggettivi) e per stile “Tempesta su Washington” (anche se la versione che ho visto ha ammazzato completamente l’ariosità del cinemascope), ma niente illusioni, fra quei film e questo ci sono notevoli distanze…
Il visionario generale (un altro personaggio da annoverare nella galleria delle ossessioni di Preminger), ben interpretato da Cooper, è eccessivamente preciso nelle sue previsioni (prevede l’attacco a Pearl Harbour da parte di aerei giapponesi con vent’anni d’anticipo) e troppo eroico e granitico nei modi per essere all’altezza dei suoi tortuosi posteri cinematografici.Il film è gradevole e si fa guardare con disinvoltura, in attesa che Preminger cresca, in capacità e cinismo.

venerdì 31 dicembre 2010

L'uomo dal braccio d'oro - Otto Preminger (1955)

(The man with the golden arm)

Visto in DVD.

L’uomo dal braccio d’oro è l’epopea di un tossicodipendente appena ripulitosi e con belle speranze che deve fare i conti con una moglie egoista e malvagia oltre l’immaginabile ed un ambiente che non gli permette il lusso di andarsene, ma anzi, lo trascina di nuovo verso l’inferno della droga. Tre gli appunti da fare, il film è realizzato con un approccio verista verso la situazione di un tossicodipendente, due la droga in questione non è marijuana, ma eroina, terzo il film è degli anni ’50.

Un film autentico, duro, che parla con una certa dose di onestà (e con una enorme dose di drammatizzazione) della dipendenza allo stesso modo di quanto fece anni prima “Giorni perduti”, eliminando però l'attenuante che l’alcool offre a livello sociale, di essere cioè una sostanza accettabile, purché non si esageri.

Il film è un dramma possente, che mette in mezzo ogni tema possibile compreso tra il film d’amore e il sogno americano; e viene condotto da dio, da un Preminger in stato di grazia, che muove la macchina da presa in maniera forsennata, con avvicinamenti ai personaggi fino al dettaglio degli occhi, o allontanamenti totali o scarti laterali, il tutto con un preciso motivo, mai nessun virtuosismo è fine a se stesso, donando decine di scene memorabili.

Poi ci si gode pure la presenza di una sempre bellissima Kim Novak (che credo sia stata presa seriamente in considerazione come attrice proprio grazie a questo film) e un Frank Sinatra assolutamente all’altezza e stranamente non irritante (questo a prova dell’enorme capacità di Preminger nel saper far recitare gli attori).

Come se non bastasse un encomio pure alla colonna sonoro, spiazzante, dolorosa e legata alle scene fino al minimo dettaglio.

Applausi a scena aperta.

PS: con questo film comincia a delinearsi l’idea dell’ossessione come filo conduttore delle opere di Preminger, e della lotta degli individui per liberarsene, o goderne completamente, come motore per lo sviluppo delle storie… beh, vedrò prossimamente.

sabato 9 ottobre 2010

Il bacio dell'assassino - Stanley Kubrick (1955)

(Killer's kiss)

Visto in DVD.

Primo film ufficiale di Kubrick (prima c'è solo il da lui vituperato "Paura e desiderio") dalla lunghezza stringata (un'oretta) ma che potrebbe durare anche meno. Ovviamente Kubrick parte col noir, improntando una storia d'amore e morte molto semplice, ma altrettanto efficace.
Le inquadrature sono ancora traballanti, ma le scene studiate geometricamente promettono quello che dopo verrà effettivamente realizzato dal regista (e con gli interessi).
Il meglio Kubrick lo da nei riempitivi; come nelle stupende scene di boxe (il protagonista è un pugile) realizzate tutte in maniera diversa dalla precedente, sempre originali, sempre interessanti, con inquadrature non convenzionali ed un ottimo uso delle ombre (caratteristica di tutto il film, ma in fondo siamo in un noir); scene che superano tranquillamente tutte quelle realizzate su un ring nella storia del cinema, persino (e mi duole dirlo) quelle di "Toro scatenato".
Da elogiare anche il finale nel magazzino dei manichini, con un poco più di coraggio sarebbe stato perfettamente surreale, invece si accontenta di essere esteticamente bello e ragionato.

sabato 2 ottobre 2010

Marty vita di un timido - Delbert Mann (1955)

(Marty)

Visto in DVD.

Commediola romantica anni '50 in cui un ingenuo Borgnine (che non è tanto timido, quanto appunto ingenuo, segnato dal passato e consapevole della sua bruttezza, e poi, beh, è terribilmente anni '50) si ritrova non sposato a 34 anni e con una vita che non pare potergli donare più nulla se non la possibilità che assieme a lui e sua madre venga a vivere con loro pure la sorella di sua madre. Ovviamente non sarà così, ovviamente conoscerà una ragazza.
Il film non spicca per originalità o idee particolari, e gli oscar e le palme mi paiono eccessivi, ma ha certamente tutta una serie di caratteristiche interessanti (oltre alla buona prova di Borgnine):
Innanzi tutto i due protagonisti non sono dei fighi assurdi, seppure la donna non sia brutta, non è neppure il falso cesso da film di Hollywood che se si scioglie i capelli e si toglie gli occhiali diventa Jassica Alba, apprezzo l'onestà, cosa che nei film sentimentali non c'è mai, questa diventa improvvisamente la prima storia plausibile sul genere.
Poi Borgnine si lascia condizionare dalle opinioni altrui; nelle storie d'amore succede sempre che due si inammorano, uno dei due fa una cazzata, si allontanano, solo per capire quanto bene si vgliano davvero; beh qui nessuno dei due fa nulla di male, solo che gli amici e la madre di Borgnine gli dicono che lei non è una buona ragazza, non è adatta a lui, ma soprattutto che è troppo brutta!
Infine la madre di Borgnine e la zia. Al loro primo incontro sono esattamente la fotocopia di mia nonna, cambia solo l'accento, parlano dei loro dolori cercando di superarsi a vicenda, e poi parlano dei morti. Ma anche nelle scene successive danno luogo a conversazioni gustosissime e non banali. La prima soprattutto (che è un pò il cuore del rapporto madre figlio) è una considerazione, alla fin fine facile, ma a livello cinematografico non banale, sul diventare vecchi e sull'allontanamento dei figli.
Decisamente un buon film di un'altra epoca, anche se piuttosto sopravvalutato.

venerdì 10 settembre 2010

Il lamento sul sentiero - Satyajit Ray (1955)

(Pather panchali)

Visto in VHS, in lingua originale sottotitolato (malamente).

La storia dell'infanzia di Apu, personaggio a cui verranno dedicati altri 2 film successivi dando vita alla trilogia di film più noti ed elogiati di Ray; il film è reso con un interesse particolare per le piccole cose ed i piccoli eventi, con un ordine degli avvenimenti cronologico ma slegati gli uni dagli altri, come fossero proprio i ricordi dello stesso Apu e con un gusto per il naturalismo ed il dramma piuttosto importante.
Per essere onesto il film, come storia, mi ha piuttosto annoiato, per carità, è certamente interessante da un punto di vista storico/antropologico sulle abitudini di vita di una fam...bla bla bla...
Ciò che però sorprende è che il primo film del regista, nonchè il primo film indiano di una certa importanza, sia fatto così maledettamente bene. Ogni inquadratura è ragionata, ogni primo piano o figura intera trasmettono una bellezza inspiegabile e poi Ray si permetti di giocare pure con le panoramiche a schiaffo.
Il film non mi ha entusiasmato, ma mi invoglia a guardare il resto della trilogia per vedere cosa farà Ray...

martedì 25 maggio 2010

Il bidone - Federico Fellini (1955)

(Id.)

Visto in Dvx.

Film di Fellini successivo a "La strada" a cui assomiglia molto, sospeso com'è fra la favola amara ed il realismo della storia.
La trama gira attorno a 3 truffatori che raggirano poveri e contadini di tutto quello che hanno senza andare tanto per il sottile coi sentimentalismi.
I tre arriveranno ad una crisi, beh, a crisi diverse, tutte in rapporto con il concetto di salvezza (il film, credo sia l'unico della carriera del regista a tirare in ballo la religione in maniera diretta), e tutti e tre risponderanno in maniera diversa; chi accasandosi con una vecchia ricca, chi rifugiandosi nella famiglia (di cui fa parte una Masina molto in secondo piano), chi...beh tantando a suo modo di rifugiarsi anch'esso nella famiglia, ma er farlo dovrà tornare a truffare e a compiere il male... ma ovviamente ormai la sensibilità è cambiata.
Film sulla salvezza dunque, che nella parte iniziale prende i toni leggeri della farsa (momento che più risulta riuscito) per poi scivolare nel dramma vero e proprio del finale. Salvezza cercata e solo talvolta trovata, forse da chi tenta d'ottenerla abbandonando proprio la strada che lo ha condotto a perdersi.
Un buon film che mostra l'impronta del regista soprattutto nella scena della festa di capodanno...ancora una volta.

mercoledì 5 maggio 2010

Rififi - Jules Dassin (1955)

(Du rififi chez les hommes)

Visto in Dvx.

Un noir realmente nero, fatale fin dalle prime scene, dove tutto è già scritto eppure si rimane comunque col fiato sospeso nel frenetico finale.
Un ladro viene scarcerato dopo 5 anni e subito viene reclutato in un nuovo colpo praticamente perfetto... ovviamente nulla andrà come deve andare, e tutti pagheranno.
un film magnificamente interpretato e splendidamente diretto; con scene di pace e amore famigliare all'inizio che preludono solo al disastro finale; con una macchina da presa che si muove per i corridoi, che finge una soggettiva, che inquadra più elementi, più dettagli con brevi piani sequenza su più piani di ripresa.
Su tutte vanno ricordate la scena della rapina completamente muta per tutta la durata e le scene finali.
In Italia ci sono state diverse censure, quelle in cui si parla apertamente di droga, quelle in cui si ammicca troppo al sesso e, credo, quelle in cui è evidente che uno dei ladri sia italiano.

venerdì 26 marzo 2010

Il mostro del pianeta perduto - Roger Corman (1955)

(Day the world ended)

Visto in VHS.

Uno dei primi film di Corman, che non può essere considerato il primo in assoluto solo per un tecnicismo, visto che in questo stesso anno ne ha fatti 5!!!
La trama è classica, dopo una guerra atomica son tutti morti...tranne i sopravvissuti. Giusto giusto 7 di questi si ritrovano nella casa del più figo del bigoncio, ma purtroppo i caratteri, gli egoismi, le ossessioni personali faranno saltare la baracca. Ah già, poi ci son questi "misteriosi" mostri che se ne vanno in giro a mangiare lepri contaminate e a spiare le donnine che fanno il bagno.
Il film ha tutta una serie di difetti: purtroppo è noioso, tutto si svolge in maniera troppo lenta; la sceneggiatura fa schifo, ma veramente tanto, roba che per mettere paura dicono la parola artigli d'acciaio 12 volte nello stesso dialogo, senza neppure averli visti; la sceneggiatura fa un po acua dal punto di vista del realismo, ma questo è un tecnicismo; gli attori recitano da cani, ma forse anche questo è un tecnicismo; il film si lascia sfuggire una serie di ottime idee, come le manie dei vari personaggi che si acuiscono con il passare del tempo (l'oro per il vecchio, la pelle che cambia per la spogliarellista, ecc...); e poi il mostro, ma ci fu una creatura più ridicola nel mondo cinematografico (trnne forse in un altro film di Corman) con un paio di braccini accessori sulle spalle, due corna in plastica sulla fronte, e un naso aquilino da impressionare Scalfaro...
Però ha anche dei meriti innegabili: è il primo film, che io abbia visto ad intodurre il concetto dello zombismo, senza mai chiamarlo in questo modo (un pò tutta la struttura narrativa è estremamente simile al successivo film di Romero); il film è avantissimo per l'epoca mostrando blandi tentativi di stupro e ridicole scene di spogliarello neanche accennato; il regista dimostra una fiducia nello spettatore che difficilmente si riesce a trovare in molti film mainstream e non, questo per quanto riguarda le origini del mostro, la cui spiegazione è lasciata solo ad un'immagine finale senza commenti, senza sottolineature, dopo un tempo necessario affinchè uno settatore sveglio (e non è il mio caso) lo riesca a capire da solo; e poi c'è uno dei più brutti mostri della storia del cinema, cosa che da sola vale una visione (ma questo è un concetto tutto mio), mostro doverosamente mostrato negli ultimi venti minuti circa.

mercoledì 3 marzo 2010

La morte corre sul fiume - Charles Laughton (1955)

(The night of the hunter)

Visto in DVD.

L'espressionismo tedesco in un noir anni '50! Che altro si potrebbe volere?
La storia è quella di un pastore (nel senso di prete protestante), maniaco religioso, che ha la curiosa abitudine di sposare giovani vedove per poi ucciderle e andarsene con i loro soldi. Il destino vuole che si scontrerà con un paio di bambini determinati a sopravvivere almeno quanto lui è determinato a farli fuori.
Mitchum veste i panni del granitico pastore, il volto inespressivo e gelido dell'attore si adatta alla perfezione al personaggio. La storia fascinosa e oscura attrae fin da subito...
Ma ciò che più colpisce è la regia. Quasi nessuna inquadratura è disposta su un solo piano di ripresa, ogni scena è realizzata in maniera esteticamente geniale, la luce è usata come vero e proprio veicolo di informazioni (scolpisce i volti, esplode fuori da una casa, delinea silhouette, crea gli ambienti, mostra o nasconde i personaggi, crea le ombre che popolano il film).
Il film vive proprio sulle spalle dell'espressionismo e di un'estetica portata ai massimi livelli (gli interni, spogli e spigolosi sembrano presi da un film tedesco degli anni '20). Mille sono le scene indimenticabili, dal cadavere sott'acqua coi capelli mossi dalla corrente; alla fuga in barca inquadrata in secondo piano; fino all'assediata e l'assediante che cantano la stessa canzone.
Un film talmente denso di idee che un regista mediocre avrebbe materiale per girarne 10 senza sfigurare.
Contro ogni pronostico il film fu un totale insuccesso, e l'opera prima di Laughton come regista rimase anche l'ultima. Questa è forse la più grande tragedia della storia del cinema.

Ok, il film non ha solo pregi, ma qualche ingenuità di troppo nella sceneggiatura o qualche problema di montaggio sono, a mio avviso, figli dell'inesperienza del regista dietro la macchina da presa. Dio solo sa cos'avrebbe realizzato se gli avessora lasciato fare altri film.

PS: questo film è anche un enorme punto di riferimento pop; il personaggio di Mitchum ha infatti tatuato sulle nocche delle mani le parole Love e Hate...

mercoledì 9 dicembre 2009

Caccia al ladro - Alfred Hitchcock (1955)

(To catch a thief)

Visto in DVD.

Va detto che io non riesco mai ad apprezzare fino in fondo un film di Hitchcock, non so il perchè. Questo però è un buon film con interpreti di livello ed una regia che a tratti sembra voler danzare con la macchina da presa.
Stranamente girato in esterni (non ricordo molte sequenza in esterni in un film di Hitchcock, giusto uccelli, ma anche li non sono moltissime).
Decisamente colpisce lo sfondo sempre a fuoco anche se ins econdo piano ed i colori sgargianti.
Bellissima Grace Kelly fa la sua figura. Splendido l'intercalare dei fuochi d'artificio come metafora della pulsione erotica che non poteva essere mostrata in un film all'epoca...
Eppure neanche stavolta sono soddisfatto, il film non avvince, si trascina verso la fine poggiando tutto sulla storia d'amore e sull'andamento da commedia brillante del rapporto tra Grant e Kelly.

lunedì 5 ottobre 2009

Ordet - Carl Theodor Dreyer (1955)

(Id.)

Visto in DVD
I film di Dreyer, che adoro, sono caratterizzati da una regia eccezionale e da una trama, spesso interessante, ma comunque sempre noiosa... o forse sarò io a non riuscire a non riuscire a rendermeli godibili, ma, buon dio, con che idea fai un film muto tutto basato su un interrogatorio?!!! che idea è?!!! comunque, questo esule...
Ordet per quanto mi riguarda non fa eccezione. La trama è quella tratta di un'opera teataela tutta improntata sul conflitto religioso insito nell'uomo, nella fede e nel dubbio; cosa piuttosto diffusa nel nord Europa questa, da Bergman a Strindberg... che sia dovuta al protestantesimo?
La trama, piuttosto importante, è però malamente supportata da dialoghi di una imbarazzante pesantezza recitati da attori non tutti in parte... il padre recita in maniera discutibile e non guarda mai in votlo gli altri attori (!), l'interpretazione fatta di Johannes, più che trasmettere spiritualità sembra un inno alla tossicodipendenza... eppure, nonostante tuti questi difetti, il film colpisce.
Il film colpisce per la trama che nel finale osa l'inosabile... e poi dietro la macchina c'è pur sempre Dreyer. Come già in passato la cinepresa è dinamicissima, non si ferma mai, eppure in questo caso riesce a fondere la libertà con l'austerità. La macchina è in un continuo movimento, regolare, lineare e preciso, che serve a definire gli spazi entro i quali gli attori si muovono (ciò rende particolarmente evidente l'origine teatrale dell'opera) senza sbavatura. La costruzione delle immagini è poi semplice ed impeccabile. Non è il miglior film di Dreyer, ma ancora una volta ti mostra che cosa può fare il cinema se messo nelle mani giuste.