(...and justice for all)
Visto in tv.
Un avvocato d'esperienza decennale, si muove fra casi di giustizia sociale sempre frustrati da un giudice troppo intento a dare esempi che a dare giustizia. Quando il giudice si troverà accusato di violenza sessuale contatterà l'avvocato e lo obbligherà a difenderlo. L'avvocato si troverà moralmente alle strette fra aiutare un uomo da condannare per la sua storia pregressa e il suo carattere e cercare di fare il proprio lavoro.
Alla regia c'è Jewison, alla sceneggiatura Levinson, due personaggi che continuo ancora a confondere, ma che rappresentano il meglio del cinema mainstream che cerca di fare film politici o sociali. Ovviamente figuriamoci se in questo incontro si smentiscono.
Fin dal titolo è evidente dove si voglia andare a parare, quindi tutti i casi seguiti da Pacino sono casi di giustizia sociale che cozza contro un sistema giudiziario troppo rigido o miope; non sorprenderà che tutti, tutti, i processi che avverranno durante il film finiranno per distribuire ingiustizia.
La regia asciutta con una fotografia che asseconda il voler essere sullo sfondo, immerge del tutto i suoi personaggi dentro enormi aule giudiziarie o li fa muovere per lo più di notte, o in carceri.
Al Pacina ha del miracoloso, facendo una parte stucchevole e banale, recitando con molta, troppa foga, eppure rimane sempre entro i limiti del verosimile regalando una performance splendida che in mano a chiunque altro sarebbe stata semplicemente inguardabile.
La vera differenza la fa una sceneggiatura a tesi che da una parte sembra un giorno in pretura (mostrando la vita e i dubbi di chi lavora nel sistema della giustizia, umanizzandoli e disumanizzandoli secondo le necessità), dall'altra rasenta la farsa con un villain ai limiti della credibilità (se fosse stato del tutto innocente ci sarebbe stata meno agnizione, ma ne avrebbe guadagnato di significato) e con un giudice aspirante suicida che da leggerezza, ma che è del tutto fuori luogo.
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venerdì 11 novembre 2016
venerdì 31 ottobre 2014
Osterman weekend - Sam Peckinpah (1983)
(The Osterman weekend)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un presentatore televisivo, famoso per non fare sconti a nessun leader (politico o militare che sia), viene assunto dalla CIA per incastrare tre suoi amici che sarebbero traditori della patria e collaboratori del KGB. Dovrà fare il lavoro sporco in un weekend in cui si troveranno tutti a casa del presentatore, adeguatamente approntata con videocamere e microfoni dalla CIA.
Uno dei più isterici atti d'accusa contro la CIA, uno dei più disarticolati film di complotti a scatole cinesi. La strama non è chiara fin dall'inizio e, mano a mano che la storia prosegue, si fa sempre più disgiunta dal buonsenso.
Peckinpah si organizza con la sua regia standard (dove i rallenty sono particolarmente azzeccati; s veda il breve inseguimento in auto di una semplicità incredibile, ma tutto giocato sul montaggio e sul rallentamento delle scene) che sfocia spesso nel televisivo con un anticipo notevole sull'attuale Grande fratello.
Hauer è perfetto nella aprte dello stronzetto strafottento col ciuffo biondo e la rispsota pronta, Hopper è bellissimo per la aprte dell'introverso puttaniere (non è una sforzo recitativo enorme, ma ha la faccia e l'atteggiamento giusto), Hurt ottimo nell'agente della CIA fredo e vendicativo. C'è pure la partecipazione di un Lancaster ben utilizzato.
Ma se tutto è così perfetto perché il film è universalmente ricordato come una vaccata?
Sicuramente la trama caotica non aiuta, ma peggiora ulteriormente quando non sa più che genere dovrebbe scegliere; inizia come un thriller spy vs spy sull'idea de "La talpa", prosegue come un thriller psicologico di un gruppo di persone chiuse nella stessa casa per un weekend, continua come un "Cane di paglia" in versione famigliare e conclude il tutto con un triplo gioco che porta al più implausibile degli happy ending.
Personalmente questa schizofrenia del linguaggio gliela perdono pure (le varie parti prese singolarmente sono abbastanza efficaci, tranne quella del massacro che poteva dare di più), e se si considera l'isteria generale della storia sembra davvero un film scritto da uno psicotico; inoltre il ritmo non sembra esserne toccato. Il vero problema (per me) è il finale, assurdamente positivo, attaccato malamente con il bostik che ammazza la follia del film che lo precede, ne smorza la forza e accoppa il ritmo.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un presentatore televisivo, famoso per non fare sconti a nessun leader (politico o militare che sia), viene assunto dalla CIA per incastrare tre suoi amici che sarebbero traditori della patria e collaboratori del KGB. Dovrà fare il lavoro sporco in un weekend in cui si troveranno tutti a casa del presentatore, adeguatamente approntata con videocamere e microfoni dalla CIA.
Uno dei più isterici atti d'accusa contro la CIA, uno dei più disarticolati film di complotti a scatole cinesi. La strama non è chiara fin dall'inizio e, mano a mano che la storia prosegue, si fa sempre più disgiunta dal buonsenso.
Peckinpah si organizza con la sua regia standard (dove i rallenty sono particolarmente azzeccati; s veda il breve inseguimento in auto di una semplicità incredibile, ma tutto giocato sul montaggio e sul rallentamento delle scene) che sfocia spesso nel televisivo con un anticipo notevole sull'attuale Grande fratello.
Hauer è perfetto nella aprte dello stronzetto strafottento col ciuffo biondo e la rispsota pronta, Hopper è bellissimo per la aprte dell'introverso puttaniere (non è una sforzo recitativo enorme, ma ha la faccia e l'atteggiamento giusto), Hurt ottimo nell'agente della CIA fredo e vendicativo. C'è pure la partecipazione di un Lancaster ben utilizzato.
Ma se tutto è così perfetto perché il film è universalmente ricordato come una vaccata?
Sicuramente la trama caotica non aiuta, ma peggiora ulteriormente quando non sa più che genere dovrebbe scegliere; inizia come un thriller spy vs spy sull'idea de "La talpa", prosegue come un thriller psicologico di un gruppo di persone chiuse nella stessa casa per un weekend, continua come un "Cane di paglia" in versione famigliare e conclude il tutto con un triplo gioco che porta al più implausibile degli happy ending.
Personalmente questa schizofrenia del linguaggio gliela perdono pure (le varie parti prese singolarmente sono abbastanza efficaci, tranne quella del massacro che poteva dare di più), e se si considera l'isteria generale della storia sembra davvero un film scritto da uno psicotico; inoltre il ritmo non sembra esserne toccato. Il vero problema (per me) è il finale, assurdamente positivo, attaccato malamente con il bostik che ammazza la follia del film che lo precede, ne smorza la forza e accoppa il ritmo.
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martedì 5 febbraio 2013
Blades of glory: Due pattini per la vittoria - Josh Gordon, Will Speck (2007)
(Baldes of glory)
Visto in tv.
Visto in tv.
I due più grandi campioni di
pattinaggio del mondo sono entrambi statunitensi, ma sono esattamente agli
antipodi, uno calmo e molto tecnico, l’altro selvaggio creativo e dipendente da
sesso. Verranno ostracizzato dalle gare di singolo maschile a causa della loro
rivalità, ma non riuscendo a reinserirsi nel mondo riproveranno ad entrare
nell'ambiente sportivo nella disciplina a coppie, gareggiando insieme.
Will Ferrel ha una comicità
estremamente anni zero, che è un po’ quella di Ben Stiller o di Judd Apatow,
quella di far ridere per il contesto e non per una battuta, una scena di un suo
film, messa fuori contesto è assolutamente insignificante, messa nel posto
giusto può essere vincente. Ma se Ben Stiller è il più raffinato in questa
disciplina, Will Ferrel ne è la versione demenziale. La comicità è sempre
quella, ma il contesto è estremizzato, i suoi personaggi sono macchiette
viventi (sono dei ritardati al pari di quelli di Ben Stiller, ma estremamente
più stupidi), le storie sono pura scusante (di fatto il filone sportivo di
nicchia è un cliché già affrotnato in “Talladega nights”) e l’intero
mondo attorno a loro è molto più demenziale, più estremizzato ed esteticamente
più kitsch.
Questo film non esula dall'idea
di base e di fatto rappresenta un esemplare classico di Will Ferrel; senza
un’idea particolare, sempre con il solito concetto di fondo dell’amicizia
virile (fino a un certo punto) che nasce nelle necessità si muove col pilota
automatico azzeccando alcuni momenti e diventando un ottimo film medio (del
filone demenziale eh, non va dimenticato). Niente di più.
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domenica 29 maggio 2011
Poltergeist: demoniache presenze - Tobe Hooper (1982)
(Poltergeist)
Visto in DVD.
Film horror oramai classico che ha creato un mondo nuovo, stilemi, mood e idee che vengono citate ed utilizzate ancora oggi.
La cosa migliore del film (oltre all’originalità della trama) è che il tutto inizia velocemente; gli eventi vengono mostrati di continuo, ma non riescono mai ad annoiare evitando il ripetersi delle scene e i comprimari utilizzati sono quanto di meglio ci fosse sul mercato… si sto parlando di Zelda Rubinstein... la medium nana!
Il film si concede so qualche kitscheria anni ’80 (gli oggetti che volano nella camera dei bimbi, il faccione del demonio nell’armadio ecc…). Non fa paura sostanzialmente mai, ma il clima che crea è magnifico e le idee messe in atto sono continue (che dire dell’albero rapitore? Del clown demoniaco?). Val davvero la pena di vederlo; meglio in lingua originale, perché il doppiaggio non rende giustizia alla voce infantile della Rubinstein.
Visto in DVD.

Una famigliola felice si trasferisce in una casetta nuova e tutto sembra andare per il meglio fino a quando le sedie della cucina fanno numeri da circo sul tavolo, il figlio viene ingoiato da un albero e la bimbetta più piccola finisce dentro la tv.
Film horror oramai classico che ha creato un mondo nuovo, stilemi, mood e idee che vengono citate ed utilizzate ancora oggi.
La cosa migliore del film (oltre all’originalità della trama) è che il tutto inizia velocemente; gli eventi vengono mostrati di continuo, ma non riescono mai ad annoiare evitando il ripetersi delle scene e i comprimari utilizzati sono quanto di meglio ci fosse sul mercato… si sto parlando di Zelda Rubinstein... la medium nana!
Il film si concede so qualche kitscheria anni ’80 (gli oggetti che volano nella camera dei bimbi, il faccione del demonio nell’armadio ecc…). Non fa paura sostanzialmente mai, ma il clima che crea è magnifico e le idee messe in atto sono continue (che dire dell’albero rapitore? Del clown demoniaco?). Val davvero la pena di vederlo; meglio in lingua originale, perché il doppiaggio non rende giustizia alla voce infantile della Rubinstein.
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