venerdì 24 novembre 2017
Schock - Mario Bava (1977)
Visto in Dvx.
Una donna con un figlio dal precedente matrimonio torna nella casa in cui l'ex marito si suicidò con il nuovo compagno. Inutile dire che cominceranno strani avvenimenti, soprattutto in relazione al figlioletto.
Ultimo film di Bava (per il cinema), spiace dire che non è all'altezza delle aspettative. L'idea di partenza (chiara solo nel finale) è buona, ma quello che manca è la tensione.
Il film è un lungo girare intorno al finale, una lunga preparazione in cui la trama è gestita bene, ma il ritmo quasi totalmente assente e le scelte visive sono copie d'idee viste mille volte.
Non so se è un problema effettivo o se è solo un film invecchiato, ma vedendo il finale direi più la prima ipotesi.
Si, perché il finale è inaspettatamente buono. Il twist plot funziona, ma soprattutto ci sono idee ottime, la tensione è presente, le creazioni realizzate sono originali e sorprendono (in parte) con molta inventiva (il bambino che diventa l'adulto, la scena dell'armadio) e il meglio inizia con la famosissima scena dei capelli (che si può vedere qui); giustamente la più famosa, nonché la migliore sequenza del film (delle mani di luce che tolgono la coperta e i capelli antigravitari!).
Anche se siamo lontani anni luce dalle capacità del regista, con quel finale, tutto sommato, si chiude con dignità una grande carriera.
lunedì 7 maggio 2012
Phenomena - Dario Argento (1985)
domenica 13 febbraio 2011
Opera - Dario Argento (1987)
Visto in VHS.
Non sto qui a descrivere la storia, è sempre il solito serial killer che ammazza, solo che al posto di un beduino che si mette ad indagare per conto proprio, abbiamo una che si ritrova sempre in mezzo ai delitti e prova a sopravvivere.
Prima cosa complimenti ad Argento. La storia sarà implausibile e molto squinternata, ma almeno è entro i limiti della decenza, con una buona dose di sospensione dell’incredulità (e del buon gusto) la si può accettare (non come il terribile “Suspiria”). Il film per il resto è un concentrato dei leit motiv del regista, il gioco del whodunit (e ormai va detto, il gioco è usurato, si capisce subito chi è l’assassino, anche perché come al solito è the last man standing), l’assassino mascherato, il gore estremo (stupenda per idea e per pudicizia nella realizzazione, la scena dell’omicidio della costumista, mai così efferato e brutale), le soggettive dell’omicida (e ancora di più la soggettiva dei corvi dentro al teatro; da urlo!!), ecc. il tutto coronato da qualche idea in più, la già citata soggettiva degli uccelli, il metodo di “tortura” della protagonista costretta ad assistere agli omicidi con degli spilli negli occhi (ma anche l’idea in se di un assassino che vuole fare vedere tutto alla protagonista è magnifica), o il battito del cuore reso anche con il movimento della macchina da presa. Le cadute di stile non mancano di certo, dalla voice off assolutamente fuori luogo, o il finale alpestre veramente imbarazzante che sembra un video dei Rammstein con Heide come protagonista.
Comunque sia un film usuale del regista, che si ripulisce dagli accessi anni ’70 migliorando decisamente, senza rinunciare allo splatter.
mercoledì 25 agosto 2010
Profondo rosso - Dario Argento (1975)
Film sconvolgentemente bello. La storia forse ha qualche buco qua e la e la trama soffre di qualche calo di tensione e pure di un qualche personaggio irritante (la Nicolodi); ma il film risulta comunque impagabile.
La tensione c'è e Argento gioca con lo spettatore fin dalle prima scene (l'assassino mai mostrato in volto anche se davanti ad uno specchio, il colpo di scena finale con i quadro scomparso, ecc...) e si produce nella costruzione di una città oscura e diabolica fin dalla prima stupenda scena in esterni. Gli interni sono realizzate con un'attenzione stupenda La regia è assolutamente nuova per il cinema italiano, dinamica, fatta di soggettive, un montaggio rapido, camera che segue gli oggetti, non è descrivibile a parole, ma va vista.
Una scena per tutte è quella iniziale (dopo il bellissimo prologo a camera fissa) che inizia con l'apertura delle quinte e con una camera che si muove, e si conclude nel bianchissimo bagno del teatro.
Argento fa letteralmente di tutto con una macchina da presa, e quello che ne viene fuori è (non temo nulla a dirlo) uno dei più bei film italiani degli anni 70, al pari, per lo meno, di "C'eravamo tanto amati".
PS: il film in origine doveva seguire la mania argentiana degli animali nei titoli chiamandosi La tigre dai denti a sciabola... poi, forse per fortuna, si è optato per il più decoroso Profondo rosso.

