(Id., AKA Osumane)
Visto qui.
Poi mi sono pure recuperato un cortometraggio della filmografia (non proprio vasta) della Gaye di cui ho appena visto il primo lungometraggio.
La storia di un ragazzino senegalese che gira per la città a chiedere l'elemosina in cambio promette preghiere per i più grandi desideri delle persone che gli donano soldi.
Quando avrà guadagnato abbastanza investirà i soldi per far scrivere una lettere a Babbo Natale per chiedere di esaudire i desideri delle persone che gli hanno fatto l'elemosina.
Fiaba sull'infanzia leggera, veloce, talvolta anche divertente, girata con semplicità senza particolare cura sulla fotografia (che invece ci sarà dall'opera successiva).
Vedendola senza conoscere la regista si direbbe che è un buon cortometraggio senza infamia e con qualche lode; sapendo cosa verrà fuori dopo si può giocare a trovare i punti di contatto con la filmografia successiva (un pò come si fa con "The big shave" adesso... anche se siamo su un altro livello).
L'unica cosa che si può obiettivamente aggiungere è che siamo davanti ad un corto che mostra l'Africa della miseria senza nascondere nulla, ma con un tono leggero.
Visualizzazione post con etichetta Dyana Gaye. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dyana Gaye. Mostra tutti i post
giovedì 13 novembre 2014
mercoledì 12 novembre 2014
Des étoiles - Dyana Gaye (2013)
(Id.)
Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso), in lingua originale sottotitolato.
Una donna senegalese lascia, per la prima volta in vita sua, il paese per andare dal marito a Torino; il marito però ha lasciato l'Italia per cercare fortuna a New York, città che vede per la prima volta, dove conta di farsi aiutare per l'alloggio dalla zia della moglie; la zia però è partita per il Dakar per il funerale del marito che aveva lasciato e si porta dietro il figlio 19enne che va in Senegal per la prima volta in vita sua.
Dopo aver visto il bellissimo corto di Dyana Gaye, "Un transport en commun", qualche anno fa ci si chiedeva quando e come avrebbe realizzato il suo primo lungometraggio; ed ora eccoci, con un'opera stilisticamente agli antipodi dal cortometraggio (anche se alcuni contenuti sono in comune).
Fotografia desaturata, ambienti sui toni del grigio e dell'azzurro per Torino e New York, colori più terrei per Dakar; una macchina da presa tranquilla, che segue i suoi personaggi senza insistenza (d'altra parte è un film corale e seguirne uno alla Aronofsky sarebbe impossibile).
Si impegna di più sul montaggio lavorando di rimandi continui fra le tre storie separate, unendole (al di là con il legame emotivo fra i personaggi) con stacchi sul marito a New York quando questo viene nominato a Torino o con montaggio concettuale o per azioni contrapposte, su tutte sottolineo (perché è forse l'esempio il più scontato, ma anche il più evidente) il ragazzo statunitense che guarda l'oceano attraverso la porta del non ritorno mentre dall'altra parte l'uomo senegalese guarda lo stesso oceano in direzione opposta.
Nel film gli argomenti trattati sono diversi, è di fatto un film sull'immigrazione e il ritorno e mostri modi diversi di affrontarlo e nel farlo non scade mai nel cliché usurato del migrante come uomo che fugge dall'inedia e trova l'inferno dove pensava di trovare il paradiso; mostra invece diverse versioni e diverse possibilità mosse da motivi e necessità diverse. Costruisce il film con un linguaggio misto che si scambia continuamente, dal francese, all'italiano, dall'inglese al wolof (se non sbaglio). Si muove con un ritmo costante, ma costantemente rilassato, si prende i suoi tempi senza rallentare mai troppo, con scene forse non necessarie, ma che non affossano mai il film.
La cosa veramente affascinante però è come questo film parli di tute queste cose (l'immigrazione, il ritorno a casa, i contatti fra persone distanti, i legami personali, il rapporto con un paese sconosciuto, ecc..), ma lo fa con una trama inesistente, descrive di fatto un pezzo delle vite di tre personaggi principali, e una decina di secondari, caratterizzandoli tutti in maniera ottimale, ma senza far succedere niente di enorme; descrive semplicemente delle vite. Due di queste finiranno bene, una finirà in maniera amara, ma il tono generale riesce ad avere una leggerezza e una positività invidiabile.
Unico vero momento patetico è quando viene motivato il titolo nel dialogo fra i due italiani, dove compare, in un cameo, un Dente particolarmente supponente e radical chic; del cantate sono state usate un paio di canzoni durante il film.
Il cast è decisamente buono, ma sembra che gli attori protagonisti abbiano avuto l'ordine di mantenere una certa impassibilità (o tristezza forzata) ammazzandone un poco la recitazione; difatti riescono a spiccare molto di più alcuni dei comprimari.
Un film tanto bello quanto interessante che fa sperare ancora di più per le opere future della Gaye.
Il film è stato anticipato dal corto "Soko sonko" (AKA The market king) della regista kenyota Ekwa Msangi.
C'è la partita di calcio in tv, ma un uomo già organizzato ad andare dagli amici si ritrova fra la mani la figlia; la madre è malata e dovrà essere lui ad accompagnarla al mercato delle parrucchiere per sistemare i capelli; il giorno dopo sarà l'inizio delle scuole e tutti i ragazzi sono a quel mercato. Dovrà fronteggiare parrucchiere agguerrite, poliziotti, commercianti che lo rincorreranno come un ladro e pessime acconciature, ma riuscirà a portare a termine la missione.
Commedia leggera e ben ritmata nella prima parte, meno impegnata nel sostenere il tono nella seconda (anche se avrebbe diverse opportunità); ben recitata da tutti e dai colori vividi molto belli con una fotografia curata.
Niente di geniale, ma un'ottimo corto per idea e fattura.
Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso), in lingua originale sottotitolato.
Una donna senegalese lascia, per la prima volta in vita sua, il paese per andare dal marito a Torino; il marito però ha lasciato l'Italia per cercare fortuna a New York, città che vede per la prima volta, dove conta di farsi aiutare per l'alloggio dalla zia della moglie; la zia però è partita per il Dakar per il funerale del marito che aveva lasciato e si porta dietro il figlio 19enne che va in Senegal per la prima volta in vita sua.
Dopo aver visto il bellissimo corto di Dyana Gaye, "Un transport en commun", qualche anno fa ci si chiedeva quando e come avrebbe realizzato il suo primo lungometraggio; ed ora eccoci, con un'opera stilisticamente agli antipodi dal cortometraggio (anche se alcuni contenuti sono in comune).
Fotografia desaturata, ambienti sui toni del grigio e dell'azzurro per Torino e New York, colori più terrei per Dakar; una macchina da presa tranquilla, che segue i suoi personaggi senza insistenza (d'altra parte è un film corale e seguirne uno alla Aronofsky sarebbe impossibile).
Si impegna di più sul montaggio lavorando di rimandi continui fra le tre storie separate, unendole (al di là con il legame emotivo fra i personaggi) con stacchi sul marito a New York quando questo viene nominato a Torino o con montaggio concettuale o per azioni contrapposte, su tutte sottolineo (perché è forse l'esempio il più scontato, ma anche il più evidente) il ragazzo statunitense che guarda l'oceano attraverso la porta del non ritorno mentre dall'altra parte l'uomo senegalese guarda lo stesso oceano in direzione opposta.
Nel film gli argomenti trattati sono diversi, è di fatto un film sull'immigrazione e il ritorno e mostri modi diversi di affrontarlo e nel farlo non scade mai nel cliché usurato del migrante come uomo che fugge dall'inedia e trova l'inferno dove pensava di trovare il paradiso; mostra invece diverse versioni e diverse possibilità mosse da motivi e necessità diverse. Costruisce il film con un linguaggio misto che si scambia continuamente, dal francese, all'italiano, dall'inglese al wolof (se non sbaglio). Si muove con un ritmo costante, ma costantemente rilassato, si prende i suoi tempi senza rallentare mai troppo, con scene forse non necessarie, ma che non affossano mai il film.
La cosa veramente affascinante però è come questo film parli di tute queste cose (l'immigrazione, il ritorno a casa, i contatti fra persone distanti, i legami personali, il rapporto con un paese sconosciuto, ecc..), ma lo fa con una trama inesistente, descrive di fatto un pezzo delle vite di tre personaggi principali, e una decina di secondari, caratterizzandoli tutti in maniera ottimale, ma senza far succedere niente di enorme; descrive semplicemente delle vite. Due di queste finiranno bene, una finirà in maniera amara, ma il tono generale riesce ad avere una leggerezza e una positività invidiabile.
Unico vero momento patetico è quando viene motivato il titolo nel dialogo fra i due italiani, dove compare, in un cameo, un Dente particolarmente supponente e radical chic; del cantate sono state usate un paio di canzoni durante il film.
Il cast è decisamente buono, ma sembra che gli attori protagonisti abbiano avuto l'ordine di mantenere una certa impassibilità (o tristezza forzata) ammazzandone un poco la recitazione; difatti riescono a spiccare molto di più alcuni dei comprimari.
Un film tanto bello quanto interessante che fa sperare ancora di più per le opere future della Gaye.
Il film è stato anticipato dal corto "Soko sonko" (AKA The market king) della regista kenyota Ekwa Msangi.
C'è la partita di calcio in tv, ma un uomo già organizzato ad andare dagli amici si ritrova fra la mani la figlia; la madre è malata e dovrà essere lui ad accompagnarla al mercato delle parrucchiere per sistemare i capelli; il giorno dopo sarà l'inizio delle scuole e tutti i ragazzi sono a quel mercato. Dovrà fronteggiare parrucchiere agguerrite, poliziotti, commercianti che lo rincorreranno come un ladro e pessime acconciature, ma riuscirà a portare a termine la missione.
Commedia leggera e ben ritmata nella prima parte, meno impegnata nel sostenere il tono nella seconda (anche se avrebbe diverse opportunità); ben recitata da tutti e dai colori vividi molto belli con una fotografia curata.
Niente di geniale, ma un'ottimo corto per idea e fattura.
Etichette:
2013,
Commedia,
Dramma,
Dyana Gaye,
Ekwa Msangi,
Festivalafricano34,
Film,
Maya Sansa,
Opera prima,
Ralph Amoussou,
Souleymane Seye Ndiaye
sabato 20 novembre 2010
Soul boy - Hawa Essuman (2010)
(Id.)
Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.
Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.
Nella baraccopoli Nairobi un ragazzino si accorge che il padre è malato, ma non è una semplice malattia del corpo, al padre è stata rubata l’anima. Per riaverla indietro dovrà affrontare 7 prove chiestegli da una demone donna; prove che lo metteranno di fronte alle sue paure e gli mostreranno la sua stessa vita in un’ottica diversa.
Fiaba moderna con tutti i crismi del caso e con l’aggiunta di una venatura horror nelle belle scene dell’incontro con il demone; peccato per la messa in scena frettolosa che rende il film pieno di ritmo (è vero), ma anche troppo rapido nello svolgimento, avrebbe meritato qualche decina di minuti in più (anche perché il minutaggio è lieve lieve, solo 60 minuti).
Un film per ragazzi fatto da ragazzi, con l’indiscusso vantaggio di trattare il suo pubblico decentemente, senza pensare che ci siano dei cretini davanti allo schermo. Il film evita gli eccessi cazzari e casinisti dei film di questo genere made i USA (ma anche Europa), gli scambi di persone idioti o il fatto che i ragazzi si comportino da adulti in ogni loro atteggiamento. Qui ci sono dei preadolescenti che fanno cose da preadolescenti (e anche le prove da superare si adeguano); i rapporti dicotomici con l’altro sesso; le prove di coraggio cretine sulle rotaie del treno ecc…
Complessivamente un lavoro ben realizzato nella messa in scena (ottima la fotografia) e nella frettolosa sceneggiatura. Anche se la maggior parte del cast artistico e tecnico è preso direttamente dalla baraccopoli, va però detto che questa è stata una produzione in parte europea (compare spesso il nome di Tykwer, ed in effetti il film ha già trovato distributori tedeschi ed uscirà a dicembre) con un sostanzioso contributo tecnico con persone del mestiere. Comunque un buon crossover di competenze.
A proposito di crossover; da sottolineare che nel film si mostra lo spettacolo teatrale itinerante di cui è stata realizzata la versione cinematografica già mostrata in questo festival, si tratta di “Ndoto za Elibidi”; ed altresì da sottolineare la presenza nel cast di questo film di Nick Reding, co-regista dell’altro…
Prima di questo film è stato presentato il corto (solo di nome, perché di fatto è un dignitosissimo medio metraggio di 48 minuti!) “Un transport en commun” di Dyana Gaye.
Questo è decisamente il corto di questo festival (ok, ne ho visti troppo pochi per poterlo dire con certezza, ma l’arroganza è sempre stata una mia virtù). Questo è un musical a tutti gli effetti, ma al contrario di “Nha fala” utilizza tutti gli stilemi classici. Personaggi che improvvisamente si mettono a cantare e tutti attorno a loro cominciano una coreografia complessa e molto curata. Le canzoni non sono tutte splendide (e gli attori non spiccano per la voce…), ma le muscihe sono tutte vecchio stampo (con echi delle canzoni francesi dagli anni 40 ai 60) e funzionano bene. La storia è molto approssimativa e con un poco in più d’impegno sarebbe venuto fuori un lungometraggio di tutto rispetto. Però l’idea è ottima, il formato buono e premia il fatto di non mostrare mai luoghi da cartolina, ma pezzi di vita reale e basta; in più ci sono un apio di canzoni “sociali” sullo stato delle cose nel Senegal o sulle speranza di una vita migliore nell’emigrazione (verso l’Italia, fatalità, Rimini per esattezza, e le belle speranze del personaggio risaltano dalla consapevolezza di quello che in realtà troverà qui… e comunque anche i sengalesi ci vedono come ci vedono gli americani, cappelli di paglia, mandolini e ferrari…).
Ah già la storia, un gruppo di sconosciuti prende un taxi colletivo per andare da Dakar a Saint Louis, per motivi diversi; durante il viaggio parleranno di se…
Etichette:
2010,
Dyana Gaye,
Fantasy,
Festivalafricano30,
Film,
Gaspard Manesse,
Hawa Essuman,
Nick Reding
Iscriviti a:
Post (Atom)

